III domenica dopo L’Epifania

Moltiplicazione-dei-pani-e-dei-pesci-360x270Parrocchia S. Agata Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione Torrevilla

Non tutto si compra

La visita dei magi, il battesimo di Gesù, la trasformazione dell’acqua in vino e oggi la moltiplicazione dei pani e dei pesci, costituiscono, lungo il cammino di queste domeniche dopo il Natale, una specie di catechesi, una chiara presentazione della persona di Gesù attraverso gesti, parole e segni che chiedono di essere da noi accolti in uno sguardo di fede per evitare che Gesù stesso diventi una sorta di venditore ambulante di sogni e felicità a basso costo, un nuovo messia venuto a inaugurare sulla terra il Paese dei balocchi dove si mangia e beve a volontà e dove tutto è regalato;  un paese dove, spinti dalla bramosia, basta piagnucolare un poco davanti al Signore dicendo: “Chi ci darà da mangiare? Stavamo meglio prima!”, per convincere il Signore a darci tutto quello che vogliamo e a far piovere la manna dal cielo e quando ne siamo stanchi, a far cadere carne. Con questo sguardo di fede vorrei fermarmi oggi sul racconto di Matteo.
Questo miracolo colpisce sempre per l’abbondanza di cibo offerto alla fame di una folla numerosa che lo aveva seguito, a piedi, dalle città. Avevano così tanta voglia di ascoltarlo che sembrano aver perso la cognizione del tempo e non sentir più la fame, come solo agli innamorati capita.  Così arriva sera e sono i discepoli ad accorgersi della situazione e ad avvicinarsi a Gesù: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Non riesco a togliermi il dubbio che dietro questa preoccupazione ci fosse anche il tentativo dei discepoli di far capire a Gesù che era ora di smetterla di occuparsi degli altri e di cenare, ma mettiamo pure che la preoccupazione dei discepoli fosse sincera e completamente rivolta alla folla.
Rimane il diverso modo di Gesù e dei discepoli di guardare, affrontare e farsi carico della situazione.
Quello dei discepoli è chiaro: congeda la folla, lasciali andare; ciascuno provveda a se stesso ciò di cui ha bisogno. Noi non abbiamo abbastanza risorse e mezzi per farlo. I discepoli, come spesso e normalmente accade a noi, capiscono di essere davanti ad un problema più grande di loro. Sentono di non essere adeguati e attrezzati per questa situazione. La sproporzione tra quei cinque pani e due pesci che hanno con sé è evidente ai loro occhi e al loro senso pratico.
Quante volte nella vita abbiamo avuto lo stesso pensiero, abbiamo sentito nel cuore lo stesso dispiacere, abbiamo avvertito lo stesso affanno? Davanti ai grandi temi dell’attualità: l’immigrazione, la fame nel mondo, la povertà; i terremoti o le guerre; questa pandemia sanitaria ed economica. Davanti ai problemi e ai dispiaceri della vita intorno a noi: una malattia, un lutto, dissapori in famiglia o tra gli amici o dentro la comunità? Davanti a chi ci chiedeva l’elemosina, ad un amico che ci ha chiesto ascolto, ad una persona cara che ci ha chiesto una mano. La tentazione di dire “che ci posso fare io?” arriva a volte in un attimo.
Dall’altra parte c’è il modo di Gesù di cui, fin da subito, si dice: sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro. Quella folla prima ancora che di pane è stata nutrita di compassione.
Ai discepoli prima ancora che distributori di pane, è chiesto di farsi capaci di compassione e di diventarne distributori: “spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli alla folla”.
È chiesto loro di non ragionare secondo i criteri dell’economia, del comprare, del vendere e dell’avere, ma di ragionare secondo i criteri della compassione, del dare, del partecipare, del farsi accanto.
“Portatemeli qui!” È questo il comando di Gesù. Non è un sequestro, non è un inventario delle risorse, ma è la richiesta di un rinnovato e totale atto di fiducia. Come non pensare alla povera vedova che nelle cassette del tempio butta le due sole monetine che ha, ovvero tutto quello che ha per vivere.
Ancora più profondamente, il gesto di Gesù di farsi consegnare dai discepoli tutto quello che hanno per poi invitarli a distribuirlo, è il grande insegnamento che ci sono cose nella vita che non ti puoi procurare da te, ci sono cose che non puoi andare a comprare, ma hai bisogno di ricevere in dono.
Il gesto di Gesù è invito a comprendere che le cose che fanno buona la vita non sono quello che ciascuno si compra, ma quelle che riceve in dono gratuitamente.
C’è una compassione che possiamo solo ricevere dagli altri; così è del perdono, della stima, del rispetto, dell’ascolto. Non possiamo darceli da noi stessi. Essere amati non è come amarsi, l’amor proprio non è come l’amore che gli altri ci donano.  Non possiamo dirci da soli: ti voglio bene, occorre che qualcuno ce lo dica. Non possiamo darci da soli un abbraccio, abbiamo solamente la possibilità di donarcelo gli uni gli altri.
Ha ragione Gesù: nessuno di noi, se vuol rimanere vivo e assaporare almeno un briciolo di gioia, può essere congedato e mandato a procurarsi quanto serve. Occorre far propria questa logica ribaltata e sconvolgente del Vangelo: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Non siamo sorgente di tutto quello che ci serve per vivere, ma possiamo essere sorgente per l’altro e l’altro per noi. Occorre che anche noi impariamo a cercare Dio perchè ci sazi non solo di pane, ma ci sazi di compassione e diventare poi a nostra volta ministri della compassione. Occorre mettere da parte la vergogna di non avere abbastanza e cominciare ad offrire quel poco che si ha. Il Signore sa che non possiamo moltiplicare pani, ma ci ricorda che possiamo moltiplicare il bene.

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