2° domenica dopo Pentecoste

Lui solo ha compiuto grandi meraviglie

Lui solo ha compiuto grandi meraviglie

Mangiare, bere, vestirsi… difficile poter vivere a lungo senza in alcun modo avere a che fare con questi verbi. Per questo potrebbe sembrar strano sentir dire Gesù: non preoccupatevi di queste cose. Nessuno di noi può rinunciare a nutrirsi e a vestirsi. E Infatti Gesù stesso ci dice: Il Padre vostro celeste sa che ne avete bisogno.
È un altro il verbo a cui questo Vangelo ci chiede di dedicare meno tempo e meno attenzione: il verbo preoccuparsi. Preoccuparsi è certo sinonimo di darsi pensiero, avere cura e sollecitudine per qualcosa o qualcuno, ma più facilmente esso non ha a che vedere con un’azione, ma con uno stato dell’animo e della mente. Certamente ha a che fare con la responsabilità che avvertiamo verso la realtà, certamente ha a che fare con uno sguardo sul futuro inevitabile. Ma non possiamo non notare che oggi per 3 volte, e sarebbero state 4 se avessi letto anche il versetto successivo, ci viene detto: non preoccupatevi. E viene inoltre definito questo atteggiamento come abbastanza inutile la dove si legge: chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?
Preoccuparsi indica quello stato mentale in cui ci ritroviamo quando anticipiamo i fatti o ci immaginiamo le conseguenze sgradevoli di una certa situazione, in cui caschiamo quando non siamo concentrati sul presente, l’unico tempo in cui noi possiamo agire e provare quindi a cambiare la situazione, ma ci proiettiamo nel futuro, dove tutto è ancora solo possibilità, ma non occasione.
Le occasioni che puoi sfruttare non sono quelle di domani, sono quelle che hai adesso.
La fiducia che questo Vangelo ci chiede di mettere nel conto nei confronti di Dio, non è quella di domani, ma quella di oggi. La grazia con cui Dio risponde alla nostra fiducia non è quella di domani, ma quella che ci offre oggi.
Con la solita semplice profondità in un’udienza del mercoledì papa Francesco spiega così questa cosa: “Non esiste altro meraviglioso giorno che l’oggi che stiamo vivendo. La gente che vive sempre pensando al futuro: “Ma, il futuro sarà meglio…”, ma non prende l’oggi come viene: è gente che vive nella fantasia, non sa prendere il concreto del reale. E l’oggi è reale, l’oggi è concreto. E la preghiera avviene nell’oggi. Gesù ci viene incontro oggi, questo oggi che stiamo vivendo. Ed è la preghiera a trasformare questo oggi in grazia, o meglio, a trasformarci: placa l’ira, sostiene l’amore, moltiplica la gioia, infonde la forza di perdonare.”
Oggi si crede, oggi si agisce, per il domani si spera, ma non ci si preoccupa. Sperare è sapere che anche Dio si occupa di noi, che anche Dio è in azione.
Come dice san Paolo, sperare è credere che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi.  Paolo non è ingenuo e sa che la realtà è difficile e a volte dura: tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi… la gloria futura è grande, ma intanto ci sono le sofferenze del tempo presente.
Quello di Gesù non è un invito a rimanere con le mani in mano; non è uno sguardo ingenuo sulla provvidenza che viene dall’alto; non è una giustificazione alla nostra pigrizia e trascuratezza. È la semplice constatazione che si cammina meglio liberi dall’affanno. Significativo che la precedente traduzione della bibbia del 1974, traduceva esattamente così il verbo greco: non affannatevi. Non preoccuparsi significa liberarsi da quella tremenda e spiacevole sensazione di non avere mai abbastanza, significa uscire dal pensiero che ci manchi sempre qualcosa. Questi convincimenti non sono sempre causati dalla scarsità dei doni del Padre, ma dalla scarsità della nostra fede e dalla incapacità di accontentarci nel senso più bello della parola che non ha a che fare con i contentini, ma con la capacità di essere contenti.
Per non perdere tempo e serenità preoccupandoci, il Vangelo ci invita a far nostri altri verbi: guardate. Osservate. Cercate la giustizia. E tutto vi sarà dato in più…
Dovremmo far nostro l’atteggiamento del salmista: rendete grazie al Dio degli dèi,
perché il suo amore è per sempre. Rendete grazie al Signore dei signori, perché il suo amore è per sempre. Lui solo ha compiuto grandi meraviglie, perché il suo amore è per sempre.
Dovremmo dedicarci un po’ meno a fare l’elenco delle cose che ci mancano e a dare voce alla conseguente lamentela, per osservare e godere di ciò che abbiamo, trovando poi il tempo e le parole giuste per ringraziare.
Allora cominceremmo a riconoscere  che Dio è stato buono con ciascuno di noi.

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festa sacro cuore 2022

 

Per la prenotazione del pranzo di domenica 26 giugno
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Solennità della Trinità

un luogo dove abitare

un luogo dove abitare

Ecco arrivati alla solennità della Trinità, la festa di Dio. Una festa che non ci invita a ricordare cosa Dio fa, ma chi Dio è. Forse è per questo che questa festa ci risulta difficile da comprendere e vivere. Più facile comprendere il Natale, più facile comprendere la Pasqua, nella stessa maniera che per ciascuno di noi è più facile parlare di cosa fa nella vita piuttosto che raccontare direttamente chi è. Più facile descriversi parlando delle proprie opere che delle proprie qualità, ma così facendo spesso nascondiamo chi siamo davvero.
Maneggiamo infatti più facilmente il verbo fare che il verbo essere, dimenticandoci che le cose che facciamo raccontano certamente di noi, ma nessuno di noi è solo quello che fa. C’è una parte di noi certo non trascurabile e certamente degna di attenzione, di cura e di rispetto che non sempre si esprime attraverso azione, ma accompagna le azioni. C’è una parte, inoltre, di noi stessi che è definita dalle relazioni che abbiamo. Alla domanda “chi sono io?” non possiamo rispondere solo raccontando di quello che facciamo e non possiamo neppure rispondere solo guardando dentro a noi stessi. Per rispondere a “chi sono io?” dobbiamo avere anche la pazienza e l’accortezza di guardarci intorno e fare attenzione alle persone con cui noi siamo in relazione e con cui abbiamo un rapporto. Siamo madri, padri, sorelle, mogli, amici o nemici, generosi con alcuni, duri con altri, con altri ancora severi oppure gentili. Oggi la Trinità ci parla anche di questo; di relazioni; di comunione; di amore. Ci parla di un Dio che puoi capire e conoscere pensandolo come Padre, come Figlio e come Spirito Santo. Ci racconta di tre Persone che puoi capire e conoscere nell’essere in relazione tra loro e nell’essere dentro la relazione capaci di custodire la propria originalità, senza confondersi, nascondersi o annullarsi o peggio annullare. Ci pone di fronte ad un Dio che ci invita a guardare oltre noi stessi.  A non sentirci il centro del mondo. Non lo è il Padre da solo, non lo è il Figlio, non lo è lo Spirito. Nessuna di questa tre persone ambisce a questo ruolo perché sa che è molto meglio custodire la comunione. Il loro essere forte non come semplice somma di tre parti, ma del loro essere uno a favore dell’altro.
Detto così, può sembrare ancora difficile da comprendere, ma certo non impossibile.
Una squadra di calcio non vince perché ci sono 11 campioni in campo, gli 11 migliori giocatori nel rispettivo ruolo, ma per il loro saper essere una squadra; per il loro sapere che il tutto è molto di più della somma delle parti; del loro sapere che si vince insieme come si perde insieme; del loro sapere di non essere nessuno senza gli altri.
Un altro esempio ci è dato da un’orchestra. Questa è sempre molto di più della totalità delle singole parti. I diversi strumenti suonano, ma devono suonare insieme. Una tromba non è un violino; un violoncello non è un oboe. Ciascun strumento ha la sua partitura, ha il suo timbro inconfondibile e diverso dagli altri. Il compositore scrive la parte di ciascuno in modo tale che il timbro di ogni strumento raggiunga il suo massimo effetto e unitamente esalti l’insieme; al direttore tocca condurre e vigilare su questa sinfonia di voci perché ciascuno dia il meglio, ma nessuno faccia il protagonista.
Anche una famiglia è molto più dell’insieme di un papà, una mamma e dei figli. Non è una questione numerica che sbriga con una somma: “siamo in 4 in famiglia” non dice ancora molto della famiglia. Siamo in 4 e ci vogliamo un gran bene, dice molto di più e di molto più significativo.
In queste domenica abbiamo più volte sentito nel Vangelo parole simili, quasi fino alla noia: Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui. Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Oggi ci viene detto che queste non sono solo parole. Sono possibilità. Sono invito. Sono promessa. La Trinità è una casa dove abitare.
Il salmo ci ha fatto pregare così:
Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per contemplare la bellezza del Signore
e ammirare il suo santuario.
Una cosa chiediamo al Signore, una cosa sola: di abitare questa comunione del Padre e del Figlio e dello Spirito, partecipi di questo amore che unisce loro e attira noi, per diventare capaci di di vivere con la stessa intensità e lo stesso stile ogni nostra relazione.

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Solennità della Trinità

Ecco arrivati alla solennità della Trinità, la festa di Dio. Una festa che non ci invita a ricordare cosa Dio fa, ma chi Dio è. Forse è per questo che questa festa ci risulta difficile da comprendere e vivere. Più facile comprendere il Natale, più facile comprendere la Pasqua, nella stessa maniera che per ciascuno di noi è più facile parlare di cosa fa nella vita piuttosto che raccontare direttamente chi è. Più facile descriversi parlando delle proprie opere che delle proprie qualità, ma così facendo spesso nascondiamo chi siamo davvero.
Maneggiamo infatti più facilmente il verbo fare che il verbo essere, dimenticandoci che le cose che facciamo raccontano certamente di noi, ma nessuno di noi è solo quello che fa. C’è una parte di noi certo non trascurabile e certamente degna di attenzione, di cura e di rispetto che non sempre si esprime attraverso azione, ma accompagna le azioni.
C’è una parte, inoltre, di noi stessi che è definita dalle relazioni che abbiamo.
Alla domanda “chi sono io?” non possiamo rispondere solo raccontando di quello che facciamo e non possiamo neppure rispondere solo guardando dentro a noi stessi.
Per rispondere a “chi sono io?” dobbiamo avere anche la pazienza e l’accortezza di guardarci intorno e fare attenzione alle persone con cui noi siamo in relazione e con cui abbiamo un rapporto. Siamo madri, padri, sorelle, mogli, amici o nemici, generosi con alcuni, duri con altri, con altri ancora severi oppure gentili. Oggi la Trinità ci parla anche di questo; di relazioni; di comunione; di amore. Ci parla di un Dio che puoi capire e conoscere pensandolo come Padre, come Figlio e come Spirito Santo. Ci racconta di tre Persone che puoi conoscere e comprendere solo nell’essere in relazione tra loro e nell’essere dentro la relazione capaci di custodire la propria originalità, senza confondersi, nascondersi o annullarsi o peggio annullare. Ci pone di fronte ad un Dio che ci invita a guardare oltre noi stessi. A non sentirci il centro del mondo. Non lo è il Padre da solo, non lo è il Figlio, non lo è lo Spirito. Nessuna di questa tre persone ambisce a questo ruolo perché ciascuno sa il tutto è molto più della semplice somma delle parti, e che la loro forza nasce dall’essere uno a favore dell’altro. Detto così, può sembrare ancora difficile da comprendere, ma certo non impossibile.
Una squadra di calcio non vince perché ci sono 11 campioni in campo, gli 11 migliori giocatori nel rispettivo ruolo, ma per il loro saper essere una squadra; per il loro sapere che il tutto è molto di più della somma delle parti; del loro sapere che si vince insieme come si perde insieme; del loro sapere di non essere nessuno senza gli altri.
Un altro esempio ci è dato da un’orchestra. Questa è sempre molto di più della totalità delle singole parti. I diversi strumenti suonano, ma devono suonare insieme. Una tromba non è un violino; un violoncello non è un oboe. Ciascun strumento ha la sua partitura, ha il suo timbro inconfondibile e diverso dagli altri. Il compositore scrive la parte di ciascuno in modo tale che il timbro di ogni strumento raggiunga il suo massimo effetto e unitamente esalti l’insieme; al direttore tocca condurre e vigilare su questa sinfonia di voci perché ciascuno dia il meglio, ma nessuno faccia il protagonista.
Anche una famiglia è molto più dell’insieme di un papà, una mamma e dei figli. Non è una questione numerica che sbriga con una somma: “siamo in 4 in famiglia” non dice ancora molto della famiglia. Siamo in 4 e ci vogliamo un gran bene, dice molto di più e di molto più significativo.
In queste domenica abbiamo più volte sentito nel Vangelo parole simili, quasi fino alla noia: Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi.Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui. Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Oggi ci viene detto che queste non sono solo parole. Sono possibilità. Sono invito. Sono promessa. Sono un luogo dove abitare.
Il salmo oggi ci ha fatto pregare così
Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per contemplare la bellezza del Signore
e ammirare il suo santuario.
Una cosa chiediamo al Signore, una cosa sola: di abitare questa comunione del Padre e del Figlio e dello Spirito, partecipi di questo amore che lega loro e li costituisce in unità e di vivere con la stessa intensità e lo stesso stile ogni nostra relazione.

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Movimento terza età – Decanato di Missaglia

IMG_7206 IMG_7207 IMG_7208 IMG_7209Signore Nostro Gesù Cristo,
che ci hai donato la vita facendola risplendere del Tuo riflesso divino
Tu riservi un dono speciale agli anziani che beneficiano di una lunga vita.

Te li affidiamo per consacrarli a Te: rendili testimoni dei valori evangelici
e devoti custodi delle tradizioni cristiane. Proteggili e preserva il loro spirito
con il Tuo sguardo amorevole e la Tua misericordia.

Rendili certi della Tua fedeltà, messaggeri del Tuo amore,
umili apostoli del Tuo perdono, braccia accoglienti e generative
per i bambini e i giovani, che cercano nello sguardo dei nonni
una guida sicura nel pellegrinaggio verso la vita eterna.

Rendici capaci di donare loro l’amore,
la cura ed il rispetto che meritano nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità.

E concedi a ciascuno di noi la benedizione di una lunga vita
per poterci un giorno unire a Te, in Cielo,
Tu che vivi e regni nell’amore, nei secoli dei secoli.

Amen

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Pentecoste

riempì tutta la casa dove stavano

riempì tutta la casa dove stavano

Celebriamo quest’oggi la solennità di Pentecoste, una solennità di cui  facciamo fatica a sentire l’importanza, così come facciamo fatica a invocare lo Spirito. Quando preghiamo preferiamo rivolgerci al Padre, ci rivolgiamo a Gesù, invochiamo il Signore, ci rivolgiamo più volentieri a Maria o ai santi che allo Spirito. Perfino quando dobbiamo imprecare non tiriamo di mezzo lo Spirito, ma tiriamo di mezzo la Madonna, Dio o Gesù.
Del resto, parlare dello Spirito non è facile. Delle tre persone della Trinità che celebriamo domenica prossima è quella con cui abbiamo meno confidenza e forse verso cui proviamo meno affetto. Parliamo di vita spirituale, ma ci dimentichiamo che essa nasce proprio dall’azione dello Spirito.
Parlare dello Spirito, del resto, occorre riconoscere è difficile tanto quanto voler fotografare il vento.
Ci avete mai pensato? Il vento non è facile da fotografare. Non sta volentieri in un fotogramma; più che una foto del vento, rischi di ottenere una fotografia mossa e sfuocata.
Il vento non lo vedi, vedi i suoi effetti. I rami che si piegano, le foglie che si muovono, le nuvole che corrono nel cielo, gli uccelli che ci giocano, gli aquiloni che volano, la sua carezza fresca sulla pelle.
Puoi fotografare tutte queste cose, ma non fotografi il vento e non lo fermi.
Così è lo Spirito. Non lo fermi, non lo fotografi. Per rappresentarlo se ci pensate non c’è solo un’immagine. La tradizione fa ricorso a diversi simboli: il fuoco, la colomba, l’acqua che scorre, il soffio del vento…
Imprendibile e potente. Per meglio spiegare quanto sia potente, si è dovuto ricorrere ai suoi doni: Consiglio · Sapienza · Fortezza · Intelletto · Pietà · Timor di Dio · Scienza.
Non rendersi conto di tutto questo non può che alimentare in noi la sensazione di poter vivere come se Dio non esistesse, sentendolo irrilevante per la nostra vita e peggio con la percezione di sentirci dimenticati e abbandonati da Dio, specialmente quando la vita si conduce attraverso prove e tentazioni.
Oggi vi viene però ricordato, come diceva il cardinal Martini, che  «lo Spirito c’è, anche oggi, come al tempo di Gesù e degli Apostoli: c’è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo né svegliarlo, ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro». Proviamo a osservarlo e a “fotografarlo” mentre è in azione.
È presente quando leggiamo e ascoltiamo la Parola di Dio. Quando riusciamo a sentirla come parola rivolta a noi, riusciamo a sentirla lampada che guida i nostri passi, riusciamo a metterla in pratica come parola che da vita: allora lo Spirito è con noi.
Quando riusciamo a vivere il perdono come superamento e guarigione dal male subito, come capacità di rispondere a questo stesso male subito con il bene, quando non seguiamo la strada della vendetta o del banale contraccambio vivendo la generosità, la gratuità, la bontà. Allora lo Spirito è con noi.
Lo Spirito è con noi anche quando riusciamo a vivere la carità verso chi ci sta intorno con spontaneità e discrezione. Quando sappiamo esercitare questa carità senza essere pregati e senza essere sollecitati, senza calcoli o ricerca di tornaconto.
Lo Spirito è con noi come consolatore anche quando riusciamo a ritrovare il sollievo del cuore in mezzo al dolore del mondo e alla tristezza. È con noi quando riusciamo a ritrovare la speranza anche la dove i calcoli e le previsioni umane ci abbandonano all’incertezza e al timore.
È con noi quando pur nella complessità della vita, nella fatica del lavoro, riusciamo comunque a  essere in pace con noi stessi, con il nostro prossimo, con il mondo. Riusciamo a tenere a bada l’affanno che le molte cose da fare ci procura, riusciamo a guardare le cose una alla volta nell’ordine giusto, conservando a ciascuna la sua importanza e un posto adeguato.
Lo spirito è con noi quando riusciamo a pregare, non abbandonando alle sole buone intenzioni il nostro desiderio di farlo. Lo Spirito è con noi quando pregando ci accorgiamo che non stiamo sprecando parole, che c’è Qualcuno che pure non vediamo che raccoglie le nostre domande e le nostre richieste, che c’è qualcuno che pure non vediamo che ci ascolta, che ci conosce, che desidera prendersi cura di noi, che c’è qualcuno che nell’intimo del nostro cuore ci risponde e ci rafforza e ci rinfranca con la sua presenza.
È lo Spirito che abbiamo già ricevuto nel battesimo e nella cresima: è la forza di Dio, che agisce in profondità nel nostro cuore e ci trasforma dall’interno, fortifica, purifica, consola; è una voce intima, profonda, dolce e forte nello stesso tempo.
Preghiamo il Signore perché di nuovo rinnovi e tenga vivo questo dono per noi. Preghiamo di darci sempre le parole giuste con cui invocarlo, di darci gli occhi giusti per accorgerci della sua presenza della sua azione intorno a noi e dentro di noi e per lasciare che operando in noi ci trasformi continuamente in creature nuove.

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7 domenica di Pasqua

perché tutti siano una sola cosa

perché tutti siano una sola cosa

Il Signore Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse. L’inizio di questo Vangelo potrebbe farci sentire degli intrusi indiscreti. La parole che abbiamo ascoltato non sono rivolte a noi, ma sono rivolte da Gesù al Padre. Sono parole di preghiera e non di insegnamento, sono parole che raccontano e svelano cosa c’è nel cuore di Gesù, in quella notte, prima di consegnarsi alle vicende della passione. Forse per questo fatichiamo a comprenderle. Non sono rivolte a noi, anche se comprendiamo parlano di noi. Parlano della preoccupazione di Gesù per i suoi discepoli. Sono parole di affidamento.

Gesù sa bene a cosa stanno andando incontro, ma sa anche a quale fatica stanno facendo i discepoli e non solo loro, nel credere, nel riconoscere in Gesù il Figlio di Dio. Stefano, come sentiamo nella prima lettura, definisce così quei cuori: testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. I Vangeli ci raccontano di un Gesù che è risorto, ci consegnano l’annuncio di questa travolgente storia di gioia e pace che si diffonde,  di questa vittoria della vita sulla morte… ma i ‘grandi’ del popolo, anziani e scribi, coloro che pretendono di avere la verità in tasca, si oppongono, anzi, “resistono allo Spirito Santo” che sta per cominciare la propria straordinaria opera dentro la storia dell’uomo. Quella verità tutta intera che Gesù aveva promesso, come abbiamo ascoltato domenica scorsa, si sta manifestando ma ancora qualcuno non ascolta e non capisce, si chiude e si ribella apertamente.
Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. E il risultato di questa testardaggine è terribile nella descrizione cruda delle parole del libro degli Atti: All’udire queste cose, erano furibondi in cuor loro e digrignavano i denti contro Stefano. Chi resiste allo Spirito Santo, si riempie di rabbia. Uccideranno Stefano, come gli altri prima di loro hanno ucciso Gesù. Forse la nostra resistenza all’azione dello Spirito non arriva a queste conseguenze, ma dobbiamo riconoscere che, anche noi testardi a fidarci di Dio e a lasciarci condurre dallo Spirito, spesso ci sentiamo vuoti, tristi, sempre in affanno e sempre insoddisfatti. L’inquietudine e l’agitazione sono un tratto comune  e diffuso del vivere oggi. Di fronte alle inevitabili difficoltà della vita perdiamo la tranquillità, la calma, la pace che è forse il primo dono dello Spirito. Nel nostro cuore trova casa l’amarezza. La preoccupazione. La voglia di discutere sempre. Diventiamo incoerenti e giriamo a vuoto intorno a mille cose che ci stancano e si prendono più di quello che ci lasciano. Conoscendo tutto questo, Gesù prega. Lo fa con insistenza: prego, dice Gesù, perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria.
Egli sa che non ci è facile restare uniti a lui. Che la nostra paura è spesso più forte della fede. Che contiamo di più sulla nostra testardaggine che sulla sua tenerezza. Egli è preoccupato: sente la nostra fragilità di fronte al peccato e di fronte alla tentazione che in un attimo può travolgerci e dividerci da lui e in noi stessi. E prega. Il suo desiderio che si fa richiesta è preciso: “Tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato”.
Ormai in prossimità della solennità di Pentecoste, dovremmo unirci a Gesù in questa preghiera che egli fa per noi; per non sprecare il dono; per non continuare a lungo ad opporre resistenza allo Spirito Santo; per lasciare che lo Spirito con i suoi doni, curi e guarisca ogni nostra ferità. Di questa forza, di questa unità ne abbiamo bisogno noi e ne ha bisogno il mondo. Ne abbiamo bisogno noi perché si realizzi la promessa di Gesù: la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.  Ne ha bisogno il mondo perché da sempre dove i cuori dei credenti sono una cosa sola tra loro e una cosa sola, nello Spirito, con il Padre e con il Figlio, dove c’è questa capacità di amarsi gli uni gli altri, lí anche i non credenti rimangono affascinati e attratti a Dio.
Proviamo a tenere nel cuore la preghiera di san Paolo: il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore

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6 domenica di Pasqua

Senza il sole nulla son Io, nulla sei tu senza Dio

Senza il sole nulla son Io, nulla sei tu senza Dio

La domanda dei discepoli è anche la mia: «Che cos’è questo che ci dice: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”. Che cos’è questo che ci dice e cos’è questo poco? Poco è parola che indica una quantità modesta di un qualcosa, è il contrario di molto. In questo caso è riferito al tempo. Ancora un poco di tempo e non mi vedrete, un poco di tempo ancora e mi vedrete. Indica lo spazio di tempo tra due momenti, tra due eventi. Non ci è difficile immaginare che Gesù stia facendo riferimento al tempo che separa l’ultima cena dalla sua morte e poi il tempo che separa la morte dalla sua resurrezione. Indica quella porzione di tempo tra due momenti fondamentali della vita di Gesù: la morte e la resurrezione. Potremmo chiamarlo semplicemente il tempo dell’attesa, quel tempo che a volte consideriamo perso, inutile, nel quale rischiamo di perdere il tempo non sapendo come impiegare quelle briciole di tempo che ci paiono troppo banali per la nostra attenzione, troppo piccole per le grandi cose, frammenti senza troppo valore.
Potremmo chiamarlo ancora più semplicemente “il tempo del frattempo” che in un’epoca come la nostra dove il pregio sembra consistere nella velocità, nell’immediato, nel tutto e subito, rischia di essere guardato con noncuranza. Eppure se ci pensiamo sono tanti i tempi del frattempo. Ne è piena la nostra vita. Li potessimo raccogliere e rimettere insieme, troveremmo forse quel tempo che sembra sempre mancarci.
Quel “poco” è il tempo che rischiamo di abitare male. Quel “poco” sono i frammenti di tempo che spezzettano la vita e disperdono energie, ci lasciano con la sensazione di essere sempre nel posto sbagliato, nel momento sbagliato.
Il “frattempo” infatti porta con sé la sensazione del tempo perso, della parentesi senza molto valore tra occasioni importanti che devono ancora venire; come se tutta la nostra attenzione dovesse essere riservata solo a chissà quali attimi e quali tappe significative, a traguardi da raggiungere e prove da superare. Nel frattempo rimandiamo: “dopo che ho risolto quel problema”, “quando mi libero di quella cosa”, “quando ho raggiunto quell’obiettivo”. Il frattempo è parte della nostra vita e dovremmo averne cura tanto quanto ne abbiamo del tempo.
Dovremmo aver cura di questi frammenti come degni di rispetto, di attenzione e di fedeltà alla nostra persona, ai nostri desideri, ai nostri valori.
In ciascuno di essi si può nascondere una grazia, un’opportunità, una provocazione, un segnale. Dovremmo diventare protagonisti anche e soprattutto di quegli attimi, a volte fugaci. È spesso infatti in quei momenti di trascuratezza che ci scappano le risposte sgarbate, le parole a volte semplicemente disattente ma comunque taglienti. Nello stesso modo è in quei frammenti che possiamo seminare un’infinità di bene che dice, molto più di quello che facciamo nelle grandi occasioni, chi siamo e di cosa siamo capaci di fare. Nel frattempo spesso succede di tutto e accade la vita, eppure fatichiamo a prestarci attenzione. Quello che manca al povero “nel frattempo” è proprio un po’ di attenzione.
Scoprirne la bellezza e l’importanza è rivoluzionario; è imparare a dare importanza non solo alla meta, ma anche al viaggio e a quello che può accadere durante il viaggio. È l’esperienza di Saulo. Mentre ero in viaggio e mi stavo avvicinando a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una grande luce dal cielo sfolgorò attorno a me; caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perséguiti?”. Io risposi: “Chi sei, o Signore?”. Mi disse: “Io sono Gesù il Nazareno, che tu perséguiti”. Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono la voce di colui che mi parlava. Io dissi allora: “Che devo fare, Signore?”. E il Signore mi disse: “Àlzati e prosegui verso Damasco; là ti verrà detto tutto quello che è stabilito che tu faccia”.
Il tempo invece di frantumarsi si dilata, l’animo si rasserena. Ogni attimo ritrova valore e diventa capace di produrre gioia. In quel poco, in quel frattempo, dice Gesù, “vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia”. Imparare a vivere il frattempo è imparare ad abitare la vita, il qui ed ora, il momento favorevole dove la grazia si rende presente e può essere accolta.

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5° domenica di Pasqua

Fa crescere i gerani e le rose.

Fa crescere i gerani e le rose.

È bello quando leggendo un libro, una poesia o ascoltando una canzone, tornano in mente pagine di Vangelo. È bello anche quando leggendo il Vangelo, tornano in mente le parole di una canzone o di un libro o di una poesia. È bello perché ricorda che il Vangelo ha a che fare con la vita, entra nella vita e ricorda che ci sono molti modi e linguaggi per parlare di Vangelo.
Leggendo oggi questi versetti di Giovanni che ci parlano di nuovo di amore mi è tornata in mente una canzone di Ivano Fossati del 2006. Non esattamente una canzone recente, non esattamente una canzone che senti passare per radio, ma a mio modo di vedere una canzone che ha il sapore di Vangelo, di buona notizia. Si intitola L’amore fa.
L’amore fa l’acqua buona. Fa passare la malinconia. Crescere i capelli l’amore fa.
L’amore accarezza i figli. L’amore parla con i vecchi. Qualcuno vuole bene ai più lontani.
Anche per telefono. L’amore fa guerra agli idioti, agli arroganti pericolosi.
Fa bellissima la stanchezza. Avvicina la fortuna quando può. Fa buona la cucina…
Cose che fanno ridere. L’amore fa. Cose che fanno piangere. 
L’amore fa begli gli uomini. Sagge le donne. L’amore fa Cantare le allodole. Dolce la pioggia d’autunno. E vi dico che fa viaggiare, sì. Illumina le strade. Fa grandi le occasioni. Di credere e di imparare. Cose che fanno ridere L’amore fa. Cose che fanno piangere. Fa crescere i gerani e le rose. Aprire i balconi l’amore fa.
Confondere le città, ma riconoscere i padroni l’amore lo fa. Aprire bene gli occhi. Amare più se stessi.  
L’amore fa bene alla gente. Comprendere il perdono L’amore fa.
È solo un elenco piccolo delle cose che sa fare l’amore. Altre ce le racconta san Paolo: La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine.
Anche il salmo non manca di dire la sua: rende dolce e bello quel vivere insieme che senza amore non è certo bello e neppure dolce.
La pagina degli Atti degli apostoli ci dice che la prima comunità cristiana viveva con abbastanza amore che aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune… Nessuno infatti tra loro era bisognoso.
L’amore fa grandi cose, o meglio rende grandi e straordinarie le cose piccole! Credo sia proprio per questa straordinaria capacità dell’amore di fare tutte queste cose e moltissime altre, che Gesù ha pensato bene di farlo diventare un comando: amatevi gli uni con gli altri.
A pensarci bene è strano: se l’amore fa così tante e belle cose, se l’amore compie così tante meraviglie e fa così bene, perché c’è bisogno di “comandarlo”: Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri.  Non dovrebbe essere spontaneo e conveniente farlo? Io una risposta sul perché non venga spontaneo non ce l’ho. Sento però umilmente di confessare una cosa: non è sempre così spontaneo amare. Ci sono momenti in cui ci viene bene e altri in cui non ci viene affatto. Ci sono persone che ci viene facile amare e altre per cui risulta più difficile.
Ecco allora il perché di un comandamento che per un cristiano diventa addirittura un segno di riconoscimento in mezzo a tutti gli uomini: da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri. 
Non so se ci rendiamo conto della portata di queste parole: non capiranno se siamo cristiani dal nostro voler bene a Dio, ma dal nostro amarci gli uni gli altri. Amarci come Gesù con un amore che non offri perché ti venga restituito, ma che sa tornare indietro.
Ancora mi sono venute in mente le parole che il Manzoni al capitolo 38 dei Promessi sposi mette sulla bocca di un anonimo: Si dovrebbe pensare più a far bene che a stare bene e così si finirebbe anche a stare meglio. L’amore è come un boomerang. Torna indietro se hai il coraggio di lanciarlo, di piantarlo come un seme nella vita della gente perché cresca, porti frutto e di quel frutto possa anche tu godere. Per questo, non è necessario aspettare che cominci l’altro. La vita comincia davvero solo quando ami perché tra le cose che l’amore fa, c’è quella di renderci simili a Dio.

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Oratorio Feriale 2022

logo oratorio feriale 2022PARROCCHIE DI MONTICELLO BRIANZA

S. AGATA – MONTICELLO * S. MARIA DELLA PURIFICAZIONE – TORREVILLA * SS. REDENTORE – CORTENUOVA

oratorio feriale 2022

PER CHI E DOVE
Dalla prima alla quarta elementare: MONTICELLO
Dalla quinta elementare alla terza media: CORTENUOVA
QUANDO
Da lunedì 13 giugno a venerdì 8 luglio 2022 con entrata 7.30-8.30 e uscita 17-17.30
PRANZO
Con servizio mensa a 4 euro o rientrando a casa tra le 12 e le 14.
GITE E PISCINA
Le giornate in piscina sono previste per giovedì 16, 23 e 30 giugno. Costo: 6 euro
Le gite sono previste per martedì 14, 21 e 28 giugno e martedì 5 luglio, costo variabile in base alla gita.
COSTI DI ISCRIZIONE
Giornata intera: 1 figlio € 25, 2 figli € 45, 3 o più figli € 60
Solo pomeriggio: 1 figlio € 15, 2 figli € 28, 3 o più figli € 35
INFORMAZIONI IMPORTANTI
Per le attività negli ambienti al chiuso sarà obbligatorio l’utilizzo della mascherina. Non verrà rilevata la temperatura corporea all’ingresso.

Lunedì 30 maggio ore 20.30 in oratorio a Monticello ci sarà una riunione informativa

Nota: Manca poco all’inizio dell’oratorio estivo! ☀️ Cerchiamo genitori, nonni, fratelli e sorelle maggiori, zii, amici e simpatizzanti, muniti del semplice desiderio di donare un poco del loro tempo per aiutare i ragazzi in queste settimane, occupandosi della distribuzione del pranzo e riordino e delle pulizie di fine giornata. È sufficiente anche solo un giorno alla settimana, in base alle proprie disponibilità. Sotto si trovano i link dove iscriversi

 

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