X dopo Pentecoste

IMG_3486Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Ha ancora qualcosa da dirci la storia antica del popolo di Israele? Chiediamolo alla prima lettura. Nel primo libro della Cronache così viene raccontato a proposito di re Davide: Una volta stabilitosi in casa, Davide disse al profeta Natan: «Ecco, io abito una casa di cedro mentre l’arca dell’alleanza del Signore sta sotto una tenda».  Natan rispose a Davide: «Fa’ quanto desideri in cuor tuo, perché Dio è con te». Ma di lì a poco il Signore manda a dire a Davide proprio attraverso il profeta Natan: Tu non mi costruirai la casa per la mia dimora. Difatti io non ho mai abitato in una casa da quando feci uscire Israele dall’Egitto fino ad oggi.
Ma il desiderio di Davide di costruire quella casa al Signore non si spense mai e fu lui, così racconta la storia di Israele, a cominciare ad accumulare il materiale necessario per quella costruzione che solo dopo molti anni Salomone portò a compimento; sette anni di duro e attento lavoro per la costruzione di una casa dove il Signore potesse abitare in mezzo al suo popolo, così come era stato nei desideri di suo padre, il re Davide.
Una costruzione magnifica, stando alla descrizione dei libri sacri, per la quale non si era certo andati al risparmio, ricorrendo ai migliori artigiani del tempo per costruirlo ed arricchirlo nel migliore dei modi.
Oggi ci viene fatto ascoltare il racconto di quella che possiamo immaginare come l’inaugurazione del tempio stesso, il momento in cui viene portato dentro il Tempio l’Arca dell’Alleanza che custodiva le tavole di pietra che Mosè aveva riportato dal monte Oreb: “In quei giorni. Fu terminato tutto il lavoro che il re Salomone aveva fatto per il tempio del Signore. Salomone fece portare le offerte consacrate da Davide, suo padre, cioè l’argento, l’oro e gli utensili; le depositò nei tesori del tempio del Signore.”
Ed è curioso notare due particolari di questo racconto che possono aprirci alla meditazione della Parola di oggi: Nell’arca non c’era nulla se non le due tavole di pietra, che vi aveva deposto Mosè sull’Oreb, dove il Signore aveva concluso l’alleanza con gli Israeliti quando uscirono dalla terra d’Egitto.
Tutto l’oro, l’argento e gli utensili che avevano portato con sè, perfino pecore e giovenchi, che non si potevano contare né si potevano calcolare per la quantità, utilizzati per il sacrificio e la festa, appaiono come insignificanti e perfino superflui, forse addirittura pericolosi perché capaci di distrarre e di far cadere nella tentazione di pensare che sia Dio ad aver bisogno di noi, delle nostre opere, delle nostre preghiere, dei nostri doni e sacrifici.  Nel tempio non c’era nulla di più prezioso di quelle tavole di pietra che rappresentavano e raccontavano l’alleanza che Dio stesso aveva voluto stabilire con il popolo di Israele. Nulla doveva attirare l’attenzione, meritare il rispetto e suscitare la venerazione e la preghiera del credente se non quelle tavole che Dio stesso aveva per così dire tagliato e scolpito con le parole e i 10 comandi su cui si fonda l’alleanza.
Siamo forse aiutati a ricordare quello che già ai tempi di Gesù, come ascoltiamo nel Vangelo, era stato dimenticato: «Sta scritto: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera”. Voi invece ne fate un covo di ladri».
Il tempio in cui Gesù è entrato non era lo stesso di cui ci parla la prima lettura perché era stato distrutto dai Babilonesi, poi ricostruito più modesto e poi ancora ristrutturato da Erode con più splendore.
Ma questo ci ricorda che non sono le mura a rassicurarci sulla presenza e vicinanza di Dio, ma, la volontà stessa di Dio di considerarci sue creature predilette, ci ricorda che non abbiamo bisogno di comprare i suoi favori, ma semplicemente di riconoscerli e accoglierli.
E il secondo particolare è questo: Le stanghe sporgevano e le punte delle stanghe si vedevano dal Santo di fronte al sacrario, ma non si vedevano di fuori. Vi sono ancora oggi.
Attraverso degli anelli, l’Arca era sospesa a quelle stanghe che servivano per il suo trasporto, ma che curiosamente dovevano stare sempre infilate anche dopo la sua stabile collocazione. Quelle stanghe sporgevano: difficile pensare che sia stato uno sbaglio vista la cura messa in ogni dettaglio. Più facile pensare che quell’Arca non poteva rimanere chiusa dentro il Tempio, quasi confinata lontano dai luoghi ove accade la vita degli uomini, dove ci è necessaria la vicinanza con Dio e dove ci occorre il suo aiuto e la sua grazie, dove ci è utile che ci parli e ci guidi.
Quelle stanghe così lunghe, apparentemente così inutili, ma sempre pronte all’uso, ci aiutino a potare sempre con noi nel cuore l’alleanza con Dio.
Quelle stanghe ci ricordano che Dio non sta in una cassa ricoperta d’oro e immobile, chiusa dentro quattro mura magnifiche che separano, ma vuole muoversi con noi, accompagnarci, seguirci.
Sono la testimonianza di un Dio del cammino che cammina con il suo popolo, che non vuole essere rinchiuso in un tempio e non vuole che ci chiudiamo in noi stessi.
Ci aiutino a fare memoria e a vivere le parole che san Paolo ci ha ricordato Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente, come Dio stesso ha detto: «Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo.
Ci aiutino a tornare a casa, non soddisfatti dal compimento di un semplice dovere, ma dall’aver incontrato il Signore, non dall’avergli semplicemente portato in offerta e in sacrificio un po’ del nostro tempo, ma dell’aver di nuovo respirato la sua presenza e aver ricevuto da Lui la consolazione e la forza del cuore per vivere nella fede, nella speranza e nella carità i nostri giorni fedeli alla legge di Dio che è il comando dell’amore.
Siamo noi ad aver bisogno di Dio, del suo agire, del suo sguardo, della sua Parola, dei suoi doni.

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