8 domenica dopo Pentecoste

come uomini che restituiscono e si restituiscono

come uomini che restituiscono e si restituiscono

Decidete voi se avessimo davvero bisogno ora di una campagna elettorale.
Certo mi pare opportuno far risuonare di nuovo le parole che san Paolo scrive all’amico Timòteo: “Carissimo, raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio”.
Possiamo solo tutti augurarci e pregare perché sia una campagna seria e lontana da quegli atteggiamenti ingannevoli con cui i farisei tengono consiglio per cogliere in fallo il Signore Gesù nei suoi discorsi, tra l’altro proprio su una questione su cui facilmente quasi tutti i politici spenderanno parole e promesse: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare? La domanda era spinosa allora come lo è adesso. Quando nel 2007, l’allora ministro dell’economia Tommaso Padoa-Schioppa disse: “La polemica antitasse è irresponsabile. Dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima e civilissima, un modo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili come la salute, la sicurezza, l’istruzione e l’ambiente», fu immediatamente ricoperto di critiche e di insulti.”
Certo nel poter dire parole così, era avvantaggiato dalla sua posizione di ministro cosiddetto tecnico e indipendente e non di politico che per governare deve prima guadagnarsi simpatie e voti.
Le stesse critiche e insulti probabilmente sarebbero rivolti anche a Gesù se comparisse in qualche telegiornale a ridire le parole ascoltate oggi nel Vangelo in risposta alla domanda dei farisei: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Arriverebbero a me se ora usassi queste parole per ribadire il concetto che pagare le tasse è un nostro semplice dovere di cittadini e forse ancora di più un diritto di cui dovremmo andare fieri.
Nessuno dovrebbe però mai usare la Parola di Dio per confermare le proprie idee e neppure i propri ideali come tentano di fare i farisei. La parola di Dio è utile per conformare le nostre idee e i nostri ideali.
Allora mi pare di notare innanzitutto la diversità del verbo usato dai farisei nel porre la domanda e il verbo usato da Gesù nell’offrire la risposta. Pagare: dicono i farisei; dare qualcosa di mio o del mio denaro ad un altro.
Rendere: dice Gesù; restituire quello che non è mio a colui che me lo ha affidato o prestato.
Questo ci fa cogliere come la questione possa diventare anche ben più impegnativa della necessità e legittimità dei tributi.
Ci mette nelle condizioni di decidere se siamo noi i padroni di quello che abbiamo o quello che siamo o se ne siamo semplicemente i custodi; innanzitutto della nostra vita prima ancora che del nostro denaro o delle nostre cose.
Le parole di Gesù allora sono infinitamente più esigenti di quelle del ministro che dice che pagare le tasse è bellissimo, perché ci chiede di prendere atto che poco o niente può essere detto come veramente nostro, che non abbiamo il diritto di tenere quasi nulla solo per noi.
Tutto deve essere restituito. A Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.
Ci chiede di prendere atto che quello che dobbiamo rendere a Cesare può essere anche molto, ma, per quanto ci dia fastidio renderlo, è infinitamente inferiore e meno importante di quello che ci è chiesto di rendere a Dio.
Anche oggi, se prendete una moneta, siete in grado di dire in quale nazione è stata coniata e a quale nazione appartiene. Se il marchio e il sigillo di Cesare sono sulle monete, a definire e stabilirne il possesso, impresso in noi c’è il sigillo di Dio a stabilire la nostra appartenenza a lui, a stabilire la nostra origine e la nostra dignità. Siamo fatti a sua immagine e somiglianza si dice nel libro della Genesi.
Molto più impegnativo del pagare il tributo a Cesare, è vivere come uomini e donne che ogni giorno si consegnano a lui. Il cristiano paga il tributo a Cesare, ma prima ancora che pagare il tributo con il denaro, restituisce quello che ha e che può per il bene comune. Offre se stesso per il bene di ciascuno, perché nessuno resti indietro o si trovi nel bisogno. Non lo fa per dovere, lo fa in obbedienza al comando dell’amore, sull’esempio del suo Signore Gesù. Lo fa volentieri, sapendo di aver ricevuto più di quanto può restituire. Lo fa con il cuore grato e perciò lieto.

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