V dopo Pentecoste

domenica 27Parrocchia S. Agata Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione Torrevilla

Camminate mentre avete la luce… credete nella luce… per diventare figli della luce. Camminate, credete, diventate: tre verbi, tre azioni che ci invitano ad avere a che fare con Dio nella stessa maniera che le cose hanno a che fare con la luce.
Se le cose non sono illuminate e rimangono nel buio, non le distingui le une dalle altre, non ne noti il colore, non ne percepisci la forma, non ne cogli neppure la grandezza.
E mi piace pensare che in fondo sia così anche per noi se non siamo illuminati da Dio: rimaniamo anonimi, senza forma, senza colore, senza identità.
Allora camminate nella luce, credete nella luce e diventate così figli della luce.
Definire la luce non è così semplice. La fisica la definisce una radiazione elettromagnetica, qualcosa di cui non possiamo fare esperienza concreta, che non possiamo toccare, manipolare.
Facciamo esperienza della luce come di quella condizione, opposta al buio, in cui ci è possibile distinguere ciò che ci sta intorno, quella situazione nella quale noi possiamo vedere ed essere visti, distinguere le forme, riconoscere i colori.
È la luce che fa nascere i colori; è inseguendo la luce che le piante crescono, uscendo dal buio della terra e trovando nella luce l’energia che trasforma in nutrimento l’acqua e la terra.
Non accontentatevi di una vita al buio o anche solo nella penombra, dove a volte ci torna comodo sottrarci alla vista e nasconderci, dove alla fine riusciamo a muoverci e a maneggiare le nostre cose, le situazioni, le nostre relazioni, perché nella ripetizione, le abbiamo imparate a memoria, ci muoviamo per abitudine e anche senza guardar bene ci destreggiamo in qualche maniera, non riusciamo neppure a scorgerne e a sognarne altre.  O forse siamo semplicemente seduti sulla nostra paura a incamminarci verso quello spiraglio di luce che pure intravediamo.
La vita di Abramo, di cui ci parla la prima lettura, credo possiamo immaginarla proprio così: ha moglie, i suoi beni, il suo clan organizzato, il suo lavoro, la sua casa, la sua bella età. Non gli manca nulla.
Eppure quando il Signore arriva con la sua proposta che è poco più di un puntino luminoso nella penombra della sua vita, si incammina.
Crede nella promessa del Signore. Si fida dell’invito: cammina davanti a me e sii integro.
Assomiglia ad un cammino al buio, ma è il cammino verso la luce al quale siamo invitati anche noi.
Avere la fede e non lasciare che illumini la nostra vita, che indichi una direzione, che ci incoraggi a camminare, che dia colore e calore, non serve a molto. È come avere un bellissimo lampadario e tenerlo sempre spento.
A volte l’impressione è che la nostra fede, anche la mia fede, sia proprio così.
Spenta. Perfettamente funzionante, o meglio in grado di funzionare, capace di fare bella mostra di sé, ma incapace di illuminare o di farlo a sufficienza per il nostro vivere.
Intendo dire incapace di essere sostegno alla nostra vita, incapace di guidarci nella lettura del mondo che abitiamo. Incapace di farci andare oltre quei piccoli ragionamenti fatti di tanto buon senso, ma anche pieni di tanti luoghi comuni e soprattutto, spesso, di tanta paura e di spirito di conservazione.
Ci accontentiamo di una buona religiosità senza che questa abbia la fede come anima.
La religiosità può anche essere vuota, non chiede sempre il cuore, a volte è mossa dal timore più che dall’amore, mossa a volte dall’interesse che dalla gratuità.
L’impressione è che a volte anche le nostre messe e le nostre preghiere assomiglino ad una stanza in penombra: che Dio ci sia o non ci sia, non sempre ha importanza.
Pensate a come ci muoviamo agevolmente dentro le nostre chiese, dentro le nostre preghiere, dentro i nostri rosari; leggiamo, ascoltiamo, stiamo con naturalezza dentro la messa perché conosciamo a memoria le risposte, quando alzarci, quando sederci ma… non sempre quella luce ci raggiunge.
La nostra religiosità, quel sentimento che un Dio ci deve pur essere, non si trasforma sempre in spiritualità, ovvero la consapevolezza che quel Dio ha un nome e mi ama.
Non plasma il nostro modo di pensare, di amare, di sperare, di lavorare, di stare in mezzo agli altri.
Alla religiosità bastano le parole, ad una vera spiritualità interessano anche i fatti.
Spiritualità significa lasciarsi abitare dallo Spirito, lasciarsi chiamare e guidare a una conversione reale al Vangelo di Cristo evidenziato da uno stile di vita completamente rinnovato.
La nostra religiosità, a volte, è vuota: manca proprio il Dio di Gesù, il Dio del Vangelo.
Scriveva il Cardinal Martini: La semplicità della fede illumina tutta la vita e ci fa accettare con docilità le grandi cose di Dio. La fede nasce dall’amore, è la nuova capacità di sguardo che viene dal sentirsi molto amati da Dio. Se non è questo la nostra fede, cos’è?
Camminate mentre avete la luce… credete nella luce…  per diventare figli della luce

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