Alcune pagine di Vangelo sono fastidiose come un dito nell’occhio. Sono scoraggianti come alcuni sentieri di montagna che senza farti vedere la vetta, partono con pendenze che scoraggiano e tagliano il fiato. Ti vien voglia di tornare indietro. Ti vien voglia di chiudere il libro. Credo che la pagina di oggi sia di questo genere. Integralista, fondamentalista almeno nella parte finale. Chi volesse avvicinarsi per la prima volta al Vangelo e al Dio di Gesù non potrebbe che rimanerne turbato e disorientato. Gli altri, quelli che il Vangelo lo conosco, la mettono tra le pagine a cui non dar troppo peso per non rischiare di perdere la fede.
Integralista potrebbe essere definito anche il vecchio Eleazaro di cui ci parla la prima scrittura prima dal secondo libro dei Maccabei: egli, preferendo una morte gloriosa a una vita ignominiosa, s’incamminò volontariamente al supplizio, sputando il boccone e comportandosi come conviene a coloro che sono pronti ad allontanarsi da quanto non è lecito gustare per attaccamento alla vita. Quanti di noi sarebbero capaci di una così grande ed estrema fedeltà ai propri valori e ai propri ideali. Non dovremmo piuttosto ammettere di essere più facilmente dalla parte di quegli amici che “lo tirarono in disparte e lo pregarono di prendere la carne di cui era lecito cibarsi, preparata da lui stesso, e fingere di mangiare le carni sacrificate imposte dal re, perché, agendo a questo modo, sarebbe sfuggito alla morte.”?
Fingere. Mi pare possa essere questo il verbo decisivo per comprendere le letture di oggi.
Certo non finge Eleazaro, anzi la situazione diventa per lui occasione di una rinnovata testimonianza di sé e dei propri ideali: non è affatto degno della nostra età fingere, con il pericolo che molti giovani, pensando che a novant’anni Eleàzaro sia passato alle usanze straniere, a loro volta, per colpa della mia finzione, per appena un po’ più di vita si perdano per causa mia e io procuri così disonore e macchia alla mia vecchiaia.
Diventa per lui occasione per una assunzione di responsabilità nei confronti delle proprie azioni: quello che faccio non riguarda solo me, ma anche chi mi guarda. Quello che faccio non ha conseguenza solo per me, ma anche sugli altri. Quello che faccio non riguarda solo il momento presente, ma anche i giorni futuri: Perciò, abbandonando ora da forte questa vita, mi mostrerò degno della mia età e lascerò ai giovani un nobile esempio, perché sappiano affrontare la morte prontamente e nobilmente per le sante e venerande leggi.
Eleazaro sembra avere già in se stesso la convinzione espressa con queste parole da Gesù: Chi invece scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare. Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che vengano scandali, ma guai all’uomo a causa del quale viene lo scandalo! Se la tua mano o il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, anziché con due mani o due piedi essere gettato nel fuoco eterno.
Egli sa che le sue azioni saranno giudicate anche da Dio: non potrei sfuggire, né da vivo né da morto, alle mani dell’Onnipotente, ma ciò che lo spinge e lo sostiene è proprio il dispiacere – venendo meno ai propri ideali, ai propri valori e alla propria fede – di poter ferire nell’animo i più giovani.
Di poter ferire quella parte di sé che come un bambino custodisce ancora i grandi ideali, i sogni belli che facevano, le aspirazioni che ci animavano; la stessa parte che occorre recuperare e tener viva proprio per essere come Gesù ci vuole: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli.
Forse dovremmo imparare ad aver più cura della nostra anima, tanto quanto ne abbiamo del nostro corpo. Forse non dovremmo più trascurare i malanni dell’anima, pensando ingenuamente che tanto passano da soli.
Tanto smettiamo quanto vogliamo; tanto è l’ultima volta; tanto che male c’è; tanto non vede nessuno; tanto non faccio del male a nessuno. Sono le frasi dietro cui ci difendiamo e stiamo alla larga da quella severa fatica della conversione paragonata dal Vangelo alla necessità di tagliare la propria mano o il proprio piede se questo è motivo di scandalo.
Il Signore ci doni di saper percorre quelle strade a volte ripide del Vangelo, nella fiducia che dalla cima su cui ci conducono si aprono orizzonti meravigliosi.
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