3° domenica di quaresima

la verità vi farà liberi

la verità vi farà liberi

Sembrava potessero anche diventare amici. Le premesse erano buone: quei Giudei a cui Gesù si rivolge erano tra coloro che gli avevano creduto. Ma la discussione prende subito una brutta piega. Si sentono offesi dalle prime parole che Gesù pronuncia: Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi. Noi siamo già liberi. Noi conosciamo già la verità. Non è facile avere a che fare con persone che credono di saperla lunga e di saperla tutta; persone che non accettano di buon grado che qualcuno possa fare loro un’osservazione o vedere messe in discussione le loro ragioni. Ma persone così, in fondo, chi più e chi meno, lo siamo un po’ tutti; i Giudei, del resto, potrebbero pensare lo stesso di Gesù. Anche egli appare sicuro delle sue ragioni come anche di se stesso. Quel suo ripetere 3 volte: in verità, in verità… io vi dico… Quel suo insistere nel sostenere di conoscere la verità, non lo rende molto simpatico.  Così ad un primo sguardo, ascoltando questo Vangelo, potrebbe non essere facile capire chi abbia ragione e chi abbia torto. Ma si sa… le parole a volte non bastano per capirlo. La verità non basta dirla. Bisogna farla. Lo dice solo Gesù, quando si rivolge così ai Giudei: Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo. Lo intuisce ciascuno di noi. Lo intuisce la sapienza popolare che poi lo raccomanda attraverso i modi di dire e i proverbi: tra il dire e il fare sarebbe meglio non ci fosse di mezzo il mare. Non si può predicare bene e razzolare male. Occorre credere in ciò che si dice, ma anche fare ciò in cui si crede. Occorre cioè purificare il nostro parlare da ogni traccia di falsità e bugia, ma con la stessa determinazione e onestà, occorre anche liberare il nostro fare da ogni traccia di inganno e finzione. Come raccomanda san Paolo nella lettera ai Romani: la carità non abbia finzioni. Dire la verità non basta, occorre farla, scoprendo l’unità tra il dire e il fare, tra la parola e l’azione, entrambe chiamate a obbedire al grande comando dell’amore del prossimo. Non ci basta dirci cristiani, come a quei Giudei non poteva bastare dire di essere figli di Abramo. Se lo siamo dobbiamo comportarci di conseguenza. Non basta dire cose vere. Occorre essere veri. Forse la parola più adatta è: verace, che non è aggettivo buono solo per le vongole, ma anche per gli uomini perché dice di una persona che non solo dice il vero, ma è vero. Ha fatto entrare in sé verità e ne è diventato quasi una fonte.  Da lui escono non solo parole, ma azioni, gesti, pensieri, atteggiamenti veri. Sono persone che sanno trasformare quella verità che dicono e in cui credono in opere che fanno bene e che li fanno star bene. Il mondo ha sempre avuto bisogno di persone così. Paolo VI avrebbe detto: di persone che sanno essere non solo maestri ma testimoni. Il mondo si regge su persone così. Sta in piedi, sopportando anche le tempeste della storia che si scatenano proprio a causa della falsità e della malvagità che comunque abitano la storia degli uomini. Sanno portare con pazienza anche le contraddizioni e le incoerenze degli altri, senza lasciarsene contagiare. La nostra fede non può essere ridotta solo a una questione di parole. Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi. Rimanere fedeli alla parola significa appunto metterla in pratica. Troppo sicuri di sé e assennati questi Giudei per poter credere.  Dovremmo pregare come faceva Madeleine Delbrel

Mandaci, o Dio, dei folli,
quelli che si impegnano a fondo,
che amano sinceramente, non a parole,
e che veramente sanno sacrificarsi sino alla fine.
Abbiamo bisogno di folli che accettino di perdersi per servire Cristo.
Amanti di una vita semplice,
alieni da ogni compromesso,
decisi a non tradire,
pronti a una abnegazione totale,
capaci di accettare qualsiasi compito,
liberi e sottomessi al tempo stesso,
spontanei e tenaci, dolci e forti.

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Avviso

Domenica 20 marzo alla messa delle 11.00 è prevista una numerosa partecipazione di papà con figli e famiglia oltre che di preadolescenti; é prevedibile che i posti in chiesa non saranno sufficienti; saranno predisposte per questo motivo le sedie anche all’esterno

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2° domenica di Quaresima

camminerei adagio adagio verso una fontana...

camminerei adagio adagio verso una fontana…

“Buon giorno”, disse il piccolo principe “Buon giorno”, disse il mercante. Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete.  Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere. “Perché vendi questa roba?” disse il piccolo principe.  “È una grossa economia di tempo”, disse il mercante.  “Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano 53 minuti la settimana”.  “E che cosa se ne fa di questi 53 minuti?”  “Se ne fa quel che si vuole…”  “Io”, disse il piccolo principe, “se avessi 53 minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana…”

Quando mi trovo davanti al racconto della samaritana, ripenso a questo dialogo tra il mercante di pillole e il piccolo principe, trovando una certa somiglianza con il dialogo tra Gesù e la donna incontrata al pozzo di Sicar. Questa donna sarebbe certo stata una buona cliente del mercante: «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Questa donna forse confonde Gesù con un mercante di pillole che risolvono tanti problemi della vita e tolgono la sete. Ma mi ritrovo a pensare a come anche il mio sguardo sulla vita sia simile a quello del mercante e di questa donna con quella brocca, simbolo del continuo andare e venire dai pozzi della vita a cui abbiamo bisogno di andare per spegnere la nostra sete, la sete procurata da tanti bisogni che abitano il cuore. Ma poi ascolto le parole del piccolo principe e mi sento invitato ad una logica diversa, a guardare alla bellezza di 53 minuti a disposizione da usare per camminare adagio adagio verso una fontana, dove poter spegnere la sete. E comincio a capire che quella sete in fondo non è solo una scocciatura che mi costringe ad andare avanti e indietro dal pozzo, ma è semplicemente e terribilmente insieme il segno della nostra finitezza, del nostro limite. La sete è ciò che da dentro ci ricorda il desiderio e il bisogno di qualcosa che non possiamo in alcun modo darci da soli. Ci ricorda che dipendiamo da altri. Non è dentro di noi il cibo che ci tiene in vita. Non è dentro di noi l’acqua: siamo fatti d’acqua, ma non siamo una sorgente. Non è dentro di noi l’amore di cui abbiamo bisogno; abbiamo piuttosto l’amore di cui altri hanno bisogno per rimanere in vita. La storia di questa donna ci ricorda anche questo: la sua sete di amore, come quella di ciascuno di noi, è grande e nessuno dei 5 uomini che aveva incontrato aveva saputo spegnerla. Le parole di Gesù di fronte a quella donna ci ricordano che se ai bisogni puoi rispondere con una pillola, i desideri hanno bisogno di una brocca, di un sentiero da percorre adagio adagio e hanno bisogno di 53 minuti. Hanno bisogno di imparare a camminare adagio adagio verso una fontana, senza che il cuore si stanchi di quel viaggio, senza che il passo si affretti, sapendo, passo dopo passo, ascoltare il rumore dell’acqua e pregustarne la freschezza. Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”. Camminare adagio adagio significa accettare la nostra sete non come limite, ma come spinta. Significa amare l’acqua ancora prima di berla; prepararsi alla gioia e al piacere; imparare ad assaporarla piano piano. Il viaggio non conta meno del traguardo. L’attesa e il desiderio hanno un valore che chiedono di essere conosciuti e apprezzati. La voracità e l’avidità non sono l’unica risposta alla nostra sete, anzi non sono affatto la risposta.  I nostri desideri non hanno bisogno di pillole; chiedono di essere spenti, come fossero fuoco che scotta, sotto un getto di acqua gigantesco e impetuoso. Il tutto e subito travolge e devasta, spegne e mortifica. Sant’Agostino scrive: “La nostra vita è una ginnastica del desiderio. Il santo desiderio sarà tanto più efficace quanto più strapperemo le radici della vanità ai nostri desideri: per essere riempiti bisogna prima svuotarsi… Se tu devi riempire un recipiente e sai che sarà molto abbondante quanto ti verrà dato, cerchi di aumentare la capacità del sacco, dell’otre o di qualsiasi altro contenitore adottato.” Per i nostri bisogni non abbiam bisogno di Dio, ma i nostri desideri hanno certo a che vedere con lui e hanno molto da chiedere a lui. Sembra volerci ricordare che per quanto sia grande il mondo, è troppo piccolo perché possa riempire il nostro cuore. Siamo fatti per altro. È altro che ci sfama, è altro che ci disseta, è altro che ci fa vivere. È un’altra la sorgente verso cui incamminarci: chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna“Io”, disse il piccolo principe, “se avessi 53 minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana…”

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Pastorale giovanile

bambini cattivi

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Grazie a chi ha donato

Un tir carico di vestiti, coperte e medicinali è partito lunedì 7 marzo verso l’Ucraina . Grazie a tutti voi che avete donato.

carico 1

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1 domenica di quaresima

Ritornate a me con tutto il cuore

Ritornate a me con tutto il cuore

È il terzo anno consecutivo che ci ritroviamo di fronte all’inizio di una Quaresima tormentato. Prima da una pandemia che non siamo neppure sicuri sia finita. Una pandemia che, soprattutto nei primi tempi, abbiamo paragonato ad una guerra: gli ospedali erano le trincee, i medici e gli infermieri i soldati in prima linea. Contavamo i morti e i feriti. Si contavano le perdite economiche, i sacrifici. Abbiamo riscoperto il valore dell’unità e della solidarietà, dell’orgoglio e della resistenza e abbiamo combattuto, consapevoli di non potere molto da soli, ma di essere chiamati a dare comunque il nostro contributo. Ora siamo dentro una vera guerra, fatta di sangue e di morti, di missili e carrarmati, di distruzione e devastazione. Anche di questa situazione non riusciamo ad immaginare la fine. La paura che pensavamo di poterci mettere alle spalle è tornata a farsi sentire, lasciandoci di fronte alla medesima impotenza: cosa possiamo fare? Sono cambiati i titoli e le prima pagine dei giornali. Il nemico non è invisibile, vicino e irragionevole come lo era il virus; lo vedi, almeno per ora è più lontano, ti aspetti che ritorni alla ragione, ma il risultato è lo stesso: la morte sembra imperversare, onnipresente e imprevedibile. Imbattibile. Perché cominciare allora una Quaresima? È domanda legittima e doverosa a cui la Parola di Dio oggi tenta di rispondere: è opportuno cominciare una quaresima per accogliere quell’invito del Signore che ci ha consegnato la pagina del libro del profeta Gioele: Ritornate a me con tutto il cuore. La vita del cristiano di fronte ad ogni paura, dentro ogni situazione del resto non dovrebbe che essere questo: ritorniamo al Signore, con tutto il cuore. La prima orazione ci ha fatto chiedere questo al Signore: assisti o Dio di misericordia la tua Chiesa che entra in questo tempo di penitenza con animo docile e pronto. Mi pare una richiesta opportuna e sensata perché non so se il nostro animo è docile e pronto. Il nostro animo più che pronto è provato, più che docile è stanco: perciò o Signore, assisti noi! Non lasciare che si faccia strada in noi la tentazione di pensare che tanto non serve a nulla, che non cambia nulla. Ci siamo già illusi in piena pandemia che saremmo diventati migliori, che ne saremmo usciti per costruire un mondo diverso, più giusto, quasi per ricominciare da capo dopo aver sperimentato la paura della fine. Non è stato così: nemmeno il tempo di uscirne e l’uomo è stato capace di cominciare una guerra che ora minaccia il mondo intero. Cosa occorre perché le cose cambino? A che serve quindi cominciare la Quaresima? Forse per cominciare da se stessi. Abbandonare la pretesa che il mondo diventi migliore, che gli altri diventino migliori e coltivare il sogno di cominciare da me, perché non succeda, come dice san Paolo, che dopo avere predicato agli altri, io stesso venga squalificato; perché non succeda che io pretenda il cambiamento di quello che mi sta intorno per poter tranquillamente rimanere me stesso; perché non succeda che io chieda agli altri di correggersi per evitare e risparmiare a me stesso la fatica di correggermi. Non so bene a chi sia attribuibile questa frase, ma la trovo un buon motivo per cominciare la quaresima: quando ero giovane e intelligente, volevo cambiare il mondo. Oggi sono saggio e voglio cambiare me stesso. Una nuova quaresima è l’occasione favorevole. Nei giorni scorsi Gramellini ha scritto: Ci piace immaginare la vita come un processo che dall’esterno si muove verso l’interno: succede qualcosa fuori di noi e per conseguenza cambierà necessariamente qualcosa anche dentro. Cita poi Tolstoj che scriveva che bisogna sempre diffidare delle rivoluzioni sociali perché sono fatte da «uomini che vogliono cambiare il mondo e mai sé stessi».
 L’altro giorno una signora mi chiedeva perché Dio non guarda giù e non fa qualcosa per questa guerra.  Mi è venuto da rispondere che non è Dio che non guarda giù, ma che siamo noi che non guardiamo più su. Non è lui a dover tornare da noi, siamo noi a dover tornare a lui e a farlo con tutto il cuore. Mi è venuto da pensare che le soluzioni troppo facili, come quelle che il diavolo propone a Gesù nel deserto, non son mai soluzioni, ma son tentazioni. Il racconto evangelico ci inviti a quel lavoro mai finito di mettere ordine alla nostra vita, di dare forma alla nostra libertà, a non cedere alla tentazione della via più comoda o semplicemente più facile e piacevole, per seguire la via più vera che è sempre quella che ci mette nelle condizioni di amare di più. Del resto, quella preghiera – assisti o Dio di misericordia la tua Chiesa che entra in questo tempo di penitenza con animo docile e pronto – è elevata a Dio non perché risolva Lui i guai del mondo, ma perché consenta a ciascuno di noi di giungere in novità di vita alla gioia della Pasqua. Sia questo il nostro desiderio. Sia questa la nostra meta.

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Ultima dopo l’Epifania

Sbocciano i fiori sbocciano E danno tutto quel che hanno in libertà. Donano non si interessano di ricompense e tutto quello che verrà;

Sbocciano i fiori sbocciano E danno tutto quel che hanno in libertà.
Donano non si interessano di ricompense e tutto quello che verrà;

Ultima dopo l’Epifania. Dopo la clemenza, il perdono. Non semplicemente l’atteggiamento di bontà del cuore, ma il cuore in azione che trasforma il sentimento in azione: perdona! Oggi le letture ci parlano con insistenza di questo verbo: perdonare. Soggetto e quindi protagonista di questa azione è innanzitutto Dio. È così indaffarato in questa azione da diventare quasi il suo nome: il misericordioso. Il Signore è paziente verso di loro ed effonde su di loro la sua misericordia. La misericordia dell’uomo riguarda il suo prossimo, la misericordia del Signore ogni essere vivente. Così ci ricorda il libro del Siracide. Le parole del salmo non sono molto diverse. Grande è la misericordia del Signore. Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Per farci immaginare quanto sia grande questa misericordia ancora ci viene di guardare in cielo e poi all’orizzonte: Perché quanto il cielo è alto sulla terra, così la sua misericordia è potente. Quanto dista l’oriente dall’occidente, così egli allontana da noi le nostre colpe. Per farci comprendere quanto sia efficace e potente, il Vangelo ci chiede di seguire Gesù fin dentro la casa di Zaccheo. Dopo Levi, un altro pubblicano, anzi il capo dei pubblicani e ricco! Chissà se era venuto a sapere delle dimissioni del suo collega Levi, avvenuta in modo improvviso e strano, a seguito di un semplice: seguimi! Non erano della stessa città, ma certe notizie volano. Nel caso, chissà cosa avrà pensato.   Forse quello che pensiamo noi di chiunque lascia un buon posto fisso di lavoro per cambiare vita. Un misto di perplessità e di curiosità. Forse anche un pizzico di invidia, ma quasi sicuramente una dose più grande di scetticismo e disapprovazione: non si fa così! chissà cosa gli sarà passato per la testa! Vedrai che si pentirà di questa scelta! Sta di fatto che Zaccheo, saputo che il Signore Gesù stava per arrivare a Gerico, la sua città, si era incuriosito. “Cercava di vedere chi era” ci dice Luca. Non sapremo mai cosa volesse vedere. Che faccia aveva? Sperava di ascoltarlo o anche di scambiarci due parole? Come spesso capitava, aveva qualche domanda da fare? Non lo sappiamo, ma sappiamo che, coperto dalla folla, per via della sua piccola statura, corre avanti e sale su un albero, ma è da questo momento in avanti che accade l’imprevedibile. Il Signore misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore entra in azione e prende la parola.  Come aveva già fatto con Levi, l’invito è deciso: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Addirittura, lo chiama per nome, perché la misericordia comincia sempre da un nome, mai da un soprannome. Zaccheo. Non il peccatore, come dirà la folla; non il pubblicano, come tutti lo conoscevano. Non chiamiamo per nome chi ci ha fatto del male, neppure a volte chi ci sta semplicemente antipatico. Gesù lo fa: Zaccheo. Mi sono tornate in mente le parole di Primo Levi in “Se questo è un uomo”: “Ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.” Pensate anche solo a quanta cura e quanto tempo ci mettono due genitori nella scelta di quel nome che poi la vita a volte strapazza e deforma o trascura. Quel nome sentito pronunciare, quel riconoscimento che spesso significa anche rispetto che Gesù gli riconosce e concede, e infine quell’invito arrivano diritti al cuore di Zaccheo. Sono, come già dicevamo domenica scorsa, ciò di cui tutti abbiamo bisogno quando la voglia di cambiare c’è, la buona volontà anche, l’occasione e i mezzi pure, ma il difetto è nella fiducia che senti intorno. Quando ti senti dire: non cambierai mai; sei sempre il solito; lo sapevo che avresti detto così! Quanto tu stesso rivendichi a difesa magari di uno sbaglio: io sono così! Quando manca intorno a te qualcuno che creda in quella voglia, in quella buona volontà, in quella possibilità. Quando manca intorno a te qualcuno che anche senza dirtelo ti faccia capire che è arrivato il momento di dare inizio ad un cambiamento. Quel qualcuno per Zaccheo è stato Gesù, colui che come dice il Siracide: Vede e sa che la loro sorte è penosa, perciò abbonda nel perdono. Non ha dovuto dire nulla di particolare a Zaccheo.  Gli ha solo fatto apparire possibile quello che a tutti gli altri e forse a Zaccheo stesso pareva impossibile: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Nella canzone “Le tasche piene di sassi” si dice: Sbocciano i fiori sbocciano E danno tutto quel che hanno in libertà. Donano non si interessano di ricompense e tutto quello che verrà;  Mormora la gente mormora, falla tacere praticando l’allegria. Quel giorno, dirà Gesù, in casa di Zaccheo è entrata la salvezza; è sbocciato un fiore, ha cominciato a donare tutto quello che aveva in libertà. Nella sua casa è entrata l’allegria che è la piacevole conseguenza e il piacevole effetto che sperimenta chi si scopre inaspettatamente perdonato.

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Comunicato importante

Parrocchia Sant’Agata di Monticello

Parrocchia santa Maria della purificazione di Torrevilla

 

25 febbraio 2022

Nella giornata di venerdì 24 febbraio abbiamo inoltrato un messaggio di appello ad una raccolta di medicinali e indumenti menzionando erroneamente la Caritas come promotrice e tramite dell’iniziativa.

In realtà si tratta di un’iniziativa partita dall’Associazione Ucraina in Italia /Monza Brianza.

Sull’onda della forte emozione che ci ha preso in questi giorni, ci siamo mossi con troppa rapidità senza immaginare che molto velocemente il messaggio sarebbe andato ben oltre i confini della nostra comunità; è la stessa emozione e generosità che ha spinto tantissime persone a darsi da fare per organizzare al meglio questa iniziativa e per donare quanto più possibile.

La Parrocchie di Monticello Brianza si sentono in questo momento innanzitutto impegnate nella preghiera e nella vicinanza spirituale alla popolazione ucraina sofferente.

Dal punto di vista caritativo, però, non sono ancora state avviate concretamente raccolte ufficiali di vestiti, generi alimentari o medicinali. Attendiamo indicazioni dalla diocesi di Milano e da Caritas Ambrosiana, che ad oggi ha attivato solamente una raccolta fondi al conto intestato a Caritas Ambrosiana Onlus.

Non appena le condizioni lo permetteranno e giungeranno comunicazioni ufficiali dalla diocesi di Milano e da Caritas Ambrosiana, la comunità cristiana di Monticello Brianza parteciperà con generosità e solidarietà alle iniziative caritative.

Soprattutto accogliamo l’invito di papa Francesco, che per mercoledì 2 marzo ha indetto una giornata di digiuno e preghiera per la pace.

don Marco con il Consiglio pastorale

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Ritiro quaresima per giovani e adulti

Ritiro quaresima 2022-1

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Penultima dopo l’Epifania

Seguimi

Seguimi!

Penultima dopo l’Epifania. Finora la numerazione delle domeniche ha seguito l’ordine numerico progressivo: quarta, quinta, sesta. Ora sembra partito il conto alla rovescia: penultima, ultima… la quaresima si avvicina. È un segnale importante quello che ci dona la liturgia: prepariamo il cuore. Prepariamoci ad un tempo solitamente noto come di penitenza e conversione, meditando due atteggiamenti del cuore di Dio capaci di sostenere e motivare ogni penitenza e ogni conversione: oggi la divina clemenza, il perdono domenica prossima. Dopo averci meravigliato con i racconti di acqua trasformata in vino, di pane moltiplicato e di guarigioni, oggi è la clemenza di Dio a volerci stupire, una clemenza tanto esagerata che agli occhi di qualcuno pare perfino troppa: vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?» Oggi siamo chiamati ad ascoltare il racconto di una confidenza esagerata che Gesù riserva ad un uomo di nome Levi, figlio di Alfeo, di mestiere esattore delle tasse; una confidenza e una famigliarità che dà scandalo, infastidisce. Il vino abbondante è facile accoglierlo, il pane che sazia anche; le guarigioni miracolose ancor di più e fan felici tutti; il perdono che libera no… Dà scandalo. Il buon senso e la ragione si ribellano: dà fastidio, fa nascere avversione. La gente mormora. Anche i discepoli lo fanno. Quel perdono e quella confidenza sono sovversivi rispetto al buon senso, a tutte le leggi e alle regole della giustizia; non sono coerenti con la logica del merito che ci porta a ritenere ragionevoli le proteste del fratello maggiore della parabola che ritiene ingiusta la festa riservata al fratello minore che torna dopo aver perso tutto quello che aveva preteso prima di andarsene. Quel perdono è offensivo: a me non hai concesso neppure un capretto per far festa con i miei amici e per lui ammazzi il vitello grasso, tiri fuori il vestito migliore e gli metti pure l’anello al dito? Non diversamente la maggior parte della gente, costretta a pagare le tasse all’odiato imperatore romano per cui Levi prestava servizio, avrà certo pensato: perché si è invitato a casa a Levi? Cosa è andato a fare? Vuole diventargli amico? Il Vangelo sottolinea spesso il fatto che il perdono di Dio genera scandalo.  La spiegazione di Gesù non è facile da comprendere e accettare: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori». Il Vangelo intero ci suggerisce che il peccato che ci lasciamo perdonare diventa il luogo privilegiato di incontro con Dio. Non il peccato che non vogliamo vedere, non il peccato che non ci lasciamo perdonare, ma il peccato che ci lasciamo perdonare. Non è facile come sembra. Una delle più grandi provocazioni della vita cristiana è ricevere il perdono di Dio. C’è qualcosa in noi che spesso ci tiene tenacemente aggrappati ai nostri peccati e non ci permette di lasciare che Dio cancelli il nostro passato e ci offra un inizio completamente nuovo. Siamo bravissimi a spiegare, dimostrare e convincere noi stessi che non ce la facciamo a cambiare e poi a convincere Dio che con noi non ce la può fare. In quel “seguimi” Levi intuisce la possibilità di vita diversa e nuova, come forse avrà sognato qualche volta senza sapere mai come fare il primo passo. Mi piace pensare che a Levi sia bastata una parola per ritrovarsi e fare i conti innanzitutto con se stesso; con quel pensiero scomodo e fastidioso che a volte nascondiamo di essere diventati quello che non volevamo diventare; con la fatica di riconoscere di aver perso occasioni, di aver sbagliato scelta di fronte a qualche bivio della vita, di aver scritto pagine della nostra storia di cui in fondo ci vergogniamo. Quel “seguimi” di Gesù ha dato motivo a Levi di pensare che non fosse più il tempo di nascondere e nascondersi. Levi intuisce che è arrivato finalmente il tempo e la possibilità di guadagnare di nuovo un minimo di stima in se stessi che a volte ci è possibile recuperare solo quando qualcuno ci guarda con bontà, ci restituisce fiducia anticipandoci una stima che ancora non meritiamo, cura le nostre ferite, fa tacere la nostra vergogna. Quanti passi di liberazione dalle condizioni più buie trovano inizio perché qualcuno ci ha guardati con misericordia – magari mentre ancora la combinavamo grossa, mentre eravamo seduti al nostro banco delle imposte – rendendoci capaci di rialzarci, di rimetterci in cammino per strade diverse. Quel seguimi è il segno di Dio che è arrivato il tempo di un nuovo inizio. È la stessa esperienza che è concessa a san Paolo: “Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia”. Cominceremo la Quaresima, e credo sia importante ricordare questo Gesù che si siede e mangia con i peccatori; ricordare che non è il loro digiuno e la loro penitenza che salva, ma questa possibilità di sedersi a tavola con Dio.

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