“Perché la gente fa tanto caso ai miracoli?” Comincia così una poesia dello scrittore americano Walt Whitman. Così, sapendo che ci piacciono, come domenica scorsa, anche oggi il Vangelo ci porta di fronte ad un miracolo; di nuovo un miracolo di guarigione che ha anche altre somiglianze con il miracolo concesso al centurione. Come il centurione, sono i dieci lebbrosi che si fanno incontro a Gesù. Anche loro sentono di non avere tutte le carte in regola per avvicinarsi e pensare di essere ascoltati: si fermarono a distanza. Uno di loro, quello che tornerà, è straniero, come il centurione. Nonostante questo, anche loro insistono nella fiducia di essere ascoltati: dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!» Anche a loro è donata la guarigione senza un gesto fisico, senza una parola particolare di Gesù. Il comando dato al centurione – «Va’, avvenga per te come hai creduto» – e il comando dato ai lebbrosi chiama in causa la loro fede – «Andate a presentarvi ai sacerdoti». Quel comando è efficace nella misura della fede stessa di chi ha invocato l’aiuto: mentre essi andavano, furono purificati. Non accade nulla prima. Senza la fiducia l’invito di Gesù a presentarsi ai sacerdoti poteva certo essere preso come un modo per liberarsi da un impiccio. Per i lebbrosi, come già per il centurione, è l’esercizio e l’uso della propria libertà secondo la fede che guarisce. Non altro. È un uso che comporta dei rischi: e se torno a casa e il mio servo sta ancora male? Cosa vado a fare dai sacerdoti? Cosa possono fare loro per me? Domande legittime, che chiunque di noi si farebbe. Le risposte che danno il centurione e i 10 lebbrosi le conoscete. In quell’istante il suo servo fu guarito. I lebbrosi si incamminano e mentre essi andavano, furono purificati. Ma il racconto oggi non si ferma a questo. Ci chiede di fare un passo oltre al miracolo. È la seconda parte del racconto: Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Adesso non è più il bisogno a portare quest’uomo da Gesù, ma la gratitudine. Quale straordinario sentimento dell’anima è questo. Nessuno di quei dieci lebbrosi ne aveva il dovere. A nessuno era stato detto: poi tornate qui. La guarigione non doveva essere in alcun modo ripagata da quegli uomini, neppure attraverso un grazie. Eppure uno di loro torna, sentendo nel cuore il dovere e il bisogno di farlo. Agli altri nove certamente non è tornata la lebbra. Ma vedendo che solo uno era tornato, il Signore manifesta il suo stupore e domanda: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Cosa ha fatto tornare quell’uomo? Mi piace pensare che lo abbia fatto tornare il desiderio di guardare di nuovo negli occhi Gesù. Di rivedere lo sguardo di quell’uomo che aveva detto loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti» e lo aveva detto con così tanta amorevolezza da risultare convincente e meritevole di fiducia. Il fariseo non vuole limitarsi a godere del dono ricevuto, egli vuole anche la gioia di poter guardare in faccia colui che gli ha donato questa desiderata guarigione. Come dice papa Francesco la gentilezza e la capacità di ringraziare non sono un segno di debolezza, ed è sbagliato essere diffidenti verso questo sentimento. Non è mai una perdita di tempo ringraziare e neppure si perde la faccia esprimendo la nostra gratitudine, piuttosto si allarga il cuore dando merito e lode al cuore degli altri. La gratitudine per un credente – aggiunge – è nel cuore stesso della fede: un cristiano che non sa ringraziare è uno che ha dimenticato la lingua di Dio. La gratitudine è sempre un sentimento che apre al mondo, apre alla vita, apre agli altri e apre anche a Dio. Non è sentimento che si possa rivolgere a sé stessi. Quando accade diventa orgoglio, diventa autocompiacimento e comunque nessuno di noi può ringraziare solo sé stesso per quello che ora è! La gratitudine è sentimento che nasce non semplicemente dall’aver ottenuto o ricevuto qualcosa, ma dal sentirsi voluti bene; è la capacità di andare oltre le cose per arrivare fino al cuore dell’altro e lasciare che l’altro, attraverso il suo dono, arrivi fino al mio. Non è solo buona educazione, non è dovere, ma è qualcosa che nasce spontaneo dalla consapevolezza dell’essere amati, dall’aver sperimentato la logica della gratuità: quello che ho ricevuto non mi era dovuto, viene dall’amore. Voglio pensare che sia per questo che quell’uomo torna. Ha colto che c’è qualcosa di più profondo della guarigione, dono comunque immenso. Ha capito di aver incontrato non solo un guaritore, ma un uomo capace di ascoltare il grido, capace di guardare non la malattia, ma di guardare l’uomo. Questo fa nascere la gratitudine nel cuore di ciascuno di noi. Perché la gente fa tanto caso ai miracoli, ed è così poca attenta alla gratitudine?
Perché la gente fa tanto caso ai miracoli?
Quanto a me, io non conosco altro che miracoli.
Che io passeggi per le strade di Manhattan,
o getti lo sguardo al di sopra dei tetti verso il cielo,
o sguazzi a piedi nudi lungo la spiaggia sul limitare delle onde,
o sosti sotto gli alberi nei boschi,
o parli di giorno con qualcuno che amo,
o giaccia nel letto di notte con qualcuno che amo,
o sieda a tavola a cena con gli altri,
o guardi gli estranei che mi stanno di fronte nel treno,
o osservi le api indaffarate attorno all’alveare in un mattino estivo,
o gli animali che pascolano nei campi,
o gli uccelli, o l’incanto degli insetti nell’aria
O il meraviglioso spettacolo del tramonto, o degli astri splendenti silenziosi e lucenti,
O la squisita delicata curva della luna nuova in primavera;
Queste cose con altre, ciascuna e tutte,
sono miracoli per me,
E, pur riferendosi al tutto, ciascuna sia distinta, e al proprio posto.
Per me ogni ora di luce e di tenebra è un miracolo,
Ogni pollice cubico di spazio è un miracolo,
Ogni miglio quadrato della terra è seminato di miracoli,
Ogni piede dell’interno della terra è affollato di miracoli.
Un continuo miracolo è per me il mare,
E i pesci che vi nuotano – e gli scogli – e il movimento delle acque
– e le navi e gli uomini che vi sono a bordo:
Quali miracoli più straordinari di questi vi sono?
Se guardiamo con questi occhi la vita, come facciamo a non imparare la gratitudine. La gratitudine è un miracolo che dovremmo compiere più spesso.




