IX dopo Pentecote

IMG_3434Parrocchia S. Agata – Monticello Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Un bravo alunno quando non capisce, domanda e proprio domandando alimenta il desiderio di sapere, di capire, di scoprire, di andare oltre la superficie delle cose.
Ma anche un bravo maestro quando vuole far capire, domanda e fa nascere la consapevolezza che c’è ancora da capire, che ancora c’è da imparare, cercare e, attraverso la domanda, rende protagonisti di nuove scoperte, di nuove conoscenze.
Leggendo il vangelo non possiamo che confermare che domandare è un’arte più da maestri che da discepoli.
Scorrendo il passo di vangelo che oggi ci è donato dalla liturgia domenicale non ci è difficile scorgere in mezzo ad alcune affermazioni perentorie di Gesù – Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà – proprio due domande che credo meritevoli della nostra attenzione e quindi di una nostra personale riflessione: “quale vantaggio c’è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita? Che cosa potrebbe dare un uomo in cambio della propria vita? “.
Due domande che certo possono essere definite retoriche, ovvero domande che contengono già la risposta, domande che non attendono una risposta, in quanto la risposta risulta fin da subito scontata: non c’è nessuno vantaggio a guadagnare il mondo intero se poi subito si muore, si perde la vita; non c’è nulla che possiamo dare in cambio della nostra vita che ciascuno di noi ha semplicemente ricevuto in dono e che non può né pagare né ricomprare.
È interessante notare che il vangelo di domenica scorsa ci ha consegnato parole dette ai soli discepoli, dopo l’imbarazzante richiesta di Giacomo e Giovanni di poter sedere a destra e a sinistra, nella gloria, di Gesù: chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti.
Le parole che abbiamo ascoltato oggi da Gesù sono rivolte a tutti: convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro; e vogliono raggiungere noi con la stessa forza e la stessa capacità di provocare come domande che interpellano credenti e non credenti.  Gli uni e gli altri dovrebbero sentire che, pur a fronte della apparente banalità e della prevedibile e ovvia risposta, le parole di Gesù costringono ad una più scomoda e meno scontata domanda: per cosa ci stiamo impegnando? quale traguardo desideriamo raggiungere? cosa abbiamo a cuore di guadagnare? che senso ha il nostro faticare?
Se ci venisse chiesto “di cosa vivi?” come risponderemmo? del mio lavoro? dello stipendio? di pensione? dei risparmi? Non sarebbe più bello saper rispondere: vivo dei miei sogni, dei miei desideri, dell’amore delle persone che mi circondano, delle mie passioni…
Quale vantaggio c’è? Proviamo qualche volta a domandarcelo. A domandarci se anche nel nostro cuore non si è fatto largo il desiderio in qualche modo di guadagnare il mondo intero.
Queste parole di Gesù non possono non interrogarci. Non sono domande che vogliono giudicare, non sono domande che mirano a deridere il tanto nostro affannarci, non sono domande moralistiche che vogliono farci vergognare o umiliare.
Certo ascoltare le condizioni poste al discepolo che vuole andare dietro a Gesù spaventa, suonano male:
rinnegare se stessi; prendere la croce; perdere la vita come condizione per trovarla.
Sembrano indicare una strada fatta solo di mortificazione, di rinuncia, di sacrifici, di penitenza e privazioni, una vita dove sembra non esserci spazio per la gioia e la contentezza, per qualche soddisfazione, gratificazione e per il piacere. Il Signore non ci sta negando la gioia, ma ci sta indicando la sua strada per raggiungerla, certo strada diversa da quella suggerita dal mondo.
Se il chicco di grano difendesse il suo essere chicco di grano, la sua forma, la sua individualità, senza rinunciare a tutto questo, temendo di essere sepolto nella terra, di rompersi per diventare prima germoglio e poi spiga e quindi ancora chicco, nessuno di noi mangerebbe il pane.
Se la mamma temesse così tanto i dolori del parto e decidesse per questo di non rimanere aperta alla vita, nessuno di noi sarebbe probabilmente qui.
La vita ci è data perché a nostra volta la possiamo donare e donandola ne possiamo sentire tutto il sapore, gustare la sua bellezza, partecipare della sua pienezza. Nessuno di noi può guadagnare il mondo intero. Quello è semplicemente di Dio. Soprattutto niente e nessuno ci potrà mai restituire il tempo e le energie impiegate, muovendo e puntando la nostra vita sul verbo avere piuttosto che sul verbo essere.
Mi stupisce sempre come tra le frasi famose che credo si ricordano e si citano ci sia quella del piccolo Principe che dice: l’essenziale è invisibile agli occhi. Pensate a quanta fatica poi facciamo ad essere contenti dell’essenziale, continuamente alla ricerca di altro e di come forse non sappiamo neppure più dire cosa sia essenziale; pensate ancora a quanta attenzione diamo alle cose visibili e alla visibilità, all’apparenza, alla forma. Quale vantaggio c’è? Di cosa vivi?
Non vale proprio la pena guadagnare il mondo intero se nel frattempo perdiamo la vita.

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