III domenica dopo L’Epifania

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Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Non tutto si compra

La visita dei magi, il battesimo di Gesù, la trasformazione dell’acqua in vino e oggi la moltiplicazione dei pani e dei pesci, costituiscono, lungo il cammino di queste domeniche dopo il Natale, una specie di catechesi, una chiara presentazione della persona di Gesù attraverso gesti, parole e segni che chiedono di essere da noi accolti in uno sguardo di fede per evitare che Gesù stesso diventi una sorta di venditore ambulante di sogni e felicità a basso costo, un nuovo messia venuto a inaugurare sulla terra il Paese dei balocchi dove si mangia e beve a volontà e dove tutto è regalato;  un paese dove, spinti dalla bramosia, basta piagnucolare un poco davanti al Signore dicendo: “Chi ci darà da mangiare? Stavamo meglio prima!”, per convincere il Signore a darci tutto quello che vogliamo e a far piovere la manna dal cielo e quando ne siamo stanchi, a far cadere carne. Con questo sguardo di fede vorrei fermarmi oggi sul racconto di Matteo.
Questo miracolo colpisce sempre per l’abbondanza di cibo offerto alla fame di una folla numerosa che lo aveva seguito, a piedi, dalle città. Avevano così tanta voglia di ascoltarlo che sembrano aver perso la cognizione del tempo e non sentir più la fame, come solo agli innamorati capita.  Così arriva sera e sono i discepoli ad accorgersi della situazione e ad avvicinarsi a Gesù: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Non riesco a togliermi il dubbio che dietro questa preoccupazione ci fosse anche il tentativo dei discepoli di far capire a Gesù che era ora di smetterla di occuparsi degli altri e di cenare, ma mettiamo pure che la preoccupazione dei discepoli fosse sincera e completamente rivolta alla folla.
Rimane il diverso modo di Gesù e dei discepoli di guardare, affrontare e farsi carico della situazione.
Quello dei discepoli è chiaro: congeda la folla, lasciali andare; ciascuno provveda a se stesso ciò di cui ha bisogno. Noi non abbiamo abbastanza risorse e mezzi per farlo. I discepoli, come spesso e normalmente accade a noi, capiscono di essere davanti ad un problema più grande di loro. Sentono di non essere adeguati e attrezzati per questa situazione. La sproporzione tra quei cinque pani e due pesci che hanno con sé è evidente ai loro occhi e al loro senso pratico.
Quante volte nella vita abbiamo avuto lo stesso pensiero, abbiamo sentito nel cuore lo stesso dispiacere, abbiamo avvertito lo stesso affanno? Davanti ai grandi temi dell’attualità: l’immigrazione, la fame nel mondo, la povertà; i terremoti o le guerre; questa pandemia sanitaria ed economica. Davanti ai problemi e ai dispiaceri della vita intorno a noi: una malattia, un lutto, dissapori in famiglia o tra gli amici o dentro la comunità? Davanti a chi ci chiedeva l’elemosina, ad un amico che ci ha chiesto ascolto, ad una persona cara che ci ha chiesto una mano. La tentazione di dire “che ci posso fare io?” arriva a volte in un attimo.
Dall’altra parte c’è il modo di Gesù di cui, fin da subito, si dice: sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro. Quella folla prima ancora che di pane è stata nutrita di compassione.
Ai discepoli prima ancora che distributori di pane, è chiesto di farsi capaci di compassione e di diventarne distributori: “spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli alla folla”.
È chiesto loro di non ragionare secondo i criteri dell’economia, del comprare, del vendere e dell’avere, ma di ragionare secondo i criteri della compassione, del dare, del partecipare, del farsi accanto.
“Portatemeli qui!” È questo il comando di Gesù. Non è un sequestro, non è un inventario delle risorse, ma è la richiesta di un rinnovato e totale atto di fiducia. Come non pensare alla povera vedova che nelle cassette del tempio butta le due sole monetine che ha, ovvero tutto quello che ha per vivere.
Ancora più profondamente, il gesto di Gesù di farsi consegnare dai discepoli tutto quello che hanno per poi invitarli a distribuirlo, è il grande insegnamento che ci sono cose nella vita che non ti puoi procurare da te, ci sono cose che non puoi andare a comprare, ma hai bisogno di ricevere in dono.
Il gesto di Gesù è invito a comprendere che le cose che fanno buona la vita non sono quello che ciascuno si compra, ma quelle che riceve in dono gratuitamente.
C’è una compassione che possiamo solo ricevere dagli altri; così è del perdono, della stima, del rispetto, dell’ascolto. Non possiamo darceli da noi stessi. Essere amati non è come amarsi, l’amor proprio non è come l’amore che gli altri ci donano.  Non possiamo dirci da soli: ti voglio bene, occorre che qualcuno ce lo dica. Non possiamo darci da soli un abbraccio, abbiamo solamente la possibilità di donarcelo gli uni gli altri.
Ha ragione Gesù: nessuno di noi, se vuol rimanere vivo e assaporare almeno un briciolo di gioia, può essere congedato e mandato a procurarsi quanto serve. Occorre far propria questa logica ribaltata e sconvolgente del Vangelo: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Non siamo sorgente di tutto quello che ci serve per vivere, ma possiamo essere sorgente per l’altro e l’altro per noi. Occorre che anche noi impariamo a cercare Dio perchè ci sazi non solo di pane, ma ci sazi di compassione e diventare poi a nostra volta ministri della compassione. Occorre mettere da parte la vergogna di non avere abbastanza e cominciare ad offrire quel poco che si ha. Il Signore sa che non possiamo moltiplicare pani, ma ci ricorda che possiamo moltiplicare il bene.

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II domenica dopo l’Epifania

Nozze CanaParrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

La festa non è finita!

Era la notte del 21 febbraio quando arrivava la notizia di un 38enne positivo al Covid-19 dall’ospedale di Codogno. In quella giornata i contagiati in Lombardia sono diventati 15. Sempre il 21 si scopriva un altro focolaio del virus, in provincia di Padova e moriva il prima malato in Veneto, il primo di una lunga serie.
A pochi giorni dal Carnevale, in breve tempo tutto è stato travolto. Sfilate e feste annullate, messe sospese, scuole chiuse, giusto per cominciare una serie di restrizioni che si sarebbero presto allargate a tanti ambiti della vita, personali e comunitari. Tutto quanto accaduto mi sembra si possa accostare a quanto accaduto quel giorno a Cana di Galilea. La nostra vita forse non era in tutto e neppure per tutti paragonabile ad una festa di nozze, ma si stava bene, il grande problema che avevamo in mente e di cui si discuteva molto erano gli immigrati.
A Cana improvvisamente si scopre a quella festa che il vino è finito.
In Italia, improvvisamente si scopre che per colpa di un virus, non c’è più molto da far festa.
Questo paragone può essere azzardato, ma mi aiuta a leggere questa parola del Vangelo e a sentirla viva e come rivolta a me, a noi, al nostro tempo. Aiuta farla diventare Parola viva.
Quella mancanza del vino è certamente un problema, ma diventa quel giorno anche un’occasione per tanti.
* Il Vangelo dice che a Cana la mancanza di vino è stata innanzitutto occasione per Maria di esercitare la sua premura e attenzione.
Nessuno si era accorto, nessuno era intervenuto. Maria si fa carico della situazione; avrebbe anche potuto non interessarsi di quella mancanza, rimandare il problema al maestro di tavola e pretendere da lui la soluzione.
Maria invece prende l’iniziativa senza lamentarsi, senza accusare nessuno, senza cercare colpevoli.
Maria ci insegna ad essere attenti ai bisogni degli altri, alle loro mancanze; a cercare soluzioni anche senza che ci venga chiesto; a non attendere sempre che ci pensi chi lo deve fare per ruolo; a non pensare che tanto ci penserà qualcun altro.
Troppo facile pensare che tocchi a un altro, alla politica o allo Stato: lo Stato siamo anche noi quando facciamo il nostro dovere di cittadini, quando rispettiamo le leggi, quando paghiamo le tasse, quando facciamo bene il nostro lavoro, quando scegliamo i nostri rappresentanti e chiediamo loro di essere onesti, preparati a quel compito così importante che è la cura del bene comune, dediti al Paese e non alle loro cause, quando noi stessi ci prendiamo cura con le nostre piccole azioni del bene comune. L’altro siamo noi.
Non c’è festa e non c’è dolore che non ci riguardi e per il quale noi non possiamo fare nulla.
* Il Vangelo dice che a Cana di Galilea la mancanza di vino è stata occasione per dare slancio nuovo alla festa che è continuata in modo migliore di come era cominciata. L’acqua versata nelle giare e portata ad assaggiare al maestro di tavola è diventata vino migliore di quello offerto all’inizio.
Le crisi non hanno come unico esito obbligato il peggioramento. Se non ci si rigenera, si degenera.
Spesso insisto nel dire che solo in questo modo potremo davvero dire che tutto è andato bene: non semplicemente se le cose torneranno come prima, ma solo se diventeranno meglio di quelle di prima.
Diversamente, quello che stiamo vivendo sarà solo tempo sprecato, solo una brutta e inattesa interruzione nello scorrere della vita. Ma questa non è solo una parentesi. Questa è l’occasione, come lo è stata la mancanza di vino alla festa di Nozze di Cana di Galilea, per accorgersi che ci può essere un vino migliore.
Un’occasione di cui forse non sentivamo la necessità, di cui forse avremmo fatto a meno, che avremmo preferito meno aggressiva e brutale, ma comunque un’occasione.
* Il Vangelo dice che a Cana di Galilea la mancanza di vino per i servi è stata l’occasione per imparare a fidarsi di quel Gesù e di quel che ci dice. Sollecitati da Maria si rimettono al servizio della festa.
Non chiediamo semplicemente a Dio di liberarci dalla pandemia, ma di saper vivere l’obbedienza a lui, chiediamo la fantasia di poter trovare soluzioni nuove e rimedi impensati a problemi e mancanze antiche.
Questa situazione che stiamo vivendo è occasione per far crescere la nostra fede, per purificarla, per riscoprire il gusto per la nostra vita spirituale, per far nuovo il volto di Chiesa.
C’è una parola, un comando che trasforma l’abitudine dei servi in un’occasione per essere discepoli. I gesti di quei servi consumati dalla ripetizione ritrovano senso e forza, diventano originali e capaci di fare cose nuove.
Molti forse non torneranno alla Messa, dopo essersi accorti che era solo un’abitudine noiosa, ma se altri riusciranno a scoprire nell’Eucarestia, proprio dopo esserne stati privati, l’emozione, il calore, la bellezza di relazioni fraterne, il piacere di ritrovarsi nella comunità che prega; allora questa sarà stata un’occasione.
A Cana di Galilea il vuoto delle giare è diventato lo spazio per contenere il vino nuovo e migliore.
Io voglio davvero sognare che questa pandemia non sia la fine del genere umano, ma generi umanità; che sia occasione per imparare a far tutti festa con un vino migliore di quello che era stato messo a tavola all’inizio, compresi coloro che prima erano esclusi dalla festa; che la nostra vita possa riprendere non come prima ma meglio di prima; che le nostre abitudini possano diventare di nuovo gesti pieni di fede

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Battesimo del Signore

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Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. La maniera concisa e semplice con cui Marco racconta il Battesimo di Gesù potrebbe farci pensare che questo non sia un episodio importante della sua vita, ma questa semplicità ci conduce ad uno dei momenti chiave del Vangelo.
L’episodio del battesimo, svela e porta fino in fondo- potremmo dire anche fino alle estreme conseguenze – il percorso di discesa del Figlio di Dio di cui san Paolo nella lettera ai Filippesi parla: Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini.
Questo momento della vita di Gesù chiarisce quale è il posto in cui Dio ha deciso di mettersi per star vicino agli uomini; quale è lo stile della sua vicinanza.
Chiarisce quale è la sua missione che non consiste nel far giustizia e condannare, ma nel salvare; non consiste nel punire, ma nel recuperare; non nello scacciare, ma nel cercare e ritrovare; non nell’allontanare, ma nell’avvicinare.  Come abbiamo ascoltato dalle parole di san Paolo, da lontani che eravamo, siamo diventati i vicini, perché Gesù ha abbattuto il muro di separazione.
Ancora di più, chiarisce quale sia il luogo scelto da Dio non solo per guardare e ma per amare il mondo.
Quale sia il punto di vista e il posto migliore per comprenderlo: lì, dove ci sono i poveri e i peccatori.
Sorprende e scandalizza certo, pensare che Dio che dal cielo può vedere tutto e tutto può giudicare, scelga invece di mettersi lì, in mezzo agli ultimi, ai poveri, ai peccatori; sorprende perché, facendo ragionare Dio con la nostra testa, avremmo scelto logiche e soluzioni diverse. Ma a noi, proprio contemplando Gesù nelle acque del Giordano, è chiesto di imparare a pensare e ragionare secondo il cuore di Dio.
È forse il messaggio più difficile da ascoltare del Vangelo: questa predilezione di Dio per quell’ultimo posto, questo sua predilezione per il farsi servo, per il lavare i piedi, per l’amare perfino il nemico.
Questo è il messaggio che Gesù ribadisce in innumerevoli modi lungo tutto il tempo della sua missione e che sigilla con la morte in croce. Papa Francesco ne ha fatto il punto fermo del suo pontificato. Continuamente ci invita a non osservare dal centro, ma a sportarci ai margini per guardare meglio il mondo e l’umanità e suggerisce questo spostamento come necessario non solo per la Chiesa, ma anche per la politica, l’economia, la cultura per abbandonare quella logica dello scarto che colpisce tanto gli esseri umani che diventano gli esclusi, quanto le cose che si trasformano in spazzatura.
Questa predilezione non nasce dal desiderio di portare via i beni ai ricchi e trasformare ogni uomo in un povero, non ha come obiettivo di portarci tutti alla miseria, ma di ridurre la quantità di miseria e povertà presente nel mondo; non ha a che fare con progetti politici o con programmi economici e di mercato, non sta né a destra né a sinistra, ma ambisce di portare a tutti quel benessere a cui si ha diritto, di non creare scarti, di non lasciare indietro nessuno, di collaborare per condurre questo mondo a somiglianza con il Regno di Dio Nasce e vive del desiderio di far propri i sentimenti di Dio verso ogni uomo.
Proprio mentre Gesù occupa quel posto, di fronte a Giovanni Battista, nell’acqua del Giordano che lo ricopre, la voce del Padre si fa sentire per esprimere la propria approvazione: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».  Dio Padre approva. Conferma al Figlio che questa è la sua volontà, è quello che gli sta a cuore, è quello il suo stile.
Nel Battesimo di Gesù, ritroviamo lo sguardo di Dio che sa vedere anche nei perdenti, nei piccoli, nei peccatori, in coloro che sono ai margini, semplicemente uomini e donne da amare.
Celebrare il Battesimo di Gesù significa essere disposti a condividere questo stesso sguardo sul creato e sugli uomini; significa far nostro un punto di vista diverso; imparare priorità diverse.
Questo sguardo sul mondo dal punto di vista della povertà e dei poveri è ciò che il Vangelo chiede a tutti.
Celebrare il Battesimo di Gesù significa ricordare che Dio è lì dove sono le tante povertà del mondo che non sono solo economiche.  Sono quelle dell’amore, perché povero è chi non si sente amato da nessuno o chi non si è mai accorto di essere amato.  Sono poveri quelle persone che non riescono a vedere un futuro perché il presente è troppo precario.  Poveri sono coloro che sono ora schiacciati dall’incertezza e dalla sfiducia.  Povero è anche chi non ha Dio e si affanna attorno a sorgenti che non tolgono la sete e cercano un pane che non toglie la fame.
È l’umiltà di Dio che si abbassa fino a noi che ci permette di innalzarci a lui, di sentire e di gioire pienamente del poter essere anche noi non più stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio. È Isaia ad indicarci il migliore programma di vita che si possa immaginare: Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino

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I nostri presepi

Ecco i nostri presepi con le voci dei bambini del nostro coretto sulla musica del violino di Lisa. Per rendere indimenticabile questo Natale

Probabilmente domani i nostri presepi verranno riposti nelle scatole dove rimarranno fino al prossimo Avvento. Questa è una piccola celebrazione che vuole invitare a vivere in famiglia il tradizionale rito del bacio a Gesù bambino e la benedizione dei bambini.  Per non “metter via il Natale” senza una piccola preghiera di saluto. Scarica 

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Epifania – 6 gennaio 2021

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Pronti a riveder le stelle!

“E quindi uscimmo a riveder le stelle”. Così termina la Cantica dell’Inferno di Dante. Al termine del loro cammino nel buio della terra, dopo aver visitato posti terribili e aver preso coscienza delle molteplici forme del male e di come in nessun modo esso possa portare guadagno, “senza cura aver d’alcun riposo”, guidati dal suono di un ruscello, si accorgono di aver preso la via buona di uscita e gioiscono nell’intravedere finalmente la luce entrare da una apertura tonda nel mezzo della roccia.
Non voglio immediatamente paragonare i tempi che stiamo vivendo all’inferno, non solo perché non so quanto davvero sia terribile l’Inferno, ma, immaginando lo sia davvero tanto, mi sento di dire che per quanto grandi siano le difficoltà che stiamo vivendo non siano paragonabili ad un inferno.
Mi piace tuttavia partire, in questo giorno dell’Epifania, da queste parole che hanno il sapore della speranza e fermarmi a pensare al fatto che ci sono tanti modi di uscire a rivedere le stelle.
Intanto, sia il racconto di Dante che quello di Matteo della storia dei Magi ci dice che il viaggio è bene non compierlo mai da soli. Dante ha come guida Virgilio. I Magi partono in tre. Camminare insieme rende il viaggio meno faticoso; meno insidiose sono le incertezze e i pericoli che si possono incontrare. Il buio fa meno paura. La solitudine non morde l’anima. Credo sia il dono che possiamo sperimentare anche in ogni nostro ritrovarci
per la celebrazione dell’Eucarestia. Non siamo soli. C’è il Signore, c’è una comunità che ci sostiene, dentro la quale essere per altri il sostegno e dentro la quale trovare sostegno quando le forze mancano a noi.
Mi piace pensare che la vita non procede mai per blocchi divisi. Non ci sarà un prima e un dopo Covid. Non ci sveglieremo, una mattina, improvvisamente liberi. Ne usciremo gradualmente, rimanendo in cammino: ci sono prove che occorre attraversare e non dimenticare, ci sono esperienze che diventano memoria, ci sono situazioni che diventano competenze e ci sono fatiche che diventano saggezza. Quell’“e quindi” che Dante mette all’inizio della frase sembra voler proprio ricordare che quel tornare a vedere le stelle ha una intensità tutta particolare proprio perché prima si è vissuto l’inferno, il buio, la paura, l’ansia, lo smarrimento.
Anche i magi, non capitano per caso a Gerusalemme, ma vi arrivano dopo un lungo viaggio fatto certamente di tante notti e tanti giorni, fatto di un continuo scrutare ogni situazione, senza certezze, tra i pericoli del tempo, ma con nel cuore una domanda: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?» E una sola certezza: «Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo».
Mi piace raccogliere quel “rivedere” che Dante usa e che può significare tornare a vedere, ma anche vedere come nuovo, e addirittura può significare riesaminare, riconsiderare.
Matteo ci dice che i magi, dopo aver trovato il Bambino e aver aperto i loro scrigni e aver lasciato in dono oro, incenso e mirra, ovvero le cose preziose che avevano con sè, ritornano a Gerusalemme per un’altra strada.
Anche noi nel desiderare il ritorno ad una situazione di normalità, dovremo saggiamente prepararci a considerare meglio quali siano le cose per noi preziose, quali siano le cose che possiamo lasciare, quali possiamo perdere senza rimpianti e quali dovremo andare a riprenderci perché finalmente, proprio in questo piccolo inferno, ci siamo accorti che le avevamo già perse prima, senza renderci conto di quanto grande fosse quella perdita e di quanto ci siano necessarie. Anche noi dovremmo imparare strade nuove.
Mi piace infine fermarmi a considerare, attraverso il racconto di Matteo, come ci siano tanti modi di guardar le stelle. Il Vangelo oggi ne mette a confronto almeno due: il modo dei magi e il modo degli scribi.
Riuniti da Erode rimasto turbato dalla domanda dei Magi, alla ricerca della risposta sul luogo dove doveva nascere il Cristo, i capi dei sacerdoti e gli scribi non esitano a rispondere: “A Betlemme di Giudea”. Il loro modo di guardare le stelle potremmo chiamarlo “degli intellettuali”: coloro che mettono davanti la loro conoscenza alla realtà e faticano perciò ad imparare dalla realtà stessa, perché non la lasciano parlare, non
la ascoltano; il modo di chi non lascia alcun spazio neppure all’irrompere di Dio nella vita e crede il proprio sapere superiore ad ogni cosa.
Il modo dei magi di guardare le stelle invece è quello dei sapienti, non degli intellettuali. Essi lasciano entrare la realtà nel loro cuore, si lasciano istruire perfino da una stella e aprono la porta del cuore all’irrompere Dio.
Il loro non è semplicemente un sapere le cose, ma coglierne il senso e le implicazioni con la vita, una sapienza pienamente umana che accetta di inginocchiarsi alla sapienza di Dio, lasciandosi così riempire di gioia. Non disprezzano chi ha studiato, non disprezzano la competenza che certo non si improvvisa, ma fanno buon delle risposte che vengono loro date, rimettendosi in cammino. La loro sapienza è la grazia di poter vedere ogni cosa con gli occhi di Dio: vedere il mondo, vedere le situazioni, i problemi, tutto, come li vede Dio.
Usciremo anche noi a riveder le stelle. Il Signore continua a guidare i nostri passi; il nostro cuore continui a rimanere in ascolto della sua voce; i nostri occhi siano pronti a scrutare ogni sua presenza-

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II domenica dopo il Natale

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È misterioso il racconto che Luca fa di questa giornata nella sinagoga a Nazareth. La narrazione è asciutta. Lascia più spazio all’immaginazione che alla descrizione dei fatti: non viene esplicitamente detto se Gesù legga quei versetti, anche se le parole successive di Gesù ci fanno immaginare che lo abbia fatto: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Non ci viene detto se il rotolo del libro è aperto a caso o se qualcuno, o Gesù stesso, apre proprio cercando quel passo.
Il racconto, proprio perché asciutto e senza fronzoli, è solenne e capiamo subito che sta accadendo qualche cosa di importante.
Il brano citato è del capitolo 61 del libro di Isaia. Un profeta anonimo si annuncia e si presenta: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione.
Dichiara la sua missione: «Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore».
Non è detto il nome, non è detto quando accadrà. Il popolo di Israele su quella promessa fondava la propria fede e motivava la propria attesa: il Signore ce lo ha promesso e manterrà la sua parola. L’anno di grazia del Signore arriverà.
Gli occhi e l’attenzione di tutti erano giù puntati su di lui: “fissi”, dice Luca.
Possiamo allora capire anche la meraviglia di fronte alle parole che escono dalla bocca di Gesù e che risvegliano l’attesa: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato»; una meraviglia che riempie il cuore di tutti, poi la bocca, poi tutta la sinagoga e che ha la pretesa ora di arrivare fino a noi che abitiamo un “qui ed ora” diverso, in un tempo lontano da quel giorno, in un luogo lontano da Nazareth, ma che nella fede ci chiede di essere guardato come l’oggi di Dio.
Sempre Dio si rimette in azione quando proclamiamo la Parola, quando la ascoltiamo, quando la preghiamo: quell’oggi si rinnova. Dio si rende presente.
Potremmo domandarci se quando ci ritroviamo per questo ascolto dentro la celebrazione eucaristica, il Signore trova ancora uomini e donne presenti e attenti, capaci di avere gli occhi fissi su di lui, il corpo raccolto, la mente concentrata.
Soprattutto la mente desiderosa di conoscere per credere e di credere per conoscere.
Il Vangelo di oggi per certi versi ci inganna e non ci mette nelle condizioni di capire a fondo quando Luca ci sta raccontando, perché non ci nasconde, tagliando l’ultima parte del versetto 23,  la reazione della folla, che non è solo di meraviglia, ma anche di incredulità, quasi un “troppo bello per essere vero”.
Nel versetto 23, Luca infatti racconta così: erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e si domandavano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?».
È l’oggi di Dio contro l’oggi dell’uomo. Alla fine, anche quelli che lo avevano ascoltato, con gli occhi fissi, in preghiera, quelli che si erano meravigliati finiscono per arrendersi e fidarsi non della Parola annunciata, ma per arrendersi e fidarsi di quello che vedono: ma questo ragazzo è il figlio di Giuseppe, cosa ci sta dicendo?
L’oggi dell’uomo aspira alla certezza, alla sicurezza. Si ferma a quello che vede, si ferma quindi alla superficie delle cose, misura la realtà sui propri bisogni, misura il tempo sulla propria pazienza, misura lo spazio sulle proprie necessità.
L’oggi dell’uomo diventa un procedere a testa bassa verso i propri traguardi.
L’oggi di Dio invece è un camminare a testa alta con lo sguardo al cielo verso il Regno dei cieli.
È appoggiato più sulla fiducia che sulla certezza, più sulla speranza più che sulla sicurezza.
L’oggi di Dio è promessa. È capacità di ricordare che la vita non è fatta di attimi; si concilia male con il tutto e subito, perché sa che occorre la pazienza, la perseveranza, anche un poco di sana ostinazione. Non è misurato sugli istanti, ma sulla continuità e fedeltà.
Nel Vangelo di Luca quell’oggi compare quattro volte come promessa: “Oggi vi è nato il Salvatore”; “Oggi si è adempiuta questa Scrittura”; “Oggi la salvezza è entrata in questa casa”, quella di Zaccheo; “Oggi sarai con me in paradiso”. Compare anche come avvertimento: «Pietro, io ti dico: oggi il gallo non canterà prima che tu, per tre volte, abbia negato di conoscermi».
Ora è rivolto a noi che, come la folla, possiamo meravigliarci o rimanere increduli e indifferenti.
Sta a ciascuno di noi cogliere la promessa e l’avvertimento.
Sta a noi scegliere se entrare nell’oggi di Dio o rimanere nell’oggi degli uomini.
Scegliere, per dirla con le Parole di Paolo, se vivere sotto il dominio della carne o dello Spirito, lasciando che lo Spirito di Dio entri e abiti in noi. Signore, abbiamo cominciato un anno nuovo e abbiamo davvero desiderio che sia un anno di Grazia. Aiutaci a lasciarci guidare dal tuo Spirito, dilata il nostro cuore e infondi in noi fiducia nelle tue promesse

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Ottava del Natale del Signore – 1 gennaio 2021

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Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

È facile dire che il 2020 è un anno da dimenticare. Facile essere contenti che finisca. Troppo facile per non farsi venire il sospetto che non basterà certo cambiare calendario per trovare qualcosa di meglio. Per lasciarsi il passato alle spalle occorre qualcosa di più efficace dell’augurio che “peggio di così non potrà essere”. Occorre soprattutto prima avere la pazienza, l’onestà e soprattutto la sapienza di capire se quello che ci ha riservato questo anno che chiudiamo e abbiamo vissuto sia proprio tutto da buttare.
Occorre capire se questo 2020 è un anno da buttare o anche solo da dimenticare o non sia piuttosto un anno da ricordare, consapevoli che quasi sempre dimenticare significa solo prepararsi a ripetere gli stessi errori e gli stessi sbagli. Io preferisco decisamente dire che questo 2020 è un anno da ricordare.
A me pare di poter dire che questo anno ci ha riportato tutti alla scuola della vita, quella scuola che ci aveva spesso sorpreso distratti, presuntuosi e troppo spensierati.
Distratti perché troppo concentrati sulle nostre cose, su noi stessi, sui nostri interessi, sulle nostre convinzioni, sulle nostre sicurezze, sulle nostre comodità; perché quando abbiamo cominciato il 2020 e facevamo il brindisi di benvenuto al nuovo anno, in Cina già si annunciava l’epidemia; perché milioni di uomini in altre parti del mondo non hanno mai smesso di morire di fame, di malattie anche meno complicate, di guerre.
Presuntuosi perché illusi di sapere già tutto quello che c’era da sapere, convinti di avere in mano il mondo e il futuro, di poter decidere la meta, la rotta e i tempi del nostro andare e di poterci scegliere anche i compagni di viaggio.
Troppo spensierati perché abbiamo vissuto molto sulla superficie delle cose, sempre con le mani indaffarate, i passi affrettati; sempre un filo nervosi, ma compiaciuti delle nostre quotidiane distrazioni e di qualche piccolo divertimento; sempre un po’ scontenti, ma con la possibilità di comprare più di quello che avevamo bisogno e spendere più di quello che potevamo permetterci; tutto sommato compiaciuti di una libertà che ci sembrava poter essere infinita, fatta di diritti e quasi nessun dovere.
Mentre per molti mesi i nostri ragazzi sono stati costretti alla didattica a distanza, questo anno ci ha portati tutti e tutti insieme, grandi e piccoli, alla scuola in presenza della vita a cui non eravamo più abituati.
Con grande forza ha svelato la nostra fragilità, ha smontato tante nostre certezze costruite sulla sabbia, ha ridimensionato la convinzione di poter avere una soluzione per ogni problema, ci ha costretto a capire che non siamo padroni della nostra esistenza anche se tutti i giorni ci illudiamo del contrario.
Il Vangelo ci aveva messo in guardia: “Chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?”. Ma è fuori moda crederci.
Certo questo 2020 è stato un maestro severo. Possiamo protestare per la violenza e la severità con cui l’ha fatto, per non averci avvertiti in tempo, per non aver avuto riguardo per nessuno, per averci fatto domande difficili, per averci impedito di copiare le risposte e le soluzioni, per aver spiattellato anche a noi stessi, impietoso, la nostra impreparazione. I maestri severi sono quelli però che si ricordano meglio e verso cui maggiore è la gratitudine per quello che ci hanno dato.
Senza apparire distratto, presuntuoso o spensierato, senza dimenticare i troppi morti che ci sono stati, le tante povertà che si sono create, le solitudini che hanno scavato e ferito il cuore di molti, io mi sento di invitarvi a trovare il coraggio di ringraziare anche per il dono di quest’anno, non semplicemente perché siamo ancora vivi, ma per la possibilità di ritornare alunni alla scuola della vita, chiudere un anno e cominciarne un altro, arricchiti e cresciuti in sapienza, età e grazia; per la possibilità di scuoterci di dosso la distrazione, la presunzione e la cattiva spensieratezza che ci imprigionava.
La Chiesa, popolo di Dio, nell’ultima sera dell’anno che si chiude, non canta il Te Deum per tradizione ma per legare e ricucire con il filo della fede quei giorni che la pandemia sembra aver devastato e disperso e dare loro quel senso che fatichiamo a vedere. Lo canta nella consapevolezza che ogni augurio di un anno migliore deve accompagnarsi alla disponibilità a diventare migliore, con il dovere di fare tutto quello che tocca a noi fare per quel miglioramento desiderato e sperato, che siamo noi i protagonisti di quell’augurio diventato un po’ il simbolo della resistenza: andrà tutto bene. Non esiste un anno migliore, senza il desiderio e l’impegno ad essere migliori. L’atteggiamento di Maria descritto nel Vangelo è per noi prezioso: ella, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
Abbiamo ancora da imparare dall’anno che ora vogliamo chiudere. Abbiamo ancora umilmente bisogno di custodire e meditare quello che ci è e ci sta capitando.
Torniamo anche noi a fare i conti non solo con i numeri dei contagi, a non preoccuparci solo dei bilanci economici, ma ad invocare e a maneggiare con più confidenza la grazia di Dio.

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San Giovanni

albero 2020Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza
Sono potenti queste parole di Giovanni, l’apostolo di cui oggi facciamo memoria.
Sono piene di vita e di energia, di passione e di concretezza.
Non vi racconto storie, sembra dirci, vi racconto qualcosa di così strepitoso che ho avuto bisogno di orecchie, di occhi, e di mani per conoscerlo, ho avuto bisogno del cuore e della mente e quello che ho incontrato è così straordinario che non riesco a non raccontarlo! Il mio racconto diventa testimonianza proprio perché la mia vita ne è stata coinvolta.
Questo Natale credo ci abbia dimostrato che non è certo possibile ad un virus e nemmeno alle restrizioni che sono state rese necessarie per contenere l’epidemia, sminuire questa festa.
Abbiamo toccato con mano che non è la durezza della vita che rende difficile celebrarlo, ma che anzi ci permette di farlo forse con una sintonia ancora maggiore con il primo Natale. Abbiamo forse anche toccato con mano che, liberato da tanti orpelli, abbiamo goduto di un Natale più sincero. È la nostra poca fede la sola cosa che può spegnere il Natale. Il Natale non ha bisogno di tradizioni di uomini che la difendano, ma ha bisogno di uomini che la incarnino, la interpretino dentro il proprio tempo, che abbiano le radici in Dio, ma che siano riconoscibili dai frutti come il vangelo stesso chiede. Ha bisogno di uomini fedeli a Dio, fedeli ai tempi.
Giovanni nei suoi scritti ci ha raccontato la sua bruciante esperienza di Dio, la sua avventura per le terre di Palestina, la sua conversione al Maestro, il suo essere diventato discepolo e, ancor di più, discepolo amato da Gesù.
Il Vangelo che abbiamo letto si conclude così: Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. Manca l’ultimo versetto, quello in cui Giovanni dice: Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.
Quasi con ironia ci dice che avrebbe molte altre cose da dire su ciò che Gesù ha fatto, anzi, a ben pensarci, il Vangelo non si dovrebbe mai finire di scrivere. Giovanni ha posto un termine al suo scrivere, ma di scrivere il vangelo non si finisce mai.
Il Vangelo ancora oggi chiede di essere scritto da ciascuno di noi.
Così rimane vivo, diversamente, per quanto Parola di Dio, per quanto Parola potente rimarrebbe morta. Come seme finito sulla strada o su terreno sassoso o in mezzo a rovi.
Ognuno non solo potrebbe ma dovrebbe aggiungere la sua pagina. Ogni uomo e ogni donna, che hanno incontrato la luce del Signore e dicono di credere in lui, hanno il dovere di aggiungerne altri versetti, i propri. Il Vangelo secondo Giovanni, secondo Laura, secondo Mario. Il Vangelo secondo me. Il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere se ciascuno di noi intraprendesse questa opera di scrittura. Quel mondo di cui ci lamentiamo non sarebbe lo stesso. La fatica del vivere forse sarebbe minore. Perché per questo ci è stato dato il vangelo, per questo il Signore Dio si è fatto carne: Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero Il Vangelo, il Verbo fatto Carne, come ci ha insegnato a chiamarlo Giovanni, ha bisogno di uscire dalle chiese. Papa Francesco ce lo ripete continuamente, fedele all’insegnamento di Gesù che ha seminato la
sua parola nelle strade, tra la gente, in mezzo agli uomini.
Quella è la sua casa. Quello è il suo posto. Abbiamo bisogno che il Vangelo ci aiuti a leggere e a capire i tempi che viviamo; ci aiuti a guardare lontano; ci aiuti a immaginare e a disegnare e costruire il futuro dove ciascuno possa non sentirsi dimenticato o escluso.
«Vi riconosceranno come miei discepoli se avrete amore gli uni per gli altri».
Il Natale ci chiede e ci spinge a vivere fino in fondo questo mistero di incarnazione.
Chiediamo al Signore ci accompagnarci con la sua grazia nella splendida avventura dell’essere uomini

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Natale – 25 dicembre 2020 – Istanti di Natale

presepe 1Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Come posso commentare la parola del Vangelo che abbiamo letto? Cosa dico in occasione di questo Natale? Quale augurio posso farvi? Ho avuto davanti queste domande in questi giorni e ne ho avvertito il peso.
Così ho provato a cambiare domanda: cosa dice a me questo Natale? Cosa dice a me questo vangelo? Quale augurio mi faccio? Ma anche queste sono domande difficili. Provate a farle diventare vostre queste domande. Cade questo Natale dentro un tempo difficile, dentro giorni difficili. Mi pare diventato quasi imbarazzante perfino domandarsi o sentirsi domandare “Come stai?”. Cosa rispondi?
Che stai bene perché non hai tosse e febbre? Perché il Covid non ha ancora incrociato le tue strade o quelle dei tuoi cari più vicini? È abbastanza questo per star bene in questi giorni? Rispondi “sto male”? Con il rischio di sentirsi e di apparire tristi e scontenti o addirittura ingrati pensando a chi dal virus è stato toccato duramente? Dici: “potrebbe andare meglio”?
È anche difficile dirsi “buon Natale” perché non si sa immaginare e dire come dovrebbe essere un buon Natale quest’anno e ci si accorge che rischia di diventare più che mai una frase di circostanza.
Questo tempo ci ha rubato anche le parole, ci ha rubato la spontaneità; ci ha rubato la leggerezza. Ma questo Natale non è muto. Non può esserlo. Occorre lasciarlo parlare e farci trovare disponibili all’ascolto.presepe 3
Il Natale, come ci dice il vangelo di Giovanni, è proprio la festa del Verbo che si fa carne, della Parola che viene in mezzo a noi.
Siamo piuttosto noi che siamo diventati sordi e fatichiamo ad ascoltare perché altre voci e altri rumori ci stanno frastornando. Altre domande ci stanno più a cuore: quando finirà? Quando arriverà il vaccino?
Riuscirà a risolvere qualcosa?
Perché siamo evidentemente sintonizzati su altro. I nostri pensieri, il nostro cuore, la nostra mente, le orecchie e gli occhi sono in affanno di fronte a preoccupazioni che non abbiamo mai vissuto e che non abbiamo mai affrontato, di fronte soprattutto ai rischi e alle incertezze che questo tempo ci costringono a vivere. Viviamo con la paura di essere contagiati e ammalarci; di contagiare senza saperlo. Il lavoro, la scuola, i figli, i genitori anziani. Non può essere il nostro cuore come l’albergo pieno in cui Giuseppe, Maria e il
bambino che portano nel grembo non trovano posto. Liberiamo una stanza!
La vita ha infinite sfumature di colori. Lo sappiamo che non ha sempre i colori che vogliamo; che qualche volta sono in tinta con i desideri, altre volte sono un pugno nell’occhio. Ma la vita oggi ci sta presentando proprio le sue tinte più scure e cupe.
Ed inevitabilmente anche il Natale che pure solitamente ha altri colori, ne risente: ha colori grigi se non neri
dei giorni che stiamo vivendo. Perfino il cielo è di questo colore.
* Ma è proprio in mezzo a questo grigio che abbiamo bisogno di una luce: Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Perché senza la luce, se anche la vita sfoggia i suoi colori più belli, non li vedi risplendere. Allora vieni, Signore. Ridai lucentezza ad ogni cosa. Rischiara il buio.
* È proprio in mezzo a queste paure che abbiamo bisogno di vedere arrivare di nuovo i tuoi angeli a dire a noi come l’hanno detto ai pastori: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
Cercatelo questo bambino. Sedetevi accanto. Gustate la sua compagnia finchè non avrà parlato più forte delle paure, finche non le avrà fatte tacere, le avrà rese meno feroci e ingombranti. Finchè non avrà trovato il suo posto, facendosi spazio in mezzo ad ogni nostra preoccupazione, affanno, inquietudine e tormento e tutti questi sentimenti che hanno le mille sfumature del grigio.
* È proprio in mezzo a questa mancanza di parole che abbiamo bisogno che arrivi la sua Parola: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Ci ridoni le parole per rispondere con sincerità e senza imbarazzi alla domanda: “come stai”. Ci ridoni le parole giuste e vere per dirci senza formalità: “buon Natale”. Per dirlo alle persone che potremo avere vicino e a quelle che dovremo custodire a distanza nel cuore.
presepe 4Mi piacerebbe regalarvi un piccolo apostrofo da mettere in una parola che è diventata un tormento: “distanti”; per cambiarle significato e farla diventare benevola. Non sia vissuto questo Natale distanti, ma sia un Natale fatto d’istanti. Abbiamo bisogno di questo apostrofo che ci ridoni istanti lieti. Abbiamo noi la responsabilità di essere quell’apostrofo che cambia il significato a questo tempo, ne cambia il colore, che lo renda meno scomodo e inospitale. Abbiamo bisogno di seminare quei piccoli apostrofi quasi invisibili che
sono parole buone, gesti gentili, presenze sincere, sguardi di bene che creano istanti di pace. Questo Natale non sia un Natale difficile, ma sia semplicemente un Natale indimenticabile. Questo Dio bambino è la Parola che ci manca. È la luce nel buio. È la calma tra le paure. Venga e rimanga ad abitare in mezzo a noi.

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S. Messa di Natale per Famiglie

natle messa famiglie2020Santo Natale – Venerdì ore 16.00 Santa Messa di natale per le famiglie nella Parrocchia di Monticello. Ecco il link per prenotarsi https://www.eventbrite.it/e/biglietti-s-messa-di-natale-per-famiglie-132833561759 

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