Le parole di Gesù che abbiamo appena ascoltato, potrebbero sembrare parole di condanna della ricchezza, di giudizio dei ricchi. Per non fermarci all’apparenza, ci è necessario capire quando e dove sono state pronunciate; perché e a chi sono rivolte. Per questo ogni passo di Vangelo andrebbe letto con tutto il Vangelo in mano. Occorre ogni volta avere la possibilità di collocare i versetti che leggiamo dentro il loro contesto.
Scopriremmo allora che queste parole così dure e decise di Gesù in merito ai pericoli legati alla ricchezza, sono state pronunciate da Gesù al termine dell’incontro con uno dei capi dei farisei che lo aveva interrogato in questo modo: «Maestro buono, che devo fare per ereditare la vita eterna?»
Scopriremmo che sono parole pronunciate quando quest’uomo, dopo aver ascoltato la risposta di Gesù: «Una cosa ti manca ancora: vendi tutto quello che hai, e distribuiscilo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi», se ne andò afflitto, perché era molto ricco.
Solo quel punto Gesù, vedendolo così triste, disse: «Quanto è difficile, per quelli che hanno delle ricchezze, entrare nel regno di Dio!
Mi pare importante, leggendo queste parole, ricordare che Gesù le pronuncia proprio per spiegare la tristezza di quell’uomo e che quella tristezza è la più grande smentita data a coloro che sostengono che il denaro fa la felicità.
Scopriremmo che non sono parole di giudizio, ma di semplice considerazione di quanto appena accaduto: se ne andò afflitto perché era molto ricco: esattamente il contrario di quanto la logica del mondo ci lascia credere.
Fin da bambini cominciamo a crederlo. Quando domandiamo, mai sazi, ai nostri genitori di comprarci quello che vogliamo, convinti che le cose rendano felici, che il possedere quanto si desidera ci faccia star bene in una rincorsa mai finita all’ultimo oggetto del desiderio che una volta ottenuto, mostrerà il suo inganno e sarà dunque presto sostituito da altro.
Ne siamo così convinti che facilmente facciamo diventare la ricchezza il metro di misura del valore delle persone. Le invidiamo. Le stimiamo. Proviamo ad imitarle.
Per capire bene le parole di Gesù di oggi che anche i discepoli faticano ad accettare e digerire, prima dovremmo poter anche noi vedere la tristezza negli occhi di quell’uomo molto ricco come lo definisce il racconto evangelico.
Le parole che abbiamo appena ascoltato sono dette davanti a quello sguardo triste e rivolte innanzitutto a lui, ad un uomo che nonostante la propria ricchezza si scopre triste perché troppo legato a quella stessa ricchezza.
Dovremmo avere anche noi la sincerità e il coraggio di porci la stessa domanda che quell’uomo aveva posto a Gesù: che devo fare per ereditare la vita eterna? Dovremmo anche noi, liberi da luoghi comuni, porci questa domanda: ma è davvero necessario essere ricchi per essere felici?
Non per fare come la volpe davanti al grappolo di uva irraggiungibile e rispondere che non è necessario semplicemente perché non abbiamo tutto quel denaro che immaginiamo essere necessario per garantire la felicità; piuttosto per essere uomini e donne che si liberano di quell’inganno e smettono di cercare il denaro e la ricchezza come presupposto unico per la propria felicità.
Uomini e donne che, liberati dalla sapienza di questo mondo, si facciano stolti per diventare sapienti, perché come scrive san Paolo, la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio.
Ci sono cose che rimangono impossibili agli uomini e che non diventano possibili grazie al denaro, nemmeno tutto il denaro del mondo. Ai tempi di Gesù nessuno immaginava che alcune si sarebbero realizzate. Abbiamo mandato uomini sulla luna, abbiamo creato mezzi di trasposto comodi e veloci che ci portano in terra, in mare e in cielo.
Innumerevoli invenzioni hanno reso la vita più facile, rendendo possibili cose che allora erano impossibili: l’elettricità, il motore a scoppio, i telefoni, la radio, la televisione, la stampa. Progressi nella medicina che hanno alzato l’età media di vita. Anche se non si sono ancora tutti convinti, abbiamo imparato che la terra non è piatta. Chissà quanti altri traguardi raggiungeremo e quali scoperte faremo.
Ma quante cose rimangono a noi impossibili. La pace sembra essere una di queste. Non la si compra certo con il denaro, anzi spesso questo è la causa delle guerre.
La povertà ancora affligge interi popoli e il denaro non riesce ad essere la soluzione. Chi ce l’ha se lo tiene e fa di tutto per averne sempre di più.
Così chi è ricco diventa sempre più ricco a scapito di moltissimi che diventano sempre più poveri. Quante volte si perde la pace in famiglia per questioni di denaro ed eredità.
Tutto questo sembra rimanere fuori dalle possibilità degli uomini, ma – rassicura oggi Gesù – rimane nelle possibilità di Dio e di chi si fida di lui.
Gesù non sta certo proponendo un mondo dove tutti sono poveri, demonizzando così la ricchezza. Ci sta solo ricordando che nella vita non è importante solo sistemarsi, ma occorre salvarsi.
Sistemarsi è risolvere i problemi e pensare che solo così starai in pace. È pensare di poter avere tutto sotto controllo e di poter far tutto quello che vuoi.
Salvarsi è scoprire che c’è una pace offerta da Dio anche prima di risolvere i problemi. È quella pace che hai nel profondo del cuore anche quando in superficie il mare è in tempesta.
Probabilmente il denaro aiuta ad essere felici, ma il Vangelo ci dice che non è necessario diventare ricchi per esserlo. C’è un’altra strada, forse perfino più semplice che passa attraverso la fiducia concessa a quel Dio che restituisce cento volte tanto quanto noi possiamo dare e a cui tutto è possibile.




