2 domenica dopo l’Epifania

obbedire all'amore senza essere comandati

obbedire all’amore senza essere comandati

Bentornati come ogni anno a Cana di Galilea dove accade non solo il primo dei segni – come lo chiama Giovanni – ma uno dei più famosi, uno dei più leggendari: il sogno di una festa che non finisce mai; la fine di quella minaccia che incombe sulla nostra vita della mancanza, finalmente risolta e per giunta risolta senza fatica, senza costi e senza affanni; la gioia assicurata. Tutto ciò è certamente raffigurato da questa festa nuziale: la situazione conviviale, la gioia dei partecipanti al banchetto, il vino, l’acqua. L’amore. Poi sappiamo che la realtà è molto più faticosa di tutto questo. Sappiamo che non sempre quello che appare sotto gli occhi di tutti corrisponde a quello che accade lontano dagli occhi. Il vino può finire. Le situazioni a volte peggiorano. Le mancanze si fanno sentire. La festa si spegne. Non sono cose che facilmente ammettiamo, sono cose di cui a volte neppure ci accorgiamo, sono cose che a volte fingiamo di non vedere per paura di affrontarle o di fare danni ancora peggiori. Le nascondiamo sotto le apparenze di una scena pubblica a volte così diversa da quella privata. Ma questo racconto ci incoraggia forse a non rassegnarci, ci invita a non trascurare le mancanze, anzi, a portarle allo scoperto, non per accusare qualcuno, non per farle diventare immediatamente colpe o per sottolineare gli errori, ma per trasformarle in abbondanze e in ricchezze. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». Penso che queste parole non siano state dette nel gran salone di quella casa o nel cortile dove gli ospiti avevano consumato tutto il vino, dove la gente scherzava, sorrideva e conversava spensierata nei suoi abiti eleganti. Avviene altrove quello scambio di parole tra Gesù e sua madre: «Non hanno vino». «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Quelle parole di Maria le hanno sentite solo i servi: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Quel comando così bizzarro di Gesù affidato ai servi: «Riempite d’acqua le anfore» rimane un segreto tra loro che non sarà rivelato neppure a colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua. Tutto questo accade nelle retrovie di quella festa in cui noi vorremmo vivere perché ogni festa ha bisogno di un gran salone ma anche della cucina e della dispensa dove nulla scintilla, ma dove tutto è ben curato, dove nulla è apparenza, ma tutto è sostanza. Certo in questo tempo in cui molti vogliono vivere sul palcoscenico della vita, cercano l’apparenza, coltivano più la notorietà e l’esibizione che la buona reputazione, confondono la fama con l’onore, tutto questo è fuori moda. Ci sono cose che pur fatte nel nascondimento – e forse proprio perché fatte nel nascondimento –garantiscono alla vita di non temere sorprese. Pur rimanendo difficile, faticosa, piena di imprevisti anche faticosi come stiamo sperimentando, alla vita è possibile risorgere ogni volta: da ogni imprevisto, da ogni tristezza, da ogni incomprensione, da ogni mancanza, da ogni errore e incidente. Tutto questo grazie a quel lavoro nascosto di molti. Papa Francesco li chiama i “santi della porta accanto”, la classe media della santità. Sono coloro che “non si accontentano di una vita mediocre, annacquata, inconsistente” e sono “un riflesso della presenza di Dio”. Sono coloro che fanno proprio il suggerimento di Maria «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» e si fidano del comando di Gesù«Riempite d’acqua le anfore». Sono coloro che ogni giorno riaccendono la festa. Che riempiono i vuoti, trovano soluzioni, prendono su di sé i problemi anche se non ne sono la causa. Sono mamme e papà che dentro casa riordinano, cucinano, lavano, aggiustano, educano, coccolano, guariscono, amano. Per citare ancora papa Francesco sono: genitori che crescono con tanto amore i loro figli, uomini e donne che lavorano per portare il pane a casa, malati, religiose, anziani che continuano a sorridere.  Hanno la parola giusta al momento giusto e sanno tacere quando le parole non servono. Sanno darti coraggio quando ne hai bisogno e sanno suggerirti prudenza quando non è il momento di osare. Sono uomini e donne che nel proprio lavoro si impegnano, lo fanno con onestà, con responsabilità, competenza, passione e umiltà, non in competizione ma collaborazione con gli altri servi e con Dio. Sono uomini e donne che tanto assomigliano ai servi presenti alle nozze di Cana. Fanno quello che devono semplicemente perché possono e lo fanno volentieri. A volte non glielo devi nemmeno chiedere, obbediscono all’amore senza essere comandati. Fanno il bene e lo fanno bene. Lo fanno senza farsi troppo pregare. Lo fanno per piacere. Perché la festa continui nel gran salone e negli spazi dove stanno gli ospiti occorre aver cura di quello che succede dietro: nelle cucine, nei ripostigli, nelle cantine; nelle retrovie della vita dove si capisce e si impara la vita; in tutti quei luoghi nascosti e in tutti quei momenti dove nessuno vede quello che fai, ma dove l’amore prepara quello che serve non a se stessi ma alle persone amate, in una logica di gratuità, a volte perfino di apparente inutilità. Non importa a quegli uomini se nessuno si accorgerà di chi è il merito; in fondo loro sanno che quel vino migliore è solo in parte merito loro. Il resto è Grazia.

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