Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla
La festa non è finita!
Era la notte del 21 febbraio quando arrivava la notizia di un 38enne positivo al Covid-19 dall’ospedale di Codogno. In quella giornata i contagiati in Lombardia sono diventati 15. Sempre il 21 si scopriva un altro focolaio del virus, in provincia di Padova e moriva il prima malato in Veneto, il primo di una lunga serie.
A pochi giorni dal Carnevale, in breve tempo tutto è stato travolto. Sfilate e feste annullate, messe sospese, scuole chiuse, giusto per cominciare una serie di restrizioni che si sarebbero presto allargate a tanti ambiti della vita, personali e comunitari. Tutto quanto accaduto mi sembra si possa accostare a quanto accaduto quel giorno a Cana di Galilea. La nostra vita forse non era in tutto e neppure per tutti paragonabile ad una festa di nozze, ma si stava bene, il grande problema che avevamo in mente e di cui si discuteva molto erano gli immigrati.
A Cana improvvisamente si scopre a quella festa che il vino è finito.
In Italia, improvvisamente si scopre che per colpa di un virus, non c’è più molto da far festa.
Questo paragone può essere azzardato, ma mi aiuta a leggere questa parola del Vangelo e a sentirla viva e come rivolta a me, a noi, al nostro tempo. Aiuta farla diventare Parola viva.
Quella mancanza del vino è certamente un problema, ma diventa quel giorno anche un’occasione per tanti.
* Il Vangelo dice che a Cana la mancanza di vino è stata innanzitutto occasione per Maria di esercitare la sua premura e attenzione.
Nessuno si era accorto, nessuno era intervenuto. Maria si fa carico della situazione; avrebbe anche potuto non interessarsi di quella mancanza, rimandare il problema al maestro di tavola e pretendere da lui la soluzione.
Maria invece prende l’iniziativa senza lamentarsi, senza accusare nessuno, senza cercare colpevoli.
Maria ci insegna ad essere attenti ai bisogni degli altri, alle loro mancanze; a cercare soluzioni anche senza che ci venga chiesto; a non attendere sempre che ci pensi chi lo deve fare per ruolo; a non pensare che tanto ci penserà qualcun altro.
Troppo facile pensare che tocchi a un altro, alla politica o allo Stato: lo Stato siamo anche noi quando facciamo il nostro dovere di cittadini, quando rispettiamo le leggi, quando paghiamo le tasse, quando facciamo bene il nostro lavoro, quando scegliamo i nostri rappresentanti e chiediamo loro di essere onesti, preparati a quel compito così importante che è la cura del bene comune, dediti al Paese e non alle loro cause, quando noi stessi ci prendiamo cura con le nostre piccole azioni del bene comune. L’altro siamo noi.
Non c’è festa e non c’è dolore che non ci riguardi e per il quale noi non possiamo fare nulla.
* Il Vangelo dice che a Cana di Galilea la mancanza di vino è stata occasione per dare slancio nuovo alla festa che è continuata in modo migliore di come era cominciata. L’acqua versata nelle giare e portata ad assaggiare al maestro di tavola è diventata vino migliore di quello offerto all’inizio.
Le crisi non hanno come unico esito obbligato il peggioramento. Se non ci si rigenera, si degenera.
Spesso insisto nel dire che solo in questo modo potremo davvero dire che tutto è andato bene: non semplicemente se le cose torneranno come prima, ma solo se diventeranno meglio di quelle di prima.
Diversamente, quello che stiamo vivendo sarà solo tempo sprecato, solo una brutta e inattesa interruzione nello scorrere della vita. Ma questa non è solo una parentesi. Questa è l’occasione, come lo è stata la mancanza di vino alla festa di Nozze di Cana di Galilea, per accorgersi che ci può essere un vino migliore.
Un’occasione di cui forse non sentivamo la necessità, di cui forse avremmo fatto a meno, che avremmo preferito meno aggressiva e brutale, ma comunque un’occasione.
* Il Vangelo dice che a Cana di Galilea la mancanza di vino per i servi è stata l’occasione per imparare a fidarsi di quel Gesù e di quel che ci dice. Sollecitati da Maria si rimettono al servizio della festa.
Non chiediamo semplicemente a Dio di liberarci dalla pandemia, ma di saper vivere l’obbedienza a lui, chiediamo la fantasia di poter trovare soluzioni nuove e rimedi impensati a problemi e mancanze antiche.
Questa situazione che stiamo vivendo è occasione per far crescere la nostra fede, per purificarla, per riscoprire il gusto per la nostra vita spirituale, per far nuovo il volto di Chiesa.
C’è una parola, un comando che trasforma l’abitudine dei servi in un’occasione per essere discepoli. I gesti di quei servi consumati dalla ripetizione ritrovano senso e forza, diventano originali e capaci di fare cose nuove.
Molti forse non torneranno alla Messa, dopo essersi accorti che era solo un’abitudine noiosa, ma se altri riusciranno a scoprire nell’Eucarestia, proprio dopo esserne stati privati, l’emozione, il calore, la bellezza di relazioni fraterne, il piacere di ritrovarsi nella comunità che prega; allora questa sarà stata un’occasione.
A Cana di Galilea il vuoto delle giare è diventato lo spazio per contenere il vino nuovo e migliore.
Io voglio davvero sognare che questa pandemia non sia la fine del genere umano, ma generi umanità; che sia occasione per imparare a far tutti festa con un vino migliore di quello che era stato messo a tavola all’inizio, compresi coloro che prima erano esclusi dalla festa; che la nostra vita possa riprendere non come prima ma meglio di prima; che le nostre abitudini possano diventare di nuovo gesti pieni di fede



