3 domenica di Avvento

Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa;
Sarà una via che il suo popolo potrà percorrere 

Giovanni, che era in carcere. Anche il Battista era molto probabilmente anche lui nel gruppo di coloro che il libro del profeta Isaia definisce: gli smarriti di cuore.
Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?
È anche lui tra coloro che hanno bisogno di una conferma, di una parola buona e di conforto, una parola di incoraggiamento e di speranza. La salvezza annunciata da Giovanni stesso descritta come vicina dal salmo che abbiamo pregato non si intravede. Davanti agli occhi, Giovanni ha le sbarre.
Noi davanti agli occhi abbiamo la guerra più vicina di quanto vorremmo, l’ennesima crisi economica da affrontare, di nuovo la crisi energetica come già negli anni 70, l’inflazione, l’inquinamento, il cambiamento climatico. La Chiesa stessa è in crisi. Come annunciare il Vangelo oggi? A chi? Eravamo già una minoranza prima del covid, ora lo siamo ancora di più. Il senso di smarrimento investe tutto e tutti.
Ci si sente smarriti, come gente che ha perso la strada e non sa più dove andare. Come gente che gira intorno e per quanto cammini si trova al punto di prima; con gli stessi dubbi, con le stesse difficoltà, alle prese con gli stessi problemi che invece che risolversi peggiorano; con la sensazione di poter incontrare pericoli ancora più grandi, di poter finire in una strada chiusa, di poter trovarsi di fronte ad un precipizio; di essere in cammino senza bussola e senza guida, non potendo neppure tanto far conto sull’esperienza passata. Chi ascolti, di chi ti fidi, a chi credi, su chi fai conto? Qualcuno vive anche l’esperienza di relazioni che in questi due anni si sono indebolite o diventate insicure. Facile che lo smarrimento si accompagni a sentimenti di timore e ansia, confusione e agitazione.  Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono.Smarrito non è solo colui che ha perso la strada, ma colui che si sente perso, che non è più nelle mani o nel controllo di chi lo custodiva, lo difendeva, lo sosteneva e lo considerava prezioso. Ci si sente smarriti anche come bambini che hanno perso la mano della mamma o del papà con cui stavano attraversando la via. Cercano quel volto caro e fidato in mezzo a tanti volti e non lo trovano. Forse anche Dio è diventato uno di cui fatichiamo a fidarci: Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro? È proprio vero che il Signore ci ama?Oggi agli smarriti di cuore è offerta una Parola potente che apre gli sguardi e il cuore: “Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi”. 
Con la stessa forza Gesù restituisce a Giovanni Battista questa risposta: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. Non commettiamo l’errore di lasciarci oscurare la vista;
La vita ha una forza tutta sua che il Signore stesso le ha affidato. È capace di rinascite, di nuovi inizi. La storia degli uomini non è posta su un piano inclinato che lentamente ci conduce a fondo. Non è questione di semplice ottimismo, ma di profonda speranza.
A volte ho l’impressione che mettiamo troppa curiosità e impegno nella ricerca delle notizie negative, quasi avessimo bisogno di una conferma al nostro smarrimento, quasi volessimo sentirci dire che le cose vanno male, come se il saperlo ci permettesse di prevenirle. Ci sono programmi TV che sono fabbriche di ansia, di risentimento, di tensioni.
In realtà non facciamo che alimentare il nostro smarrimento e la nostra agitazione.
Forse dovremmo fare semplicemente come Giovanni Battista che decide di affidare il suo smarrimento a Gesù per ritrovare il giusto sguardo sulla realtà, sulla vita. Decide di fidarsi di lui e a lui torna a domandare: Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?
Affidando quindi il proprio smarrimento a chi può indicare da capo la strada giusta da percorrere, a chi può farsi guida nel cammino, a chi può prendersi cura della tua vita e non semplicemente giocare con le tue paure e le tue ansie. Ci sarà un sentiero e una strada… Sarà una via che il suo popolo potrà percorrere e gli ignoranti non si smarriranno… nessuna bestia feroce la percorrerà o vi sosterà. Vi cammineranno i redenti. 

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2 domenica di Avvento

perché buono è il Signore,
il suo amore è per sempre,

Giovanni diceva: «Razza di vipere, chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? La pur dura predicazione di Giovanni Battista interroga coloro che ascoltano. A loro volta interrogano: «Che cosa dobbiamo fare?».  È la domanda della folla. È la domanda dei pubblicani. È la domanda di alcuni dei soldati. Che cosa dobbiamo fare?
Questa seconda domenica di Avvento vuole suscitare anche in noi la stessa inquietudine: che cosa devo fare? e insieme la disponibilità: devo fare qualcosa! Non mossi dalla paura e dalla minaccia: chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? … già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco».
Meglio lasciarsi muovere dalla fiducia e dalla speranza: il popolo era in attesa!
quell’attesa che dice voglia di cambiamento;
quell’attesa che non nasce solo dalla protesta, dal malcontento e dalla lamentela;
quell’attesa che nasce dentro i desideri migliori del cuore dell’uomo;
quell’attesa che libera dall’abitudine, che ha a che fare con la speranza, con un futuro non da temere, ma da preparare.
Con questo animo giusto, ci si può domandare: cosa dobbiamo fare?
Con questo animo vigilante, si può accogliere la risposta.
Giovanni non impone compiti gravosi o impossibili.
Non ci è chiesto di fare la parte dell’eroe che si carica sulle sue spalle il mondo intero.
Alla folla viene semplicemente detto: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto». Ai pubblicani: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». A quei soldati che lo avevano interrogato: «E noi, che cosa dobbiamo fare? » non viene chiesto di cambiare lavoro, ma di farlo bene, senza approfittarne furbescamente: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
È lui più forte di ogni nostra debolezza e paura. Più forte di ogni nostra incertezza o sconforto. 
Il Signore, ci dice il Battista, ha la forza del fuoco che trasforma le cose.

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1 domenica di Avvento

Non è ancora la fine
Non è ancora la fine!

“Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta”.  Sono parole che pronunciamo frequentemente quando veniamo a messa. Purtroppo accade che, per quanto ci sforziamo di averne cura, talora, le parole si consumino con l’abitudine, perdano la loro forza e smettano di parlarci, diventino mute. Occorrerebbe sempre avere l’attenzione quando si parla e ancora più quando si prega di dire quello che si pensa e di pensare quello che si dice, altrimenti la preghiera diventa esercizio meccanico che inaridisce il cuore che si abbandona volentieri. Anche questo nuovo Avvento corre lo stesso rischio e può essere vissuto nel segno della semplice ripetizione meccanica. Perché questo non accada, vorrei proporvi di fermarmi esattamente su quelle parole che conosciamo: “Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta”. 
Ogni giorno noi siamo nell’attesa della venuta del Signore che significa semplicemente custodire in noi il desiderio di farci trovare pronti. Pronti come uomini e donne che fanno di tutto per non sciupare occasioni e quando aspettano un ospite gradito, un amico, si fanno trovare in ordine, con la casa pulita e magari qualcosa da offrire.
Pronti come uomini e donne che non nutrono la paura di incontrare Colui che stanno aspettando e che hanno cura di non avere nulla da rimproverarsi e da farsi rimproverare; come uomini e donne che hanno perso il numero minore possibile di occasioni offerte loro dalla vita; come uomini e donne di fede che, ancora come diciamo nella messa, con l’aiuto della sua misericordia vivranno sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento, nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo.  Per diventare uomini e donne così, semplicemente pronti, ci è regalato questo tempo di Avvento nel quale mettere in atto esercizi di attesa, per liberarci da ciò che appesantisce la nostra vita, ma non la nutre, da ciò che la rallenta ma senza darci riposo, da ciò che la affanna senza offrire un briciolo di felicità.
Il racconto del Vangelo di oggi ci racconta di quanti orrori e pesantezze, fatiche e prove siano pieni i giorni degli uomini: Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi: ma tutto questo è solo l’inizio dei dolori. Ci basta guardarci intorno per pensare intimoriti che la fine del mondo possa essere non così lontana. Ci basta semplicemente ascoltare la voce di questo tempo e le nostre conversazioni segnate dalla stanchezza, dalla lamentela, dal malumore per rattristarci e forse anche scoraggiarci e cadere nello sconforto. Il mondo fa paura, un sentimento a cui siamo di nuovo chiamati a fare i conti, un sentimento che nasce dalla sensazione personale e generale di abitare un tempo diventato imprevedibile e ostile, piuttosto che ospitale e affidabile. La paura però è un sentimento che il Vangelo definisce come contrario alla fede. Chi ha paura non attende: si nasconde o scappa o incattivisce.  Niente di tutto questo ha a che fare con il Vangelo, con la fede e neppure con l’amore.
Il profeta Isaia si rivolge così al popolo di Israele bisognoso di consolazione quanto noi con queste parole: la mia salvezza durerà per sempre, la mia giustizia non verrà distrutta. Ascoltatemi, esperti della giustizia, popolo che porti nel cuore la mia legge. Non temete l’insulto degli uomini, non vi spaventate per i loro scherni; 
Fare esercizi di attesa significa andare in cerca di tutti i semi di speranza che il Signore getta in ogni tempo e che custodisce con premura: “Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa”. Fare esercizi di attesa significa ricordare che non serve il pensiero o la minaccia della fine del mondo a dare un abbraccio ai nostri figli, per fare cessare un litigio, sciogliere un rancore, diventare più gentili. 
Perché rimandare? Cosa aspettiamo per riprendere in mano la nostra vita e la vita di chi amiamo e averne cura? Esercizi di attesa e di coraggio, di pazienza e di bellezza; esercizi di concretezza perché non dilaghi l’iniquità e non si raffreddi l’amore: questo è l’Avvento.

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Verso il natale

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Proposte Avvento

Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Quattro martedì di Avvento – Chiesa di Monticello – Ore 21.00

Martedì 15 novembre – Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli
Martedì 22 novembre – Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati
Martedì 29 novembre – Beati i miti, perché avranno in eredità la terra
Martedì 13 dicembre – Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati

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Cristo Re, Signore dell’Universo

tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli

Meraviglioso il volto di Dio che ci è svelato in questo Vangelo. Un Dio che solo alla fine dei tempi, quando tutti i popoli saranno radunati davanti a lui, separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Agli uni dirà: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo.
Agli altri dirà: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli.
Meraviglioso che questa separazione avvenga solo all’ultimo giorno. Fino all’ultimo vi è una possibilità di sentirsi dire: venite, benedetti del Padre mio.
La nostra vita è una rincorsa a quel piccolo gesto di bene. È un allenamento mai concluso della nostra carità, dalla nostra capacità di essere come buoni samaritani attenti al prossimo, ai suoi bisogni, anche piccoli. Un allenamento a correggere il nostro egoismo, a contenere il nostro ego che cerca sempre il primo posto, che ci fa guardare e giudicare tutti e tutto solo dal nostro punto di vista come fossimo noi il centro del mondo o il re dell’universo, timorosi che l’altro ci superi e ci metta in ombra.
Fino all’ultimo abbiamo tempo, ma non aspettiamo all’ultimo a fare il bene, anche per poter imparare a fare il bene non per guadagnare il paradiso, ma per imparare a costruire qui, qualcosa che assomigli al paradiso o per dirla con le parole del Vangelo che assomiglia al regno dei cieli.
Meraviglioso ancora è questo Dio che non ci misura su quello che abbiamo fatto a lui, ma su quello che abbiamo fatto ad uno solo dei suoi fratelli più piccoli…
Io credo che questa cosa non dovremmo stancare di ricordarcela.
A noi, abituati ad osservare il mondo dal nostro esclusivo punto di vista, dimenticando che è solo un punto di vista, un piccolo punto; che siamo abituati a far girare tutto intorno a noi, incuranti del mal di testa che a volte provochiamo agli altri con questo nostra stare al centro; che siamo soliti calcolare la bontà della vita e delle situazioni sul nostro personale tornaconto; che siamo abituati a misurare e a giudicare gli altri su come si comportano con noi; a noi, fa solo bene guardare quale metro di misura adoperare per dichiarare una vita benedetta o meno. Il bene fatto agli altri e non a noi solitamente ci scatena gelosia se non addirittura invidia. Il racconto del Vangelo oggi ci parla di un Dio che gioisce nel ricordare il bene che semplicemente ha visto fare ad altri.
Ciò che ci rende simili a Dio è questo saper gioire della gioia degli altri; questo vedere il bene che gli altri compiono e saperlo apprezzare anche se non è direttamente per noi perché la felicità degli altri è sorgente davvero inesauribile della propria felicità.
Saper godere della felicità altrui, anzi, contribuire alla gioia e anche alla gloria dell’altro ci libera dall’egoismo, dalla gelosia e dall’invidia.
Non ci rende certamente simili a Dio quel nostro far diventare il tornaconto e guadagno personale il metro di misura degli altri. Quel nostro misurare gli altri su quello che mi ha fatto o non mi ha fatto, mi ha detto o non mi ha detto, mi ha salutato o non mi ha salutato. Insomma su quello scrutare l’altro solo dal proprio stretto punto di vista.
C’è una benedizione da parte di Dio che non ha bisogno di sacerdoti, né di acqua santa, né non ha bisogno di riti particolari, una benedizione che è già contenuta in tutti quei piccoli gesti di amore che la vita già ci offre di poter compiere: benedetto perché ti sei preso cura di tuo figlio, benedetto perché non hai trascurato tua madre anziana, benedetto perché a quel tuo amico in difficoltà non hai voltato le spalle, benedetto perché al tuo vicino hai offerto sostegno nel  momento del dolore.
L’altro lo conosciamo bene tutti: ogni nostro giornata è fatta di incontri da sera a mattina, in casa e fuori casa e ognuno di questi incontri nasconde una benedizione se vissuti nella bontà, nella stima e nel rispetto reciproci.
Prenditi cura di qualcuno perché questo è il miracolo possibile per ciascuno di noi, perché questo è il modo migliore per riconoscere il Signore Gesù, questo è l’unico modo di essere riconosciuti e accolti da Lui.

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Vendita Mele

Verranno vendute le mele e il ricavato andrà per le opere parrocchiali.
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Santa polenta

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3 domenica dopo il martirio di s. G. Battista

Fammi ricordare, discutiamo insieme; 

Saremo mai pienamente all’altezza delle nostre stesse attese, delle attese che noi stessi abbiamo nei nostri confronti? Saremo mai all’altezza di quello che vorremmo essere, di come vorremmo essere –e qualche volta anche solo apparire – e di quello che vorremmo essere capaci di fare?
Io credo di no. E non è necessariamente un male questo, per quanto ci faccia male la delusione che ci provoca il ritrovarci in difetto, mancanti, fallibili, perfino fragili e inconsistenti.
Non è un male, perché, proprio nell’impossibilità di sentirsi arrivati, siamo allora spronati e sollecitati a nuovi passi, a nuovi traguardi, a nuovi obiettivi; siamo costretti a non arrenderci, a cercare nuove strade, nuove motivazioni e forse nuovi aiuti e alleanze, consapevoli che come dice perfino il Signore Gesù: da me, io non posso fare nulla.
Siamo chiamati a rimanere umili, a non sederci sugli allori.  
Non è scontato che questo accada. Può piuttosto accadere di diventare scontenti, di diventare duri con se stessi e con gli altri, di diventare troppo furbi e anche imbroglioni; può capitare di prendersela con gli altri o anche solo con il destino, di prendersela anche con Dio.
Saremo mai all’altezza delle attese degli altri? Neppure queste possono essere il metro di misura della nostra persona.
Certamente non saremo mai neppure all’altezza delle attese di Dio.
Oggi la prima lettura cancella in maniera quasi brutale questa possibilità: «Tu mi hai dato molestia con i peccati, / mi hai stancato con le tue iniquità.
Potrebbe riempirsi il cuore di paura nel sentirsi rivolgere queste parole che fanno immaginare ad un Dio che ad un certo punto, stanco dei nostri peccati e delle nostre infedeltà, stanco anche solo di tante promesse fatte e non mantenute, deluso, come un amante tradito, decide di rompere ogni rapporto con noi e di lasciarci al nostro destino.
Ma la parola di Dio ci dice che forse le aspettative di Dio sono quelle di cui meno dobbiamo preoccuparci.
Molto più complicato avere a che fare e misurarci con le nostre e con quelle degli altri che con quelle di Dio, perché solo lui, dopo averci detto: Tu mi hai dato molestia con i peccati, / mi hai stancato con le tue iniquità, aggiunge: Io, io cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso, e non ricordo più i tuoi peccati. Fammi ricordare, discutiamo insieme; parla tu per giustificarti.
Solo Dio è capace di quell’abbraccio di bene di cui abbiamo bisogno quando arriviamo a sentirci stanchi perfino di noi stessi, delusi, scoraggiati. Quando verrebbe da dire anche noi: hai ragione Dio, sono stato il solito stupido. Ho sbagliato anche questa volta nonostante le mie buone intenzioni.
Quando scoraggiati e con vergogna riusciamo solo a dire: guarda ti capisco benissimo Dio, capisco benissimo che tu possa essere stanco di me, che tu possa essere deluso. Al tuo posto lo sarei anche io. Anzi… anche al mio posto lo sono. Mi ritrovo anche io in alcuni momenti ad essere stanco delle mie fragilità, dei miei difetti, dei miei soliti peccati di cui non riesco a liberarmi.
Ma capisco, invitato a ricordare con te quegli errori, a sedermi e a discutere con te, che l’errore più grosso che potrei fare è non aprire il cuore a te; è lasciare che la vergogna sia più grande della fiducia in te e nella tua misericordia, nel credere che la mia sola forza di volontà possa bastare e di poter fare a meno della tua bontà.
Tenerti nascosto il mio errore, non solo è inutile, ma è pure questo un errore; tentare di mettere rimedio da solo, crea un rattoppo peggiore del buco. 
Ho tentato di mettere le cose a posto per poter venire a dirti con una punta di orgoglio che sono così bravo da aver posto rimedio da solo, ma così ho solo trascinato e reso cronico il mio peccato.
Quel “Fammi ricordare, discutiamo insieme” è semplicemente meraviglioso.
Ci mette di fronte ad un Dio che non dice: “so già tutto, confessa il tuo peccato”, ma, quasi se ne fosse già dimenticato, ci chiede di aiutarlo a ricordare cosa abbiamo combinato.
Avvicinati e dimmi cosa hai combinato e dimmelo senza paura: Non temere, Giacobbe mio servo
Ancora una volta la Scrittura ci rassicura sul fatto che il modo con cui Dio, da padre, ci vuole aiutare a crescere, non è la paura, il terrore, l’estrema severità, ma è piuttosto la sua estrema bontà. Ciò a cui la scrittura ci invita non è a nasconderci, ma ad avvicinarci e a farlo proprio quando abbiamo sbagliato, quando più che mai abbiamo bisogno del suo aiuto per rialzarci, per ravvederci e ricominciare.
Non a girar via la testa per paura di incrociare il suo sguardo, ma a fissare lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento
A guardare al Dio di Gesù che proprio quando è stanco di noi, contrariamente a quel che pensiamo e ci verrebbe spontaneo fare, ci dice: va bene! Mi tocca adesso amarti anche di più. 
Non facciamo spreco di questa grazia immensa. Questo si, sarebbe un peccato!
 

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2 domenica dopo il martirio di s. G. Battista

proteggi quello che la tua destra ha piantato

È bello quel Che ve ne pare? Con cui si apre la pagina di Vangelo di oggi. Indica la chiara intenzione di Gesù, non tanto di insegnare, ma soprattutto di dialogare a noi. Di suscitare in noi una reazione, una risposta; di mettere ciascuno di noi nella condizione di scoprire qualcosa di nuovo, guardando dentro e non solo fuori di noi stessi. Quella domanda ci ricorda come davanti ad ogni parabola, nessuno possa stare come ascoltatore disattento o lontano. Sono importanti non solo le parole di Gesù che abbiamo ascoltato e che desideriamo pregare, ma sono importanti anche i pensieri che nascono in noi. Il nostro parere. La nostra posizione. La nostra risposta che nasce in noi come frutto del buon seme della Parola. Ogni Parabola è un seme posto in noi. Accorre, con pazienza, lasciarla lavorare. Tenerla dentro.  Non aver fretta di dire: non ci ho capito nulla, ma anche non aver la presunzione di dire: ho già capito tutto.
Un uomo aveva due figli. Curiosamente, ma penso non casualmente comincia così anche la parabola del padre misericordioso. Non ci viene detto nulla di loro se non le poche parole con cui rispondo all’invito del padre. “Non ne ho voglia” dice il primo. “Sì, signore” dice il secondo.E in queste parole la consonanza tra le due parabole si fa sospetta. 
Eccoli i due figli: Uno promise di fare quello che suo padre gli aveva chiesto, ma non lo fa. L’altro prima si ribella a quel comando, ma poi fa quello che gli aveva raccomandato il padre. Compie quanto gli era stato chiesto di fare. Che ve ne pare? La prima cosa che mi vien da dire è che questo Dio del Vangelo ci conosce proprio bene. Sa perfettamente come siamo fatti. Non esiste un terzo figlio ideale, che vive la perfetta coerenza tra il dire e il fare. Che dice si, ti obbedisco e poi obbedisce.
Esiste, e siamo noi, quell’uomo che tante volte si affida alla volontà di Dio più con l’intenzione – tante buone intenzioni – che con i fatti.  Il credente non può essere “non praticante”; non perché sia obbligato ad andare a messa, ma perché è chiamato a mettere in pratica il vangelo. Che ve ne pare? Quante delle nostre scelte quotidiane dicono e testimoniano la nostra fede? Quante la contraddicono? La parola insiste spesso su questo: “Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”.Se mi amate, osserverete i miei comandamenti … Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama … Se uno mi ama, osserverà la mia parola”.
Esiste anche, e siamo sempre noi, anche quell’uomo capace di pentirsi del fatto di non essersi fidato del Padre e di avergli dato il dispiacere di un no, di una lontananza, di un disinteresse, di una sfiducia in lui. Esiste quell’uomo capace di pentirsi e convertirsi di un Dio che ancora si fida e che aspetta; capace di cambiare risposta e cambiar strada. Esiste quell’uomo che si ricorda che chi gli ha rivolto l’invito ad andare a lavorare, è padre di cui fidarsi e non padrone a cui obbedire o da ingannare.
Un uomo aveva due figli e in quei due figli, che dicono e si con­traddicono, è rappresentato il no­stro cuore diviso, le contraddizioni per cui san Paolo si addolora nella lettera ai Romani in quel meraviglioso capitolo 7: non mi capisco, faccio il male che non vorrei, e il bene che vorrei non riesco a farlo.
A noi non resta che trovare l’umiltà necessaria per chiedere di unificare la nostra anima in Dio. Ricomporre ogni divisione. Prosciugare quel mare che a volte divide il nostro dire e il nostro fare. Trovare la passione di fare volentieri tutto quanto la vita ci chiama a fare; ad andare a lavorare volentieri in quella vigna che è la nostra vita perché la vita stessa porti frutto. Il sì di ogni figlio non può nascere solo dalla obbedienza, ma nasce dall’affetto; nasce dalla capacità di sognare con Dio una terra meno arida e i frutti della vigna, di cui poter goder con ciascuno dei fratelli che abitano con noi.

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