IV domenica dopo Pentecoste

Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

C’è un uomo saggio, uno che cerchi Dio?

Mangiavano, bevevano, prendevano moglie, prendevano marito: accadeva ai tempi di Noè.
Mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano: accadeva ai tempi di Lot.
È quello che accade normalmente in ogni tempo. È quello che stavamo facendo fino a prima della comparsa del virus. È quello che stiamo cercando di tornare a fare ora, nonostante il virus.
Lo facevamo senza pensiero che qualcosa o qualcuno ci impedisse di farlo, senza il minimo sospetto che qualcosa potesse avere il potere di stravolgerci la vita. Non è stato un diluvio, non è stata una pioggia di fuoco e zolfo dal cielo; niente di così spettacolare; un virus, capace di piovere dentro la vita di ciascuno di noi mentre ce ne sentivamo padroni spensierati…
Dove era la nostra colpa? Dove era la colpa degli uomini del tempo di Noè? E degli abitanti di Sodoma, concittadini di Lot? Il libro di Ezechiele una risposta la offre in questi termini: “Guarda: questo fu il delitto di Sodoma, tua sorella: superbia; abbondanza di pane e dolce benessere ebbero lei e le figlie, eppure non diede aiuto al misero e al povero”.
Le nostre città erano sorelle di Sodoma, incapaci di dare aiuto al misero e al povero perché miseri e poveri rappresentavano la minaccia, finchè ci siamo accorti che miseri e poveri potevamo e possiamo diventarlo anche noi. Finché non ci siamo accorti che i miseri e i poveri potevano avere il volto del nostro vicino, del nostro amico, di un nostro parente.  Allora ci è apparsa chiara non solo la possibilità, ma la necessità di farci prossimo.
Ci è venuto pensiero di poter cambiare, di poter essere migliori. Ci si è accorti di quanto fosse fragile ciò che avevamo creato, comprando, vendendo, piantando, costruendo, ma non diversi da quell’uomo che il salmo definisce stolto mentre pensa: tanto Dio non esiste.
Allora abbiamo cercato un’arca su cui salire per salvarci, ma nessuno l’aveva preparata; un luogo in cui fuggire come Lot, ma nessuno conosceva la strada. In tutto il mondo si è fatta la gara a costruire ospedali in pochi giorni, quando prima si era impegnati a ridurre le spese per la cura. Troppo tardi.
Abbiamo allora cominciato a capire e credere alla Parola del vangelo mentre si faceva carne in medici, infermieri e  personale ospedaliero: “chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva”.  Li abbiamo chiamati eroi mentre loro erano semplicemente, ma fieramente impegnati a fare bene il loro dovere: disposti a perdere la vita per salvarne altre. Papa Francesco ci ha ricordato che peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla chiudendoci, senza imparare nulla. Ora è il tempo di credere; è il tempo del vangelo.
La Parola di oggi ci ricorda che Dio non è colui che vuole distruggere il mondo. Certo, anche Lui come noi probabilmente è un po’ stanco di vederci rovinare la sua opera e di rovinare noi stessi: il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. Il Signore disse: «Cancellerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato e, con l’uomo, anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito di averli fatti».
Ma Egli è anche colui che dal cielo si china sui figli dell’uomo per vedere se c’è un uomo saggio, uno che cerchi Dio. Lo trova in Noè, uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio. Le istruzioni per l’arca della salvezza sono precise e per tempo: ecco come devi farla… Arrivano prima del diluvio. Lasciano il tempo per l’accoglienza e la messa in pratica. Dio non ama cogliere di sorpresa l’uomo. Preferisce avvisarlo, indicare una rotta diversa, una via di redenzione che non passa per la punizione.
È tempo di non vivere più senza pensieri, come se mai potesse accaderci qualcosa. È il tempo di ascoltare gli avvertimenti di Dio che non sono minacce, ma appelli appassionati di Dio a cambiare strada prima di finire a sbattere.
Dovremmo imparare ad alzare lo sguardo verso il cielo non solo quando vediamo scendere il fuoco, il diluvio, o comparire una qualsiasi minaccia o pericolo che non sappiamo come affrontare, come se in cielo ci fosse il colpevole con cui prendersela o solo l’assistenza tecnica da chiamare in caso di guasto: pronto ho un problema!
Questo racconto non ci dice della durezza del cuore di Dio che ai tempi di Noè, stanco della cattiveria dell’uomo, inonda il mondo di acqua facendo morire tutti o della cattiveria di Dio al tempo di Lot che facendo piovere fuoco e zolfo dal cielo, di nuovo semina morte in una città.
Questo racconto di Genesi e le parole di Gesù ci raccontano della infinita pazienza di Dio nei confronti dell’uomo e della altrettanto infinita stoltezza dell’uomo che non vuol sentir ragioni.
Anche Noè mangiava, beveva, aveva preso moglie e fatto figli… ma quando c’è stato da ascoltare la voce di Dio, quella voce che nessuno ha considerato, lui ha saputo ascoltare, fidarsi e obbedire.
Nel film “Un’impresa da Dio” a un certo punto Dio dice ad Evan, l’uomo scelto e incaricato di costruire una nuova Arca, proprio come fece Noè: “A chi pregando chiede pazienza, credi che Dio dia pazienza? O dia invece l’opportunità di essere paziente? A chi chiede coraggio, Dio lo concede… o dà l’opportunità di essere coraggiosi? A chi chiede la gioia di una famiglia più unita, credi che Dio regali sentimenti rassicuranti o l’opportunità di dimostrare amore? Questo è il tempo di fare crescere la pazienza, di dar prova di coraggio, di dimostrare amore!
Questo è il tempo di chiedere allo Spirito di portare frutti su questa terra: amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé. È tempo di non sprecare questa crisi.

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Santa Messa streaming Monticello

Il link per seguire la Santa Messa in streaming nella parrocchia di Monticello

https://youtu.be/0ZQTOEXbBCM

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Santa Messa in streamin

La Santa messa oggi sarà  trasmessa dalla Parrocchia di Torrevilla, inizio ore 9.30

Ecco il link

https://youtu.be/5lT1QcFlbis

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III domenica dopo Pentecoste

creatoParrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Dovremmo provare con l’amore

La fisica e la matematica lo chiamano effetto farfalla: il minimo battito d’ali di una farfalla si dice sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo.
Ci hanno scritto libri, canzoni, girato film; costruito teorie e modelli matematici che riguardano il meteo,  il clima, l’economia. Una singola azione può determinare imprevedibilmente il futuro. Un singolo evento innesca una serie di eventi di cui non si può conoscere l’esito finale. Un virus che ha avuto origine chissà dove e chissà come, nel giro di meno di un anno, ha cambiato e stravolto le vite di milioni di uomini.
Oggi la Parola di Dio ce lo dice così: come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte.
Siamo tutti sulla stessa barca: questo ci ricordava papa Francesco nella preghiera del 27 marzo. E se vogliamo essere salvati non possiamo sgomitare per esserlo per primi; ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme», «ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme», aprendo «nuove forme di ospitalità, di fraternità e di solidarietà».
Ci siamo resi conto che quel mondo in cui abitavamo, Dio ce lo ha affidato come custodi e non come padroni.
Mi auguro che ci siamo anche resi conto che le regole con cui pensavamo di abitarlo non erano delle migliori.
“La tecnologia che, legata alla finanza, pretende di essere l’unica soluzione dei problemi, di fatto non è in grado di vedere il mistero delle molteplici relazioni che esistono tra le cose, e per questo a volte risolve un problema creandone altri. Continua in un altro punto: L’obiettivo non è di raccogliere informazioni o saziare la nostra curiosità, ma di prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare.
Ancora il papa: “Il peggioramento progressivo di ciò che si è convenuto chiamare l’“ecosistema” rischia di condurre a una vera catastrofe ecologica” Ma era il 16 novembre 1970, papa Paolo VI.
Quarantacinque anni e quattro pontificati dopo, la constatazione di papa Francesco è identica, formulata con le stesse parole: Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi”.
Pensare di fare a meno di Dio, come spesso anche noi facciamo, è folle.
Oggi la scrittura ce lo ricorda descrivendoci come era la terra prima che Dio si mettesse in azione: nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata; ma forse raccontandoci anche come rischia di tornare ad essere la terra se non cambiamo atteggiamento; se non torniamo a coltivare un atteggiamento di gratitudine e non avidità, di lode e non di pretesa.
Sono belle le parole del salmo, lo stesso che abbiamo ascoltato e pregato nel giorno di Pentecoste: Benedetto il Signore che dona la vita. Quante sono le tue opere, Signore! Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature.
Nei giorni  di marzo e aprile avevamo sotto gli occhi una natura traboccante di bellezza: anatre che si facevano il bagno nelle fontane delle piazze; lepri che si rincorrevano nei parchi di Milano; delfini che nuotavano vicino alle barche ormeggiate nei porti; livelli di inquinamento scesi a livelli minimi e aria respirabile; Venezia, come tante altre città di mare, con acque di nuovo azzurre e trasparenti. Erano i giorni di una primavera che sbocciava, indifferente alle nostre preoccupazioni e alle nostre paure o meglio, semplicemente al lavoro,  preoccupata di ricordarci che il mondo e la terra non sono un luogo pericoloso e minaccioso ma lo diventano se noi non ne abbiamo rispetto, se noi dimentichiamo di avere nel cuore quell’atteggiamento umile e fiducioso che sempre il salmo descrive così:  Tutti da te aspettano che tu dia loro il cibo a tempo opportuno. Tu lo provvedi, essi lo raccolgono; apri la tua mano, si saziano di beni.
Se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.
La tua Parola oggi Signore, ci invita ad affidarci a questa grazia abbondante che ha creato il mondo all’origine e lo custodisce ogni giorno. Ci inviti a ricordare che ogni nostra azione è in grado di dare inizio a quella rivoluzione e  a quel cambiamento che tutti attendiamo e di cui abbiamo bisogno, ma che chiede la nostra collaborazione, il nostro battito di ali, una nostra parola, una nostra azione, una nostra rinuncia, un nostro anche piccolo sacrificio.
È necessario che “ognuno si penta del proprio modo di maltrattare il pianeta, perché «nella misura in cui tutti noi causiamo piccoli danni ecologici», siamo chiamati a riconoscere «il nostro apporto, piccolo o grande, allo stravolgimento e alla distruzione dell’ambiente»”.
La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre dentro le quali è più facile “trascurare l’impegno di coltivare e mantenere una relazione corretta con il prossimo, verso il quale ho il dovere della cura e della custodia… Quando tutte queste relazioni sono trascurate, quando la giustizia non abita più sulla terra, la Bibbia ci dice che tutta la vita è in pericolo”.

Abbiamo inquinato la terra
nascosto le polveri
sotto il tappeto del mare
disboscato foreste per allargare i campi
dei nostri banchetti avari
e ora la terra ricambia il favore,
siamo noi a tossire adesso
di nascosto
come le fabbriche nel turno di notte,
ora siamo noi ad avere problemi
di respirazione,
proprio come l’Amazzonia
quando bruciava
e l’abbiamo lasciata soffocare
non abbiamo teso la mano
ma abbiamo puntato il dito
a chi da sud correva verso le nostre coste
per scappare dalla guerra,
il sudore salato seccato dal vento
ha fatto sulle loro guance
un collage di polvere da sparo,
li abbiamo lasciati morire tra le onde,
a quello che è riuscito ad approdare
gli abbiamo sottratto il documento
che lo dichiarava uomo,
pari a noi
adesso siamo noi gli immigrati del cosmo
spaventati dalla guerra
di un’influenza sovrana,
siamo il sud in mano ad una bussola
che delusa
non vuole indicarci nessun nord,
i nostri treni, le loro barche
le loro onde, la nostra febbre,
la loro paura, la nostra paura,
condividendo lo stesso unico e amorevole desiderio:
rivedere i nostri figli,
non lasciarsi perdere le nostre madri
e stare in pace, che cavolo
e forse ora è chiaro
che riceviamo quello che diamo
che se paghiamo con l’ira
abbiamo il resto in collera
e che tutto quello che facciamo
prima o poi
in una forma o nell’altra
torna da noi
dovremmo provare con la compassione
un giorno,
con la tenerezza
l’immedesimazione
il rispetto,
dovremmo provare con l’amore.   [Gio Evan]

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Link Santa Messa Straming

Ecco il link per seguire la Santa Messa

https://youtu.be/oVoqyebI3h4

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Ritorno alla vita

La vita pian piano torna a scorrere e il vangelo indica la rotta:
Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

La messa di vigilia del sabato e le tre messe domenicali che celebriamo sono partecipate
e nessuno è costretto a rinunciare per mancanza di posto.
Ogni domenica si vede con piacere qualche ritorno, anche se non siamo al tutto “esaurito”.
Continuiamo pazienti e fiduciosi con questo passo e su questa strada.

Domenica prossima torniamo a celebrare un battesimo dopo questo tempo di sospensione.
Qualche matrimonio è stato rimandato, ma altri confermano o fissano.

Ci accompagni la speranza e il desiderio di ritornare non semplicemente ad una vita normale,
ma alla vita sempre più secondo il vangelo.

La lettera che don Adriano ci ha inviato.

Don Marco

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II domenica dopo Pentecoste

pentecosteParrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

E a ciascuno ordinò di prendersi cura del prossimo
Si dice che rimarrà una delle immagini simbolo di questa pandemia: papa Francesco che sul sagrato vuoto della Basilica di san Pietro prega davanti al crocifisso, sotto la pioggia e un cielo scuro e minaccioso.
Prega per la fine della pandemia. Ma quella sera Francesco non ha pregato solo per la fine della pandemia e ora che almeno in Italia e in qualche altra parte del mondo – ma non in tutto il mondo – la situazione sembra farsi meno drammatica, faremmo bene a ricordarcelo.
Faremmo bene ad andare ad ascoltare di nuovo le parole di quella sera: «In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”».
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede.
Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è».
La Parola oggi proclamata e ascoltata, le puntuali parole di san Paolo insieme alle parole del vangelo sembrano voler dare di nuovo voce a quell’appello di papa Francesco: quello rivolto al Signore: “svegliati”, come quello rivolto a ciascuno di noi: “è il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri”.
Ci aiuta a ricordare che questo virus non è l’unico male che ci affligge e ci mette in guardia sui nostri guai: mentre si dichiaravano sapienti, gli uomini sono diventati stolti. Con uguale forza offre l’indicazione di un rimedio: Disse loro: «Guardatevi da ogni ingiustizia!» e a ciascuno ordinò di prendersi cura del prossimo.
Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.
Questa la medicina per un mondo malato in cui noi pensavamo di poter vivere, rimanendo sani. Questo mondo è malato di un virus contro cui il vaccino efficace è esattamente quel vangelo che oggi – come ogni volta che il vangelo arriva a chi lo vuol ascoltare – risuona nitido: amerai; non solo quelli che ti amano, non solo quelli che ti sono simpatici, non solo quelli che ti conviene amare perché quello che ricevi è comunque molto più di quello che dai. La preghiera che dovremmo oggi rivolgere diventa: svegliaci, Signore!
Svegliaci e donaci di ricominciare dall’amore perché quanto sta accadendo al nostro tempo non necessariamente ci trasformerà in persone migliori. Può anche trasformarci in persone più ciniche, sospettose, indifferenti. Facilmente possiamo cadere nella trappola del credere che “tanto non ne vale la pena”. Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica? Si domanda il libro del Qoelet (3,9).
I sentieri della legge antica ci conducono senza fatica a recuperare il mondo come lo conosciamo e come è sempre stato: un mondo malato in cui illudersi di vivere sani, in cui ciascuno tentava di tenersi stretto il suo pezzettino di benessere ereditato o conquistato.
I sentieri nuovi tracciati da quel “ma io vi dico”, anche se sembrano scalare versanti impossibili e impraticabili, conducono invece a vette inesplorate e sorprendenti, preparano a diventar medicina per la malattia del mondo, con quegli anticorpi che il Vangelo fa nascere nel sangue e nel cuore di chi si affida a quel comando fuori moda: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del
Padre vostro che è nei cieli.
Come ci ha ricordato papa Francesco, questo virus non attua il giudizio di Dio. La paura non educa nessuno, anzi il vangelo ci racconta che è nemica della fede: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
Nel libro dell’Esodo il racconto delle piaghe d’Egitto ci ricorda come il faraone, colpito dal flagello delle piaghe sembra piegarsi alle richieste di Mosè, salvo poi ostinarsi di nuovo nel suo proposito di non lasciar partire il popolo di Israele. Quanto tempo passerà prima di tornare ad essere anche noi ostinati e perdere l’abitudine a fare la fila, a salutare chi incontriamo, a ringraziare chi lavora, ad applaudire e stimare chi fa il proprio dovere, a cantare dal balcone con i nostri vicini, a chiedere loro se possiamo essere di qualche aiuto? Quanto tempo passerà prima di sentir di nuovo confondere la bontà con il buonismo e la gentilezza con la stupidità, prima di tornare a pensare che i poveri non sono un fastidio, ma il nostro prossimo?
Discernimento, lingua, occhi, orecchi e cuore diede loro per pensare. Li riempì di scienza e d’intelligenza e mostrò loro sia il bene che il male. Grande è la stima e la fiducia di Dio in noi, sue creature. Non vadano sprecato questa fiducia e questa enorme ricchezza. La strada in discesa non è sempre la più conveniente e quasi mai porta lontano.

Dal Diario di Etty Hillesum
Alla tristezza del mondo non bisognerebbe offrire, di tanto in tanto, un piccolo rifugio?
E un bel giorno dirò forse a Ilse Blumenthal: Sì, la vita è bella, la lodo alla fine di ogni giorno, eppure so che figli di madri, e lei è una madre, sono trucidati nei campi di concentramento. E il dolore di tutto ciò bisogna saperlo sopportare; anche se te ne lasci devastare, dovrai rialzarti un giorno, perché un essere umano è tanto forte, perché il dolore deve diventare una parte di te, una parte del tuo corpo e della tua anima, non devi fuggirlo ma sopportarlo come una persona adulta. Non sfogare i tuoi rancori in un odio che vuole vendetta su tutte le madri tedesche, che adesso, in questo istante, hanno lo stesso tuo dolore da sopportare per i loro figli caduti e massacrati. Devi lasciare a questo
dolore tutto lo spazio possibile in te stessa e concedere a esso l’asilo che gli è destinato, e forse, così facendo, il dolore nel mondo diminuirà, se tutti sopportiamo, onestamente e lealmente e in maniera responsabile, ciò che ci viene assegnato.
Se invece non dai un opportuno ricovero al dolore, ma concedi maggior spazio all’odio e ai piani di vendetta – da cui nascerà ulteriore dolore per altri -, be’, allora il dolore non finirà mai in questo mondo ma crescerà soltanto. Quando avrai concesso al dolore il posto e lo spazio che le sue nobili origini richiedono, allora sì che potrai dire: la vita è tanto bella e ricca. Lo è al punto che potresti credere in Dio. 
Sabato mattina 28 febbraio 1942

Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in sé stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo.
È l’unica soluzione possibile…
Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra.                      Sabato sera, 20 giugno, 1943

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Corpus Domini – 11 giugno 2020

corpus domini anno 2020Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Siamo stati a lungo privati di quel dono di Dio a cui oggi è dedicata questa festa: la solennità del Corpus Domini.
La festa dell’Eucarestia. Abbiamo dovuto vivere anche la messa, come molte altre cose, a distanza. Guardandola su uno schermo, senza poterci ritrovare con quelle persone che abitualmente troviamo andando in Chiesa la domenica e con cui sentiamo un legame non solo di fede, ma di amicizia. Invece di riceverlo nelle mani, siamo stati invitati a riceverlo nel cuore recitando la comunione spirituale.
E chissà se, come a volte capita quando si perdono le cose, abbiamo saputo e potuto scoprire il valore e il dono di questo sacramento. Pensando a questa solennità, mi sono tornati in mente i primi giorni di questa pandemia. Alla notizia della chiusura di scuole e attività c’era stata la corsa alla spesa. Erano i giorni della prima metà di marzo: l’Italia intera diventava zona rossa; la reazione quasi ovunque era la stessa: file lunghissime, carrelli pieni e scaffali vuoti.
Noi abbiamo bisogno di mangiare per vivere. Come una macchina ha bisogno di benzina per funzionare, come una pianta ha bisogno di acqua, sole e terra, noi abbiamo bisogno di mangiare per vivere.
E ci siamo preoccupati di farne scorta. Per noi e per i nostri cari. Per vivere occorre mangiare. Senza cibo diventiamo niente, moriamo, inevitabilmente. Siamo dei bisognosi, siamo dei mendicanti. Non bastiamo a noi stessi. Abbiamo terribilmente bisogno che arrivi qualcosa da fuori a “salvarci” e a darci vita.
Oggi la prima lettura ci ricorda che anche Dio lo sa e ha questa premura nei confronti dell’uomo: Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto… che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».
Quando siamo corsi a fare la spesa, abbiamo provveduto al primo bisogno che c’è venuto immediatamente in mente, ma poi giorno dopo giorno ci siamo resi conto che non bastava il cibo. Non bastava a noi e non bastava ai nostri cari. Non era sufficiente riempire le dispense di generi alimentari, se la dispensa del nostro cuore era vuota di amore. Non bastava la dispensa piena di cibo per vivere insieme sereni, occorreva anche altro.
Forse proprio in quei giorni ci siamo accorti dell’importanza non solo di quello che mangiamo, ma dell’importanza delle persone che mangiano al tavolo con noi. Ci siamo accorti dell’importanza di coloro, amici o parenti o compagni di scuola o colleghi, con cui non potevamo più condividere la tavola. Mangiare con gli altri non riempie di più la pancia, eppure ha un altro sapore, un’altra ricchezza. Ci siamo accorti che alcune sere, intorno a quella tavola, è calato il silenzio; era difficile parlarsi, forse anche guardarsi: erano i giorni in cui c’è era stato qualche bisticcio o qualche incomprensione.
Ci siamo accorti che attorno alla tavola in altri giorni le parole uscivano più facili e più gioiose a rallegrare l’anima, tanto quanto il cibo rallegra il palato e la pancia. Erano i giorni in cui ci si era presi cura gli uni degli altri e ciascuno aveva aperto la dispensa del cuore, aveva messo mano alle proprie scorte di amore e lo aveva offerto agli altri.
Mangiare è necessario alla vita, così tanto necessario che il Signore ha scelto un pezzo di pane per farsi presente a noi, ma nel vangelo, ci viene anche ricordato che sfamare e sostenere il nostro corpo non è tutto quanto serve a vivere da uomini: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che
io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
Mi colpisce sempre tanto ricordare che nell’ultima cena Gesù mette i suoi intorno ad una tavola. Non li mette seduti a dei banchi. Li fa sedere intorno ad una tavola e li fa sedere tutti. Spezza il pane per tutti e non solo per alcuni. Lo offre a Giuda, a Pietro, a Tommaso. A quella tavola invita anche me che non sono migliore di loro: non sono degno, ma tu di’ soltanto una parola…
Perché per vivere occorre mangiare, ma occorre anche potersi donare o più semplicemente occorre amare.
Occorre che nel cuore ci sia una dispensa piena di una scorta di amore sufficiente per sfamarci davvero.
Questo il Signore ci insegna ogni volta che ci invita all’Eucarestia.
Tu ci insegni che a quella tavola hai invitato tutti i tuoi discepoli, un unico tavolo, un unico pane, a ricordare che anche nei momenti difficili, c’è sempre qualcosa di più dei nostri litigi e delle offese ricevute, delle nostre fatiche.
Signore, con questo Pane ci insegni la vita, non mettendoci dietro un banco di scuola, ma mettendoci intorno alla tavola dell’Eucarestia.
Signore oggi siamo qui perché hai qualcosa da dirci e da darci. È un dono. Ci è mancato. I doni non si pretendono.
Non sono diritti e nemmeno doveri.
Vogliamo tornare avendo imparato che l’Eucarestia non è semplicemente un dovere. Un precetto a cui noi obbediamo perché altrimenti tu ti offendi e non ci parli più.
Vogliamo tornare perché abbiamo imparato che l’Eucarestia non è neppure un diritto, qualcosa che tu ci devi e noi veniamo a prendere.
Non è un diritto e non è un dovere perché è un dono e come tale desideriamo che ogni volta ci riempia di gioia.
Come fosse la prima volta che lo riceviamo, come fosse l’unica volta che lo riceviamo, come se fosse l’ultima volta.
Non vogliamo vada sprecato. Come il pane. Come ogni cosa importante per la vita. Come ogni cosa che ci tiene in vita.

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Messa streaming Corpus Domini

ecco il link per seguire la Santa Messa

https://youtu.be/QZbvJSfMeQ0

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Solennità del Corpus Domini giovedì 11 giugno 2020

Ne siamo rimasti a lungo senza Corpus Domini 2020
pellegrini digiuni
ma non soli
Questa festa liturgica
diventi il nostro modo di dire grazie
di fare eucarestia
di dire la gioia di un dono ritrovato

MERCOLEDI 10 GIUGNO
Ore 20.30 nella chiesa di Monticello Santa Messa di vigilia
Invitiamo in modo particolare con la loro famiglia i bambini che avrebbero dovuto ricevere la prima Comunione domenica 17 maggio e che attendono ancora il dono dell’Eucarestia

GIOVEDÌ 11 GIUGNO
Ore 9.00 nella chiesa di Torrevilla Santa Messa
Ore 20.30 nella chiesa di Monticello Santa Messa

Per quest messe è necessaria la prenotazione, lo potete fare da qui

Quest’anCorpus Domini 2020-1no, in questo giorno, non potremo vivere
la processione eucaristica comunitaria
per le vie del paese, ma invitiamo
a “camminare”,
in una processione personale,
dalla propria casa alla Chiesa
dove troverete esposto il santissimo Sacramento
e dove fermarvi in un tempo di adorazione e preghiera

A Torrevilla dalle ore 10.00 alle ore 12.00
A Monticello dalle ore 16.00 alle ore 19.00

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