Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla
“La vita è bella” è il titolo del film, vincitore del premio Oscar, che racconta il dramma dell’Olocausto. Ma la vita a volte appunto è un dramma e anche Dio lo sa e la sua Parola non ce lo nasconde. È un dramma spesso inspiegabile e incomprensibile, un dramma che ci lascia impotenti, indifesi, un dramma così grande che diventa paura, diventa orrore; un dramma che attraversa i secoli e la storia degli uomini e sembra non aver fine, anzi sembra ripetersi più forte di ogni sforzo di pace, di buona volontà, a dispetto di ogni desiderio o anche solo tentativo di vita e di serenità. La Parola non ce lo nasconde quando ci racconta di questa madre e dei suoi sette figli, prima torturati perché venissero meno alla fedeltà al loro Dio e poi uccisi insieme alla madre. Non ce lo nasconde Paolo che racconta la sua vita di apostolo attraverso una serie di aggettivi che raccontano le difficoltà a cui la predicazione del Vangelo lo avevano esposto: siamo tribolati; siamo sconvolti; perseguitati; infatti, noi che siamo vivi, veniamo consegnati alla morte. Che la vita sia anche un dramma è sotto i nostri occhi nelle vicende odierne: il dramma dell’Afghanistan è solo l’ultimo di tanti drammi e certamente non l’unico; personalmente temo che, dopo aver risvegliato per qualche giorno un buono ma vago sentimento di accoglienza, presto diventerà penultimo e finirà dimenticato – come del resto lo era prima – per la nostra incapacità di rimanere e di resistere davanti all’orrore di tutto quello che succede nel mondo, turba la nostra quiete, infastidisce la nostra tranquillità, risveglia la nostra coscienza e soprattutto la nostra impotenza. Oggi chiamiamo eroe un diplomatico che salva bambini prendendoli dalle braccia della madre a cavallo di un muro che segna il confine tra la vita e la morte, tra la speranza e la disperazione, ma fino a ieri chiamavamo tassisti del mare e complici degli scafisti gli operatori delle ONG che vigilavano e salvavano vite in mare. Il dramma della vita è sotto i nostri occhi e anche sotto gli occhi di Dio che non rimane indifferente sostenendo una madre che incoraggia così i figli: «Non so come siate apparsi nel mio seno; non io vi ho dato il respiro e la vita, né io ho dato forma alle membra di ciascuno di voi. Senza dubbio il Creatore dell’universo, che ha plasmato all’origine l’uomo e ha provveduto alla generazione di tutti, per la sua misericordia vi restituirà di nuovo il respiro e la vita, poiché voi ora per le sue leggi non vi preoccupate di voi stessi. Sostiene Paolo che agli aggettivi prima ricordati fa seguire altri aggettivi: siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Il dramma della vita non è sconosciuto a Dio che per mezzo di Gesù ci dice: non abbiate paura. Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo. E nel dramma della vita, Dio non ci abbandona. Là dove il mondo solitamente approfitta della paura degli uomini, là dove il mondo usa la paura per sottomettere, per comandare, per guadagnare e arricchirsi, per controllare, per vendere armi o antifurti, per mettere gli uni contri gli altri. Dio dice: non abbiate paura. Egli non vuole approfittare della paura, ma vuole toglierla dal cuore degli uomini. Non vuole invitarci a far finta di nulla, a girare lo sguardo dall’altra parte, a negare. Non vuole invitarci ad arrangiarci da soli, armando le nostre mani, alzando muri e barricate, a costruire armi più potenti di chi consideri nemico. Ci invita all’amore perché la vita possa essere comunque bella anche dentro i drammi. È la solita soluzione proposta dal vangelo che potrebbe sembrare, per usare l’immagine di san Paolo, un vaso di terracotta, troppo fragile per custodire un tesoro così prezioso come la nostra vita. Ci invita alla fiducia verso la vita, verso il prossimo e verso Dio, sicuri che questa fiducia è capace di soluzioni efficaci anche a prevenire a volte il dramma e la tragedia; a non vivere l’accoglienza sotto la spinta dell’emotività, ma facendo diventare lo stile di tutti i giorni innanzitutto con chi ti vive accanto perché non sia lui lo straniero da temere. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa». Scriveva Etty Hillesum proprio dai campi di concentramento che la paura è una mozione di sfiducia nei confronti di Dio, io credo che lo sia anche nei confronti della vita. Ce la portiamo addosso tutti, chi grande chi piccola, nelle sue infinite forme e fattezze: chi ha paura della morte e chi della vita, chi dell’amore e chi dell’indifferenza, chi della solitudine e chi degli altri, chi ha paura del virus e chi del vaccino. Non abbiate dunque paura ci dice oggi Gesù perché la paura contagia tutto e si prende tutto. Il titolo del film si ispira alle parole di Primo Levi nel libro Se questo è un uomo: «Io pensavo che la vita fuori era bella, e sarebbe ancora stata bella, e sarebbe stato veramente un peccato lasciarsi sommergere adesso». Continuiamo anche noi a credere che la vita possa essere bella, e perché lo possa essere, perseveriamo nell’amore.



