Ottava del Natale del Signore – 1 gennaio 2021

Cristo-2Parrocchia S. Agata Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione Torrevilla

È facile dire che il 2020 è un anno da dimenticare. Facile essere contenti che finisca. Troppo facile per non farsi venire il sospetto che non basterà certo cambiare calendario per trovare qualcosa di meglio. Per lasciarsi il passato alle spalle occorre qualcosa di più efficace dell’augurio che “peggio di così non potrà essere”. Occorre soprattutto prima avere la pazienza, l’onestà e soprattutto la sapienza di capire se quello che ci ha riservato questo anno che chiudiamo e abbiamo vissuto sia proprio tutto da buttare.
Occorre capire se questo 2020 è un anno da buttare o anche solo da dimenticare o non sia piuttosto un anno da ricordare, consapevoli che quasi sempre dimenticare significa solo prepararsi a ripetere gli stessi errori e gli stessi sbagli. Io preferisco decisamente dire che questo 2020 è un anno da ricordare.
A me pare di poter dire che questo anno ci ha riportato tutti alla scuola della vita, quella scuola che ci aveva spesso sorpreso distratti, presuntuosi e troppo spensierati.
Distratti perché troppo concentrati sulle nostre cose, su noi stessi, sui nostri interessi, sulle nostre convinzioni, sulle nostre sicurezze, sulle nostre comodità; perché quando abbiamo cominciato il 2020 e facevamo il brindisi di benvenuto al nuovo anno, in Cina già si annunciava l’epidemia; perché milioni di uomini in altre parti del mondo non hanno mai smesso di morire di fame, di malattie anche meno complicate, di guerre.
Presuntuosi perché illusi di sapere già tutto quello che c’era da sapere, convinti di avere in mano il mondo e il futuro, di poter decidere la meta, la rotta e i tempi del nostro andare e di poterci scegliere anche i compagni di viaggio.
Troppo spensierati perché abbiamo vissuto molto sulla superficie delle cose, sempre con le mani indaffarate, i passi affrettati; sempre un filo nervosi, ma compiaciuti delle nostre quotidiane distrazioni e di qualche piccolo divertimento; sempre un po’ scontenti, ma con la possibilità di comprare più di quello che avevamo bisogno e spendere più di quello che potevamo permetterci; tutto sommato compiaciuti di una libertà che ci sembrava poter essere infinita, fatta di diritti e quasi nessun dovere.
Mentre per molti mesi i nostri ragazzi sono stati costretti alla didattica a distanza, questo anno ci ha portati tutti e tutti insieme, grandi e piccoli, alla scuola in presenza della vita a cui non eravamo più abituati.
Con grande forza ha svelato la nostra fragilità, ha smontato tante nostre certezze costruite sulla sabbia, ha ridimensionato la convinzione di poter avere una soluzione per ogni problema, ci ha costretto a capire che non siamo padroni della nostra esistenza anche se tutti i giorni ci illudiamo del contrario.
Il Vangelo ci aveva messo in guardia: “Chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?”. Ma è fuori moda crederci.
Certo questo 2020 è stato un maestro severo. Possiamo protestare per la violenza e la severità con cui l’ha fatto, per non averci avvertiti in tempo, per non aver avuto riguardo per nessuno, per averci fatto domande difficili, per averci impedito di copiare le risposte e le soluzioni, per aver spiattellato anche a noi stessi, impietoso, la nostra impreparazione. I maestri severi sono quelli però che si ricordano meglio e verso cui maggiore è la gratitudine per quello che ci hanno dato.
Senza apparire distratto, presuntuoso o spensierato, senza dimenticare i troppi morti che ci sono stati, le tante povertà che si sono create, le solitudini che hanno scavato e ferito il cuore di molti, io mi sento di invitarvi a trovare il coraggio di ringraziare anche per il dono di quest’anno, non semplicemente perché siamo ancora vivi, ma per la possibilità di ritornare alunni alla scuola della vita, chiudere un anno e cominciarne un altro, arricchiti e cresciuti in sapienza, età e grazia; per la possibilità di scuoterci di dosso la distrazione, la presunzione e la cattiva spensieratezza che ci imprigionava.
La Chiesa, popolo di Dio, nell’ultima sera dell’anno che si chiude, non canta il Te Deum per tradizione ma per legare e ricucire con il filo della fede quei giorni che la pandemia sembra aver devastato e disperso e dare loro quel senso che fatichiamo a vedere. Lo canta nella consapevolezza che ogni augurio di un anno migliore deve accompagnarsi alla disponibilità a diventare migliore, con il dovere di fare tutto quello che tocca a noi fare per quel miglioramento desiderato e sperato, che siamo noi i protagonisti di quell’augurio diventato un po’ il simbolo della resistenza: andrà tutto bene. Non esiste un anno migliore, senza il desiderio e l’impegno ad essere migliori. L’atteggiamento di Maria descritto nel Vangelo è per noi prezioso: ella, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
Abbiamo ancora da imparare dall’anno che ora vogliamo chiudere. Abbiamo ancora umilmente bisogno di custodire e meditare quello che ci è e ci sta capitando.
Torniamo anche noi a fare i conti non solo con i numeri dei contagi, a non preoccuparci solo dei bilanci economici, ma ad invocare e a maneggiare con più confidenza la grazia di Dio.

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