Festa della Madonna della Cintura

domenica 11 settembre 22

 

don Gabriele 22Ore 11.00
Santa Messa solenne
presieduta da don Gabriele
festeggiando i 55 anni di sacerdozio

 

 

Ore 12.30QR festa Parrocchia 22
Pranzo comunitario in oratorio con don Gabriele
Iscrizione entro mercoledì 7 settembre
Iscrizione tramite il link:
https://form.jotform.com/222232973480051
10 euro
15 euro adulti

Ore 15.30
In Oratorio, spettacolo magicomico per i bambini organizzato dall’Amministrazione Comunale

Ore 20.30
Rosario presso il cortile delle Scuola
elementari per affidare a Maria il nuovo anno
scolastico

Si può scaricare il volantino

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I dopo il martirio di GB Battista

lascerò ai giovani un nobile esempio

lascerò ai giovani un nobile esempio

A nessun piaccia essere rimproverato. A nessuno piace essere richiamato ai propri impegni e ai propri doveri. A nessuno piace neppure essere corretto, per quanto la correzione quando fatta bene e accolta bene sia un dono prezioso capace di rendere migliore noi e la nostra vita. 
Siamo anche noi appartenenti a quel popolo di cui il Signore oggi dice per bocca del profeta Isaia: Sono figli bugiardi, figli che non vogliono ascoltare la legge del Signore. Il bisogno di approvazione ci accompagna da quando eravamo bambini e abbiamo imparato cosa fosse giusto e cosa no, dallo sguardo compiaciuto o deluso dei nostri genitori; abbiamo soddisfatto quel bisogno, sfamandoci di quella parola così rassicurante e gratificante che non abbiamo mai smesso di cercare: bravo! Ci ha fatto crescere la stima degli altri, ma ad un certo punto, occorre nutrirsi anche di altro: di sogni da fare, da affrontare e da realizzare; di sfide da superare. Abbiamo dovuto imparare che la vita è fatta anche di tribolazioni come ci ricorda san Paolo, ma che di quelle, se affrontate con dignità e serietà, ci si può anche vantare e si può far tesoro, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Abbiamo dovuto imparare che la verità è dono prezioso e che non conviene dire ai profeti: “Non fateci profezie sincere, diteci cose piacevoli, profetateci illusioni!”  PS: Non conviene dirlo neppure ai politici!
Solo allora possiamo lasciare che Gesù cominci a predicare anche presso di noi, cominciando anche con noi da quell’invito deciso e fermo: convertitevi, spiegando di nuovo anche a noi il perché di questa necessità di conversione:perché il regno dei cieli è vicino.
Non possiamo essere tra coloro che inseguono promesse facili: diteci cose piacevoli, profetateci illusioni. Non possiamo andare in cerca ingenuamente di chi possa soddisfare i nostri bisogni e le nostre richieste senza chiederci sacrifici e responsabilità. Prima o poi la vita presenta il conto e lo fa a volte con gli interessi. Non so se anche voi siete tornati dalle vacanze con qualche buon proposito; se così fosse, oggi potremmo chiedere alla Parola di Dio di farsi amica di questi nostri buoni propositi e di ogni buona intenzione di cambiamento: convertitevi. Questo “convertitevi” non vuole essere la sgridata che ci arriva dall’alto. È la propizia spinta che ci deve arrivare da dentro. Convertirsi non è semplicemente trovare quelle due o tre cose buone da fare e per cui magari compiacerci, ammirati dei nostri risultati.  Non siamo ancora sulla strada giusta neppure se quelle due o tre cose che decidiamo di fare sono cose di Vangelo perché convertirsi non è solo fare cose di Vangelo, ma essere secondo il Vangelo. Convertirsi è rinascere, ma è anche lasciar morire ciò che deve morire. È un rischio, presuppone fiducia: in se stessi e nel futuro e anche in Dio. È difficile cambiare. Lo vediamo in noi stessi e forse lo notiamo ancora più facilmente negli altri.
Il cambiamento prende il via da solo se c’è in noi il forte desiderio di andare oltre quello che si è per spingersi in quei territori ancora inesplorati dove poter essere quello che si desidera e ci si sente chiamati ad essere. Quante resistenze e giustificazioni, quante difese d’ufficio e quante scuse non richieste sappiamo improvvisare! Occorre partire! Anche senza sapere con precisione quando si arriverà e perfino dove: il discepolo sa che non sarà solo. Dio cammina con lui. A volte lo precede, ma sa anche rallentare il passo e fermarsi. A volte segue da dietro, in ogni caso Dio c’è e spesso per chi la desidera veramente la conversione diventa dono suo. Lo sentiamo dire, ma ci rendiamo conto anche noi che i tempi che abbiamo davanti non saranno dei migliori. Non ci servono false illusioni e promesse piacevoli. Il nostro vescovo si domanda nella lettera pastorale di questo nuovo anno: Come sarà possibile conservare la gioia nei giorni tribolati della storia umana? Come sarà possibile sostenere il logoramento dei tempi faticosi, senza perdere la speranza? Quali vie si dovranno percorrere per camminare insieme? Forse accogliendo con decisione le parole di Gesù: Convertitevi. Lasciate che la tribolazione produca pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza.
“Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza.”

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Ultima prima del martirio di GB Battista

A te, Signore Dio, sono rivolti i miei occhi; in te mi rifugio,

A te, Signore Dio, sono rivolti i miei occhi;
in te mi rifugio,

Alcune pagine di Vangelo sono fastidiose come un dito nell’occhio. Sono scoraggianti come alcuni sentieri di montagna che senza farti vedere la vetta, partono con pendenze che scoraggiano e tagliano il fiato. Ti vien voglia di tornare indietro. Ti vien voglia di chiudere il libro. Credo che la pagina di oggi sia di questo genere. Integralista, fondamentalista almeno nella parte finale. Chi volesse avvicinarsi per la prima volta al Vangelo e al Dio di Gesù non potrebbe che rimanerne turbato e disorientato. Gli altri, quelli che il Vangelo lo conosco, la mettono tra le pagine a cui non dar troppo peso per non rischiare di perdere la fede.
Integralista potrebbe essere definito anche il vecchio Eleazaro di cui ci parla la prima scrittura prima dal secondo libro dei Maccabei: egli, preferendo una morte gloriosa a una vita ignominiosa, s’incamminò volontariamente al supplizio, sputando il boccone e comportandosi come conviene a coloro che sono pronti ad allontanarsi da quanto non è lecito gustare per attaccamento alla vita. Quanti di noi sarebbero capaci di una così grande ed estrema fedeltà ai propri valori e ai propri ideali. Non dovremmo piuttosto ammettere di essere più facilmente dalla parte di quegli amici che “lo tirarono in disparte e lo pregarono di prendere la carne di cui era lecito cibarsi, preparata da lui stesso, e fingere di mangiare le carni sacrificate imposte dal re, perché, agendo a questo modo, sarebbe sfuggito alla morte.”?
Fingere. Mi pare possa essere questo il verbo decisivo per comprendere le letture di oggi.
Certo non finge Eleazaro, anzi la situazione diventa per lui occasione di una rinnovata testimonianza di sé e dei propri ideali: non è affatto degno della nostra età fingere, con il pericolo che molti giovani, pensando che a novant’anni Eleàzaro sia passato alle usanze straniere, a loro volta, per colpa della mia finzione, per appena un po’ più di vita si perdano per causa mia e io procuri così disonore e macchia alla mia vecchiaia.
Diventa per lui occasione per una assunzione di responsabilità nei confronti delle proprie azioni: quello che faccio non riguarda solo me, ma anche chi mi guarda. Quello che faccio non ha conseguenza solo per me, ma anche sugli altri. Quello che faccio non riguarda solo il momento presente, ma anche i giorni futuri: Perciò, abbandonando ora da forte questa vita, mi mostrerò degno della mia età e lascerò ai giovani un nobile esempio, perché sappiano affrontare la morte prontamente e nobilmente per le sante e venerande leggi.
Eleazaro sembra avere già in se stesso la convinzione espressa con queste parole da Gesù: Chi invece scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare. Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che vengano scandali, ma guai all’uomo a causa del quale viene lo scandalo! Se la tua mano o il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, anziché con due mani o due piedi essere gettato nel fuoco eterno.
Egli sa che le sue azioni saranno giudicate anche da Dio: non potrei sfuggire, né da vivo né da morto, alle mani dell’Onnipotente, ma ciò che lo spinge e lo sostiene è proprio il dispiacere – venendo meno ai propri ideali, ai propri valori e alla propria fede – di poter ferire nell’animo i più giovani.
Di poter ferire quella parte di sé che come un bambino custodisce ancora i grandi ideali, i sogni belli che facevano, le aspirazioni che ci animavano; la stessa parte che occorre recuperare e tener viva proprio per essere come Gesù ci vuole: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli.
Forse dovremmo imparare ad aver più cura della nostra anima, tanto quanto ne abbiamo del nostro corpo. Forse non dovremmo più trascurare i malanni dell’anima, pensando ingenuamente che tanto passano da soli.
Tanto smettiamo quanto vogliamo; tanto è l’ultima volta; tanto che male c’è; tanto non vede nessuno; tanto non faccio del male a nessuno. Sono le frasi dietro cui ci difendiamo e stiamo alla larga da quella severa fatica della conversione paragonata dal Vangelo alla necessità di tagliare la propria mano o il proprio piede se questo è motivo di scandalo.
Il Signore ci doni di saper percorre quelle strade a volte ripide del Vangelo, nella fiducia che dalla cima su cui ci conducono si aprono orizzonti meravigliosi.

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In pellegrinaggio con Maria tra le case

Festa madonna cintura 2022 foto

Lunedì 5 settembre – ore 20.30 – rosario meditato
Sulla piazza della chiesa parrocchiale di Torrevilla

 Martedì 6 settembre – ore 20.30 – rosario meditato
Nel cortile famiglie D’Intino in via XXV aprile

 Mercoledì 7 settembre – ore 20.30 – rosario meditato
Presso cascina Canova nel cortile famiglie Pozzi

GIOVEDÌ 8 SETTEMBRE – NATIVITÀ DELLA B.V. MARIA
Ore 20.30 Santa Messa in Chiesa Parrocchiale  

Venerdì 9 settembre – ore 20.30 – rosario meditato
In via Diaz nel cortile della Scuola media

 Sabato 10 settembre – ore 20.30 – rosario meditato
Sul sagrato della Chiesa di Monticello

DOMENICA 11 SETTEMBRE
Ore 11.00    Santa Messa solenne presieduta da don Gabriele festeggiando i 55 anni di sacerdozio
Ore 12.30    Pranzo comunitario in oratorio con don Gabriele
Ore 15.30 in Oratorio, spettacolo magicomico per i bambini organizzato dall’Amministrazione Comunale
Ore 20.30 Rosario presso il cortile della Scuola elementare per affidare a Maria il nuovo anno scolastico

LUNEDÌ 12 SETTEMBRE
Ore 20.00    Messa al cimitero in suffragio di tutti i defunti

Per scaricare il volantino

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10° domenica dopo Pentecoste

nulla è impossibile a Dio

nulla è impossibile a Dio

Le parole di Gesù che abbiamo appena ascoltato, potrebbero sembrare parole di condanna della ricchezza, di giudizio dei ricchi.  Per non fermarci all’apparenza, ci è necessario capire quando e dove sono state pronunciate; perché e a chi sono rivolte. Per questo ogni passo di Vangelo andrebbe letto con tutto il Vangelo in mano. Occorre ogni volta avere la possibilità di collocare i versetti che leggiamo dentro il loro contesto.
Scopriremmo allora che queste parole così dure e decise di Gesù in merito ai pericoli legati alla ricchezza, sono state pronunciate da Gesù al termine dell’incontro con uno dei capi dei farisei che lo aveva interrogato in questo modo: «Maestro buono, che devo fare per ereditare la vita eterna?»
Scopriremmo che sono parole pronunciate quando quest’uomo, dopo aver ascoltato la risposta di Gesù: «Una cosa ti manca ancora: vendi tutto quello che hai, e distribuiscilo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi», se ne andò afflitto, perché era molto ricco.
Solo quel punto Gesù, vedendolo così triste, disse: «Quanto è difficile, per quelli che hanno delle ricchezze, entrare nel regno di Dio!
Mi pare importante, leggendo queste parole, ricordare che Gesù le pronuncia proprio per spiegare la tristezza di quell’uomo e che quella tristezza è la più grande smentita data a coloro che sostengono che il denaro fa la felicità.
Scopriremmo che non sono parole di giudizio, ma di semplice considerazione di quanto appena accaduto: se ne andò afflitto perché era molto ricco: esattamente il contrario di quanto la logica del mondo ci lascia credere.
Fin da bambini cominciamo a crederlo. Quando domandiamo, mai sazi, ai nostri genitori di comprarci quello che vogliamo, convinti che le cose rendano felici, che il possedere quanto si desidera ci faccia star bene in una rincorsa mai finita all’ultimo oggetto del desiderio che una volta ottenuto, mostrerà il suo inganno e sarà dunque presto sostituito da altro.
Ne siamo così convinti che facilmente facciamo diventare la ricchezza il metro di misura del valore delle persone. Le invidiamo. Le stimiamo. Proviamo ad imitarle.
Per capire bene le parole di Gesù di oggi che anche i discepoli faticano ad accettare e digerire, prima dovremmo poter anche noi vedere la tristezza negli occhi di quell’uomo molto ricco come lo definisce il racconto evangelico.
Le parole che abbiamo appena ascoltato sono dette davanti a quello sguardo triste e rivolte innanzitutto a lui, ad un uomo che nonostante la propria ricchezza si scopre triste perché troppo legato a quella stessa ricchezza.
Dovremmo avere anche noi la sincerità e il coraggio di porci la stessa domanda che quell’uomo aveva posto a Gesù: che devo fare per ereditare la vita eterna? Dovremmo anche noi, liberi da luoghi comuni, porci questa domanda: ma è davvero necessario essere ricchi per essere felici?
Non per fare come la volpe davanti al grappolo di uva irraggiungibile e rispondere che non è necessario semplicemente perché non abbiamo tutto quel denaro che immaginiamo essere necessario per garantire la felicità; piuttosto per essere uomini e donne che si liberano di quell’inganno e smettono di cercare il denaro e la ricchezza come presupposto unico per la propria felicità.
Uomini e donne che, liberati dalla sapienza di questo mondo, si facciano stolti per diventare sapienti, perché come scrive san Paolo, la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio.
Ci sono cose che rimangono impossibili agli uomini e che non diventano possibili grazie al denaro, nemmeno tutto il denaro del mondo. Ai tempi di Gesù nessuno immaginava che alcune si sarebbero realizzate. Abbiamo mandato uomini sulla luna, abbiamo creato mezzi di trasposto comodi e veloci che ci portano in terra, in mare e in cielo. 

Innumerevoli invenzioni hanno reso la vita più facile, rendendo possibili cose che allora erano impossibili: l’elettricità, il motore a scoppio, i telefoni, la radio, la televisione, la stampa. Progressi nella medicina che hanno alzato l’età media di vita. Anche se non si sono ancora tutti convinti, abbiamo imparato che la terra non è piatta. Chissà quanti altri traguardi raggiungeremo e quali scoperte faremo.
Ma quante cose rimangono a noi impossibili. La pace sembra essere una di queste. Non la si compra certo con il denaro, anzi spesso questo è la causa delle guerre.
La povertà ancora affligge interi popoli e il denaro non riesce ad essere la soluzione. Chi ce l’ha se lo tiene e fa di tutto per averne sempre di più.
Così chi è ricco diventa sempre più ricco a scapito di moltissimi che diventano sempre più poveri. Quante volte si perde la pace in famiglia per questioni di denaro ed eredità.
Tutto questo sembra rimanere fuori dalle possibilità degli uomini, ma – rassicura oggi Gesù – rimane nelle possibilità di Dio e di chi si fida di lui.
Gesù non sta certo proponendo un mondo dove tutti sono poveri, demonizzando così la ricchezza. Ci sta solo ricordando che nella vita non è importante solo sistemarsi, ma occorre salvarsi.
Sistemarsi è risolvere i problemi e pensare che solo così starai in pace. È pensare di poter avere tutto sotto controllo e di poter far tutto quello che vuoi.
Salvarsi è scoprire che c’è una pace offerta da Dio anche prima di risolvere i problemi. È quella pace che hai nel profondo del cuore anche quando in superficie il mare è in tempesta.
Probabilmente il denaro aiuta ad essere felici, ma il Vangelo ci dice che non è necessario diventare ricchi per esserlo. C’è un’altra strada, forse perfino più semplice che passa attraverso la fiducia concessa a quel Dio che restituisce cento volte tanto quanto noi possiamo dare e a cui tutto è possibile.

 

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9° domenica dopo Pentecoste

Un tempo, Signore, parlasti in visione ai tuoi fedeli, dicendo: la mia mano è il suo sostegno

Un tempo, Signore,
parlasti in visione ai tuoi fedeli, dicendo:
la mia mano è il suo sostegno

Siamo ancora dentro il capitolo 22 del Vangelo di Matteo. Siamo ai versetti finali di un capitolo che nella sua interezza ci fa toccare con mano la grande e aspra rivalità che si era creata tra Gesù e i farisei. Domenica scorsa abbiamo ascoltato i versetti centrali e la domanda che i farisei rivolgono a Gesù con il chiaro intento di metterlo alla prova: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?
Ma in quel capitolo ci sono anche altre due domande che nascono dallo stesso desiderio di mettere in difficoltà Gesù e screditarlo e renderlo inviso ai suoi discepoli e alla folla che lo seguiva.
I sadducei lo interrogano in merito alla resurrezione: c’erano tra noi sette fratelli; il primo appena sposato morì e, non avendo discendenza, lasciò la moglie a suo fratello. Così anche il secondo, e il terzo, fino al settimo… Alla risurrezione, di quale dei sette essa sarà moglie?
Poi tocca ad un dottore della legge: «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?».
Le risposte di Gesù sono tutte di grande equilibrio e di grande chiarezza: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Io sono il Dio di Abramo e il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? Ora, non è Dio dei morti, ma dei vivi».
«Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
Ma dopo aver ascoltato le domande, Gesù tiene quasi sempre rilancia e tiene aperto il dialogo, rivolgendo a sua volta domande. Ecco allora che visti i farisei di nuovo riuniti, ora è lui a chiedere: «Che ne pensate del Messia? Di chi è figlio?».
La domanda è simile a quella che aveva già posto ai suoi discepoli ed è domanda fondamentale per chiunque voglia avere a che fare con Gesù: chi dite che io sia?
È domanda a cui non è possibile rispondere dicendo semplicemente che cosa sappiamo di lui; piuttosto chiede di mettere in gioco pensieri e parole che dicano chi è lui per noi. Ci ha cambiato ed è ancora in grado di cambiarci la nostra fede in lui?
È domanda a cui neppure si può rispondere citando la Bibbia a memoria o ripetendo quello che si è imparato fin da piccoli a catechismo: è figlio di Davide.
Non contano le opinioni; questa domanda chiede di mettere in gioco quella stessa fede che deve essere messa in gioco quando noi facciamo domande a lui, quella stessa fede che non avevano messo in gioco i farisei che avevano domande solo per metterlo alla prova, ma che non si erano lasciati mettere alla prova da lui.Non bastano le opinioni neppure davanti ad una pagina di Vangelo: non è sufficiente dire mi piace o non mi piace. Questa banale interazione è buona per i social moderni. Occorre poter dire mi fido o non mi fido; occorre poter dire come quella pagina interpreta la mia vita; mi aiuta a capire chi sono e chi voglio diventare, cosa voglio, cosa non voglio; come sa mettere ordine ai miei pensieri e ai miei desideri; se e come sa mettere ordine anche ai sentimenti più nascosti e rassicurare; come interpella la mia disponibilità o il mio rifiuto, aumenta la mia fede o la mia incredulità.
Credere non è lasciarsi convincere da un altro, neppure da Gesù, ma è lasciarsi porre la domanda: che pensi tu di me? È sentire dentro se stessi un piccolo sussurro che dice: mi fido, gli credo e perciò credo.
Il Dio del Vangelo non si lascia certo spaventare e non dobbiamo spaventarci noi con lui, di risposte che sembrano imperfette o parziali.
Gesù ha avuto pazienza anche con i suoi discepoli. Li ha scelti, li ha accolti; è stato con loro, li ha istruiti, ha chiarito e coinvolto, incoraggiato e rimproverato e sa che una fede è valida anche se è piccola come un granello di senape.
Ogni domanda del Vangelo racconta la chiara volontà di Dio di intrattenere una relazione di amicizia, di alleanza, e di dialogo con l’uomo. Manifesta la sua attenzione nei nostri confronti, il rispetto della nostra libertà e coscienza; crea un rapporto fatto di stima e rispetto, di diritto di esprimersi e di decidere.
Ogni sua domanda, come ogni pagina di Vangelo, soprattutto dà da pensare.
Non sempre, dopo aver fatto la domanda, Gesù pretende la risposta immediata: le vere domande non perdono così facilmente la propria forza.
Rimangono lì nel cuore e al momento giusto tornano a bussare, a risvegliare la nostra coscienza, a riportarci alla verità di noi stessi e della nostra vocazione.
Spero che anche oggi possiate tornare a casa con una domanda e con qualcosa a cui pensare, con il desiderio di fare tutto il possibile perché mai si interrompa il dialogo con il Signore.

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8 domenica dopo Pentecoste

come uomini che restituiscono e si restituiscono

come uomini che restituiscono e si restituiscono

Decidete voi se avessimo davvero bisogno ora di una campagna elettorale.
Certo mi pare opportuno far risuonare di nuovo le parole che san Paolo scrive all’amico Timòteo: “Carissimo, raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio”.
Possiamo solo tutti augurarci e pregare perché sia una campagna seria e lontana da quegli atteggiamenti ingannevoli con cui i farisei tengono consiglio per cogliere in fallo il Signore Gesù nei suoi discorsi, tra l’altro proprio su una questione su cui facilmente quasi tutti i politici spenderanno parole e promesse: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare? La domanda era spinosa allora come lo è adesso. Quando nel 2007, l’allora ministro dell’economia Tommaso Padoa-Schioppa disse: “La polemica antitasse è irresponsabile. Dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima e civilissima, un modo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili come la salute, la sicurezza, l’istruzione e l’ambiente», fu immediatamente ricoperto di critiche e di insulti.”
Certo nel poter dire parole così, era avvantaggiato dalla sua posizione di ministro cosiddetto tecnico e indipendente e non di politico che per governare deve prima guadagnarsi simpatie e voti.
Le stesse critiche e insulti probabilmente sarebbero rivolti anche a Gesù se comparisse in qualche telegiornale a ridire le parole ascoltate oggi nel Vangelo in risposta alla domanda dei farisei: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Arriverebbero a me se ora usassi queste parole per ribadire il concetto che pagare le tasse è un nostro semplice dovere di cittadini e forse ancora di più un diritto di cui dovremmo andare fieri.
Nessuno dovrebbe però mai usare la Parola di Dio per confermare le proprie idee e neppure i propri ideali come tentano di fare i farisei. La parola di Dio è utile per conformare le nostre idee e i nostri ideali.
Allora mi pare di notare innanzitutto la diversità del verbo usato dai farisei nel porre la domanda e il verbo usato da Gesù nell’offrire la risposta. Pagare: dicono i farisei; dare qualcosa di mio o del mio denaro ad un altro.
Rendere: dice Gesù; restituire quello che non è mio a colui che me lo ha affidato o prestato.
Questo ci fa cogliere come la questione possa diventare anche ben più impegnativa della necessità e legittimità dei tributi.
Ci mette nelle condizioni di decidere se siamo noi i padroni di quello che abbiamo o quello che siamo o se ne siamo semplicemente i custodi; innanzitutto della nostra vita prima ancora che del nostro denaro o delle nostre cose.
Le parole di Gesù allora sono infinitamente più esigenti di quelle del ministro che dice che pagare le tasse è bellissimo, perché ci chiede di prendere atto che poco o niente può essere detto come veramente nostro, che non abbiamo il diritto di tenere quasi nulla solo per noi.
Tutto deve essere restituito. A Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.
Ci chiede di prendere atto che quello che dobbiamo rendere a Cesare può essere anche molto, ma, per quanto ci dia fastidio renderlo, è infinitamente inferiore e meno importante di quello che ci è chiesto di rendere a Dio.
Anche oggi, se prendete una moneta, siete in grado di dire in quale nazione è stata coniata e a quale nazione appartiene. Se il marchio e il sigillo di Cesare sono sulle monete, a definire e stabilirne il possesso, impresso in noi c’è il sigillo di Dio a stabilire la nostra appartenenza a lui, a stabilire la nostra origine e la nostra dignità. Siamo fatti a sua immagine e somiglianza si dice nel libro della Genesi.
Molto più impegnativo del pagare il tributo a Cesare, è vivere come uomini e donne che ogni giorno si consegnano a lui. Il cristiano paga il tributo a Cesare, ma prima ancora che pagare il tributo con il denaro, restituisce quello che ha e che può per il bene comune. Offre se stesso per il bene di ciascuno, perché nessuno resti indietro o si trovi nel bisogno. Non lo fa per dovere, lo fa in obbedienza al comando dell’amore, sull’esempio del suo Signore Gesù. Lo fa volentieri, sapendo di aver ricevuto più di quanto può restituire. Lo fa con il cuore grato e perciò lieto.

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5° dopo Pentecoste

Gesù disse loro di nuovo: In verità, in verità vi dico: io sono la porta

Gesù disse loro di nuovo: In verità, in verità vi dico: io sono la porta

Il versetto che precede quelli che abbiamo ascoltato e accolto nel Vangelo, ci dà una indicazione preziosa per entrare dentro questo racconto: Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Con i suoi discepoli sta raggiungendo Gerusalemme, sta andando incontro alla sua ora. La strada intrapresa da Gesù è quella più difficile: quella della passione e della Croce. Solo passando da lì, si arriva alla gioia della resurrezione. Solo lungo quella strada, consegnando la propria vita, la si comprende; solo perdendola la si trova. Solo amando ci si salva.
Mentre è in cammino un tale gli rivolge questa domanda: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?»
Gesù aveva già indicato come ci si salva. Il suo camminare verso Gerusalemme è esattamente coerente con quello che aveva già annunciato: chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
È la domanda che abita forse anche il nostro cuore di fronte a queste condizioni così esigenti e anche così lontane dalla nostra logica. È la domanda che ci abita di fronte alla constatazione che la nostra buona volontà, le nostre capacità, il nostro impegno non sono sufficienti a risolvere le situazioni che ci affannano e dentro cui ci sembra di perderci; non sono sufficienti neppure a vincere la nostra personale battaglia contro i nostri difetti, i nostri vizi, le nostre debolezze; non bastano a impedirci di ricadere a volte negli stessi errori, negli stessi peccati.
Pensiamo a quei difetti che ci pesa tanto confessare, non tanto per la loro gravità, ma per la loro eterna presenza. E tanto più sono piccoli e tanto più persistono in noi, tanto più grande è il senso di frustrazione rispetto al non saperli proprio dominare e vincere.
Chi si salva, Signore? Quanti sono quelli che ce la fanno?
Chi ci vorrà ancora bene se davvero vedesse come siamo dentro. Se davvero leggesse tutti i nostri pensieri, inconfessabili e nascosti. Le nostre fragilità, le nostre insicurezze, le nostre paure…
Chi si salva Signore? Diventa questa la domanda gridata, piena di disperazione, che a volte ci affiora dal cuore come gemito, a volte come domanda rassegnata…
Ma io vorrei che oggi provassimo a cambiare anche solo di poca la domanda. Chi ci salva? Quali sono le persone che ci salvano? Perché io credo che ciascuno di noi abbia nella propria vita persone a cui deve la propria salvezza.
Persone che ci hanno visto e conosciuto a fondo e hanno deciso con determinazione di volerci bene lo stesso. Di consumare la loro vita perché noi avessimo vita; persone che ci riservano attenzione e premure di cui a volte neppure ci accorgiamo, ma che appunto ci salvano da una vita grigia e monotona; persone che con la loro presenza, con un semplice sorriso, con una parola giusta detta nel momento giusto, ci raccolgono quasi da terra e ci sanno rialzare.
Io oggi vorrei invitarvi a domandarvi: chi ci salva Signore? Chi ci hai messo accanto per salvarci? Per darci continuamente la forza di rialzarci dai nostri errori, di rimetterci in piedi e di continuare a cercare e a camminare verso la porta che ci fa migliori? Chi continua a volerci bene nonostante le delusioni che gli abbiamo dato? Chi continua a credere in noi e ci dà la forza di credere in noi stessi e nella vita?
La vita a volte non è una lotta contro altri uomini, bensì una battaglia che ognuno di noi combatte nel proprio cuore contro la parte egoista, insicura e fragile di noi stessi, direbbe la lettera agli Ebrei: contro il peccato che ci assedia, contro tentazioni seducenti…
Persone che, come Abramo, pensano che in noi ci possa essere del bene sufficiente per poter ricominciare. Non importa sia tanto o poco. Non sarà forse 50, non sarà forse 40, non sarò forse 30… ma fosse anche solo per quel 10… noi da lì possiamo ripartire.
Da lì e da quel Signore Dio che il salmo ci ha ricordato: Ascolta la voce della mia supplica, quando a lui grido aiuto, quando alzo le mie mani verso il tuo santo tempio. Il Signore è mia forza e mio scudo; in lui ha confidato il mio cuore. Mi ha dato aiuto…
Noi non siamo soli in questa che pare una dura battagli per la salvezza. Signore tu hai messo accanto a noi persone che come Abramo intercedono per me. Fanno il tifo, stanno dalla mia parte. Ci sopportano quando neppure noi ci sopportiamo, mortificati dagli errori di sempre.
Ti chiediamo innanzitutto di benedirle e di insegnare a noi a dire bene di loro. Sia questa la nostra prima forma di gratitudine. Ricordaci che non abbiamo la necessità di sapere quanti si salvano, perché crediamo che sarai tu a salvarci Signore. Abbiamo solo bisogno di capire che per passare da quella porta che tu ci tieni aperta, noi abbiamo solo bisogno di farci piccoli, e che la forza su cui conteremo è la tua e non la nostra.

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4° dopo Pentecoste

Ora, un baobab, se si arriva troppo tardi, non si riesce più a sbarazzarsene.

Ora, un baobab, se si arriva troppo tardi, non si riesce più a sbarazzarsene.

Una pubblicità domandava una volta: ti piace vincere facile? Era la pubblicità dei tagliandi “gratta e vinci” e penso di poter dire che era certamente una pubblicità ingannevole perché per quanto si possa dire o credere non è così facile vincere. Più facile perdere soldi che guadagnarli. 
La stessa cosa potremmo dirla oggi. Se ti misuri sul comandamento antico – il numero 5: non uccidere – allora ne usciamo tutti vincitori.  Penso proprio di poter dire infatti che nessuno di noi ha mai ucciso qualcuno.  Ne usciamo tutti vincitori e con l’immagine dei bravi ragazzi e dei bravi cristiani, che non hanno mai ucciso nessuno, vanno a messa e non sono soliti fare del male. Facile. 
Gesù oggi alza l’asticella e non di poco e non è così facile scavalcarla. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. Ditemi voi, quanti di noi qui presenti, sentono di poter superare questo esame di buona condotta.
Tutti noi stiamo dentro bene i confini del comandamento, ma non “non uccidere” è troppo poco. Io – dice Gesù – vi chiedo molto di più. Vi chiedo quello che Caino non ha capito. L’essere fratelli è la verità del vostro vivere; l’essere custodi l’un dell’altro; il prendersi cura; l’interessarsi.
Con tuo fratello – io ti chiedo – evita, se ti riesce, perfino di arrabbiarti; evita, se ti riesce, di dirgli pazzo o stupido. Prima di entrare nel merito di queste parole, io credo sia importante apprezzare l’operazione liberatoria di Gesù nei confronti dei comandi antichi. Non li cancella, illudendo l’uomo di essere più libero senza quei comandamenti, ma restituisce loro la propria forza originaria, la loro capacità di indicare una strada e un cammino di carità, di vita, di gioia. Invita ad andare oltre, ma anche ad andare dentro il comando, un oltre e un dentro dove incontri il cuore di Dio, il suo volto, incontri il suo amore. Vinciamo facile anche se ci paragoniamo a Caino, il cui nome è diventato sinonimo di malvagio, di omicida. Ma le sue parole non sono forse anche se non sulla nostra bocca, nel nostro cuore: «Sono forse io il custode di mio fratello?». Meno facile è stare davanti a Dio quando ci chiede conto dei nostri fratelli: «Dov’è Abele, tuo fratello?». La tentazione nostra è la stessa del primo omicida: sono forse chiamato io a dover essere il custode di mio fratello? a dovermene prendere cura? ad interessarmi di lui?
Con la sua semplicissima domanda rivolta ad ogni uomo, Dio smonta ogni nostro tentativo di giustificare l’indifferenza come unica risposta possibile. Ci spinge piuttosto a far nostra una mentalità diversa, un sentimento diverso, perfino una cultura diversa, che ci disponga a superare le inimicizie e a prenderci cura gli uni degli altri.
Occorre per questo stare attenti alle radici del male.
Dopo essere andati oltre la legge ed arrivati fin dentro al cuore di Dio, occorre arrivare fin dentro il nostro cuore dove possono aver messo radici sentimenti tossici come il disprezzo, la gelosia, l’invidia, l’ira, la competizione, la superbia.

Occorre fare pulizia. Le domande che Dio pone a Caino prima ancora che egli uccida Abele, sono domande che dovremmo fare anche a noi stessi: «Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non dovresti forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, e tu lo dominerai».
Guai a dare spazio, a coltivare ai propri sentimenti negativi sentimenti.

Il piccolo Principe lo chiama il dramma dei baobab. 
Infatti, sul pianeta del piccolo principe ci sono, come su tutti i pianeti, le erbe buone e quelle cattive.  Di conseguenza: dei buoni semi di erbe buone e dei cattivi semi di erbe cattive. Ma i semi sono invisibili. Dormono nel segreto della terra fino a che all’uno o all’altro pigli la fantasia di risvegliarsi. Allora si stira, e sospinge da principio timidamente verso il sole un bellissimo ramoscello inoffensivo.
Ma se si tratta di una pianta cattiva, bisogna strapparla subito, appena la si è riconosciuta.
C’erano dei terribili semi sul pianeta del piccolo principe: erano i semi dei baobab.
Il suolo ne era infestato. Ora, un baobab, se si arriva troppo tardi, non si riesce più a sbarazzarsene.
Ingombra tutto il pianeta. Lo trapassa con le sue radici.
E se il pianeta è troppo piccolo e i baobab troppo numerosi, lo fanno scoppiare.
“È una questione di disciplina”, mi diceva più tardi il piccolo principe.
È una questione di disciplina, dice Gesù.

Non si vince facile contro il male e contro il peccato che è accovacciato alla porta del nostro cuore. Occorre la disciplina di estirparlo prima che il male diventi troppo grande e trapassa il cuore con le sue radici fino a farlo scoppiare. Non si vince facile. È ingannevole pensarlo.
Occorre disciplina.

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3° domenica dopo Pentecoste

non temere

non temere

È possibile vivere senza dover in qualche modo esercitare la fiducia? Mi pare che le letture che abbiamo appena ascoltato ci suggeriscano di rispondere di no. Di qualcosa o di qualcuno occorre fidarsi. E se anche non ti fidi degli altri, sei in qualche modo costretto a fidarti di te o anche solo di quelle paure che ti fanno dire che non fidarsi è meglio.
Si fidano Adamo ed Eva, quando il serpente li conduce, pian piano a credere che è di Dio che non ci si può fidare. «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male».  Decidono di fidarsi del serpente e di non dare peso al comando che Dio aveva dato loro in precedenza e che loro stessi ricordano: Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”.
Uomo capace di fiducia è anche Giuseppe. Gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa”. Sostenuto e mosso da quella fiducia che Giuseppe decide di consegnare a Dio, contro ogni evidenza e ogni logica, quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore.
Nella vita non è possibile rimanere senza in qualche modo esercitare la fiducia. Poi possiamo cominciare a discutere chi merita la nostra fiducia. Senza fiducia, non ci avvicineremmo a nessuno, non viaggeremmo, non mangeremmo, non berremmo, salvo prima o poi morire in solitudine di vecchiaia o morire per una malattia a cui non avevamo pensato, o scivolando su un pavimento bagnato. Essere cauti è saggio; essere sempre sul chi va là e sospettosi è comunque pericoloso e alla fine insensato. Tocchiamo tutti con mano il crescere la diffidenza nei confronti delle istituzioni, Chiesa compresa, e di una scarsa fiducia negli altri: sentiamo la fatica di fidarci delle istituzioni pubbliche e di coloro che le guidano, dei medici, degli scienziati, dei manager, dei finanzieri, dei politici e dei giornalisti, ma anche spesso del vicino di casa e di chi sta dentro casa.
La fiducia è il cemento che tiene insieme ogni nostra relazione importante, le nostre amicizie, i grandi amori, i legami famigliari. È ciò che ci fa attendere il domani. È ciò che ci fa vivere insieme.
Non è facile certo, perché significa consegnare una parte di noi stessi ad un’altra persona, con il rischio di farci male e di sentir male, con il rischio che non ci venga restituita e di restarne prigionieri.
Ma questo rischio ci deve solo portare a scegliere bene coloro a cui decidiamo di dare fiducia, non a decidere di non darla a nessuno. Se ci pensiamo, ci renderemo conto che la  fiducia risiede in forma implicita in gran parte delle attività che svolgiamo ogni giorno.
Ogni giorno per andare al lavoro, per mangiare, per muoverci, per vivere, noi compiamo una serie infinita di atti di fiducia. Ci affidiamo agli altri: al medico che ci cura, al muratore che ha costruito la nostra casa, a chi cucina per noi e a chi ci ha venduto il cibo, al conducente dell’auto che si ferma per darci la precedenza. Diamo fiducia non perché lo vogliamo, perché davvero ci fidiamo, ma perché non possiamo farne a meno. E non è vero che la fiducia si dà solo alle cose serie, la fiducia si dà a tutto e tutti, per obbligo, perché la fiducia ci fa vivere. Anche quando andiamo a letto ci occorre la fiducia che nessuno ci sorprenderà nel sonno e ci farà del male o anche solo uno scherzo. Diversamente non ci addormenteremo e non ci riposeremo mai.
Bello questo addormentarsi e riposare di Giuseppe e ancora di più questo suo alzarsi con la tranquillità di chi sa di chi fidarsi e quindi sa quale scelta prendere e cosa deve fare. Il suo incubo – la donna che ama aspetta un bimbo e lui non è il padre – si trasforma in un sogno.
Adamo ed Eva che vivono il sogno del paradiso terrestre, quando smettono  di fidarsi di Dio vedono la loro vita trasformarsi in un incubo: Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba dei campi. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane. L’aver perso la fiducia in Dio per riporla nelle parole ingannevoli del serpente fa si che basti il rumore dei passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno ad incutere loro paura e a portarli a nascondersi.
Proviamo allora a guardar a Giuseppe che ci invita ad essere fiduciosi in Dio perché di fiducia abbiamo bisogno per vivere, sapendo che non tutto dipende solo da noi e stare al mondo come gente che si consegna a Dio ci aiuta a non lasciarci schiacciare dal peso stesso del mondo come se ogni responsabilità fosse caricata solo sulle sue spalle. Giuseppe è uomo che non perde il sonno perché è uomo che sa riporre fiducia in Dio. È uomo profondamente evangelico che fa pensare alle parole del Vangelo che abbiamo ascoltato domenica scorsa: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete;. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.
La storia di Giuseppe, di Adamo e di Eva sono la nostra storia, sono la nostra vita.
Da chi vogliamo prendere esempio?

 

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