VI dopo Pentecoste

domenica 4Parrocchia S. Agata Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione Torrevilla

“Quando arriva l’estate tutti bramiamo il riposo come un corridore al traguardo. Lavoriamo per riposare e riposiamo per tornare al lavoro: questa ruota da criceto non mi ha mai convinto. È possibile spezzare il circolo vizioso della odierna società della stanchezza? E riuscire a riposare sempre, anche quando lavoriamo?” comincia così l’articolo dello scrittore d’Avenia sul Corriere di lunedì 28 giugno.
Siamo tutti portati a pensare che quando si è stanchi, il rimedio migliore sia un po’ di riposo e che il miglior riposo sia una bella dormita o una bella vacanza. Ma il Vangelo di oggi, se letto con attenzione, invita tutti coloro che sono stanchi e oppressi ad avvicinarsi a Gesù perché lui dia ristoro: Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.
Ora potremmo anche pensare che riposo e ristoro siano in fondo due sinonimi, ma potremmo anche cominciare a considerare che non sempre la stanchezza si può risolvere solo con una buona dormita o una vacanza.
Fermandoci con più pazienza su questo passo del vangelo, potremmo anche trovare il coraggio di domandarci perché diciamo spesso di essere così stanchi; domandarci se la stanchezza che avvertiamo è davvero attribuibile solo ad un eccessivo carico di impegni, di responsabilità, di preoccupazioni e di lavoro o se non sia dovuto al fatto che ci manca o ci sfugge il senso di quello che stiamo facendo e per cui ci impegniamo o ancora al fatto che ci accontentiamo di un riposo inteso come interruzione dell’agire, ma che non abbiamo niente e nessuno che ci ristori.
Abbiamo sperimentato tutti come i mesi in cui siamo stati obbligati a rimanere in casa, obbligati a non andare a lavorare, a non andare a scuola, praticamente obbligati a non far nulla o il meno possibile, non siano stati esattamente una situazione favorevole al riposo, ma come abbiano piuttosto generato in noi molta irrequietezza e nervosismo.
Allora si fa interessante e feconda la promessa di Gesù di dare a tutti coloro che sono nella stanchezza e nell’oppressione il ristoro necessario per quelle situazioni, senza dimenticare l’imperativo che sostiene e rende possibile questa promessa: venite a me.
Forse questo vangelo ci invita a prendere atto che alle nostre stanchezze, ai nostri affanni, alle nostre oppressioni, non basta un buon riposo, non basta una buona vacanza, non basta prendersi una pausa dalle nostre occupazioni quotidiane, se non sappiamo trovare un altro modo di stare dentro i nostri giorni, se non siamo capaci di cercare non solo un buon riposo, ma un buon ristoro, così come promette Gesù.
Il ristoro è ciò che ci nutre e ci sostiene nelle nostre fatiche. Il riposo non può imporre una pausa, semplicemente una tregua alle nostre fatiche.
Riposante è anche lavorare sodo per qualcosa in cui credi, qualcosa per cui ti sei appassionato, che ti porta a contatto con le cose vere della vita e non con le false illusioni del mondo.
Lavorare molto per arricchirsi, per fare semplicemente carriere, per il successo, non ha certo a che fare con quel suo giogo leggero che il Signore, mite e umile di cuore, ci invita a prendere su di noi.
La nostra stanchezza è facilmente causata dall’aver posto fiducia in cose che non sono l’essenziale, nel rincorrere cose che non hanno senso molto profondo e che ci fanno vivere costantemente alla superficie della vita; nel desiderare cose che sono effimere e che una volta raggiunte e conquistate ti costringono di nuovo a rimetterti in corso verso altri traguardi altrettanto ingannevoli, distaccandoci nel mentre da ciò che fa realmente buona la vita, allontanandoci dagli affetti più cari, tenendoci lontani da casa.
Ci prendiamo così tanto sul serio che siamo sempre troppo occupati con noi stessi e di noi stessi per poter davvero riposare. Siamo irrequieti, sempre indaffarati. Sentiamo di non aver fatto mai abbastanza. Arriviamo a sera così stanchi che a volte è perfino difficile addormentarsi perché la testa ancora è occupata e assediata.
Oggi il Vangelo ci propone di stare davanti ad un Dio che ci dice: lascia che mi occupi io di te. Smettila di occuparti da solo di te stesso, di tutti e di tutto. Lascia che provveda io: viene a me!
Abbiamo bisogno di rallentare perché nel nostro continuo correre abbiamo lasciato indietro il nostro io e inevitabilmente ci sentiamo sempre fuori posto e affaticati.
Abbiamo bisogno di fermarci per aspettarlo quel nostro prezioso io e ri-posare che, come scrive d’Avenia, significa proprio riporre di nuovo l’io dentro noi stessi. “Si riposa non cessando di fare, ma cessando di fuggire da sé e smettendo di proiettarsi in vite che non sono la nostra. Agostino avrebbe detto che il cuore dell’uomo è inquieto finché non «riposa» in Dio. Per riposare non basta quindi ritirarsi dall’ordinaria fatica, ma bisogna indirizzare la scelta verso l’infinito.”.
Custodisco caro un passaggio del diario di Hetty Hillesum che mi aiuta sempre a cercare non solo riposo, ma soprattutto il ristoro. Il primo è del 17 giugno del 1942, quando a 28 anni scrive: Occorre lasciar andare la presa nervosa sulla giornata. Penso che molti si tengano stretto anche di notte un pezzo della giornata, in artigli  avidi/famelici. E che ogni sera debba esserci un gesto di docilità e distensione: lasciar andare il giorno, con tutto ciò che c’era dentro. E darsi pace proprio con tutto ciò che durante il giorno non si è riusciti a portare a buon fine, sapendo che viene ancora un giorno. Si dovrebbe, per modo di dire, ritrovarsi distesi nella notte con mani vuote, aperte, dalle quali volentieri si sia lasciato il giorno scivolare via. Solo dopo si può veramente riposarsi. E in quelle mani riposate e vuote, che nulla hanno voluto trattenere e nelle quali non c’è più alcuna bramosia, si accoglie, al risveglio, un nuovo giorno.
Bisogna avere il coraggio di dare seguito a quell’invito: venite a me. Il Signore vi doni il ristoro di cui avete bisogno.

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