Messaggio di Pace del Papa

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ PAPA FRANCESCO
PER LA LV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
1° GENNAIO 2022
Dialogo fra generazioni, educazione e lavoro:
strumenti per edificare una pace duratura

qui è possibile scaricare il messaggio 

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Ottava del Natale – 1 gennaio 2022

Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia.

Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia.

Quale volto ci mostrerà il 2022? Cosa ha in serbo per noi questo nuovo anno? Ci regalerà un poco più di serenità e di tranquillità nonostante le premesse poco favorevoli? Finirà questa pandemia? Torneremo a poter mandare i nostri bambini a scuola senza troppe preoccupazioni? Torneremo a lavorare, a incontrarci, a far festa, ad abbracciarci senza prima misurarci la temperatura? Sono domande che inevitabilmente abitano il cuore di ciascuno di noi, ma la cui risposta ci è sconosciuta. Inevitabilmente l’incertezza e la preoccupazione diventano desiderio e augurio di un anno migliore, di un anno buono, di un anno propizio che ci restituisca felicità, libertà, salute, prosperità. Succederà, succederà prima o poi. Arriverà quel giorno, non sappiamo quando, ma arriverà, e forse dovremo già sorridere semplicemente confidando in questo: arriverà quel giorno. Ma nel frattempo che faremo? Aspetteremo impauriti come soldati in trincea, aspettando che il nemico si arrenda prima di noi? Aspetteremo terrorizzati che passi la tempesta, sperando che la casa rimanga in piedi? Da bambini quando ci prendeva la paura, ci era di conforto chiudere gli occhi, nella convinzione che così i mostri sarebbero scomparsi, ma da grandi dovremmo aver imparato che non funziona in questo modo. Neppure nelle favole funziona così: occorre sempre un buono, ci vuole un cavaliere coraggioso e disponibile a qualche sacrificio, non bisogna mai perdere la speranza, che il male esiste, ma che l’unione fa la forza e che c’è sempre qualcuno pronto ad aiutarti. Dovremmo aver capito che le cose sono un attimo più complicate o anche semplicemente meno immediate; che i problemi non si risolvono, dimenticandoli o non pensandoci; che le difficoltà non si superano sulle spalle degli altri; che il male non lo si vince facendogli male; che non basta cambiar calendario o chiudersi alle spalle una porta per scoprirsi più felici. Come scrive papa Francesco nel messaggio per la giornata della pace: la pace è insieme dono dall’alto e frutto di un impegno condiviso. C’è, infatti, una “architettura” della pace, dove intervengono le diverse istituzioni della società, e c’è un “artigianato” della pace che coinvolge ognuno di noi in prima persona.  Tutti possono collaborare a edificare un mondo più pacifico: a partire dal proprio cuore e dalle relazioni in famiglia, nella società e con l’ambiente, fino ai rapporti fra i popoli e fra gli Stati. E così, noi, quale volto mostreremo al 2022?  Non credo serva mostrare al nuovo anno il volto triste o duro di chi è già fin troppo provato dai giorni che stiamo vivendo. Forse ci è più di aiuto sorridere noi a questo nuovo anno, perché si convinca a sorriderci, si arrenda alla nostra speranza, alla nostra tenacia, al nostro coraggio che, giorno per giorno, ogni giorno, come artigiani di pace e di bene, ci fa costruire quella pace che desideriamo, quell’anno migliore che ci auguriamo, quella gioia che cerchiamo. È sotto i nostri occhi comprendere come è molto faticoso costruire, e viceversa come è rapido e facile distruggere, ma non possiamo dimenticare, proprio cominciando questo nuovo anno, che il primo artigiano di pace è il Signore e che la materia che egli preferisce usare per creare, rinnovare e rende migliore il mondo siamo noi. Siamo materia a volte grezza, a volte fragile, a volte poco malleabile e poco docile alle sue mani, ma materia con cui egli è ancora in grado di compiere capolavori e miracoli. È sempre motivo di meraviglia ascoltare le parole della prima lettura di questo primo giorno dell’anno: Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace” Ogni volta che il Signore fa splendere per noi il suo volto e ci fa grazia è un nuovo giorno. È un nuovo inizio. Si fa nuova la speranza nel domani. Non chiediamo nulla a questo anno. Non chiediamogli di essere migliori, ma di trovarci migliori. Proviamo noi ad offrire a questo nuovo anno la disponibilità a diventare artigiani umili, instancabili, appassionati e dediti al bene di tutti, custodi dei diritti di tutti, ma anche memori e attenti ai nostri doveri. Madre Teresa così pregava: Signore, quando ho fame, dammi qualcuno che ha bisogno di cibo; quando ho un dispiacere, offrimi qualcuno da consolare; quando la mia croce diventa pesante, fammi condividere la croce di un altro; quando non ho tempo, dammi qualcuno che io possa aiutare per qualche momento; quando sono scoraggiato, mandami qualcuno da incoraggiare; quando ho bisogno che ci si occupi di me, mandami qualcuno di cui occuparmi; quando penso solo a me stesso, attira la mia attenzione su un’altra persona. Che il volto del Signore splenda per noi e su di noi e ci conceda di costruire e di godere la sua pace.

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santo Stefano

senza perdersi dietro alle favole

senza perdersi dietro alle favole

Se il Vangelo ieri ci diceva Non temete, ecco vi annuncio una grande gioia, la parola ascoltata oggi è di tutt’altro tono: Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi;  Potremmo pensare che anche la liturgia voglia archiviare il Natale e accompagnarci su altre strade. Potremmo perfino pensare che voglia fare un dispetto al Natale o peggio farci subito intendere che per essere cristiani occorre essere pronti a soffrire, a portare la croce e morire. O forse potremmo semplicemente pensare che questa festa di santo Stefano voglia in realtà difendere il Natale. Tu però vigila attentamente – scrive san Paolo – dando ascolto alla verità senza perdersi dietro alle favole, magari da aggiornare in chiave moderna, lasciando a babbo Natale il merito di portare i doni e di prendersi le simpatie e i ringraziamenti. Perché lo sappiamo quanto sia alto il rischio di trasformare il Natale in una favola e di trasformare la festa di santo Stefano semplicemente nell’occasione per stare a tavola con i parenti con cui non siamo stati ieri. Oggi la liturgia ci chiede di prendere così sul serio questa festa del santo Stefano, da essere celebrata anche di domenica, nonostante il rito ambrosiano non lo permetta mai. Così a noi che siamo già pronti a ritenere passato e concluso il Natale è proposta questa testimonianza di fede di Stefano che invece muore per quel Dio che abbiamo messo al centro del Natale. Certo il Vangelo è difficile da considerare immediatamente come una buona notizia: parole dure, parole che si vorrebbero lasciare sulla carta per non doversi mai trovare a essere messi alla prova in situazioni simili. Parole dure che pure il Signore Gesù stesso ha sperimentato ancora prima di Stefano: lui che è stato per primo consegnato ad un tribunale, flagellato in una sinagoga, condotto davanti a governatori e messo poi a morte. Un Vangelo che Gesù pronuncia innanzitutto per sé e che ci aiuta a prendere sul serio la festa del Natale, spogliandola del suo clima ovattato per riconsegnarcela nella sua serietà e nella necessità di prendere sul serio questo bambino che viene indifeso, viene bisognoso di cure, viene chiedendo in maniera sommessa e discreta di trovare posto dentro la nostra vita. Non per riservarci o destinarci ad un destino crudele e tragico come quello di Stefano ma per fare di noi i suoi figli diletti. A chi lo ha accolto, a quanti credono nel suo nome, ha dato il potere di diventare figli di Dio dice Giovanni nel suo Vangelo. La gioia del Natale provata solo ieri, la fede che abbiamo nel cuore, irrobustita dal mistero celebrato, dovrebbero dare a ciascuno di noi il desiderio di poter un giorno ripetere le parole di Paolo. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede La perseveranza è forse ciò che a noi cristiani manca di più al giorno d’oggi: troppo facilmente retrocediamo, vacilliamo, veniamo meno nella nostra fede, nell’ascolto della parola, accontentandoci di una fede tiepida, di una testimonianza stanca. Ci manca la perseveranza e la forza di credere che il Vangelo non è parola qualunque per il credente: che la potenza di questa parola è per l’uomo e non contro. Ci aiuti la testimonianza del martire Stefano, in questo giorno che segue il Natale, a irrobustire la nostra fede nel Dio fatto uomo, ci conduca a credere che solo il Signore è una roccia di rifugio, un luogo fortificato che mi salva. I presepi che ancora rimangono nelle nostre case ci incoraggino a non mettere da parte la preghiera. Le luci e gli addobbi che abbelliscono le nostre case, non ci scoraggino nel compito di continuare a tenere bello e gentile il nostro cuore. Il Natale non è affatto finito. Non solo perché Dio non ha mai ritirato o cancellato la sua promessa di essere sempre in mezzo a noi. Ma soprattutto perché oggi, persone come santo Stefano, ci ricordano con la loro luminosa e intensa testimonianza che la festa del Natale è cosa seria, che chiede serietà. Non è una favola a cui correre dietro. Il Dio che ieri si è fatto vicino, non ha nessuna intenzione di andarsene. Dio con noi non ha nessuna intenzione di lasciarci soli.

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Natale del Signore

È il giorno in cui una culla si riempie dell’Atteso

È il giorno in cui una culla si riempie dell’Atteso

Per deporre il bambino davanti all’altare, è servito preparare una culla vuota, perché Natale è il giorno in cui una culla si riempie dell’Atteso. Quella culla serve e serve vuota. È per questo che vorrei invitarvi a porre il vostro sguardo, prima ancora che su questo bambino che oggi adoriamo come il Dio in mezzo a noi, su quella culla che era vuota fin quando non abbiamo deposto Gesù. Perché il Natale è innanzitutto questo: una culla vuota che si riempie di un bambino, è una promessa che trova il suo compimento, è l’Atteso che riempie l’attesa. Vorrei invitarvi a domandare a voi stessi quali sono le vostre culle vuote, quelle che sono in attesa e hanno bisogno di essere riempite di una presenza, quelle culle vuote che invocano e attendono la vita. E se non ce le abbiamo, svuotiamone almeno una di quelle culle che forse per non sentire il dolore del vuoto, abbiamo riempito di altro. Vorrei invitarci a mettere a disposizione di questo bambino proprio una culla vuota, perché non sia più il luogo di una dolorosa mancanza, di un’assenza amara, di un dolore inconsolabile… perché oggi proprio lì possa essere deposto dalle mani stesse di Dio quel bambino di nome Gesù. Io sono sicuro che ciascuno di noi, ha una culla vuota da offrire questa sera a Gesù. Il cuore di chi soffre è una culla vuota. Così lo scrittore Franco Arminio la descrive. Natale e i giorni che lo circondano sono una spina feroce per i dolenti.  Il Natale dei vecchi nelle case di cura, il Natale dei carcerati, il Natale negli ospedali e di chi ha una persona cara in ospedale. Questi giorni sono feroci anche per chi sta a casa e ha la stanza del figlio vuota, il figlio morto, a Natale diventa un ferro rovente che ti rovista il cuore.  Il Natale di chi sta a casa e sente che è passato troppo tempo e non hai più venti anni e nemmeno quaranta. Il Natale dei bambini circondati da merci più che da persone, il Natale degli scapoli, quelli che quando tornano a casa la sera sentono il vento che fischia dietro la porta e non ti viene voglia di spostare un bicchiere, di lavare un piatto. Il Natale degli amori sgretolati, delle diffidenze, delle bugie che diciamo agli altri e a noi stessi.  Il misero Natale di chi ha successo e ne vuole avere ancora di più, il Natale dei disonesti che prima o poi saranno scoperti, il Natale di chi è stato lasciato e di chi non è stato mai trovato. Il Natale del fegato malato, del dente guasto, il Natale degli occhi gonfi, il Natale delle rughe, dei capelli caduti, il Natale di chi non si ama più e di chi non ha amato mai.  Proprio lì il Signore nasce e vuole essere deposto.Queste culle vuote, questi dolori, non possono essere riempiti solo di regali, di dolci, di abbondanza di cose. Queste cose, messe nella culla vuota di chi soffre non riempiono un vuoto, ma lo moltiplicano, facilmente diventano offesa e ferita ancora più grande, scavano un solco, graffiano l’anima. La nostra culla vuota merita e può essere riempita solo di ciò che viene dal cuore e ha a che fare con l’amore e ancora di più di ciò che viene dal cuore di Dio. Per questo noi dovremmo essere qui a celebrare il Natale. Perché solo per coloro che hanno una culla vuota da mettere a disposizione di quel Dio bambino, oggi può essere Natale perché solo lui può riempire la culla vuota e spesso segreta del cuore. E non ci dobbiamo vergognare di nulla oggi. Il Vangelo ci dice che non disdegna neppure di essere deposto in una mangiatoia di una stalla. L’unica cosa di cui dovremmo provare vergogna è di aver usato quella culla come ripostiglio di tante cianfrusaglie che ci hanno tolto tempo, energie e ora tolgono spazio perfino a quel piccolo bambino che chiede accoglienza. Se noi sapremo offrire una culla vuota al Dio bambino, certo egli sarà contento di riempirla e di riempire così il nostro cuore, guarendo le ferite del passato che ci portiamo ancora dentro, restituendo serenità al presente, facendoci ritrovare speranza nel futuro. Dice la profezia di Isaia: Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra: quello che ci ha ferito, diventerà strumento per seminare, ciò che ci ha umiliato diventerà strumento per mietere. Natale è la festa di un Dio che ha mantenuto la sua promessa, ma non ha assecondato le attese e i sogni ingenui degli uomini; di un Dio che ci coglie di sorpresa inviando un bambino fragile, debole, umile, indifeso, bisognoso di aiuto. Eppure è da lui che i vuoti si riempiono, le attese si colmano, le speranze si riaccendono: venite, camminiamo nella luce del Signore. Oggi è Natale. È il giorno in cui una culla si riempie dell’Atteso.

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Divina Maternità di Maria

Quando e cosa manca al Natale?

Quando e cosa manca al Natale?

Mancano pochi giorni al Natale. Quasi sempre sentiamo di arrivare impreparati, nonostante tutte le buone intenzioni e l’impegno che ci abbiamo messo lungo questo Avvento. Ma la liturgia, con determinazione e quasi con un senso di urgenza, unità ed una grande tenerezza, ci prende per mano e ci accompagna. Lo fa con la determinazione di Isaia: Passate, passate per le porte, sgombrate la via al popolo, spianate, spianate la strada, liberatela dalle pietre, innalzate un vessillo per i popoli». Ecco ciò che il Signore fa sentire all’estremità della terra: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco, arriva il tuo salvatore; ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede”. Lo fa con la tenerezza rassicurante delle parole di Paolo: Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù. Lo fa invitandoci a porre lo sguardo su colei che meglio ha vissuto l’attesa di Dio: Maria, la Madre di Dio. Nella casa di Maria, in un giorno qualunque, in un luogo qualunque, Nazaret piccolo villaggio di Galilea, Dio sfiora e tocca la storia degli uomini, la loro storia di tutti i giorni, quella storia feriale che a noi a volte sembra sempre così grigia, anonima, trascurabile se non addirittura pesante e opprimente. Ci è fatto così conoscere un Dio che si rivela dentro la normalità della vita, dentro un giorno qualunque, dentro il quotidiano. Un Dio che ci permette di sperare che quello che a noi sembra possibile solo a Natale, accada invece tutti i giorni; ci permette di sperare che quello che sembra possibile solo un giorno all’anno, o poco più, diventi lo stile di tutta la vita. Non abbiamo bisogno di essere buoni solo a Natale. Non bisogna andar d’accordo solo a Natale. Ricordarsi gli uni degli altri (i nonni, gli zii, gli amici lontani), essere gentili, cortesi, sereni, sorridenti… non lo si può essere un solo giorno all’anno. Non si può andare a Messa solo a Natale. Il Signore non è vicino a noi solo a Natale. Fa sorridere quella canzone che dice: “A Natale puoi. Fare quello che non puoi fare mai. Riprendere a giocare. Riprendere a sognare. Riprendere quel tempo che rincorrevi tanto. Dire ciò che non riesci a dire mai. Che bello stare insieme. Che sembra di volare. Che voglia di gridare quanto ti voglio bene.” Perché solo a Natale? Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te è invito troppo bello per essere rinchiuso dentro un solo giorno. È promessa che vuole avere a che fare con la vita intera e noi dovremmo voler celebrare il Natale con l’intenzione di tenerci stretto proprio questo che è il primo e grande dono del Natale. Il dono di una gioia grande, spiegata e motivata così: il Signore è con te, la tua vita è riempita della vita di Dio, sei amata, Maria, teneramente, gratuitamente, per sempre. In questa nostra vita inadeguata il Signore è con noi. In questa nostra vita distratta e invasa da mille cose che identifichiamo troppo facilmente con la nostra gioia, il Signore è ancora con noi. In questa vita a volte tribolata e turbata da quanto accade senza che si possa né prevenire né risolvere la sventura, il Signore rimane con noi. L’angelo anticipa quella che sarà la promessa conclusiva che Gesù lascerà ai suoi discepoli: Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo. Il Natale è il modo di Dio di stare nel mondo. Non in maniera separata, distante, men che meno disinteressata o fredda. Che l’urgenza di Isaia ci incoraggi: sgombrate la via al popolo, spianate, spianate la strada, liberatela dalle pietre: “Ecco, arriva il tuo salvatore;”. Che la tenerezza di Paolo ci accompagni: Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù. Che la disponibilità di Maria ci insegni ad attendere e a vivere questo Natale senza fermarci alla superficie e ci doni di arrenderci a questa grazia che è già data: ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede”. Questo Natale arrivi con tutta la sua forza rivoluzionaria, come solo un Dio bambino può esserlo. In questi ultimi giorni, nasca nel nostro cuore l’attesa silenziosa di una grazia e di una gioia che a noi vengono donate, al di là di ogni merito e capacità. Una gioia e una grazia che noi non siamo in grado di procurarci da soli e che nessuno, se non il Signore, ci regala; una grazia e una gioia che nascono e trovano terreno fecondo dentro una disponibilità e fiducia che sono come quelle di Maria, dentro una disponibilità a lasciar fare al Signore.

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5 domenica di Avvento

il battista

Lui deve crescere; io, invece, diminuire

Giovanni Battista è uomo che ha certamente fatto tesoro della lezione del puledro con cui Gesù ha fatto il suo ingresso in Gerusalemme. Così oggi possiamo certo scambiare due parole anche con lui e chiedergli come si fa a non montarsi la testa, pur impegnandosi al massimo per una causa che non è tutta e solo tua; fare la tua parte senza essere l’attore protagonista, senza che il tuo nome finisca sulla locandina e senza un applauso tutto tuo. È una di quelle rare persone che può permettersi mentre parla di dire “io”, senza apparire supponente o invadente, senza sembrare presuntuoso o ambizioso e soprattutto farci sentire semplici spettatori. E anche di fronte ai suoi discepoli che arrivano da lui a dire: «Rabbì, colui che era con te dall’altra parte del Giordano e al quale hai dato testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui» è davvero bello vedere Giovanni non cedere alle lusinghe; non dare spazio alla preoccupazione dei discepoli rispettosi del possibile venire meno del successo, quasi del possibile fallimento della loro missione; non cedere alla gelosia e all’invidia. Giovanni usa il suo io per compiere un’operazione difficilissima: nascondersi. “Io non sono il Cristo”, “Sei tu Elia? Non lo sono”; “Sei tu il profeta? No”; “Non sono io il Cristo”; non sono lo sposo, sono solo l’amico dello sposo; Attira su di sé lo sguardo e l’attenzione, ma per indirizzarla subito verso un altro, “colui che viene dopo di me”, rendendosi trasparente pur senza sparire. Giovanni sa di avere una missione che lo porta a giocarsi in prima persona, a compromettersi: “io sono stato mandato davanti a lui”. Da un lato egli sa di doversi far vedere, sa di dover parlare, le sue parole e i suoi gesti attirano l’attenzione, coinvolgono la gente e creano inevitabilmente un seguito di discepoli. Eppure, nonostante la visibilità del suo agire, egli continua a definirsi “in negativo”, come “colui che non è”.  Indicando e tracciando per se stesso e per ciascuno di noi una strada: Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire. Quando ascolto queste parole io penso spesso a Michelangelo, al suo essere scultore, al suo definirsi artista “del levare” e non “del mettere”: il blocco di marmo andava scolpito affinché potesse liberare la statua che vi era imprigionata dentro. Mi tornano ancora in mente parole dello scrittore e anche lui artista Mauro Corona: «Cerco di togliere il superfluo per apprezzare maggiormente l’esistenza. Circondarsi di orpelli e oggetti inutili crea dipendenza e schiavitù. Automobili, vestiti, telefonini, macchine fotografiche, un ‘bosco di metallo’ che toglie consistenza all’animo. Investire in tempo libero senza lasciar sfuggire la vita.  Abbiamo costruito un’umanità fondata sul paragonarsi l’uno con l’altro. “Lui ce l’ha e io no”.  La vita dovrebbe essere come scolpire, cioè togliere il superfluo». Giovanni Battista è colui che sa respingere questa tentazione del paragonarsi con l’uomo Gesù che gli arriva dai suoi stessi discepoli: era con te dall’altra parte del Giordano e ora tutti accorrono a lui. Il Battista ci sa fare come profeta. Gesù stesso dirà così di lui: fra i nati di donna non è sorto nessuno più grande di Giovanni il battista. Ci sa fare e fa, sa parlare al cuore e parla, sa incoraggiare e incoraggia e mentre fa tutto questo, riesce nel miracolo di mettere il proprio io, nelle braccia di Dio. E allora mentre guardo a san Giovanni Battista, mi chiedo se non sia un suggerimento utile al nostro Natale e al Natale del Signore avvicinarsi con questo proposito: quello non di chiedere di ricevere qualcosa, ma di essere capaci di privarsi di qualcosa. La ricchezza di un uomo non sempre nasce da quello che ha, ma più spesso nasce da quello di cui si decide di fare a meno. La sovrabbondanza di molte cose che ci circondano crea ingorghi nel nostro cuore. La felicità non sta sempre nell’aumentare le soddisfazioni, ma a volte sta nel ridurre le richieste, sta nel diminuire non nel crescere. Signore Gesù, portaci via ciò che è di troppo e lascia che si crei il posto per te.

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Solennità di Maria Immacolata

Eccomi!

Eccomi!

“Ma cosa siamo al mondo a fare?” Non so se vi siete mai posti questa domanda. È domanda, a mio parere, non solo legittima, ma quasi doverosa. È domanda che gli animali, con tutto il rispetto per loro, immagino non si facciano. È domanda che può nascere solo dentro la capacità di uno sguardo futuro e gli studi dicono che la maggior parte degli animali vive sostanzialmente nel presente e che comunque è fondamentalmente l’istinto che li guida anche quando, come fanno gli scoiattoli nel mio giardino, nascondono il cibo per l’inverno. Siamo noi, uomini e donne, che possiamo domandarci: cosa siamo al mondo a fare? Una domanda che capiamo non riguarda solo il fare, ma riguarda soprattutto l’essere. Una domanda che ti fai, proprio quando smetti per un attimo di dedicarti al fare e cominci ad interrogarti sul senso del tuo fare e sul futuro; cominci a immaginare, a tirar fuori i sogni dal cassetto: ti scopri capace di desiderare qualcosa che va oltre i tuoi bisogni essenziali. Ma anche una domanda che a volte nasce dallo sconforto che viene dal toccare con mano che non riesci a cambiare il tuo destino; i tuoi sogni si infrangono contro muri troppo alti, contro ingiustizie che puoi solo subire, si fermano su strade senza uscita che avevi preso pieno di entusiasmo salvo poi accorgerti che era l’altra la strada che dovevi prendere. Scoraggiati o sognatori, ci è utile e ci fa bene farci questa domanda per poter accogliere come risposta feconda le parole di san Paolo che ci aiutano a vivere questa festa dell’Immacolata: Benedetto Dio che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante. Le parole suonano potenti e chiare: creati per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità. Siamo al mondo per questo. Per questo nasciamo, per questo viviamo e per questo dovremmo imparare a morire. Permettete l’irriverente paragone. Appena nati i telefoni cellulari servivano per parlarsi. Poi hanno aggiunto i messaggi scritti e brevi. Ora fanno di tutto. Ti guidano per le vie delle città, fanno e inviano foto e video; controlli la posta, paghi la spesa; leggi libri, ascolti musica, guardi film. E quasi ci dimentichiamo che sono nati semplicemente per telefonare. Anche noi sappiamo e possiamo fare tante cose, ma oggi san Paolo ci dice: ricordati che sei nato per essere santo e immacolato nell’amore e tutto quello che sai e puoi fare lo devi fare per realizzare quello scopo. Non serve saper fare tante cose, non serve conquistare la fama, non serve accumulare denaro, non serve inseguire il successo. La vita è vocazione, non carriera. Dovremmo ricordarcelo soprattutto quando abbiamo a che fare con i nostri figli: non devono essere i più bravi a scuola, insegniamo piuttosto loro ad amare la scuola, lo studio, la comunità che si forma intorno alla scuola. Insegniamo a leggere libri. Non devono andare a giocare a calcio per diventare campioni, ma perché amano lo sport.  Insegniamo ad amare il pianoforte e la musica, il tempo libero e il gioco. Ad amare la vita. Non devono fare la prima comunione e la cresima, siamo noi che dovremmo desiderare di farli sentire amati da Dio e ad amare Dio. La prima lettura ci riporta a come già il primo uomo Adamo con Eva si siano lasciati ingannare dal serpente che dice loro di trasgredire il comando di Dio proprio per diventare come Dio, l’apice della carriera che diventa delirio di onnipotenza. Solo quando il pasticcio è fatto, sapranno dire: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato». È la storia di un tesoro perduto, di una luce smarrita a cui si contrappone oggi la storia di Maria, la donna nuova, il modello per quell’umanità creata per essere santa e immacolata nell’amore. Questa festa dell’Immacolata è la festa delle nostre radici e del nostro futuro, è memoria di come Dio ci vuole e promessa di quello che possiamo diventare. È festa di speranza. Il male non vince. Ci insidia da dietro, al calcagno, ma non ci ostacola il cammino in avanti. È festa che ci ricorda il sogno di Dio su Maria, ma anche il sogno di Dio su ognuno di noi. Siamo pensati, desiderati e amati da Dio che proprio così ci rende capaci di vivere santi e immacolati nella carità, non come semplice obbedienza ad un comandamento, ma come appassionata risposta ad un amore che ci precede e ci benedice. Il peccato è estraneo alla nostra natura; è impossibile realizzare la nostra umanità nel peccato; è incompatibile con la meta a cui siamo chiamati e alla comunione per cui siamo creati. Anche noi oggi con san Paolo possiamo dire: Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. Ci ha benedetti e mai ha ritrattato. La benedizione del principio rimane.  Invochiamo la piena di Grazia perché da lei sostenuti possiamo vivere ogni giorno quella vocazione all’amore, dicendo il nostro eccomi, facendo nostro il sogno di Dio.

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Benedizione alle famiglie

Santo Natale 2021

Anche quest’anno, vi invitiamo a vivere insieme un momento di preghiera in Chiesa secondo un calendario che raccoglie le famiglie di vie vicine.
Sarà l’occasione per incontrarsi, affidare a Dio le nostre famiglie, la nostra storia e la nostra vita. In quell’occasione, vi verrà consegnata la lettera del nostro arcivescovo alle famiglie intitolata “Scrivo a voi… lettere immaginare di santa Gianna per il Natale in famiglia” e un lumino che vi invito ad accendere sul davanzale di casa la notte di Natale.
Vi incoraggio a venire quella sera, possibilmente, con la statuina di Gesù bambino del vostro presepe o con una statuina qualsiasi che possa rappresentarvi e farvi sentire presenti al mistero della nascita e dell’incarnazione di Dio; vi incoraggio ancora a venire, portando con voi la vostra lettera a Gesù Bambino da lasciare ai piedi dell’altare fino alla notte di Natale. Dio non avrà bisogno di tante parole per capire: basta a volte ricordarsi e ricordare a Lui per chi o in cosa abbiamo bisogno che Lui ci aiuti.
La preghiera avrà inizio nella Chiesa Parrocchiale alle 20.30 dei giorni indicati.
Ci sono inoltre due appuntamenti dedicati: domenica 12 dicembre alle 15.00 per le famiglie dei ragazzi dell’iniziazione cristiana, il giovedì alle ore 15.00 per la terza età.
Se si fosse impossibilitati a partecipare nella data suggerita con le famiglie della propria via, è certamente possibile unirsi alla preghiera in altra data. Il Dio che è speranza e grazia tornerà con voi nelle vostre case e voi con Lui e ci aiuterà certo a scoprire e sentire la gioia presente anche dentro questo tempo.
Sono sicuro che chi vorrà come tradizione lasciare la propria offerta per le necessità della Parrocchia e vorrà collaborare alla vita della propria Comunità Cristiana nelle sue necessità materiali troverà comunque liberamente il modo di farlo.
Che il Signore accompagni questo tempo con la sua grazia e la sua benedizione.

Don Marco e il Consiglio pastorale

Scarica il calendario degli incontri – calendario –

 

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Vendita Arance

arance

Torna la vendita delle arance! Vi chiediamo gentilmente di compilare il modulo seguente

MODULO

per la prenotazione (entro lunedì 6 dicembre).

Potrete poi ritirare al termine di ogni Messa di sabato 11 e domenica 12 dicembre. Grazie!

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Calendario della Casa sul Pozzo 2022

 

calendario 22È proposto il calendario della Casa sul Pozzo 2022 dei missionari Clarettiani
Il titolo e il tema del calendario è:  É tempo di ripartire dai sogni
Dodici racconti di sogni della Bibbia, uno per ogni mese per lasciarci guidare da Dio fare di nuovo sogni per il nostro futuro
Occorre segnarsi sul foglio in chiesa. È richiesta l’offerta di 5 euro che andrà a sostenere le attività
La comunità sul territorio di Lecco è un’associazione di volontariato senza scopo di lucro (onlus) che dal 1975 opera nella promozione delle risorse giovanili, aiutando a superare le condizioni di disagio.

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