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Pronti a riveder le stelle!
“E quindi uscimmo a riveder le stelle”. Così termina la Cantica dell’Inferno di Dante. Al termine del loro cammino nel buio della terra, dopo aver visitato posti terribili e aver preso coscienza delle molteplici forme del male e di come in nessun modo esso possa portare guadagno, “senza cura aver d’alcun riposo”, guidati dal suono di un ruscello, si accorgono di aver preso la via buona di uscita e gioiscono nell’intravedere finalmente la luce entrare da una apertura tonda nel mezzo della roccia.
Non voglio immediatamente paragonare i tempi che stiamo vivendo all’inferno, non solo perché non so quanto davvero sia terribile l’Inferno, ma, immaginando lo sia davvero tanto, mi sento di dire che per quanto grandi siano le difficoltà che stiamo vivendo non siano paragonabili ad un inferno.
Mi piace tuttavia partire, in questo giorno dell’Epifania, da queste parole che hanno il sapore della speranza e fermarmi a pensare al fatto che ci sono tanti modi di uscire a rivedere le stelle.
Intanto, sia il racconto di Dante che quello di Matteo della storia dei Magi ci dice che il viaggio è bene non compierlo mai da soli. Dante ha come guida Virgilio. I Magi partono in tre. Camminare insieme rende il viaggio meno faticoso; meno insidiose sono le incertezze e i pericoli che si possono incontrare. Il buio fa meno paura. La solitudine non morde l’anima. Credo sia il dono che possiamo sperimentare anche in ogni nostro ritrovarci
per la celebrazione dell’Eucarestia. Non siamo soli. C’è il Signore, c’è una comunità che ci sostiene, dentro la quale essere per altri il sostegno e dentro la quale trovare sostegno quando le forze mancano a noi.
Mi piace pensare che la vita non procede mai per blocchi divisi. Non ci sarà un prima e un dopo Covid. Non ci sveglieremo, una mattina, improvvisamente liberi. Ne usciremo gradualmente, rimanendo in cammino: ci sono prove che occorre attraversare e non dimenticare, ci sono esperienze che diventano memoria, ci sono situazioni che diventano competenze e ci sono fatiche che diventano saggezza. Quell’“e quindi” che Dante mette all’inizio della frase sembra voler proprio ricordare che quel tornare a vedere le stelle ha una intensità tutta particolare proprio perché prima si è vissuto l’inferno, il buio, la paura, l’ansia, lo smarrimento.
Anche i magi, non capitano per caso a Gerusalemme, ma vi arrivano dopo un lungo viaggio fatto certamente di tante notti e tanti giorni, fatto di un continuo scrutare ogni situazione, senza certezze, tra i pericoli del tempo, ma con nel cuore una domanda: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?» E una sola certezza: «Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo».
Mi piace raccogliere quel “rivedere” che Dante usa e che può significare tornare a vedere, ma anche vedere come nuovo, e addirittura può significare riesaminare, riconsiderare.
Matteo ci dice che i magi, dopo aver trovato il Bambino e aver aperto i loro scrigni e aver lasciato in dono oro, incenso e mirra, ovvero le cose preziose che avevano con sè, ritornano a Gerusalemme per un’altra strada.
Anche noi nel desiderare il ritorno ad una situazione di normalità, dovremo saggiamente prepararci a considerare meglio quali siano le cose per noi preziose, quali siano le cose che possiamo lasciare, quali possiamo perdere senza rimpianti e quali dovremo andare a riprenderci perché finalmente, proprio in questo piccolo inferno, ci siamo accorti che le avevamo già perse prima, senza renderci conto di quanto grande fosse quella perdita e di quanto ci siano necessarie. Anche noi dovremmo imparare strade nuove.
Mi piace infine fermarmi a considerare, attraverso il racconto di Matteo, come ci siano tanti modi di guardar le stelle. Il Vangelo oggi ne mette a confronto almeno due: il modo dei magi e il modo degli scribi.
Riuniti da Erode rimasto turbato dalla domanda dei Magi, alla ricerca della risposta sul luogo dove doveva nascere il Cristo, i capi dei sacerdoti e gli scribi non esitano a rispondere: “A Betlemme di Giudea”. Il loro modo di guardare le stelle potremmo chiamarlo “degli intellettuali”: coloro che mettono davanti la loro conoscenza alla realtà e faticano perciò ad imparare dalla realtà stessa, perché non la lasciano parlare, non
la ascoltano; il modo di chi non lascia alcun spazio neppure all’irrompere di Dio nella vita e crede il proprio sapere superiore ad ogni cosa.
Il modo dei magi di guardare le stelle invece è quello dei sapienti, non degli intellettuali. Essi lasciano entrare la realtà nel loro cuore, si lasciano istruire perfino da una stella e aprono la porta del cuore all’irrompere Dio.
Il loro non è semplicemente un sapere le cose, ma coglierne il senso e le implicazioni con la vita, una sapienza pienamente umana che accetta di inginocchiarsi alla sapienza di Dio, lasciandosi così riempire di gioia. Non disprezzano chi ha studiato, non disprezzano la competenza che certo non si improvvisa, ma fanno buon delle risposte che vengono loro date, rimettendosi in cammino. La loro sapienza è la grazia di poter vedere ogni cosa con gli occhi di Dio: vedere il mondo, vedere le situazioni, i problemi, tutto, come li vede Dio.
Usciremo anche noi a riveder le stelle. Il Signore continua a guidare i nostri passi; il nostro cuore continui a rimanere in ascolto della sua voce; i nostri occhi siano pronti a scrutare ogni sua presenza-



