Domenica che precede il martirio di san Giovanni Battista

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Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

“La vita è bella” è il titolo del film, vincitore del premio Oscar, che racconta il dramma dell’Olocausto. Ma la vita a volte appunto è un dramma e anche Dio lo sa e la sua Parola non ce lo nasconde. È un dramma spesso inspiegabile e incomprensibile, un dramma che ci lascia impotenti, indifesi, un dramma così grande che diventa paura, diventa orrore; un dramma che attraversa i secoli e la storia degli uomini e sembra non aver fine, anzi sembra ripetersi più forte di ogni sforzo di pace, di buona volontà, a dispetto di ogni desiderio o anche solo tentativo di vita e di serenità. La Parola non ce lo nasconde quando ci racconta di questa madre e dei suoi sette figli, prima torturati perché venissero meno alla fedeltà al loro Dio e poi uccisi insieme alla madre. Non ce lo nasconde Paolo che racconta la sua vita di apostolo attraverso una serie di aggettivi che raccontano le difficoltà a cui la predicazione del Vangelo lo avevano esposto: siamo tribolati; siamo sconvolti; perseguitati; infatti, noi che siamo vivi, veniamo consegnati alla morte. Che la vita sia anche un dramma è sotto i nostri occhi nelle vicende odierne: il dramma dell’Afghanistan è  solo l’ultimo di tanti drammi e certamente non l’unico; personalmente temo che, dopo aver risvegliato per qualche giorno un buono ma vago sentimento di accoglienza, presto diventerà penultimo e finirà dimenticato – come del resto lo era prima – per la nostra incapacità di rimanere e di resistere davanti all’orrore di tutto quello che succede nel mondo, turba la nostra quiete, infastidisce la nostra tranquillità, risveglia la nostra coscienza e soprattutto la nostra impotenza. Oggi chiamiamo eroe un diplomatico che salva bambini prendendoli dalle braccia della madre a cavallo di un muro che segna il confine tra la vita e la morte, tra la speranza e la disperazione, ma fino a ieri chiamavamo tassisti del mare e complici degli scafisti gli operatori delle ONG che vigilavano e salvavano vite in mare. Il dramma della vita è sotto i nostri occhi e anche sotto gli occhi di Dio che non rimane indifferente sostenendo una madre che incoraggia così i figli: «Non so come siate apparsi nel mio seno; non io vi ho dato il respiro e la vita, né io ho dato forma alle membra di ciascuno di voi. Senza dubbio il Creatore dell’universo, che ha plasmato all’origine l’uomo e ha provveduto alla generazione di tutti, per la sua misericordia vi restituirà di nuovo il respiro e la vita, poiché voi ora per le sue leggi non vi preoccupate di voi stessi.  Sostiene Paolo che agli aggettivi prima ricordati fa seguire altri aggettivi: siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Il dramma della vita non è sconosciuto a Dio che per mezzo di Gesù ci dice: non abbiate paura. Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo. E nel dramma della vita, Dio non ci abbandona. Là dove il mondo solitamente approfitta della paura degli uomini, là dove il mondo usa la paura per sottomettere, per comandare, per guadagnare e arricchirsi, per controllare, per vendere armi o antifurti, per mettere gli uni contri gli altri. Dio dice: non abbiate paura. Egli non vuole approfittare della paura, ma vuole toglierla dal cuore degli uomini. Non vuole invitarci a far finta di nulla, a girare lo sguardo dall’altra parte, a negare. Non vuole invitarci ad arrangiarci da soli, armando le nostre mani, alzando muri e barricate, a costruire armi più potenti di chi consideri nemico. Ci invita all’amore perché la vita possa essere comunque bella anche dentro i drammi. È la solita soluzione proposta dal vangelo che potrebbe sembrare, per usare l’immagine di san Paolo, un vaso di terracotta, troppo fragile per custodire un tesoro così prezioso come la nostra vita. Ci invita alla fiducia verso la vita, verso il prossimo e verso Dio, sicuri che questa fiducia è capace di soluzioni efficaci anche a prevenire a volte il dramma e la tragedia; a non vivere l’accoglienza sotto la spinta dell’emotività, ma facendo diventare lo stile di tutti i giorni innanzitutto con chi ti vive accanto perché non sia lui lo straniero da temere. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa». Scriveva Etty Hillesum proprio dai campi di concentramento che la paura è una mozione di sfiducia nei confronti di Dio, io credo che lo sia anche nei confronti della vita. Ce la portiamo addosso tutti, chi grande chi piccola, nelle sue infinite forme e fattezze: chi ha paura della morte e chi della vita, chi dell’amore e chi dell’indifferenza, chi della solitudine e chi degli altri, chi ha paura del virus e chi del vaccino. Non abbiate dunque paura ci dice oggi Gesù perché la paura contagia tutto e si prende tutto. Il titolo del film si ispira alle parole di Primo Levi nel libro Se questo è un uomo: «Io pensavo che la vita fuori era bella, e sarebbe ancora stata bella, e sarebbe stato veramente un peccato lasciarsi sommergere adesso». Continuiamo anche noi  a credere che la vita possa essere bella, e perché lo possa essere, perseveriamo nell’amore.

 

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Solennità dell’assunzione di Maria in cielo

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Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Celebriamo oggi la solennità dell’Assunzione di Maria in cielo; una festa che celebra più ancora che un fatto storico un valore simbolico, come del resto è simbolico il cielo: uno spazio che sta sopra di noi, dove ci sono nuvole e stelle, dove ammiriamo il sole e la luna, ma che definiamo anche come la casa di Dio. Così simbolico il cielo che per definire una situazione di estrema felicità e contentezza si usa dire solitamente: sono al settimo cielo o anche solo ho toccato il cielo con un dito, immaginando il cielo anche come luogo di beatitudine. Proprio da queste due espressioni vorrei partire per entrare dentro questa festa. Ciascuno di noi evidentemente vorrebbe essere felice, sogna di arrivare a toccare il cielo con un dito, sogna di raggiungere il settimo cielo e vedere avverare ogni suo desiderio e realizzare ogni sua aspirazione. Forse anche nelle scorse notti qualcuno di noi ha alzato gli occhi al cielo nel tentativo di vedere cadere le stesse e sentire di poter affidare a qualcuno una propria speranza e un proprio sogno. Oggi di Maria diciamo che non solo ha toccato il cielo con un dito, ma che in cielo è stata addirittura chiamata e portata direttamente da Dio e che là ora abita nella pienezza della gioia e della pace. Possiamo allora con buona ragione provare a chiedere a lei quale sia la strada, magari non per andare in cielo direttamente e con tutto noi stessi, ma di poter provare, con i piedi per terra e il prima possibile, quella magnifica sensazione di pace e di gioia che definiamo con l’espressione: ho toccato il cielo con un dito. Il bellissimo dialogo che abbiamo ascoltato tra Maria e la cugina Elisabetta ci suggerisce due atteggiamenti. Il primo lo definirei semplicemente così: credere in quello che il Signore ti dice. Lo afferma chiaramente Elisabetta: beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Beata, contenta, felice, ovvero nella condizione di toccare il cielo con un dito chi crede in quello che il Signore dice e promette. Il secondo lo suggerisce Maria quando si lascia andare a quel meraviglioso canto di lode e di ringraziamento che è il Magnificat dicendo: Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome;  Credere e lasciar fare a Dio: ecco la strada per il cielo che Maria ha già percorso così fedelmente e costantemente da arrivare al cielo non solo con un dito, ma con tutta la sua persona. 

Credere. Elisabetta riconosce che la cugina che le sta davanti ha un cuore contento e palpitante, vivo e felice proprio perché senza esitazione ha creduto come possibile e come non solo realizzabile, ma come desiderabile quanto il Signore aveva promesso. Lo ha ritenuto migliore di quello che lei e Giuseppe avevano sognato, lo ha ritenuto possibile nonostante la giovane età, nonostante i dubbi: «Come è possibile? Non conosco uomo». Maria ha saputo dire di sì a Dio: questo la rende beata. Ha questo atteggiamento di totale apertura e fiducia nella Parola di colui che tutto può. Toccare il cielo con un dito diventa possibile anche a noi quando lasciamo accadere le cose di Dio che quasi mai danno spettacolo davanti al mondo, ma rendono la vita di chi crede uno spettacolo. Maria ha imparato così bene questo atteggiamento che anche a Cana di Galilea, accortasi che era venuto a mancare il vino, dirà ai servi: “Qualunque cosa vi dirà: fatela”. Abbiate così fiducia in quella parola e in quel comando che Gesù vi darà e non esitate e compierla e a farla accadere: se anche dovesse apparire irragionevole, non ve ne pentirete.

Lasciar fare a Dio. Maria riconosce con gratitudine quanto Dio ha compiuto nella sua vita e ne gioisce: l’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio.Tralasciando magari lo scudetto dell’Inter, la vittoria agli Europei di calcio e le medaglie alle olimpiadi, domandatevi da quanto tempo non esultate, quando è stata l’ultima volta e per quale motivo. Domandiamoci se le nostre braccia sono ancora tese verse il cielo nel tentativo di arrivarci almeno con un dito o se siamo così delusi e stanchi da averle abbassate insieme al nostro sguardo.Prendiamoci oggi del tempo per chiedere a Maria di aiutarci a fare memoria delle gioie e delle grazie passate; di quelle volte che ci siamo fidati anche noi di Dio, di quella volta che lo abbiamo lasciato agire mettendo in pratica il vangelo e facendo quello che ci ha detto.

Perché la festa di oggi non solo ci indica il traguardo, ma ci dice anche e soprattutto che siamo fatti per il cielo, siamo fatti per la gioia. Occorre mettere da parte i nostri se e i nostri ma per ritrovare il coraggio di abbandonare senza nostalgia la vita di sempre, come avevamo il coraggio di fare da giovani e come ogni giovane dovrebbe fare per cominciare a cercare la vita per sempre, la vita eterna; cominciare a fare, come Maria, l’unica cosa che non puoi mai stancarti di fare: amare e lasciarti amare; e sarà come toccare il cielo con un dito.

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XI dopo Pentecoste

Parrocchia S. Agata – Monticello

Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

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La liturgia domenicale offre oggi alla nostra meditazione racconti certamente originali che potrebbero essere presi per semplici storielle. La prima lettura ci racconta di questa singolare sfida che il profeta Elia lancia a re Acab e a 450 profeti di Baal e a 400 profeti di Asera. Una sfida degna della saga di Harry Potter o di qualche libro di maghi e incantesimi: ciascuno invochi il suo dio e vedremo chi dal cielo risponderà con il fuoco necessario a bruciare la catasta di legna con sopra un giovenco. Una sfida resa ancora più incredibile dal comportamento di Elia che apparentemente spavaldo, ma più semplicemente pieno di fiducia in Dio, fa bagnare ripetutamente la legna prima di innalzare la sua preghiera e attendere la possente risposta di Dio: il fuoco consumò l’olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l’acqua del canaletto. Il vangelo offre invece a noi una parabola, più che una storiella, che ha il sapore amaro e drammatico dell’ingratitudine, dell’avidità, della violenza, dell’ingiustizia tanto da essere solitamente intitolata la parabola dei vignaioli omicidi. A loro viene affidato un terreno, dove è stata piantata una vigna protetta da una siepe e da una torre, servita dal torchio, ma la brama di diventare proprietari e non semplicemente custodi, porta prima a fare due volte violenza ai servi inviati e poi ancora addirittura al figlio del proprietario della vigna. A noi, come agli ascoltatori di quel giorno, viene affidata una domanda: Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini? La risposta data a Gesù forse è anche la nostra: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». Perché è facile per tutti riconoscere l’ingratitudine e l’avidità quando è nel cuore degli altri.È facile per tutti riconoscere l’ingiustizia e la prepotenza quando è nei gesti degli altri. Giusto rivolgersi ad altri e togliere fiducia a coloro a cui erano già state date tre occasioni. Giusto allora punire anche severamente. Giusto togliere quanto non è stato apprezzato e custodito.Ma la parabola non ci chiede semplicemente di giudicare i suoi protagonisti, ma di lasciarci provocare in prima persona e di fermarci con umiltà e sincerità a domandarci se in qualche modo il nostro cuore abbia qualcosa in comune con quei vignaioli malvagi. Chiederci, dopo aver ascoltato questa parabola, che come è accaduto ai capi dei sacerdoti e ai farisei possiamo dire: capiamo che parla di noi. Parla del nostro sentirci proprietari possessivi e gelosi della nostra vita, del nostro tempo, delle nostre scelte, della nostra libertà. Parla della nostra ingratitudine, della nostra incoerenza e della nostra incostanza. Parla dei nostri tradimenti e delle nostre infedeltà, dei nostri rifiuti e delle nostre dimenticanze, delle nostre freddezze e delle nostre resistenze. Ci ripropone la stessa domanda che Elia rivolgeva a tutto il popolo accorso per assistere alla sfida da lui proposta: «Fino a quando salterete da una parte all’altra? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!» Ma ancora di più questa parabola ci parla delle premure e della fedeltà di Dio descritto come un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Viene descritto come un uomo che, con perseveranza e pazienza, manda servi e poi altri ancora più numerosi e infine anche il proprio figlio, per far ragionare i vignaioli e convincerli a fare ciò che è giusto. È un Dio fremente di passione per l’uomo che ci viene consegnato dalle scritture, non un Dio asettico chiuso dentro la sua indifferenza e lontananza; un Dio che ascolta la preghiera di Elia e la esaudisce. Una preghiera che non chiedeva esplicitamente il fuoco, ma domandava che oggi si sappia che tu sei Dio in Israele… Rispondimi, Signore, rispondimi, e questo popolo sappia che tu, o Signore, sei Dio e che converti il loro cuore! Ci racconta la stessa cosa Paolo che con cuore appassionato e convinto oggi ci dice: Dio ha forse ripudiato il suo popolo? Impossibile!  Fino a quando daremo retta alla nostra incostanza e alla nostra pigrizia? Fino a quando ci accontenteremo della nostra stanca e fiacca preghiera? Fino a quando chiuderemo un occhio di fronte alle nostre infedeltà e al nostro peccato quando di fronte a noi c’è un Dio così appassionato e amorevole, fedele e benevolo? Elia invita a fare una scelta: “Fino a quando salterete da una parte all’altra? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!”.

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X dopo Pentecoste

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Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Ha ancora qualcosa da dirci la storia antica del popolo di Israele? Chiediamolo alla prima lettura. Nel primo libro della Cronache così viene raccontato a proposito di re Davide: Una volta stabilitosi in casa, Davide disse al profeta Natan: «Ecco, io abito una casa di cedro mentre l’arca dell’alleanza del Signore sta sotto una tenda».  Natan rispose a Davide: «Fa’ quanto desideri in cuor tuo, perché Dio è con te». Ma di lì a poco il Signore manda a dire a Davide proprio attraverso il profeta Natan: Tu non mi costruirai la casa per la mia dimora. Difatti io non ho mai abitato in una casa da quando feci uscire Israele dall’Egitto fino ad oggi.
Ma il desiderio di Davide di costruire quella casa al Signore non si spense mai e fu lui, così racconta la storia di Israele, a cominciare ad accumulare il materiale necessario per quella costruzione che solo dopo molti anni Salomone portò a compimento; sette anni di duro e attento lavoro per la costruzione di una casa dove il Signore potesse abitare in mezzo al suo popolo, così come era stato nei desideri di suo padre, il re Davide.
Una costruzione magnifica, stando alla descrizione dei libri sacri, per la quale non si era certo andati al risparmio, ricorrendo ai migliori artigiani del tempo per costruirlo ed arricchirlo nel migliore dei modi.
Oggi ci viene fatto ascoltare il racconto di quella che possiamo immaginare come l’inaugurazione del tempio stesso, il momento in cui viene portato dentro il Tempio l’Arca dell’Alleanza che custodiva le tavole di pietra che Mosè aveva riportato dal monte Oreb: “In quei giorni. Fu terminato tutto il lavoro che il re Salomone aveva fatto per il tempio del Signore. Salomone fece portare le offerte consacrate da Davide, suo padre, cioè l’argento, l’oro e gli utensili; le depositò nei tesori del tempio del Signore.”
Ed è curioso notare due particolari di questo racconto che possono aprirci alla meditazione della Parola di oggi: Nell’arca non c’era nulla se non le due tavole di pietra, che vi aveva deposto Mosè sull’Oreb, dove il Signore aveva concluso l’alleanza con gli Israeliti quando uscirono dalla terra d’Egitto.
Tutto l’oro, l’argento e gli utensili che avevano portato con sè, perfino pecore e giovenchi, che non si potevano contare né si potevano calcolare per la quantità, utilizzati per il sacrificio e la festa, appaiono come insignificanti e perfino superflui, forse addirittura pericolosi perché capaci di distrarre e di far cadere nella tentazione di pensare che sia Dio ad aver bisogno di noi, delle nostre opere, delle nostre preghiere, dei nostri doni e sacrifici.  Nel tempio non c’era nulla di più prezioso di quelle tavole di pietra che rappresentavano e raccontavano l’alleanza che Dio stesso aveva voluto stabilire con il popolo di Israele. Nulla doveva attirare l’attenzione, meritare il rispetto e suscitare la venerazione e la preghiera del credente se non quelle tavole che Dio stesso aveva per così dire tagliato e scolpito con le parole e i 10 comandi su cui si fonda l’alleanza.
Siamo forse aiutati a ricordare quello che già ai tempi di Gesù, come ascoltiamo nel Vangelo, era stato dimenticato: «Sta scritto: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera”. Voi invece ne fate un covo di ladri».
Il tempio in cui Gesù è entrato non era lo stesso di cui ci parla la prima lettura perché era stato distrutto dai Babilonesi, poi ricostruito più modesto e poi ancora ristrutturato da Erode con più splendore.
Ma questo ci ricorda che non sono le mura a rassicurarci sulla presenza e vicinanza di Dio, ma, la volontà stessa di Dio di considerarci sue creature predilette, ci ricorda che non abbiamo bisogno di comprare i suoi favori, ma semplicemente di riconoscerli e accoglierli.
E il secondo particolare è questo: Le stanghe sporgevano e le punte delle stanghe si vedevano dal Santo di fronte al sacrario, ma non si vedevano di fuori. Vi sono ancora oggi.
Attraverso degli anelli, l’Arca era sospesa a quelle stanghe che servivano per il suo trasporto, ma che curiosamente dovevano stare sempre infilate anche dopo la sua stabile collocazione. Quelle stanghe sporgevano: difficile pensare che sia stato uno sbaglio vista la cura messa in ogni dettaglio. Più facile pensare che quell’Arca non poteva rimanere chiusa dentro il Tempio, quasi confinata lontano dai luoghi ove accade la vita degli uomini, dove ci è necessaria la vicinanza con Dio e dove ci occorre il suo aiuto e la sua grazie, dove ci è utile che ci parli e ci guidi.
Quelle stanghe così lunghe, apparentemente così inutili, ma sempre pronte all’uso, ci aiutino a potare sempre con noi nel cuore l’alleanza con Dio.
Quelle stanghe ci ricordano che Dio non sta in una cassa ricoperta d’oro e immobile, chiusa dentro quattro mura magnifiche che separano, ma vuole muoversi con noi, accompagnarci, seguirci.
Sono la testimonianza di un Dio del cammino che cammina con il suo popolo, che non vuole essere rinchiuso in un tempio e non vuole che ci chiudiamo in noi stessi.
Ci aiutino a fare memoria e a vivere le parole che san Paolo ci ha ricordato Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente, come Dio stesso ha detto: «Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo.
Ci aiutino a tornare a casa, non soddisfatti dal compimento di un semplice dovere, ma dall’aver incontrato il Signore, non dall’avergli semplicemente portato in offerta e in sacrificio un po’ del nostro tempo, ma dell’aver di nuovo respirato la sua presenza e aver ricevuto da Lui la consolazione e la forza del cuore per vivere nella fede, nella speranza e nella carità i nostri giorni fedeli alla legge di Dio che è il comando dell’amore.
Siamo noi ad aver bisogno di Dio, del suo agire, del suo sguardo, della sua Parola, dei suoi doni.

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IX dopo Pentecote

IMG_3434Parrocchia S. Agata – Monticello Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Un bravo alunno quando non capisce, domanda e proprio domandando alimenta il desiderio di sapere, di capire, di scoprire, di andare oltre la superficie delle cose.
Ma anche un bravo maestro quando vuole far capire, domanda e fa nascere la consapevolezza che c’è ancora da capire, che ancora c’è da imparare, cercare e, attraverso la domanda, rende protagonisti di nuove scoperte, di nuove conoscenze.
Leggendo il vangelo non possiamo che confermare che domandare è un’arte più da maestri che da discepoli.
Scorrendo il passo di vangelo che oggi ci è donato dalla liturgia domenicale non ci è difficile scorgere in mezzo ad alcune affermazioni perentorie di Gesù – Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà – proprio due domande che credo meritevoli della nostra attenzione e quindi di una nostra personale riflessione: “quale vantaggio c’è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita? Che cosa potrebbe dare un uomo in cambio della propria vita? “.
Due domande che certo possono essere definite retoriche, ovvero domande che contengono già la risposta, domande che non attendono una risposta, in quanto la risposta risulta fin da subito scontata: non c’è nessuno vantaggio a guadagnare il mondo intero se poi subito si muore, si perde la vita; non c’è nulla che possiamo dare in cambio della nostra vita che ciascuno di noi ha semplicemente ricevuto in dono e che non può né pagare né ricomprare.
È interessante notare che il vangelo di domenica scorsa ci ha consegnato parole dette ai soli discepoli, dopo l’imbarazzante richiesta di Giacomo e Giovanni di poter sedere a destra e a sinistra, nella gloria, di Gesù: chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti.
Le parole che abbiamo ascoltato oggi da Gesù sono rivolte a tutti: convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro; e vogliono raggiungere noi con la stessa forza e la stessa capacità di provocare come domande che interpellano credenti e non credenti.  Gli uni e gli altri dovrebbero sentire che, pur a fronte della apparente banalità e della prevedibile e ovvia risposta, le parole di Gesù costringono ad una più scomoda e meno scontata domanda: per cosa ci stiamo impegnando? quale traguardo desideriamo raggiungere? cosa abbiamo a cuore di guadagnare? che senso ha il nostro faticare?
Se ci venisse chiesto “di cosa vivi?” come risponderemmo? del mio lavoro? dello stipendio? di pensione? dei risparmi? Non sarebbe più bello saper rispondere: vivo dei miei sogni, dei miei desideri, dell’amore delle persone che mi circondano, delle mie passioni…
Quale vantaggio c’è? Proviamo qualche volta a domandarcelo. A domandarci se anche nel nostro cuore non si è fatto largo il desiderio in qualche modo di guadagnare il mondo intero.
Queste parole di Gesù non possono non interrogarci. Non sono domande che vogliono giudicare, non sono domande che mirano a deridere il tanto nostro affannarci, non sono domande moralistiche che vogliono farci vergognare o umiliare.
Certo ascoltare le condizioni poste al discepolo che vuole andare dietro a Gesù spaventa, suonano male:
rinnegare se stessi; prendere la croce; perdere la vita come condizione per trovarla.
Sembrano indicare una strada fatta solo di mortificazione, di rinuncia, di sacrifici, di penitenza e privazioni, una vita dove sembra non esserci spazio per la gioia e la contentezza, per qualche soddisfazione, gratificazione e per il piacere. Il Signore non ci sta negando la gioia, ma ci sta indicando la sua strada per raggiungerla, certo strada diversa da quella suggerita dal mondo.
Se il chicco di grano difendesse il suo essere chicco di grano, la sua forma, la sua individualità, senza rinunciare a tutto questo, temendo di essere sepolto nella terra, di rompersi per diventare prima germoglio e poi spiga e quindi ancora chicco, nessuno di noi mangerebbe il pane.
Se la mamma temesse così tanto i dolori del parto e decidesse per questo di non rimanere aperta alla vita, nessuno di noi sarebbe probabilmente qui.
La vita ci è data perché a nostra volta la possiamo donare e donandola ne possiamo sentire tutto il sapore, gustare la sua bellezza, partecipare della sua pienezza. Nessuno di noi può guadagnare il mondo intero. Quello è semplicemente di Dio. Soprattutto niente e nessuno ci potrà mai restituire il tempo e le energie impiegate, muovendo e puntando la nostra vita sul verbo avere piuttosto che sul verbo essere.
Mi stupisce sempre come tra le frasi famose che credo si ricordano e si citano ci sia quella del piccolo Principe che dice: l’essenziale è invisibile agli occhi. Pensate a quanta fatica poi facciamo ad essere contenti dell’essenziale, continuamente alla ricerca di altro e di come forse non sappiamo neppure più dire cosa sia essenziale; pensate ancora a quanta attenzione diamo alle cose visibili e alla visibilità, all’apparenza, alla forma. Quale vantaggio c’è? Di cosa vivi?
Non vale proprio la pena guadagnare il mondo intero se nel frattempo perdiamo la vita.

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VIII dopo Pentecoste

8domenica21Parrocchia S. Agata – Monticello
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Per comprendere il significato, la portata e insieme anche il peso delle parole con cui Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, chiamati anche Figli del tuono, si rivolgono a Gesù, è importante tornare ai versetti precedenti del vangelo di Marco; tornare a quei versetti centrali del capitolo 10 del suo vangelo in cui riporta il terzo annuncio che Gesù stesso fa ai suoi discepoli.
È un annuncio dettagliato, descritto molto più precisamente di quanto non lo fossero i primi due che ritrovate al capitolo 8 e 9: Prendendo di nuovo in disparte i Dodici, cominciò a dir loro quello che gli sarebbe accaduto: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; ma dopo tre giorni risusciterà».
Verrebbe da pensare a dei discepoli come sbigottiti davanti a queste drammatiche parole, discepoli che ammutoliscono sgomenti e rattristati, discepoli che si avvicinano a Gesù per dare conforto e sostegno.
Invece, proprio dopo aver ascoltato queste drammatiche parole, i due fratelli si avvicinano a Gesù dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo»;
E a Gesù che domanda loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?» essi rispondono decisi e sicuri: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Ora che abbiamo chiara la scena e il contesto credo che possa venire spontaneo e naturale immaginarci Gesù rispondere in maniera anche decisa più o meno in questo modo: “ma avete capito quello che vi ho detto? Vi ho detto che a Gerusalemme sarò condannato a morte. Mi consegneranno ai pagani, me ne faranno di tutti i colori fino ad uccidermi e voi vi state preoccupando di chiedermi di assicurarvi di poter sedere nel posto alla destra e alla mia sinistra?”
Ora che abbiamo chiara la scena e il contesto possiamo invece ammirare la pazienza di Gesù che con i due fratelli prova a spiegarsi meglio, senza rimanerci male e senza farli rimanere male.
Sono due dei primissimi che Gesù ha incontrato e ha chiamato a seguirlo; hanno già fatto parecchia strada con Lui, lo hanno ascoltato predicare, lo hanno visto fare miracoli, ma ancora non capiscono!
Credo che possiamo anche ammirare la pazienza di Gesù nei confronti degli altri discepoli che, ascoltato questo scambio di parole, cominciano ad indignarsi, non per la vergognosa richiesta, ma per il timore di vedersi sorpassare nella corsa ai posti di potere e di privilegio. Anche tra loro e Gesù sembra esserci ancora una notevole distanza.
Ancora più semplicemente, ammirando la pazienza di Gesù, credo che possiamo evitare di indignarci per quella corsa ai primi posti che nella storia degli uomini, e in ogni parte del mondo, è ancora in atto e forse ci vede anche protagonisti o che, come Giacomo e Giovanni pretendono e chiedono per sé quei posti, o come gli altri discepoli che sono ancora intenti ad arrabbiarsi con chi in quella corsa ci sta sorpassando, facendoci sentire esclusi e vittime della prepotenza, della mancanza di scrupoli, della scorrettezza altrui.
A noi, come ai discepoli di allora, Gesù sta dicendo con pazienza e calma: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono.”
Voi sapete come gira il mondo, basta guardare e osservare: a volte si ha l’impressione di essere solo parte di un ingranaggio e di un meccanismo più grande di noi, che se ne approfitta di tutto e di tutti, che fa del profitto la sola ragione che muove le scelte, le azioni, i pensieri. Ci fa sentire dalla parte degli sconfitti e dei perdenti…
Voi sapete come gira il mondo, ma non adeguatevi: Tra voi però non è così;
Non si dice: tra voi non sia così! Non è un augurio e neppur un comando: è una condizione dell’essere discepoli e dell’essere cristiani. Non può essere che così. Non è raggiungendo quei primi posti che troveremo la felicità e la pienezza che cerchiamo, ma solo praticando il dono di noi stessi: chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti.
Se il mondo si serve degli altri per i propri fini e i propri traguardi, per la propria gloria e il proprio successo, voi servite gli altri, ovvero amateli perché quello è il significato del servire.
Noi siamo fatti per l’infinito e mai nulla di finito ci potrà saziare e accontentare, ovvero permettere di essere contenti. Una volta raggiunto il posto alla destra e alla sinistra della gloria di Dio, conviene ricordare che arriverà poi presto il desiderio di conquistare il posto al centro e prendere quello di Dio. Il vangelo non vieta di desiderare di essere il più grande, non vieta di essere i primi. Vogliamo quel posto? Vogliamo essere davvero come Dio e sentirci i più grandi? Non ci è nascosta la strada per diventarlo: chiunque vorrà essere grande fra voi, sarà vostro servitore; e chiunque, tra di voi, vorrà essere primo sarà servo di tutti.  Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti».

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VII dopo Pentecoste

7 domenicaParrocchia S. Agata – Monticello
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Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?  Per noi e contro di noi. È facile cadere nel tranello di dividere il mondo in amici e nemici, senza considerare le infinite sfumature che stanno in mezzo a questi due concetti.
L’amico è colui con cui andiamo d’accordo, colui che condivide con noi pensieri, interessi, gusti, passioni. È colui che ha meritato la nostra fiducia e facilmente colui che ci ritiene meritevoli di fiducia. In buona sostanza, è colui a cui vogliamo bene e da cui ci sentiamo voluti bene.
Diversamente il nemico è colui di cui non ci fidiamo, uno con cui sentiamo di avere divergenze e contrasti, uno che ci ha fatto del male o che in passato ha tradito la nostra fiducia; uno che ci ha ostacolato o che magari semplicemente non la pensa come noi o ha interessi e progetti diversi dai nostri.
La stessa Scrittura non esita a raccontare storie di amici e nemici.  Lo fa a volte in maniera così violenta che ne possiamo rimanere scandalizzati. Faccio solo un esempio preso dal Vangelo che riguarda i discepoli stessi di Gesù quando in cammino verso Gerusalemme, di fronte alla mancata accoglienza in un villaggio di samaritani, si rivolgono a Gesù dicendo: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?».  Per noi e contro di noi.
La stessa prima lettura ci introduce dentro una storia di amici e nemici in cui perfino Dio sembra scendere in campo schierandosi a favore di Israele e contro gli Amorrei e tutti i loro alleati.
Ma è la vita stessa che ci fa respirare facilmente un’aria che non sempre sa di pace e sembra costringerci a volte in un destino di contrapposizione continua.
Nello sport, nella politica, sul lavoro, nel condominio, tra frazioni, tra regioni, tra nazioni… e non dimentico che la stessa cosa accade tra parrocchie e tra parrocchiani, tra preti, tra chi preferisce papa Francesco e chi lo detesta. Tra giovani e adulti, tra ricchi e poveri, tra uomini e donne, tra chi ama il rock e chi la musica classica, perché tutto può diventare terreno di scontro, dentro logiche che affaticano il vivere comune.
Ma non è certo dentro questa logica di contrapposizione che possiamo e dobbiamo ascoltare le parole di san Paolo quando scrive agli amici della città di Roma: se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?
Non è certo dentro una logica di contrapposizione che possiamo comprendere Gesù che dice: nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!
Non è certo ad una logica di amici e nemici che possiamo intendere il racconto del libro di Giosuè.
Il testo dà voce, nel linguaggio e secondo il modo di pensare del tempo, alla profonda fiducia in un Dio che non abbandona, che non dimentica, che interviene.  La vittoria sui nemici non arriva per la spada degli uomini, ma per l’intervento diretto di Dio che rispondendo alla richiesta di aiuto di Giosuè fa una promessa ben precisa: “Non aver paura di loro, perché li consegno in mano tua!” e che qui viene descritto come capace di usare della grandine, del sole e della luna: morirono per le pietre della grandine più di quanti ne avessero uccisi gli Israeliti con la spada. Quando il Signore consegnò gli Amorrei in mano agli Israeliti.
Il racconto dà voce al convincimento che anche nelle imprese che ci vedono vincitori sia necessario saper riconoscere l’iniziativa di Dio. Il salmo oggi ci ricorda: c’è Chi fa affidamento sui carri, chi sui cavalli: noi invochiamo il nome del Signore, nostro Dio. Quelli si piegano e cadono, ma noi restiamo in piedi e siamo saldi.
È da questa fiducia nella protezione del Signore che nasce il coraggio di Giosuè e di tutto il suo popolo: non avere paura, non perché sei forte e invincibile, non perché gli avversari sono poco numerosi o deboli, ma perché io li consegno in mano tua, perché io sono con te. Invoca il nome del Signore! Da’ una mano ai tuoi servi! Vieni presto da noi a salvarci e aiutaci.
Nella vita i nemici, dice san Paolo, sono tanti: è il male, che in maniera misteriosa si aggira e a volte accerchia gli uomini e la loro storia, sono la malattia e le prove. San Paolo lo chiama: tribolazione, angoscia, persecuzione, fame, nudità, pericolo, spada, ma ci ricorda anche: in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati.
Insistendo, aggiunge: Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Ma Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore.
La stessa cosa la troviamo nelle parole di Gesù: “nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!” Non dimentichiamo che la vittoria di Cristo consiste nella sua morte in croce e nella sua Resurrezione, in questo suo offrire in risposta al male che gli veniva fatto un amore ancora più grande coerente in quell’insegnamento offerto ai suoi discepoli di non sprecare tempo a cercare i nemici e ad affilare contro loro le armi, perché sia ad amici che a nemici quello che va offerto è semplicemente un amore ancora più grande. ”Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male”
Se anche qualcuno è contro di noi, Dio che ha vinto il mondo in Gesù è con noi e noi con lui, possiamo permetterci di rispondere con amore ad ogni situazione della vita.

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VI dopo Pentecoste

domenica 4Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

“Quando arriva l’estate tutti bramiamo il riposo come un corridore al traguardo. Lavoriamo per riposare e riposiamo per tornare al lavoro: questa ruota da criceto non mi ha mai convinto. È possibile spezzare il circolo vizioso della odierna società della stanchezza? E riuscire a riposare sempre, anche quando lavoriamo?” comincia così l’articolo dello scrittore d’Avenia sul Corriere di lunedì 28 giugno.
Siamo tutti portati a pensare che quando si è stanchi, il rimedio migliore sia un po’ di riposo e che il miglior riposo sia una bella dormita o una bella vacanza. Ma il Vangelo di oggi, se letto con attenzione, invita tutti coloro che sono stanchi e oppressi ad avvicinarsi a Gesù perché lui dia ristoro: Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.
Ora potremmo anche pensare che riposo e ristoro siano in fondo due sinonimi, ma potremmo anche cominciare a considerare che non sempre la stanchezza si può risolvere solo con una buona dormita o una vacanza.
Fermandoci con più pazienza su questo passo del vangelo, potremmo anche trovare il coraggio di domandarci perché diciamo spesso di essere così stanchi; domandarci se la stanchezza che avvertiamo è davvero attribuibile solo ad un eccessivo carico di impegni, di responsabilità, di preoccupazioni e di lavoro o se non sia dovuto al fatto che ci manca o ci sfugge il senso di quello che stiamo facendo e per cui ci impegniamo o ancora al fatto che ci accontentiamo di un riposo inteso come interruzione dell’agire, ma che non abbiamo niente e nessuno che ci ristori.
Abbiamo sperimentato tutti come i mesi in cui siamo stati obbligati a rimanere in casa, obbligati a non andare a lavorare, a non andare a scuola, praticamente obbligati a non far nulla o il meno possibile, non siano stati esattamente una situazione favorevole al riposo, ma come abbiano piuttosto generato in noi molta irrequietezza e nervosismo.
Allora si fa interessante e feconda la promessa di Gesù di dare a tutti coloro che sono nella stanchezza e nell’oppressione il ristoro necessario per quelle situazioni, senza dimenticare l’imperativo che sostiene e rende possibile questa promessa: venite a me.
Forse questo vangelo ci invita a prendere atto che alle nostre stanchezze, ai nostri affanni, alle nostre oppressioni, non basta un buon riposo, non basta una buona vacanza, non basta prendersi una pausa dalle nostre occupazioni quotidiane, se non sappiamo trovare un altro modo di stare dentro i nostri giorni, se non siamo capaci di cercare non solo un buon riposo, ma un buon ristoro, così come promette Gesù.
Il ristoro è ciò che ci nutre e ci sostiene nelle nostre fatiche. Il riposo non può imporre una pausa, semplicemente una tregua alle nostre fatiche.
Riposante è anche lavorare sodo per qualcosa in cui credi, qualcosa per cui ti sei appassionato, che ti porta a contatto con le cose vere della vita e non con le false illusioni del mondo.
Lavorare molto per arricchirsi, per fare semplicemente carriere, per il successo, non ha certo a che fare con quel suo giogo leggero che il Signore, mite e umile di cuore, ci invita a prendere su di noi.
La nostra stanchezza è facilmente causata dall’aver posto fiducia in cose che non sono l’essenziale, nel rincorrere cose che non hanno senso molto profondo e che ci fanno vivere costantemente alla superficie della vita; nel desiderare cose che sono effimere e che una volta raggiunte e conquistate ti costringono di nuovo a rimetterti in corso verso altri traguardi altrettanto ingannevoli, distaccandoci nel mentre da ciò che fa realmente buona la vita, allontanandoci dagli affetti più cari, tenendoci lontani da casa.
Ci prendiamo così tanto sul serio che siamo sempre troppo occupati con noi stessi e di noi stessi per poter davvero riposare. Siamo irrequieti, sempre indaffarati. Sentiamo di non aver fatto mai abbastanza. Arriviamo a sera così stanchi che a volte è perfino difficile addormentarsi perché la testa ancora è occupata e assediata.
Oggi il Vangelo ci propone di stare davanti ad un Dio che ci dice: lascia che mi occupi io di te. Smettila di occuparti da solo di te stesso, di tutti e di tutto. Lascia che provveda io: viene a me!
Abbiamo bisogno di rallentare perché nel nostro continuo correre abbiamo lasciato indietro il nostro io e inevitabilmente ci sentiamo sempre fuori posto e affaticati.
Abbiamo bisogno di fermarci per aspettarlo quel nostro prezioso io e ri-posare che, come scrive d’Avenia, significa proprio riporre di nuovo l’io dentro noi stessi. “Si riposa non cessando di fare, ma cessando di fuggire da sé e smettendo di proiettarsi in vite che non sono la nostra. Agostino avrebbe detto che il cuore dell’uomo è inquieto finché non «riposa» in Dio. Per riposare non basta quindi ritirarsi dall’ordinaria fatica, ma bisogna indirizzare la scelta verso l’infinito.”.
Custodisco caro un passaggio del diario di Hetty Hillesum che mi aiuta sempre a cercare non solo riposo, ma soprattutto il ristoro. Il primo è del 17 giugno del 1942, quando a 28 anni scrive: Occorre lasciar andare la presa nervosa sulla giornata. Penso che molti si tengano stretto anche di notte un pezzo della giornata, in artigli  avidi/famelici. E che ogni sera debba esserci un gesto di docilità e distensione: lasciar andare il giorno, con tutto ciò che c’era dentro. E darsi pace proprio con tutto ciò che durante il giorno non si è riusciti a portare a buon fine, sapendo che viene ancora un giorno. Si dovrebbe, per modo di dire, ritrovarsi distesi nella notte con mani vuote, aperte, dalle quali volentieri si sia lasciato il giorno scivolare via. Solo dopo si può veramente riposarsi. E in quelle mani riposate e vuote, che nulla hanno voluto trattenere e nelle quali non c’è più alcuna bramosia, si accoglie, al risveglio, un nuovo giorno.
Bisogna avere il coraggio di dare seguito a quell’invito: venite a me. Il Signore vi doni il ristoro di cui avete bisogno.

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V dopo Pentecoste

domenica 27Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Camminate mentre avete la luce… credete nella luce… per diventare figli della luce. Camminate, credete, diventate: tre verbi, tre azioni che ci invitano ad avere a che fare con Dio nella stessa maniera che le cose hanno a che fare con la luce.
Se le cose non sono illuminate e rimangono nel buio, non le distingui le une dalle altre, non ne noti il colore, non ne percepisci la forma, non ne cogli neppure la grandezza.
E mi piace pensare che in fondo sia così anche per noi se non siamo illuminati da Dio: rimaniamo anonimi, senza forma, senza colore, senza identità.
Allora camminate nella luce, credete nella luce e diventate così figli della luce.
Definire la luce non è così semplice. La fisica la definisce una radiazione elettromagnetica, qualcosa di cui non possiamo fare esperienza concreta, che non possiamo toccare, manipolare.
Facciamo esperienza della luce come di quella condizione, opposta al buio, in cui ci è possibile distinguere ciò che ci sta intorno, quella situazione nella quale noi possiamo vedere ed essere visti, distinguere le forme, riconoscere i colori.
È la luce che fa nascere i colori; è inseguendo la luce che le piante crescono, uscendo dal buio della terra e trovando nella luce l’energia che trasforma in nutrimento l’acqua e la terra.
Non accontentatevi di una vita al buio o anche solo nella penombra, dove a volte ci torna comodo sottrarci alla vista e nasconderci, dove alla fine riusciamo a muoverci e a maneggiare le nostre cose, le situazioni, le nostre relazioni, perché nella ripetizione, le abbiamo imparate a memoria, ci muoviamo per abitudine e anche senza guardar bene ci destreggiamo in qualche maniera, non riusciamo neppure a scorgerne e a sognarne altre.  O forse siamo semplicemente seduti sulla nostra paura a incamminarci verso quello spiraglio di luce che pure intravediamo.
La vita di Abramo, di cui ci parla la prima lettura, credo possiamo immaginarla proprio così: ha moglie, i suoi beni, il suo clan organizzato, il suo lavoro, la sua casa, la sua bella età. Non gli manca nulla.
Eppure quando il Signore arriva con la sua proposta che è poco più di un puntino luminoso nella penombra della sua vita, si incammina.
Crede nella promessa del Signore. Si fida dell’invito: cammina davanti a me e sii integro.
Assomiglia ad un cammino al buio, ma è il cammino verso la luce al quale siamo invitati anche noi.
Avere la fede e non lasciare che illumini la nostra vita, che indichi una direzione, che ci incoraggi a camminare, che dia colore e calore, non serve a molto. È come avere un bellissimo lampadario e tenerlo sempre spento.
A volte l’impressione è che la nostra fede, anche la mia fede, sia proprio così.
Spenta. Perfettamente funzionante, o meglio in grado di funzionare, capace di fare bella mostra di sé, ma incapace di illuminare o di farlo a sufficienza per il nostro vivere.
Intendo dire incapace di essere sostegno alla nostra vita, incapace di guidarci nella lettura del mondo che abitiamo. Incapace di farci andare oltre quei piccoli ragionamenti fatti di tanto buon senso, ma anche pieni di tanti luoghi comuni e soprattutto, spesso, di tanta paura e di spirito di conservazione.
Ci accontentiamo di una buona religiosità senza che questa abbia la fede come anima.
La religiosità può anche essere vuota, non chiede sempre il cuore, a volte è mossa dal timore più che dall’amore, mossa a volte dall’interesse che dalla gratuità.
L’impressione è che a volte anche le nostre messe e le nostre preghiere assomiglino ad una stanza in penombra: che Dio ci sia o non ci sia, non sempre ha importanza.
Pensate a come ci muoviamo agevolmente dentro le nostre chiese, dentro le nostre preghiere, dentro i nostri rosari; leggiamo, ascoltiamo, stiamo con naturalezza dentro la messa perché conosciamo a memoria le risposte, quando alzarci, quando sederci ma… non sempre quella luce ci raggiunge.
La nostra religiosità, quel sentimento che un Dio ci deve pur essere, non si trasforma sempre in spiritualità, ovvero la consapevolezza che quel Dio ha un nome e mi ama.
Non plasma il nostro modo di pensare, di amare, di sperare, di lavorare, di stare in mezzo agli altri.
Alla religiosità bastano le parole, ad una vera spiritualità interessano anche i fatti.
Spiritualità significa lasciarsi abitare dallo Spirito, lasciarsi chiamare e guidare a una conversione reale al Vangelo di Cristo evidenziato da uno stile di vita completamente rinnovato.
La nostra religiosità, a volte, è vuota: manca proprio il Dio di Gesù, il Dio del Vangelo.
Scriveva il Cardinal Martini: La semplicità della fede illumina tutta la vita e ci fa accettare con docilità le grandi cose di Dio. La fede nasce dall’amore, è la nuova capacità di sguardo che viene dal sentirsi molto amati da Dio. Se non è questo la nostra fede, cos’è?
Camminate mentre avete la luce… credete nella luce…  per diventare figli della luce

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Festa Parrocchiale del Sacro Cuore

chiesa torrevilla 1Parrocchia di Torrevilla Santa Maria della Purificazione

27-28 GIUGNO 2021  Festa Patronale

DOMENICA 27 giugno
9.30 S. MESSA SOLENNE nella chiesa di Torrevilla presieduta da don Marco
PRANZO SOLO DA ASPORTO RITIRO ORDINI A PARTIRE DALLE ORE 12.00

PRENOTAZIONI ENTRO VENERDÌ 25 GIUGNO
• telefonando a Pinuccia al numero 3348381521
• compilando l’apposito modulo https://form.jotform.com/211455168420046

LUNEDI’ 28 giugno
20.30 S. MESSA al cimitero in suffragio
dalle 12.00
Scarica la locandina

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