6 domenica dopo l’Epifania

Le tue mani faccian miracoli, le tue impronte siano solo gentili, il tuo cuore sia sempre grato

Le tue mani faccian miracoli, le tue impronte siano solo gentili, il tuo cuore sia sempre grato

“Perché la gente fa tanto caso ai miracoli?” Comincia così una poesia dello scrittore americano Walt Whitman.  Così, sapendo che ci piacciono, come domenica scorsa, anche oggi il Vangelo ci porta di fronte ad un miracolo; di nuovo un miracolo di guarigione che ha anche altre somiglianze con il miracolo concesso al centurione. Come il centurione, sono i dieci lebbrosi che si fanno incontro a Gesù. Anche loro sentono di non avere tutte le carte in regola per avvicinarsi e pensare di essere ascoltati: si fermarono a distanza. Uno di loro, quello che tornerà, è straniero, come il centurione. Nonostante questo, anche loro insistono nella fiducia di essere ascoltati: dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!» Anche a loro è donata la guarigione senza un gesto fisico, senza una parola particolare di Gesù. Il comando dato al centurione – «Va’, avvenga per te come hai creduto» – e il comando dato ai lebbrosi chiama in causa la loro fede – «Andate a presentarvi ai sacerdoti». Quel comando è efficace nella misura della fede stessa di chi ha invocato l’aiuto: mentre essi andavano, furono purificati. Non accade nulla prima. Senza la fiducia l’invito di Gesù a presentarsi ai sacerdoti poteva certo essere preso come un modo per liberarsi da un impiccio. Per i lebbrosi, come già per il centurione, è l’esercizio e l’uso della propria libertà secondo la fede che guarisce. Non altro. È un uso che comporta dei rischi: e se torno a casa e il mio servo sta ancora male? Cosa vado a fare dai sacerdoti? Cosa possono fare loro per me? Domande legittime, che chiunque di noi si farebbe. Le risposte che danno il centurione e i 10 lebbrosi le conoscete. In quell’istante il suo servo fu guarito. I lebbrosi si incamminano e mentre essi andavano, furono purificati. Ma il racconto oggi non si ferma a questo. Ci chiede di fare un passo oltre al miracolo. È la seconda parte del racconto: Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.  Adesso non è più il bisogno a portare quest’uomo da Gesù, ma la gratitudine. Quale straordinario sentimento dell’anima è questo. Nessuno di quei dieci lebbrosi ne aveva il dovere. A nessuno era stato detto: poi tornate qui. La guarigione non doveva essere in alcun modo ripagata da quegli uomini, neppure attraverso un grazie. Eppure uno di loro torna, sentendo nel cuore il dovere e il bisogno di farlo. Agli altri nove certamente non è tornata la lebbra. Ma vedendo che solo uno era tornato, il Signore manifesta il suo stupore e domanda: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Cosa ha fatto tornare quell’uomo? Mi piace pensare che lo abbia fatto tornare il desiderio di guardare di nuovo negli occhi Gesù. Di rivedere lo sguardo di quell’uomo che aveva detto loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti» e lo aveva detto con così tanta amorevolezza da risultare convincente e meritevole di fiducia. Il fariseo non vuole limitarsi a godere del dono ricevuto, egli vuole anche la gioia di poter guardare in faccia colui che gli ha donato questa desiderata guarigione. Come dice papa Francesco la gentilezza e la capacità di ringraziare non sono un segno di debolezza, ed è sbagliato essere diffidenti verso questo sentimento. Non è mai una perdita di tempo ringraziare e neppure si perde la faccia esprimendo la nostra gratitudine, piuttosto si allarga il cuore dando merito e lode al cuore degli altri. La gratitudine per un credente – aggiunge – è nel cuore stesso della fede: un cristiano che non sa ringraziare è uno che ha dimenticato la lingua di Dio. La gratitudine è sempre un sentimento che apre al mondo, apre alla vita, apre agli altri e apre anche a Dio. Non è sentimento che si possa rivolgere a sé stessi. Quando accade diventa orgoglio, diventa autocompiacimento e comunque nessuno di noi può ringraziare solo sé stesso per quello che ora è! La gratitudine è sentimento che nasce non semplicemente dall’aver ottenuto o ricevuto qualcosa, ma dal sentirsi voluti bene; è la capacità di andare oltre le cose per arrivare fino al cuore dell’altro e lasciare che l’altro, attraverso il suo dono, arrivi fino al mio. Non è solo buona educazione, non è dovere, ma è qualcosa che nasce spontaneo dalla consapevolezza dell’essere amati, dall’aver sperimentato la logica della gratuità: quello che ho ricevuto non mi era dovuto, viene dall’amore. Voglio pensare che sia per questo che quell’uomo torna. Ha colto che c’è qualcosa di più profondo della guarigione, dono comunque immenso.  Ha capito di aver incontrato non solo un guaritore, ma un uomo capace di ascoltare il grido, capace di guardare non la malattia, ma di guardare l’uomo. Questo fa nascere la gratitudine nel cuore di ciascuno di noi. Perché la gente fa tanto caso ai miracoli, ed è così poca attenta alla gratitudine?

Perché la gente fa tanto caso ai miracoli?

Quanto a me, io non conosco altro che miracoli.
Che io passeggi per le strade di Manhattan,
o getti lo sguardo al di sopra dei tetti verso il cielo,
o sguazzi a piedi nudi lungo la spiaggia sul limitare delle onde,
o sosti sotto gli alberi nei boschi,
o parli di giorno con qualcuno che amo,
o giaccia nel letto di notte con qualcuno che amo,
o sieda a tavola a cena con gli altri,
o guardi gli estranei che mi stanno di fronte nel treno,
o osservi le api indaffarate attorno all’alveare in un mattino estivo,
o gli animali che pascolano nei campi,
o gli uccelli, o l’incanto degli insetti nell’aria
O il meraviglioso spettacolo del tramonto, o degli astri splendenti silenziosi e lucenti,
O la squisita delicata curva della luna nuova in primavera;
Queste cose con altre, ciascuna e tutte,
sono miracoli per me,
E, pur riferendosi al tutto, ciascuna sia distinta, e al proprio posto.

Per me ogni ora di luce e di tenebra è un miracolo,
Ogni pollice cubico di spazio è un miracolo,
Ogni miglio quadrato della terra è seminato di miracoli,
Ogni piede dell’interno della terra è affollato di miracoli.
Un continuo miracolo è per me il mare,
E i pesci che vi nuotano – e gli scogli – e il movimento delle acque
– e le navi e gli uomini che vi sono a bordo:
Quali miracoli più straordinari di questi vi sono? 

Se guardiamo con questi occhi la vita, come facciamo a non imparare la gratitudine. La gratitudine è un miracolo che dovremmo compiere più spesso.

Pubblicato in Riflessioni, Vangelo della domenica | Lascia un commento

5 domenica dopo l’Epifania

nelle tue mani affido il mio spirito

nelle tue mani affido il mio spirito

Protagonista di ogni pagina del Vangelo è certamente sempre il Signore Gesù, ma in quel giorno in cui Gesù entra in Cafarnao protagonista è certamente anche questo centurione. Un ripasso veloce di storia ci dice che è un ufficiale al comando di cento legionari, non certo quindi un uomo qualsiasi, non uno sprovveduto privo di mezzi e risorse. Lo riconosce lui stesso: ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa. Ma con queste parole riconosce che non ha modo di comandare nulla per quel suo servo. Che non c’è comando che possa risolvere quella situazione dolorosa. Non può dire a quell’uomo malato: guarisci! Non c’è medico a cui poter dire: guariscimelo. Riconosce che nella vita ci sono situazioni in cui non si può comandare nulla, ma si può solo chiedere. Situazioni in cui l’impotenza può solo prendere per mano la fiducia e incamminarsi senza garanzie se non la speranza di trovare quello che si cerca, di ottenere quello che si chiede, di vedere la porta aprirsi dopo aver bussato. Mi piace immaginare così quell’incontro tra Gesù e il centurione. “Di cosa hai bisogno? Cosa posso fare per te? Vuoi che venga a casa tua?”. Sono le parole del Signore. “Non lo so, Signore. So che le ho provate tutte e a nulla è servito. Ti conosco appena. Non so cosa tu puoi fare per me: so solo dirti che il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente e mi spiace terribilmente di non poter far nulla. Neppure saprei dirti di cosa ho bisogno, ma qualsiasi cosa tu voglia fare con me, io ci sto. Mi fido”. Sono le parole del centurione. «Verrò e lo guarirò». La promessa di Gesù. Mi piace immaginare così quell’incontro tra Gesù e il centurione. L’incontro inatteso tra il figlio di Dio e quella che potrebbe sembrare la fede imperfetta se non mancante di un uomo che forse non ha mai pregato, non ha mai frequentato la sinagoga, non è mai stato a catechismo. Un uomo che ha capito che quando da solo non ce la fai, non devi comandare, non serve e non risolve, ma devi fidarti. Di se stesso dice: non sono degno. È quello che a volte pensiamo anche noi di noi stessi. Ma questa considerazione non fa che aumentare la consapevolezza che deve fidarsi: di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito.  Sa che la sua impotenza non è la fine, ma è solo il confine lungo il quale si incontra Dio. Quando ancora abitiamo territori conosciuti, confortevoli, collaudati e sotto il nostro controllo, quando ancora siamo nelle condizioni di cavarcela da soli, sottovalutiamo la bellezza, la necessità e l’urgenza di quell’incontro con Dio. Quello che più mi sorprende di questo racconto e di questo incontro sono le parole di Gesù rivolte a quelli che lo seguivano: In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ma ancora di più mi sorprendono le parole con cui l’evangelista ci svela il cuore di Gesù: ascoltandolo, Gesù si meravigliò.  Questo è l’unico esempio registrato nei Vangeli in cui Gesù reagisce in questi termini. Una cosa simile non viene detta per nessun altro nel Vangelo. Non viene mai detto che Gesù si sia meravigliato della fede di un discepolo, di un rabbino. Si meraviglia della fede di un soldato romano. Mi sorprende un Dio che sa meravigliarsi della fede di un uomo. Mi emoziona un Dio che non dà per scontata la nostra fede, perché sa quanto sia faticoso continuare a credere di fronte a certe situazioni, dentro certe prove, schiacciati da certi pesi che la vita ti mette addosso senza neppure chiederti il permesso o verificare prima se ce la fai a reggerli. Mi emoziona un Dio che incontra quest’uomo, un militare, sui confini della sua impotenza armato solo di umiltà e di speranza, di carità e di gentilezza. È bello pensare che noi possiamo meravigliare e stupire Dio, non però, come a volte crediamo di dover fare, attraverso le nostre opere, i nostri meriti, i nostri talenti. Perché del resto Dio dovrebbe meravigliarsi di qualcosa che ci ha dato lui o che facciamo grazie a lui!? Egli si stupisce piuttosto di quell’esercizio e di quell’uso della nostra libertà che diventa fede! Questo incontro ci dice che la più bella sorpresa che possiamo fare per Dio è semplicemente la fede, e precisamente la fede nella sua Parola: di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. «Chiunque crede in lui non sarà deluso». Così scrive san Paolo. Chiediamo la grazia di poter credere a questa Parola. Chiediamo la grazia con la nostra fede di poter meravigliare Dio stesso.

Pubblicato in Riflessioni, Vangelo della domenica | Lascia un commento

Festa della santa famiglia

Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre

Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre

Una vecchia canzone di Battiato diceva: La stagione dell’amore viene e va. Mi fanno pensare queste parole. L’amore come la vita è fatto di stagioni. Non sono tutte uguali. La stagione dell’amore viene e va.  All’improvviso senza accorgerti, la vivrai, ti sorprenderà.  Ne abbiamo avute di occasioni.  Perdendole, non rimpiangerle, non rimpiangerle mai.  Ancora un altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore.  Nuove possibilità per conoscersi.  E gli orizzonti perduti non si scordano mai.  La stagione dell’amore tornerà. Con le paure e le scommesse. L’amore è fatto di stagioni. La vita è fatta di stagioni. La vita di una famiglia è fatta di stagioni. L’innamoramento. I primi sogni. I primi progetti. Il matrimonio e la sua luna di miele. I primi scontri con la realtà. Il desiderio di diventare tre. L’attesa. La nascita. Il primo giorno di scuola… e si può certo continuare. Ogni stagione ha i suoi aspetti positivi e quelli negativi. Porta con sé le sue gioie e le sue fatiche che a volte si confondono e non sai distinguere. Ma ogni stagione è al servizio della vita e non esiste una stagione morta. Neppure l’inverno lo è: semplicemente, senza foglie, gli alberi si preparano a far esplodere gemme che diventeranno fiori e poi frutti; la terra custodisce al freddo il seme del grano per lasciarlo poi libero di germogliare quando è il momento giusto e intanto riposa essa stessa. Anche la famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe ha sperimentato che la vita è fatta di stagioni. Anche loro che chiamiamo con troppa leggerezza ed eccessiva devozione la santa famiglia, tanto da renderla a volte modello fastidioso, hanno sperimentato sconfitte e vittorie; smentite e conferme; slanci e paure; distanze e vicinanze; fughe e ritorni. Queste ultime ce le ricorda il Vangelo di oggi. È il tempo di tornare perché è finito il tempo di scappare. Soprattutto ci dice il Vangelo è sempre tempo di prendere con sé. «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù». «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo». «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». La stagione dell’amore viene e va, ma quello che conta è prendere con sé. In ogni circostanza e stagione, che tu stia andando o tornando, quando il tuo cuore conosce la passione e anche quando è in preda alla paura, prendi la distanza da tutto ma non da Maria e dal figlio Gesù. Attraversa ogni situazione con loro.  Con loro affrontala. Affrontala per loro. Quando sei minacciato e ti pare di dover scappare e intuisci che sarebbe più facile scappare da solo… prendi con te Maria e Gesù. Quando devi tornare, perché le minacce sono finite, prendi con te Maria e Gesù. È bello per noi contemplare questo Giuseppe che rappresenta ogni uomo e ogni donna che, prendendo su di sé la responsabilità delle vite d’altri, dà senso e pienezza alla propria. In quelle braccia che stringono Maria e il bambino ci sta tutta la potenza dell’amore. Il Signore stesso abita in quell’abbraccio. In quel prendere con sé c’è la presenza stessa di Dio che suggerisce, guida, sostiene, protegge. Ed è bello contemplare la storia di questa famiglia che non è guidata dal solo amore umano, ma è sostenuta dalla fede nella parola del Signore, quella fede che permette a Dio di agire. La terra di Egitto non è sempre terra lontana. A volte il nostro Egitto può essere dentro casa quando ci sentiamo estranei in casa nostra, quando ci sentiamo incompresi, addirittura minacciati se non nel corpo nella nostra persona, nella nostra libertà, nei nostri semplici desideri. Ma arriva il tempo e la possibilità del ritorno, arriva un angelo che indica la strada. Alzati, prendi con te il bambino e sua madre: da loro e con loro deve prendere inizio il viaggio di ritorno. La stagione dell’amore viene e va. All’improvviso senza accorgerti, la vivrai, ti sorprenderà.  La vita, nel suo accadere, a volte è contradditoria, imprevedibile, deludente, ma oggi il Vangelo ci ricorda che ogni ostacolo, ogni difficoltà può essere trasformata in opportunità di esodo, di ripresa, in opportunità di cammino di ritorno alla serenità, alla pace, alla stabilità. Solo gli ingenui e i distratti non sanno che anche l’inverno è al servizio della vita. Dentro ogni stagione, perfino dentro ogni inverno, c’è Dio che veglia e tiene ogni cosa nelle sue mani.

Pubblicato in Riflessioni, Vangelo della domenica | Lascia un commento

Feste patronali 2022

COMUNITÀ IN FESTA

Il mese di febbraio inizia sotto il segno della ricorrenza della festa patronale della Parrocchia di Torrevilla intitolata alla Purificazione della Beata Vergine Maria (2 febbraio)  e della festa patronale della Parrocchia di Monticello intitolata a sant’Agata (5 febbraio). 

Sono occasioni di grazia, in cui invocare il Signore e in cui lasciar nascere spontaneo nel cuore di ciascuno il desiderio di ringraziarlo per il dono della propria Comunità Parrocchiale, per quanto ha ricevuto dentro la Comunità, per quanto la Comunità custodisce.

Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!
È come olio profumato sul capo, che scende sulla barba, sulla barba di Aronne,
che scende sull’orlo della sua veste.
È come rugiada dell’Ermon, che scende sui monti di Sion.
Là il Signore dona la benedizione e la vita per sempre.
Buono e soave quando i fratelli vivono insieme e sanno custodirsi nell’amore fraterno.

festa patronali 2022Scarica qui il programma

feste patronali 2022

Pubblicato in News | Lascia un commento

3 domenica dopo l’Epifania

Dio ama chi dona con gioia

Dio ama chi dona con gioia

Dio ha potere di far abbondare in voi ogni grazia perché, avendo sempre il necessario in tutto, possiate compiere generosamente tutte le opere di bene. Oggi la Parola sembra fermamente intenzionata a farci comprendere e prendere atto di quel potere di Dio di far abbondare ogni grazia. Gli uomini inviati da Mosè ad esplorare la terra di Canaan, terra promessa da Dio al suo popolo condotto via dalla schiavitù d’Egitto, giunti fino alla valle di Escol, trovano un tralcio con un grappolo d’uva così grande da rendere necessario l’uso di una stanga per poter essere trasportato. Una volta tornati, dopo aver mostrato quel grappolo, i melograni e i fichi, raccontano di aver attraversato una terra dove scorre latte e miele. Il Vangelo non è da meno, come del resto non lo è stato domenica scorsa con il racconto delle nozze di Cana. Se a Cana è il vino a diventare non solo abbondante, ma soprattutto migliore, sul monte nei pressi del mare di Galilea dove si era radunata una grande folla di zoppi, ciechi, muti, storpi e molti altri malati, è il pane ad essere moltiplicato, insieme ai pesci. Credo sia bello accogliere questo invito a questo sguardo riconoscente verso il Signore, verso questo suo cuore sempre esagerato quando deve donarci qualcosa, questo suo essere senza misura, incapace di giocare al risparmio anche quando – ci dicono le vicende della passione, morte e resurrezione – c’è di mezzo la sua vita. È esagerato quando cambia l’acqua in vino; è esagerato quando moltiplica i pani e i pesci e lo fa per due volte, in misura sufficiente non solo a sfamare tutti, ma a farne avanzare; è esagerato quando semina: il seminatore uscì a seminare e ne gettò ovunque. È bello guardare a questo esagerare ma è importante non lasciarsi confondere e illudere. La sua esagerazione non è la soluzione alle mancanze materiali della vita. Provveduto a quelle, non abbiamo ancora trovato tutto ciò che è necessario, provveduto a quelle non abbiamo ancora ottenuto la gioia. È un abbaglio che è costato caro al figlio minore della parabola, quello che chiede metà di quanto gli spetta in eredità per poi perderlo in una vita disordinata e senza legami. Non è servito al terreno sassoso e neppure al terreno già occupato dai rovi dove il seme, pur gettato abbondante, non ha dato frutto. Il valore e la bontà della terra di Canaan, la terra promessa da Dio, non è misurabile dall’abbondanza e dalla grandezza dei  grappoli d’uva che produce. L’esagerazione di Dio nel donare non deve diventare il pretesto per diventare esagerati nel chiedere e nell’avere. È vero che, come dice san Paolo, Dio ha potere di far abbondare in voi ogni grazia perché, ma perché avendo sempre il necessario in tutto, possiate compiere generosamente tutte le opere di bene. Avendo sempre il necessario in tutto ci ricorda che la misura è il necessario, non il superfluo; che lo stile non è il possedere, ma il condividere, che fondamentale è imparare a vedere il bisogno dell’altro e non solo il proprio bisogno. Non mi pare banale sottolineare che Gesù, chiamati a sé i suoi discepoli, non disse: “ho un po’ di fame, andiamo a mangiare”, ma disse «Io ho pietà di questa folla; perché già da tre giorni sta con me e non ha da mangiare; non voglio rimandarli digiuni, affinché non vengano meno per strada».  Avendo sempre il necessario in tutto ci ricorda che non esistono solo i bisogni e le esigenze del corpo ma che abbiamo anche un’anima, un cuore e una testa che hanno fame di affetto, di attenzioni, di cura, di riposo, di pensieri, di parole, di perdono, di relazioni. Non mi pare banale sottolineare che quella stessa folla sia stata con Gesù tre giorni senza lamentarsi di quel prolungato digiuno. Ancora mi pare importante sottolineare che Dio esercita il potere di far abbondare in noi ogni grazia dandoci sempre il necessario in tutto perché noi possiamo poi compiere generosamente tutte le opere di bene. Quell’abbondanza di doni di grazia, non sazia da solo il cuore, ma lo prepara ad esercitare il potere di fare altrettanto: il potere di donare e di amare. Quando Dio ci chiede è perché prima ha dato! Sta scritto infatti: «Ha largheggiato, ha dato ai poveri, la sua giustizia dura in eterno». Ci ha amato perché noi potessimo capire che anche a noi è concesso dare, abbondare, largheggiare, amare. La nostra carità nasce dalla fede, dalla fiducia in Dio; nasce e cresce dalla consapevolezza di essere anche noi, noi per primi, gli amati da Dio e perciò chiamati ad amare. Dio ama chi dona con gioia. I discepoli hanno goduto dell’abbondanza di pane perché hanno consegnato i loro pochi pani! È la regola del Vangelo. È la promessa di Dio. Non c’è nessuno che abbia dato senza ricevere cento volte tanto.

Pubblicato in Riflessioni, Vangelo della domenica | Lascia un commento

2 domenica dopo l’Epifania

obbedire all'amore senza essere comandati

obbedire all’amore senza essere comandati

Bentornati come ogni anno a Cana di Galilea dove accade non solo il primo dei segni – come lo chiama Giovanni – ma uno dei più famosi, uno dei più leggendari: il sogno di una festa che non finisce mai; la fine di quella minaccia che incombe sulla nostra vita della mancanza, finalmente risolta e per giunta risolta senza fatica, senza costi e senza affanni; la gioia assicurata. Tutto ciò è certamente raffigurato da questa festa nuziale: la situazione conviviale, la gioia dei partecipanti al banchetto, il vino, l’acqua. L’amore. Poi sappiamo che la realtà è molto più faticosa di tutto questo. Sappiamo che non sempre quello che appare sotto gli occhi di tutti corrisponde a quello che accade lontano dagli occhi. Il vino può finire. Le situazioni a volte peggiorano. Le mancanze si fanno sentire. La festa si spegne. Non sono cose che facilmente ammettiamo, sono cose di cui a volte neppure ci accorgiamo, sono cose che a volte fingiamo di non vedere per paura di affrontarle o di fare danni ancora peggiori. Le nascondiamo sotto le apparenze di una scena pubblica a volte così diversa da quella privata. Ma questo racconto ci incoraggia forse a non rassegnarci, ci invita a non trascurare le mancanze, anzi, a portarle allo scoperto, non per accusare qualcuno, non per farle diventare immediatamente colpe o per sottolineare gli errori, ma per trasformarle in abbondanze e in ricchezze. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». Penso che queste parole non siano state dette nel gran salone di quella casa o nel cortile dove gli ospiti avevano consumato tutto il vino, dove la gente scherzava, sorrideva e conversava spensierata nei suoi abiti eleganti. Avviene altrove quello scambio di parole tra Gesù e sua madre: «Non hanno vino». «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Quelle parole di Maria le hanno sentite solo i servi: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Quel comando così bizzarro di Gesù affidato ai servi: «Riempite d’acqua le anfore» rimane un segreto tra loro che non sarà rivelato neppure a colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua. Tutto questo accade nelle retrovie di quella festa in cui noi vorremmo vivere perché ogni festa ha bisogno di un gran salone ma anche della cucina e della dispensa dove nulla scintilla, ma dove tutto è ben curato, dove nulla è apparenza, ma tutto è sostanza. Certo in questo tempo in cui molti vogliono vivere sul palcoscenico della vita, cercano l’apparenza, coltivano più la notorietà e l’esibizione che la buona reputazione, confondono la fama con l’onore, tutto questo è fuori moda. Ci sono cose che pur fatte nel nascondimento – e forse proprio perché fatte nel nascondimento –garantiscono alla vita di non temere sorprese. Pur rimanendo difficile, faticosa, piena di imprevisti anche faticosi come stiamo sperimentando, alla vita è possibile risorgere ogni volta: da ogni imprevisto, da ogni tristezza, da ogni incomprensione, da ogni mancanza, da ogni errore e incidente. Tutto questo grazie a quel lavoro nascosto di molti. Papa Francesco li chiama i “santi della porta accanto”, la classe media della santità. Sono coloro che “non si accontentano di una vita mediocre, annacquata, inconsistente” e sono “un riflesso della presenza di Dio”. Sono coloro che fanno proprio il suggerimento di Maria «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» e si fidano del comando di Gesù«Riempite d’acqua le anfore». Sono coloro che ogni giorno riaccendono la festa. Che riempiono i vuoti, trovano soluzioni, prendono su di sé i problemi anche se non ne sono la causa. Sono mamme e papà che dentro casa riordinano, cucinano, lavano, aggiustano, educano, coccolano, guariscono, amano. Per citare ancora papa Francesco sono: genitori che crescono con tanto amore i loro figli, uomini e donne che lavorano per portare il pane a casa, malati, religiose, anziani che continuano a sorridere.  Hanno la parola giusta al momento giusto e sanno tacere quando le parole non servono. Sanno darti coraggio quando ne hai bisogno e sanno suggerirti prudenza quando non è il momento di osare. Sono uomini e donne che nel proprio lavoro si impegnano, lo fanno con onestà, con responsabilità, competenza, passione e umiltà, non in competizione ma collaborazione con gli altri servi e con Dio. Sono uomini e donne che tanto assomigliano ai servi presenti alle nozze di Cana. Fanno quello che devono semplicemente perché possono e lo fanno volentieri. A volte non glielo devi nemmeno chiedere, obbediscono all’amore senza essere comandati. Fanno il bene e lo fanno bene. Lo fanno senza farsi troppo pregare. Lo fanno per piacere. Perché la festa continui nel gran salone e negli spazi dove stanno gli ospiti occorre aver cura di quello che succede dietro: nelle cucine, nei ripostigli, nelle cantine; nelle retrovie della vita dove si capisce e si impara la vita; in tutti quei luoghi nascosti e in tutti quei momenti dove nessuno vede quello che fai, ma dove l’amore prepara quello che serve non a se stessi ma alle persone amate, in una logica di gratuità, a volte perfino di apparente inutilità. Non importa a quegli uomini se nessuno si accorgerà di chi è il merito; in fondo loro sanno che quel vino migliore è solo in parte merito loro. Il resto è Grazia.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Ricordiamo le regole

Parrocchia sant’Agata Monticello
Parrocchia santa Maria della Purificazione – Torrevilla

Facciamo nostre le raccomandazioni che la Conferenza Episcopale Italiana rivolge a tutti i fedeli dentro questo tempo che è diventato di nuovo un tempo di grande prova per tutti: malati e sofferenti, medici e operatori sanitari, poveri, anziani, bambini e ragazzi, adolescenti e giovani, insieme a famiglie intere.
Raccomandiamo a tutti prudenza, senso di responsabilità e rispetto delle indicazioni utili
a contenere l’epidemia.
Anche se al momento non è richiesto il Green Pass per la partecipazione alla celebrazione della Messa, lo riteniamo raccomandabile.
Come le autorità stanno ribadendo in questi giorni, seppure il protocollo non specifichi la
tipologia, per la partecipazione alla Messa, vi invitiamo a usare la mascherina FFP2 che ha un potere filtrante maggiore, soprattutto per la variante Omicron, dilagata nelle ultime settimane.
Occorre la collaborazione di tutti per attuare concretamente quanto previsto: rispetto
scrupoloso delle distanze prescritte e sanificazione all’ingresso delle mani con gel igienizzante.
Il servizio di accoglienza della nostra comunità continuerà a garantire l’igienizzazione di
tutte le superfici dopo ogni celebrazione (panche, sedie, maniglie…), a regolare l’ingresso
in chiesa per far rispettare le distanze e salvaguardare la capienza massima consentita.
Una volta raggiunta la capienza stabilita, non potrà essere consentito l’ingresso in chiesa per partecipare alla celebrazione.
A questo proposito rinnoviamo un fermo invito alla puntualità, non solo per agevolare il servizio di accoglienza, ma soprattutto per il rispetto della celebrazione e delle persone
presenti.
Attraverso queste raccomandazioni e la vostra collaborazione ci auguriamo di poter continuar a vivere gli appuntamenti di comunità con serenità e fiducia.
Come dice monsignor Franco Agnesi, vicario generale della Diocesi: “Dobbiamo semplicemente essere responsabili. Quando si tratta di fare delle cose in modo
comunitario, la cosa più saggia, più intelligente, più buona è osservare le regole che ci sono e viverle nel modo migliore possibile con creatività nel bene e non inventando alternative”.

Don Marco e il Consiglio pastorale

rispetto delle regole

Pubblicato in News | Lascia un commento

Battesimo di Gesù

un Dio dalla nostra parte

un Dio dalla nostra parte

“Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri”. Chi ha letto la Fattoria degli animali di George Orwell si ricorda certamente queste parole diventate il motto di quella celebre fattoria diventata cornice di tutto il racconto. Mi sono tornate in mente queste parole non solo ascoltando alcuni fatti di cronaca di questi giorni, ma anche soprattutto leggendo il vangelo. Sono parole che pur scritte nel 1945, suonano attuali e raccolgono forse semplicemente l’eterna tentazione dell’essere umano, di ritenersi ed ergersi così sopra a tutto e tutti da ambire, come ci racconta il libro di Genesi, a diventare come Dio. Tutti gli uomini sono uguali. Ma alcuni giocano a tennis meglio di altri, sono il numero 1, e così pensano di poter trarre vantaggio dalla loro bravura e poter godere di un trattamento speciale e diverso dagli altri. Alcuni hanno più soldi di altri e pensano di poter pagare meno tasse degli altri. Alcuni scendono in piazza e gridano di più degli altri e pensano di avere e ottenere ragione per quel semplice motivo. Alcuni sono più forti delle altre e pensano così di poter alzar le mani e usare violenza. Non credo serva continuare con gli esempi. Abbiamo tutti sperimentato l’umiliazione di sentirci trattati da meno, come forse abbiamo tutti provato a trovarci nella condizione contraria di chi ha trattato gli altri come inferiori. Tutti gli uomini sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri. Storie di ordinaria amministrazione. Oggi però, c’è un uomo che ha rinunciato ad essere più degli altri e si è messo in fila, come non fanno quelli più uguali degli altri, come a volte non facciamo noi, che cediamo alla tentazione di mettere in fila gli altri e giudicarli: un uomo di nome Gesù, decisamente qualcosa di più di un uomo ci dice la fede ma che ritroviamo in fila, mentre tutto il popolo veniva battezzato e una voce dal cielo di lui dice: Ecco mio figlio! E ancora mentre leggevo queste parole del vangelo mi è ritornato alla mente la sera del 13 marzo 2013. Così sono andato a rivedermi il video. Il mondo intero attendeva il nuovo papa. Viene annunciato prima il nome. Giorgio Mario Bergoglio. Papa Francesco. Ancora qualche attimo e si sarebbe potuto anche vederne il volto. Il mondo intero era pronto a ricevere la sua prima benedizione. Fratelli e sorelle… buonasera. Il papa venuto dall’altra parte del mondo stupì tutti. Prima di dare la sua benedizione chiese la benedizione di tutta la gente, sul suo vescovo, sul vescovo di Roma. Vi chiedo un favore. Prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi pregate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo, chiedendo la benedizione per il suo vescovo.Facciamo in silenzio questa preghiera di  voi su di me. Il papa si è chinato. Il silenzio ha riempito l’intera piazza finchè il papa non ha rialzato la testa… A chi si aspettava la benedizione, è chiesta la benedizione! Stupì tutti. Tutti abbiamo fatto la nostra preghiera. Ma credo tutti abbiamo sentito il sapore evangelico di quel gesto; evangelico perché questo, oggi ci viene detto, è stato lo stile di Gesù. Il papa ha abbassato il capo, come Gesù quel giorno di fronte a Giovanni; evangelico perché oggi ci viene detto che Gesù non è venuto a mettere in fila i peccatori dinanzi a se, per giudicare e condannare, ma per mettersi in fila con noi. Uno stile che dovrebbe essere non solo del papa, ma che deve diventare nostro. Nostro non ad imitazione di papa Francesco, ma a imitazione di Gesù. Non abbiamo ricevuto un battesimo per poi, a volte con molta disinvoltura, metterci al di sopra di tutti, per fare quelli più uguali degli altri! Stiamo tradendo il nostro battesimo in questa maniera e stiamo tradendo il vangelo. Abbiamo ricevuto un battesimo per stare dalla parte di Gesù, non per stare sopra gli altri. Non abbiamo ricevuto un battesimo per permetterci di giudicare tutto e tutti, a volte senza un minimo di prudenza. Questo genera in noi un sentimento di fraternità che è molto più di un sentimento di uguaglianza. Proprio papa Francesco scrive nella Fratelli tutti: “Ecco un bellissimo segreto per sognare e rendere la nostra vita una bella avventura. Nessuno può affrontare la vita in modo isolato. C’è bisogno di una comunità che ci sostenga, che ci aiuti e nella quale ci aiutiamo a vicenda a guardare avanti. Com’è importante sognare insieme! Da soli si rischia di avere dei miraggi, per cui vedi quello che non c’è; i sogni si costruiscono insieme». Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!”.  A questo ci spinge il mistero del Battesimo di Gesù, sentendo come rivolta a noi e ad ogni uomo le parole che Gesù ha rivolto a Gesù: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento» e imparando così a dire ad ogni uomo: tu sei mio fratello!

Pubblicato in Riflessioni, Vangelo della domenica | Lascia un commento

Epifania del Signore

Dov’è colui che è nato?

Dov’è colui che è nato?

«Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Vorrei invitarvi a fermarci insieme su queste parole della prima lettura che il profeta Isaia in questa solennità dell’Epifania consegna a noi per custodirle come parole preziose. Mi sembrano infatti capaci di raccontare l’oggi che stiamo vivendo, di interpretare i sentimenti del nostro animo e la cronaca di questi giorni: la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli.  Nello stesso tempo hanno la forza di indicarci una strada: alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce.  È da qualche giorno che osservo gli addobbi del Natale, il presepe e non vedo l’ora di rimettere tutto nelle scatole e di spegnere le luci dell’albero. Non le trovo più sufficienti a scacciare le tenebre che ricoprono la terra, a disperdere la nebbia fitta che avvolge i popoli. Così, ho trovato questo compromesso: ho lasciato solo i Re Magi davanti al bambino, rimandando “a casa” tutti gli altri personaggi. Queste parole di Isaia sembrano dirmi: metti pure via le luci, disfa pure gli addobbi del Natale, non penserai di poter affidarti a loro?! Ti sono stati di aiuto, ma tu ora àlzati, rivestiti di luce, una luce che viene da Dio. Alzati e cammina! Come hanno fatto i Magi! Nella notte di Natale proprio questo ci è stato annunciato come buona notizia: Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Questa luce ci è stata offerta in dono e non possiamo e non dobbiamo metterla via come fosse un addobbo tra gli altri. Soprattutto non possiamo rimanere seduti semplicemente perché è notte o perché la nebbia avvolge i popoli come se questo Natale fosse già concluso e con esso ogni spiraglio di tranquillità, come se ora dovessimo semplicemente arrenderci alle tenebre e alla nebbia o anche solo dovessimo essere riconsegnati ad un quotidiano così carico di fatiche. Alzati, rivestiti di luce. Non è un ordine, è semplicemente un invito. Quella luce è tua. L’Epifania, quasi fosse capace di guardarci nel profondo del cuore, ci fa un invito chiaro: non osare nasconderla sotto il moggio, come dice il Vangelo in un’altra pagina. Ma vi è una altra Parola che oggi merita di essere custodita, per la precisione una domanda: Dov’è colui che è nato?  Siamo portati a pensare che prima di partire, di decidere, di fare occorra avere qualche certezza e qualche risposta, ma i magi ci insegnano che a volte è più importante avere la domanda giusta. È la domanda che i Magi fanno a se stessi e fanno a chi incontrano ad ogni passo del loro cammino, è domanda con cui anche noi possiamo muoverci dentro le tenebre e la nebbia di questo tempo. È domanda che li aiuta ad interpretare la realtà, a sciogliere i dubbi, a decidere la strada, a comprendere l’errore di essere arrivati nel posto sbagliato, a vincere la sfiducia e a rimettersi in cammino. I Magi cercano, camminano, seguono stelle nel cielo e ci dicono che da questo misuri il valore di un uomo: dai desideri che coltiva, dalle domande che fa, dalla sua capacità di rialzarsi dopo gli errori e dal coraggio con cui riparte. Ricordo queste parole del cardinal Martini di cui in questi giorni ho riletto alcune pagine: È bello cercare nella storia i segni dell’Amore di Dio; è bello seguire Gesù e amare la sua Chiesa; è bello leggere il mondo e la nostra vita alla luce della croce; è bello dare la vita per i fratelli! È bello scommettere la propria esistenza su Colui che non solo è la verità in persona, che non solo è il bene più grande, ma è anche il solo che ci rivela la bellezza divina di cui il nostro cuore ha profonda nostalgia e intenso bisogno. Sono questi segni le luci che ci faranno compagnia. Alza gli occhi intorno e guarda: così incoraggia ancora Isaia. Perché un segno c’è sempre, per tutti, anche oggi. Spesso si tratta di piccoli segni, sommessi e lievi; più spesso ancora si tratta di persone che sono manifestazioni di bontà, pagine viventi di Vangelo, persone che hanno occhi e parole che inseguono le stelle e vestono di luce. Cerchiamo quei segni che Dio ha certo seminato anche nella nostra vita. Soprattutto, rivestìti di luce e con nel cuore il desiderio di cercare quel bambino, diventeremo anche noi dei segni perché come dice san Paolo pronti per ogni opera buona.  Lasciarci alle spalle il Natale, non significa tornare spenti e assuefatti, prigionieri delle tenebre e della nebbia come se nulla di buono fosse accaduto e nulla di buono possa più capitare, è piuttosto la possibilità di camminare verso la Pasqua lasciando a Dio di manifestare ancora in mezzo a noi la sua grazia.

Pubblicato in Riflessioni, Vangelo della domenica | Lascia un commento

2 domenica dopo il Natale

la Parola, maestra di vita

la Parola, maestra di vita

Non si nasce imparati. Per quanto l’espressione non sia corretta, credo possa aiutarci a comprendere questa pagina di Vangelo con cui l’evangelista Luca racconto l’inizio della vita pubblica di Gesù. Per quanto possa sorprenderci, nemmeno Gesù “nasce imparato”. Succede così, anche con il diavolo che ambisce ad essere suo maestro. Lo leggiamo proprio nei versetti precedenti al Vangelo di oggi, quando Luca ci racconta l’episodio delle tentazioni. Siamo nel deserto dove Gesù passa quaranta giorni. Il diavolo gli si fa accanto con l’intenzione di istruirlo, ma anche di tentarlo. La prima volta: «Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane».  Una seconda volta: «Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo».  Ancora una terza: «Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano; E ogni volta Gesù, anche da questi cattivi insegnamenti, impara: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo». «Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai». «È stato detto: Non tenterai il Signore Dio tuo».  Decisivo diventa il momento in cui Gesù, ritornato in Galilea, e arrivato a Nàzaret, entra nella sinagoga. In quel momento, a farsi maestra è la Parola di Dio! Si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore». Non sapremo mai se fino a quel momento avesse idea di cosa fare da grande, ma certo quel giorno lo capisce. Capisce chi è chiamato a diventare, cosa è chiamato a fare e soprattutto che quel che si diventa e quel che si fa non possono essere due cose troppo diverse. Capisce che la sua vita ha solo da guadagnarci se è guidata da quella parola del Padre che è parola da ascoltare e da fare, parola di cui fidarsi e a cui affidarsi. Capisce che tanto più farà questo, tanto più crescerà in sapienza, età e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini. Sarà proprio la sua esperienza della Scrittura, la Parola ascoltata dal Padre a guidarlo, passo dopo passo, in ogni situazione, a vivere e compiere i gesti appropriati per realizzare e donare la salvezza, una vita e una speranza nuova e per realizzare, quindi, il regno di Dio tra gli uomini. Mi piace ricordare le parole usate dal cardinal Martini nella sua seconda lettera pastorale intitolata: In principio la Parola. Era il 1982. È l’accoglimento della parola di Dio che ci fa diventare comunità autenticamente cristiana secondo le leggi della comunione. La parola di Dio ci assicura il contatto vivo e immediato con Cristo stesso, Parola vivente del Padre, fonte della comunione… La vita, la morte, l’amicizia, il dolore, l’amore, la famiglia, il lavoro, le varie relazioni personali, la solitudine, i segreti movimenti del cuore, i grandi fenomeni sociali, tutta questa vita umana, insomma, ci viene consegnata dalla parola di Dio in una luce nuova e vera. E noi, mentre incontriamo questa Parola, incontriamo noi stessi, il nostro passato, il nostro futuro, i nostri fratelli. Impariamo a costruire una comunità che, in fedeltà alle leggi della comunione, trova un posto, un senso, un messaggio di speranza per ogni uomo e per ogni situazione umana.  Quando noi ci affidiamo a questa Parola, si compie l’oggi di Dio, come si è compiuto quel giorno a Nazaret: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Occorre rinnovare questo interesse per la Scrittura. Occorre che anche il nostro cuore sappia emozionarsi nell’ascolto come è accaduto quel giorno nella sinagoga quando tutti erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca; come è accaduto ai discepoli di Emmaus: non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» Occorre accendere i nostri occhi e indirizzare il nostro sguardo: nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui.  L’ascolto della Parola ci renderà capaci, con Gesù, di essere buona notizia per i poveri, essere liberatore per chi si sente incatenato, essere occhio per chi è cieco, essere perdono per chi ha peccato, essere annunciatore dell’amore gratuito di Dio.

Pubblicato in Riflessioni, Vangelo della domenica | Lascia un commento