I dopo il martirio di Giovanni Battista

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Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Il tetrarca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare,
Quali sono gli avvenimenti di cui Erode ha sentito parlare e di cui non sa cosa pensare?
Per rispondere a questa domanda occorre dare un occhio ai due capitoli precedenti del vangelo di Luca dove si racconta di Gesù che guarisce il figlio di un centurione, resuscita il figlio della vedova di Nain, guarisce da molte malattie, da infermità, da spiriti cattivi, ridà la vista ai ciechi, perdona i peccati alla donna peccatrice in casa del Fariseo Simone, placa la tempesta che sul lago spaventa i discepoli, guarisce la figlia di Giairo e l’emorroissa che gli tocca il mantello. In quei capitoli sentiamo raccontare  di Gesù che dichiara che tutti quelli che ascoltano la sua parola e la mettono in pratica sono suoi fratelli e madri; di Gesù che dice che la parola è come un seme che quando finisce sulla terra buona porta frutto. Queste sono gli avvenimenti ci cui Erode sentì parlare.
Di fronte a tutto questo Erode non sa cosa pensare. È perplesso, dubbioso, forse anche incuriosito e vuole capire meglio e infatti come tutti i curiosi, Erode “cercava di vederlo”.
Ciò che manca ad Erode però non è qualcosa da vedere.
Quello che pare proprio mancargli è la disponibilità a lasciare la parola alla Parola. Troppo affezionato quest’uomo alla sua parola, tanto che per non tradire la promessa fatta alla figlia di Erodiade che lo aveva incantato con il suo ballo, egli farà uccidere Giovanni Battista di cui pure Erode aveva soggezione, sapendo che era uomo giusto e santo, e lo proteggeva e l’ascoltava volentieri.
Di fronte alla Parola ascoltata dal Battista e poi vista in azione, Erode non si decide a cambiare. Non saprei dire se perché non riesce o perché non vuole. A volte il confine è sottile e spesso le cose non cambiano non perché non riusciamo, ma perché non vogliamo cambiare.
Erode non si decide a cambiare perché, come spesso capita anche a noi, capisce solo quello che gli interessa, ascolta solo quello che vuole ascoltare, accoglie solo quello che non lo disturba.
Quel “cercava di vederlo” fa venire in mente un altro uomo di cui ci racconta il vangelo di Luca al capitolo 19. È Zaccheo. Egli a differenza di Erode, non si fa pregare due volte quando Gesù gli dice: scendi da quell’albero che devo venire a casa tua. Zaccheo non solo lo accoglie in casa, ma lo fa entrare nella sua vita e prima ancora di preoccuparsi di rendere accogliente la casa, si premura di rendere accogliente la sua vita: io dono la metà dei miei bene ai poveri e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto.
Ecco la differenza tra Erode e Zaccheo. Erode non sa cosa pensare o forse non sa cosa gli convenga pensare perché siamo spesso anche noi così: è la nostra convenienza, o quella che riteniamo tale che dà forma ai nostri pensieri, alle nostre decisioni, alle nostre azioni. È così che leggiamo giornali, ascoltiamo telegiornali che la pensano come noi, stimiamo chi la pensa come noi.
Anche noi, della Parola di Dio che pure ascoltiamo ogni domenica, prendiamo quelle due o tre cosette che ci interessano e lasciamo indietro quelle che ci dicono di cambiare.
La vera Parola in noi porta frutto quando accettiamo e lasciamo che stimoli in noi il cambiamento; quando la nostra vita non si intestardisce su atteggiamenti egoisti o su comodo di comodo.
Sempre nei capitoli precedenti, Luca ci racconta di Gesù che dice: vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto. Come dire: avete fatto un po’ come volete e soprattutto come vi pareva comodo.
La parola scomoda. Intendeva scomodare il cuore e la vita di Erode e intende scomodare anche la nostra.
Erode l’aveva fatta tacere una prima volta quando la provocazione gli era arrivata dal Battista: Giovanni, l’ho fatto decapitare io.
Riesce a farla tacere ora che gli arriva da Gesù. Andate a rileggere come l’evangelista Luca descrive l’incontro tra Erode e Gesù al capitolo 23. Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto. Da molto tempo infatti desiderava vederlo, per averne sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. 9Lo interrogò, facendogli molte domande, ma egli non gli rispose nulla… Allora anche Erode, con i suoi soldati, lo insultò, si fece beffe di lui e lo consegno a Pilato.
Dio parla e cerca chi lo ascolta. Il vangelo di oggi ci racconta di un Erode che ha sentito e di un Erode che vuol vedere. Quel che manca è l’Erode che ascolta e si mette in relazione, che si affida e si fida. Mette in discussione fatti e opinione, e mette in discussione anche se stesso, alla ricerca della verità: cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Come è facile dare ascolto solo a ciò che vogliamo sentire, a ciò che ci dà ragione, a ciò che ci rassicura.  Nascono così le false notizie, ma nessuno vi inganni con parole vuote. Nascono così situazioni illusorie, ingannevoli nelle quali ci perdiamo solo perché non sappiamo arrenderci a quella parola, riconoscendo che questo è l’unico modo per vincere e vivere.

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X domenica dopo Pentecoste

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Tutto, niente o un po’ ?
Seduto di fronte al tesoro, il Signore Gesù osservava come la folla vi gettava monete. Anche le singole parole del vangelo hanno il loro peso. Gesù non stava semplicemente osservando la gente mentre gettava le proprie monete nelle cassette del tempio. Non stava neppure osservando solo quante monete gettava. Stava osservando come le gettava. Non stava misurando la quantità, ma la qualità di quei gesti.  Questo ci impedisce di pensare che questo vangelo voglia fare un confronto tra ricchi e poveri. Si può essere volgari nella ricchezza come nella povertà. Certo l’evangelista Marco ci fa notare come tanti ricchi ne gettavano molte e possiamo ben immaginare la felicità di chi avrebbe svuotato le cassette a sera, ma una povera vedova vi gettò semplicemente due monetine.
È significativo che il vangelo usi il diminutivo che nella lingua italiana serve per dire una ridotta misura o grandezza, ma anche per ad attribuire un valore affettivo al sostantivo (una casina non è solo una piccola casa, ma è una casa cara e graziosa). Sono preziose e care quelle due monete.
Gesù in questo suo osservare capisce che il modo di gettare di quella donna è diverso da quello degli altri.
È diverso per quantità, ma è diverso per il peso di quelle due sole monete.
Essa ha poco, troppo poco; soltanto due monetine di rame. Quella donna non ha molta scelta.
O non butto niente. O faccio a metà di due monete. O butto tutto. La donna butta tutto.
E quel tutto è più di quanto abbia buttato chiunque altro. Perché lo sappiamo che è facile dare quello che avanza. Facile dare quando in mano ti rimane ancora qualcosa e magari anche più di qualcosa, visto che il vangelo fa dire a Gesù che tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo.
Non così facile dare tutto quello che si ha per vivere. Gesù non bada alla quantità di denaro. Conta quanto peso di vita, quanto cuore, quanto di fiducia e di speranze ci sono dentro due spiccioli.
Il vangelo di oggi non è insegnamento sul dare anche poco pur di dare, ma sul dare tutto, così come del resto il vangelo sempre chiede per essere resi degni di ricevere il centuplo.
La nostra generosità nei confronti dei fratelli è più facilmente proporzionata e misurata ai nostri averi: se qualcuno ci chiede qualcosa, badiamo bene a non esaurire le nostre scorte e ci limitiamo a quel tanto che basta per tranquillizzare la coscienza e dire che abbiamo fatto qualcosa…
Questa donna senza nome ha il nome di tanti uomini e donne che ogni giorno si svegliano e ogni mattina con loro svegliano quei valori di fedeltà, di generosità, di onestà, di sacrificio, di dedizione. Loro sono quelli che danno di più e che Dio guarda più volentieri.
I primi posti di Dio appartengono a quelli che ogni giorno, in ognuna delle nostre case come in giro, danno ciò che fa vivere, regalano vita, con mille gesti non visti da nessuno, gesti di cura, di premura, di attenzione, rivolti ai genitori o ai figli o a chi bussa alla loro porta.
Questa capacità di dare, anche quando pensi di non possedere nulla, ha in sé qualcosa di divino che assomiglia ad un nuovo miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci.  Persone come la povera vedova, quello che hanno lo sanno far bastare miracolosamente e senza troppo clamore per tutti quelli che chiedono.
Questa vedova ci insegna, proprio in questo tempo, che non è dal superfluo che dobbiamo ripartire; non è il superfluo che dobbiamo difendere; siamo al mondo non per consumare, ma per consumarci nell’amore.
Non si finisce mai di imparare a spartire, non ad accumulare; ad essere, non ad avere.
Ci sentiamo minacciati dall’idea di austerità, ma dovremmo imparare semplicemente a praticare la sobrietà che è la capacità di distinguere tra le necessità reale e quelle imposte, capaci di eliminare il superfluo e cercare l’essenziale; capaci di pensare ai bisogni e alle esigenze del corpo senza dimenticare la dimensione spirituale, affettiva, intellettuale, sociale della persona umana; capaci di pensare anche all’altro e ai suoi bisogni e non solo ai nostri.
Perdere il superfluo non significa diventare più poveri, ma più liberi
Le cose che compriamo dovremmo imparare a valutarle non solo in euro, ma nel tempo che abbiamo dovuto prendere dalla nostra vita e impiegare per guadagnare quegli euro.
Forse oggi di quella vedova qualcuno potrebbe dire che è persona imprudente, incapace di provvedere a se stessa, incosciente e poco saggia.  Quelle monete sono due: avrebbe potuto anche all’ultimo tenerne una e dare l’altra, fare metà e metà. Che esagerazione! Bisogna pensare anche a se stessi!
Ma questa donna, la vedova povera del vangelo, offre quanto ha per vivere in quella giornata con totale fiducia in Dio e nella Provvidenza; il suo amore per Dio è così grande che la libera dalla paura del futuro.
Pare assomigliare a Dio stesso. Gesù darà la sua vita. Ella dà tutto quanto ha per vivere.
Certamente è immagine del vero discepolo a cui Gesù dice: Cercate, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto, quello di cui avete bisogno, vi sarà dato in aggiunta.

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IX domenica dopo Pentecoste

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Chi ci porta a Dio?

Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta;
Bisogna che ciascuno provi ad immaginarla questa casa e quella folla; ma occorre provare anche ad immaginare questo Gesù che semplicemente parla; egli annunciava loro la Parola. Non è lì per guarire eppure la casa è piena; così affollata di persone che è impossibile entrarci; fuori ci sono cinque persone. Uno di loro è paralitico. Sanno del potere di guarigione di Gesù, sanno dei suoi miracoli, ma non riescono a raggiungerlo. Improvvisamente il tetto si scoperchia – possiamo ben immaginare che il padrone di casa non avrà gradito questa mossa – e dall’alto si vede scendere, steso sul suo lettuccio, un uomo paralitico.
In mezzo a tutto questo trambusto, il vangelo dice di Gesù che vide la loro fede e viene da chiedersi in cosa consista la fede di questi uomini rimasti sul tetto.  Il vangelo non ce lo dice esplicitamente e tocca a noi allora andare a capire cosa sia questa fede per prenderci cura della nostra;  tocca a noi il compito di andare a capire cosa abbia fatto dire a Gesù: questi uomini hanno fede.
– Il primo indizio che mi pare di trovare e sui cui mi fermo è questo prendersi cura di un amico e della sua condizione di malattia. Questi uomini non hanno nulla da chiedere a Gesù per se stessi, non sono saliti su un tetto per chiedere un miracolo a loro vantaggio, non hanno distrutto un tetto per la loro semplice curiosità: lo hanno fatto per un amico. La loro fede è testimoniata proprio dal loro scavalcare la folla, salire su un tetto portandosi dietro il peso dell’amico e della sua malattia; dal loro essersi presi a cuore la sua condizione; dal loro essere disposti non solo a stare accanto ma a prenderselo sulle spalle. Perché la fede non è mai cosa privata che riguarda solo me. Riguarda e ha sempre effetto anche sugli altri. La fede procura benefici non solo a chi la “possiede”, ma anche ai suoi amici, in questo caso tanto caparbi, ingegnosi, coraggiosi da venire ammirati da Gesù stesso: Gesù, vista la loro fede.
Gesù vede e ammira uomini che si fanno carico di altri uomini, del dolore e della speranza di altri.
Perché una fede che non accoglie nel cuore i problemi e le fatiche del proprio prossimo non è fede nel Dio del Vangelo. La fede non è mai affare privato che riguarda solo me. Riguarda e ha sempre effetto anche sugli altri.
Il vangelo da questo saremo riconosciuti come discepoli: se avremo amore gli uni gli altri; se avremo saputo farci prossimo a qualcuno; se avremo portato i pesi gli uni degli altri.
–  Il secondo indizio di questa loro fede, è nella certezza che Gesù li avrebbe ascoltati ed esauditi. Proprio quella certezza dà loro l’animo e anche la forza di non fermarsi di fronte ad una folla compatta che impedisce di arrivare fin dentro la casa. Non spintonano, non urlano, non scacciano nessuno, ma offre loro il coraggio di salire su un tetto certamente non robusto come quelli che abbiamo in mente noi e da loro l’ardire di sfidare   la possibile rabbia del padrone di casa e la derisione di tutti i presenti.
Ne combinano di tutti i colori per mettere il loro amico di fronte a Gesù. La loro fede diventa ostinazione.
Anche questa capacità di non fermarsi al primo ostacolo è segno di ciò che Gesù chiama fede. Sposta le montagne figuriamoci se non riesce a scoperchiare un tetto.
–  Il terzo indizio è più sottile ed è nel fatto che questa fede precede il miracolo e anzi lo prepara. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati». Non cominciano a credere quando il loro amico cammina, ma credono e perciò Gesù fa sì che il loro amico cammini.  La loro fede non cede neppure quando Gesù sembra non capire che quello che cercano è la guarigione dell’amico e si rivolge al paralitico dicendo semplicemente: Figlio, ti sono perdonati i peccati.
La fede, suggerisce il vangelo, non sempre sa cosa cerca, ma sa che troverà anche più di quello che cerca; sa che sarà sempre riconosciuta e gradita da Dio che non rimanderà indietro deluso chi lo cerca e a lui si affida.
Un perdono e una guarigione… oso dire non due miracoli, ma uno! Inutile saper camminare se non sei libero di andare e se non sai dove andare e l’animo è pieno di tristezza e buio. Inutile avere il cuore libero se il corpo è prigioniero della malattia.  Alzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua».
– Infine questa considerazione: mi rimane la curiosità di sapere cosa direbbero questi uomini di se stessi.
Dal racconto emerge che la consapevolezza di questa fede è più di Gesù che dei quattro uomini. È Lui che raccoglie sotto la parola fede, tutto quello che vede fare da loro in un termine che descrive e rivela la loro azione, e quindi i loro pensieri, i loro sentimenti, la loro fatica. Emerge quell’atteggiamento di umiltà di chi lascia a Dio giudicare la propria fede. Anche Pietro dovrà arrendersi e fare così di fronte alla domanda di Gesù: mi vuoi bene? «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo»
Signore è così anche per noi. Tu sai tutto. Tu conosci la nostra fede e conosci il nostro peccato. Aumenta la nostra fede e perdona il nostro peccato. Non permettere che la nostra preoccupazione sia solo per il corpo, ma sia anche per l’anima. E se qualche volta non riusciamo noi ad arrivare fino a te, donaci qualche amico che ci cali fino alla tua presenza.

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VIII domenica dopo Pentecoste

vangelo 2Parrocchia S. Agata – Monticello
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Guardati e chiamati da Dio: più vocazioni, meno carriere.

Mi sono domandato spesso – immagino che lo abbiate fatto anche voi specialmente quando ci si ritrova a dover fare i conti con la morte di persone a cui vogliamo bene – c’è un Aldilà? E cosa c’è di là? Cosa c’è dopo la morte?
Da qualche tempo accompagno a questa domanda sul dopo una certa curiosità e qualche domanda anche sul prima. Dove eravamo prima di venire al mondo? Cosa c’era prima? Abbiamo davvero cominciato ad esistere quando siamo venuti al mondo e smetteremo di esistere quando ce ne andremo all’altro mondo?
C’è il mistero sul dopo la morte, ma c’è anche il mistero sul prima della nostra nascita
Domande impegnative, ma non prive di fascino e di mistero.  Forse domande inutili. Che importa dove eravamo prima, che importa dove saremo dopo? Quel che conta è star bene adesso.  Tutto. Subito. E tanto.
E poi quelle domande sul dopo ci spaventano, molto più di quelle sul prima… e così abbiamo forse disimparato a farci domande anche sulla vita, sullo stare al mondo.
Oggi però la Parola di Dio ci interroga, mettendoci di fronte a Samuele, Paolo, Pietro e Andrea, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni, suo fratello.
Il Signore chiama. Offre un senso: un significato e una direzione e per chi l’ascolta; è la vita che diventa vocazione e  la vocazione che diventa vita.
È ammirevole la capacità del giovane Samuele di farsi domande. Di lasciarsi scomodare dalle domande anche nel cuore della notte; di alzarsi; di chiedere; di sbagliare.
Samuele dormiva. Allora il Signore chiamò: «Samuele!» ed egli rispose: «Eccomi», poi corse da Eli e gli disse: «Mi hai chiamato, eccomi!». Egli rispose: «Non ti ho chiamato, torna a dormire!».
Per una, due e poi tre volte. Fino ad arrivare a comprendere: Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: «Samuele, Samuele!». Samuele rispose subito: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta».
È incomprensibile allo stesso Paolo il perché il Signore lo abbia chiamato a diventare apostolo: a me, che sono l’ultimo fra tutti i santi, è stata concessa questa grazia: annunciare alle genti le impenetrabili ricchezze di Cristo e illuminare tutti sulla attuazione del mistero nascosto da secoli in Dio
Ma è in grado di riconoscere che quella chiamata è il senso della sua vita, il senso del suo essere al mondo:  io sono divenuto ministro secondo il dono della grazia di Dio, che mi è stata concessa secondo l’efficacia della sua potenza.
Non diversamente accade a Pietro e Andrea, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni, suo fratello.
Potevano ben pensare di aver trovato la loro strada e il loro mestiere: Simone e Andrea stavano gettando le reti in mare, Giacomo e Giovanni stavano riparando le reti sulla barca…
Gesù li incontra in quel loro quotidiano lavoro; mentre stanno facendo quello che devono e sanno fare  arriva l’invito a scoprire una strada nuova, un coraggio che non sapevano avere, una generosità che a volte si ha paura di mostrare, un futuro che non riuscivano neppure a immaginare.
“Può darsi che domani spunti l’alba del giudizio universale: allora, non prima, noi deporremo volentieri l’opera per un futuro migliore” così scriveva Dietrich Bonhoeffer. Allora e non prima smetteremo di rispondere alla chiamata alla vita con il nostro: mi hai chiamato, eccomi
È l’unico modo per non avere paura del dopo: vivere la vita come chiamata. Non sprecare una briciola del nostro talento, del nostro tempo, di quel che siamo, della nostra possibilità di stare al mondo.
È scontato che dobbiamo morire, ma ce lo dimentichiamo troppo facilmente. Possiamo non sopportare questa idea, possiamo negarla o combatterla, ma il rischio è di diventare in un attimo un po’ degli spreconi di vita con l’idea che tanto il tempo ce l’abbiamo.
Non è scontato esserci e anche questo ce lo dimentichiamo facilmente, trascurando la gratitudine; diventando sordi alla voce di quel Dio che ci ha chiamati alla vita e continuamente ci chiama a vivere.
La gratitudine nasce dal sentirsi guardati da Dio, uno sguardo che precede la chiamata: il Signore Gesù vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello… Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello
La gratitudine è questo vivere accompagnati, preceduti, regalati alla vita, mai soli perché guardati con amore e fiducia. Se tieni nel cuore e pratichi la gratitudine, impari allora ad accompagnare, a guardare, a prenderti cura, a esserci per qualcuno, a generare e custodire vite…e cominci a capire che vivere così è il modo migliore di percorrere quel tratto di strada che sta tra il prima e il dopo, tra la nascita e la morte. Impari che poter rispondere a qualcuno che ti ha chiamato perché ha fiducia in te, rende le tue gambe e il tuo cuore più forte. Ti rende non solo discepolo e cristiano, ma insieme ti rende uomo.

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VII domenica dopo Pentecoste

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Il Signore apre varchi

Sono almeno due domenica che il vangelo proclamato nell’Eucarestia domenicale, ci mette davanti traguardi impegnativi. L’asticella sembra alzarsi  sempre più in alto. Seguimi. Va’ e annuncia il regno di Dio e lascia che i morti seppelliscano i loro morti; Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio. Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra.
Mi viene da pensare che ciò che spinge quel tale di cui oggi ci parla il vangelo a fare la domanda a Gesù, sia come una sottile angoscia e preoccupazione. «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
Come a dire: ma quanti ce la fanno a mettere in pratica la Parola del Vangelo?
Vien proprio da pensare che la domanda nasca dalla sensazione e dalla conseguente preoccupazione che le richieste di Gesù siano troppo estreme se non estremiste; che quel Regno da annunciare sia un’utopia, bella ma fuori portata, povera di concretezza e di senso pratico; una bella teoria mai dimostrata e irrealizzabile.
Chi potrà arrivare in fondo ad un cammino così impegnativo? Chi potrà percorrere una strada così in salita?
A volte il vangelo dà le vertigini. Ci sentiamo inadeguati. Con il vangelo in mano, facilmente ci rendiamo conto della sproporzione che c’è tra quanto ci è chiesto e quello che sappiamo fare e quello che siamo.
La risposta di Gesù certo non aiuta oggi a mettere da parte questa preoccupazione: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.»
Se ci vuoi così tanto bene, potevi mettere anche una porta più larga, renderci la vita un poco più facile!
In quella domanda c’è tutta la nostra preoccupazione di non farcela, di non essere all’altezza, di non essere capaci e tu alzi il tiro? Ci dici di sforzarci ancora di più? Ci dici che molti non riusciranno ad entrare e rimarranno fuori? No. Non voglio credere a questa possibilità. Il Signor non ci aspetta al varco. Apre varchi!
La porta è stretta ma aperta. Tenuta aperta dal Signore stesso. Dalla sua bontà. Da quell’amore che lui stesso ci ha detto essere grande e fedele. Non può tradirci all’ultimo. Non ci tirerà questa fregatura. Non è da lui.
La prima lettura ci offre il ricordo di come il Signore è capace di aprire varchi: nelle acque del mar Rosso come nelle acque del Giordano che si dividono a diventano un passaggio percorribile.
Così il Signore non ha cessato di fare di fronte ad ogni situazione che sembra senza via di uscita, di fronte a quegli ostacoli che scoraggiano e sbarrano, così di fronte anche ai nostri limiti e alle nostre fragilità.
Perché “lo scoraggiamento è sempre una prova di eccessiva fiducia in sé e di assai scarsa fiducia in Dio.”
La porta è aperta. Nessuno rimarrà fuori per mancanza di posti. L’entrare attraverso quella porta non è una gara tra noi, non è una lotta ad esclusione. C’è posto per tutti. Non è come partecipare ad un concorso dove i posti a disposizione sono molto meno del numero dei partecipanti.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio.
Non i migliori agli occhi degli uomini. Non quelli che avranno accumulato meriti agli occhi degli uomini.
Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi.
Saremo accolti nella vita eterna se già in questa vita avremo saputo anticiparne lo stile. Se avremo vissuto come ci ha insegnato. Vi ho dato l’esempio perché anche voi facciate lo stesso: sono le parole che accompagnano la lavanda dei piedi.
Ci salveremo non solo entrando nella vita eterna, ma costruendo già qui un pezzetto di Regno, se avremo messo da parte la pretesa che sia tutto a nostra misura e accetteremo di confrontarci e soprattutto conformarci con la misura di Cristo.
Fat­ti piccolo e la porta si farà grande; lascia giù tutti i tuoi bagagli, i tuoi successi, il tuo portafoglio, l’e­lenco dei meriti, la tua bravu­ra, sgònfiati della tua presunzione, dal crederti buono e giusto, ma anche e soprattutto dalla paura di Dio, del suo giu­dizio. La porta è stretta ma aperta.
La porta è stretta per­ché è la misura del bambino: «Se non sarete come bambini non entrerete!». Se la porta è piccola, per passare non devo pensare di mettere mano al piccone per buttar giù gli stipiti e allargare il passaggio, non devo pensare di mettere mano al portafoglio e corrompere il custode della porta.
Non ci sono scorciatoie. Non ci sono passaggi segreti o alternativi.
a porta è certo stretta, non tutti ci passano così come sono, ma a tutti è dato di cambiare, di trasformarsi, di convertirsi. Occorre desiderarlo e il desiderarlo presuppone il fidarsi di Dio.
Devo mettere mano alla mia vita e prepararla a quel passaggio, sapendo e credendo che questa preparazione non è solo il modo di aver accesso alla festa, ma è il modo migliore per vivere la vita stessa.
Non abbiamo necessità di sapere quanti si salvano, perché crediamo che sarai tu a salvare Signore.
Abbiamo solo bisogno di capire che per passare da quella porta che tu ci tieni con forza aperta, noi abbiamo solo bisogno di farci piccoli, e che la forza su cui conteremo è la tua e non la nostra.

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VI domenica dopo Pentecoste

Parrocchia S. Agata – Monticello
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VangeloMetti in circolo il tuo amore
Signore, ma con chi ce l’hai e perché? Perché sei così infastidito e arrabbiato con i ricchi e con quelli che mangiano a sazietà? Sempre che tu stia alludendo solo alla sazietà della pancia. E che cosa ti hanno fatto di male quelli che ridono? Sei forse invidioso di quelli di cui si parla bene? Ti danno così tanto fastidio da arrivare a minacciare guai per ciascuno di loro o da arrivare quasi ad augurare dolore e lacrime?
C’è qualcosa di duro in questa parola. Di così duro che anche a noi forse viene voglia di dire: “troppo duro” e andarcene. E non lamentarti se poi in giro si trovano pochi cristiani, perché è davvero difficile capire il motivo di tanta ostilità nei confronti di desideri e traguardi così semplicemente umani.
Il desiderio di avere una sicurezza economica – quanto ci manca proprio ora e quanto poco consolati ci sentiamo; il desiderio di non veder mancare niente sulle nostre tavole; di una tranquillità del vivere, di non aver bisogno di nessuno; di godere di una buona reputazione e sentirci apprezzati dagli altri; il sano desiderio di poter assaporare di un po’ di allegria e serenità, di poter anche noi ridere e sorridere della vita.
E poi c’è questa strana beatitudine promessa proprio a chi si trova in situazioni che a noi tolgono il sonno. Beati i poveri, chi ha fame, chi piange, quelli che sono odiati e disprezzati…
Ma stiam scherzando? Come non bastasse, vogliamo parlare del resto: pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica.
C’è forse una cosa su cui potremmo provare ad andar d’accordo: come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Ma anche qui ho l’impressione che non sia così scontato perché questa regola non dice che devi fare agli altri quello che gli altri fanno a te. Così, in un attimo diventerebbe, la replica del dente per dente e ci vedrebbe chiudere presto bottega appena capiamo che gli altri non fanno a noi quello che vogliamo che facessero, che gli altri non ci danno quello che ci aspettiamo, che gli altri non restituiscono quello che noi abbiamo fatto. La regola è d’oro solo se tu cominci a fare quello che capisci essere il bene che anche tu vorresti ricevere e farlo quasi come un azzardo, senza la sicurezza di veder ricevere lo stesso trattamento: solo in obbedienza al tuo cuore e a ciò che senti essere bene.
Io vorrei che le persone mi parlassero senza gridare. Io vorrei che le persone mi dessero ogni tanto una carezza, un abbraccio, mi facessero un complimento e magari un piccolo regalo. Vorrei che le persone mi capissero prima anche che parli. Vorrei che fossero qui quando mi sento solo.
Desideri qualcosa di questo? Comincia a farlo. Tu, agli altri; non a pretenderlo dagli altri. Non ad aspettare che i conti siano sempre in pareggio. Comincia a pensare che, se lo fai tu agli altri senza aspettare che gli altri lo facciano a te, non sei il solito fesso. Non farlo semplicemente per pareggiare o per non sentirti in colpa.
Signore, noi siamo i “soliti fessi”. Quelli che “al dunque” non si tirano indietro: cosi recita una sorta di preghiera.
Quelli che non sanno mai trovare la scusa per dire: “Non sono potuto venire.” Quelli che dicono: “Ormai ci siamo impegnati, non possiamo tirarci indietro”. Quelli che si ritrovano “sempre gli stessi”. a lavorare, a sgobbare. Quelli che devono inghiottire amari bocconi perché gli altri oltre a non lavorare ti prendono anche in giro. Signore, è duro. Siamo sempre in tanti ad avere idee, a progettare, a programmare.
Ma poi, a lavorare, chi scappa di qua, chi fugge di là, chi non può, chi non si ricorda… E noi siamo i “soliti fessi”.
Invece noi siamo quelli che: perché devo salutarlo io, se lui non mi saluta? Ma perchè devo fargli un favore, quando lui nemmeno se lo supplichi te li fa? Perché devo cedere io per primo?
No, Signore, forse nemmeno su questo siamo tanto d’accordo.
Eppure la questione è forse proprio quella di accordarci; non trovare un semplice accordo o un banale compromesso, ma quello di accordarci al tuo cuore. Di vibrare con te, sulla stessa frequenza che è quella dell’amore. «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato.
E allora tu ci sazierai il corpo come l’anima; tu ci donerai un sorriso e ci rallegreremo perché grande è la nostra ricompensa nel cielo e questa ricompensa non la pretendiamo dagli altri, ma l’attendiamo da te e soprattutto la nostra ricompensa è già nel poter pensare di essere tuoi collaboratori che riceveranno a suo tempo la propria ricompensa. Ci vanteremo di poter fare il bene ancora prima di poterlo ricevere. Lo faremo perché sappiamo che è bello riceverlo e la gioia di chi lo riceve da noi, diventerà la nostra gioia. Allora terremo alla larga tanti guai che arrivano proprio quando ciascuno si ferma a pensare a quello che vorrebbe ricevere e avere e non a quello che potrebbe fare e donare.
Come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Sembra la regola facile in mezzo a parole ben più impegnative. Cominciamo da qui e saremo già a buon punto, ma attenzione perché è meno facile di quel che si pensi. Occorre ribaltare il mondo. Guardarlo a rovescio. Non a partire da noi stessi, ma da chi ci sta di fronte e domandarci sinceramente: cosa posso fare di buono, di bello, di bene per lui?

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V domenica dopo Pentecoste

fotoAlberoParrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Mettere radici

“Ti seguirò”. Questa è la promessa che si sente fare Gesù, mentre cammina per la strada, da un tale che addirittura ci tiene a sottolineare: “ovunque tu vada”. La stessa promessa la fa un altro: “ti seguirò”, con la richiesta però di poter fare un ultimo saluto ai suoi parenti.
Promesse al futuro che Gesù sembra però non voler assecondare, anzi piuttosto scoraggiare, forse perché sa che i verbi del discepolo è cosa buona che siano coniugati al presente. Ti seguo. Oggi. Adesso. Subito.
Difatti la terza chiamata a diventare discepolo – quella di cui Gesù stesso è promotore – è espressa con un imperativo presente: seguimi. Senza alcuna aggiunta, senza alcuna premessa e senza alcuna condizione o indugio. Seguimi.  Ci sono momenti della vita che vanno colti e vissuti; fermati e fissati, perché solo così possiamo evitare che diventino occasioni perse, promesse vane, parole e impegni non mantenuti, patti traditi, propositi naufragati in un mare di buone intenzioni e poco più.
La conferma la troviamo nella storia di Abramo di cui oggi ci parlano le prime due letture: Il Signore disse ad Abram: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò”.
Il comando è al presente e la risposta di Abramo non si fa attendere, non rimanda, non mette condizioni: Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore. La lettera agli Ebrei rende omaggio alla fede di Abramo con queste parole: obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.
Lungo la strada, non mancheranno gli sbagli, le mancanze, gli indugi, i dubbi, ma il suo continuo affidarsi al Signore lo rende padre nella fede e destinatario di quella promessa attuata dal Signore di una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare
È tipico dei bambini rispondere alla mamma con un: “dopo”. Sì, ho capito cosa mi hai chiesto di fare, ma lo faccio dopo… e quante mamme hanno dovuto arrendersi a fare quello che nessuno ha poi fatto.
Ma per evitare di pensare che questo sia un atteggiamento tipico solo dei bambini, dovremmo avere il coraggio anche noi di interrogarci sullo stato di salute della nostra fede. Se siamo discepoli del “seguimi” o del “ti seguirò”. Certo, è evidente che non tutti i verbi possono essere coniugati al presente.  Ci sono azioni che devo fare subito e che non posso fare dopo; e viceversa. Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo…. un tempo per demolire e un tempo per costruire. Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare si dice nel libro del Qoelet.  Nessuna di queste azioni è giusta o sbagliata in sè, ma come lascia intuire il racconto, tutto dipende dal momento in cui la fai.
Soprattutto dipende da chi ti sei lasciato consigliare nel decidere cosa fare, da chi hai ascoltato prima di agire.
La prima lettura ci ha fatto meditare gli ultimi versetti del capitolo 11 e i primi del capitolo 12.
È l’inizio della storia di Abramo. Prima sono le vicende famigliari a dare forma alla sua vita: Terach prese Abram, suo figlio, e uscì da Ur dei Caldei per andare nella terra di Canaan. Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono.
Ma quando Terach morì a Carran… allora il Signore disse ad Abram. È Dio ora a voler indicare una strada, una direzione, a voler condurre e proteggere il cammino come e meglio di un padre.
Forse capiamo meglio l’obiezione di Gesù «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio» rivolta a quell’uomo invitato alla sequela che risponde: permettimi di andare prima a seppellire mio padre. L’eredità famigliare di insegnamenti non sempre basta per diventare discepoli. Occorre la risposta personale al Signore. Vi è un passaggio inevitabile nella vita che è quello di diventare protagonisti nella costruzione della propria esistenza. Lo possiamo fare sulla spinta di quello che ci è stato insegnato da bambini, di quelli che sono le tradizioni famigliari, i condizionamenti e i desideri dei nostri genitori, i sensi di colpa, le ambizioni che ci sono state inculcate: questo non ci fa diventare sempre discepoli di Gesù.
Questo non sempre ci porta a trovare la nostra strada, ma a percorrere una strada tracciata da altri.
Ci porta a conoscere per sentito dire un Dio che non è quello che Gesù ha voluto farci conoscere, un Dio fatto di precetti e di obblighi, di comandi e di impegni a cui ci si sottrae spesso in nome di cose che percepiamo più importanti da fare e a cui dedicare il tempo. Lascia che prima… quante volte abbiamo anche noi anteposto un sacco di cose alla preghiera, alla messa, alla lettura della Parola di Dio, anche semplicemente ad una decina di rosario… perché c’è sempre qualcosa di più importante da fare prima, qualcosa di più urgente. Perché confidiamo più in noi stessi che nella promessa e nell’azione di Dio.
Il discepolo, come Gesù non ha tane e non ha nidi. Egli sa che la sua sicurezza è posare il capo sul cuore di Gesù; suo saldo rifugio è Dio. Gli altri sono solo covi che non riparano, ma permettono semplicemente di nascondersi senza affrontare quelle difficoltà che fanno crescere; permettono di rimandare: prima lascia che… poi ti seguirò.
Nessuno ha mai detto che essere discepoli è cosa facile, ma è certamente avventura appassionante, tuttavia, perché lo sia, occorre prendere sul serio Dio.
Occorre radicalità che non vuol dire necessariamente essere estremisti, che mettono Dio davanti a tutti, ma forse, come semplicemente la parola suggerisce, essere uomini e donne che sanno mettere le radici in Dio; quelle radici da cui assorbiamo il nutrimento, quelle radici che permettono di crescere, quelle radici che permettono ad una pianta di innalzarsi al cielo senza essere abbattuta dal primo vento di tempesta.

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