V domenica dopo Pentecoste

fotoAlberoParrocchia S. Agata Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione Torrevilla

Mettere radici

“Ti seguirò”. Questa è la promessa che si sente fare Gesù, mentre cammina per la strada, da un tale che addirittura ci tiene a sottolineare: “ovunque tu vada”. La stessa promessa la fa un altro: “ti seguirò”, con la richiesta però di poter fare un ultimo saluto ai suoi parenti.
Promesse al futuro che Gesù sembra però non voler assecondare, anzi piuttosto scoraggiare, forse perché sa che i verbi del discepolo è cosa buona che siano coniugati al presente. Ti seguo. Oggi. Adesso. Subito.
Difatti la terza chiamata a diventare discepolo – quella di cui Gesù stesso è promotore – è espressa con un imperativo presente: seguimi. Senza alcuna aggiunta, senza alcuna premessa e senza alcuna condizione o indugio. Seguimi.  Ci sono momenti della vita che vanno colti e vissuti; fermati e fissati, perché solo così possiamo evitare che diventino occasioni perse, promesse vane, parole e impegni non mantenuti, patti traditi, propositi naufragati in un mare di buone intenzioni e poco più.
La conferma la troviamo nella storia di Abramo di cui oggi ci parlano le prime due letture: Il Signore disse ad Abram: “Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò”.
Il comando è al presente e la risposta di Abramo non si fa attendere, non rimanda, non mette condizioni: Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore. La lettera agli Ebrei rende omaggio alla fede di Abramo con queste parole: obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.
Lungo la strada, non mancheranno gli sbagli, le mancanze, gli indugi, i dubbi, ma il suo continuo affidarsi al Signore lo rende padre nella fede e destinatario di quella promessa attuata dal Signore di una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare
È tipico dei bambini rispondere alla mamma con un: “dopo”. Sì, ho capito cosa mi hai chiesto di fare, ma lo faccio dopo… e quante mamme hanno dovuto arrendersi a fare quello che nessuno ha poi fatto.
Ma per evitare di pensare che questo sia un atteggiamento tipico solo dei bambini, dovremmo avere il coraggio anche noi di interrogarci sullo stato di salute della nostra fede. Se siamo discepoli del “seguimi” o del “ti seguirò”. Certo, è evidente che non tutti i verbi possono essere coniugati al presente.  Ci sono azioni che devo fare subito e che non posso fare dopo; e viceversa. Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo…. un tempo per demolire e un tempo per costruire. Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare si dice nel libro del Qoelet.  Nessuna di queste azioni è giusta o sbagliata in sè, ma come lascia intuire il racconto, tutto dipende dal momento in cui la fai.
Soprattutto dipende da chi ti sei lasciato consigliare nel decidere cosa fare, da chi hai ascoltato prima di agire.
La prima lettura ci ha fatto meditare gli ultimi versetti del capitolo 11 e i primi del capitolo 12.
È l’inizio della storia di Abramo. Prima sono le vicende famigliari a dare forma alla sua vita: Terach prese Abram, suo figlio, e uscì da Ur dei Caldei per andare nella terra di Canaan. Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono.
Ma quando Terach morì a Carran… allora il Signore disse ad Abram. È Dio ora a voler indicare una strada, una direzione, a voler condurre e proteggere il cammino come e meglio di un padre.
Forse capiamo meglio l’obiezione di Gesù «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio» rivolta a quell’uomo invitato alla sequela che risponde: permettimi di andare prima a seppellire mio padre. L’eredità famigliare di insegnamenti non sempre basta per diventare discepoli. Occorre la risposta personale al Signore. Vi è un passaggio inevitabile nella vita che è quello di diventare protagonisti nella costruzione della propria esistenza. Lo possiamo fare sulla spinta di quello che ci è stato insegnato da bambini, di quelli che sono le tradizioni famigliari, i condizionamenti e i desideri dei nostri genitori, i sensi di colpa, le ambizioni che ci sono state inculcate: questo non ci fa diventare sempre discepoli di Gesù.
Questo non sempre ci porta a trovare la nostra strada, ma a percorrere una strada tracciata da altri.
Ci porta a conoscere per sentito dire un Dio che non è quello che Gesù ha voluto farci conoscere, un Dio fatto di precetti e di obblighi, di comandi e di impegni a cui ci si sottrae spesso in nome di cose che percepiamo più importanti da fare e a cui dedicare il tempo. Lascia che prima… quante volte abbiamo anche noi anteposto un sacco di cose alla preghiera, alla messa, alla lettura della Parola di Dio, anche semplicemente ad una decina di rosario… perché c’è sempre qualcosa di più importante da fare prima, qualcosa di più urgente. Perché confidiamo più in noi stessi che nella promessa e nell’azione di Dio.
Il discepolo, come Gesù non ha tane e non ha nidi. Egli sa che la sua sicurezza è posare il capo sul cuore di Gesù; suo saldo rifugio è Dio. Gli altri sono solo covi che non riparano, ma permettono semplicemente di nascondersi senza affrontare quelle difficoltà che fanno crescere; permettono di rimandare: prima lascia che… poi ti seguirò.
Nessuno ha mai detto che essere discepoli è cosa facile, ma è certamente avventura appassionante, tuttavia, perché lo sia, occorre prendere sul serio Dio.
Occorre radicalità che non vuol dire necessariamente essere estremisti, che mettono Dio davanti a tutti, ma forse, come semplicemente la parola suggerisce, essere uomini e donne che sanno mettere le radici in Dio; quelle radici da cui assorbiamo il nutrimento, quelle radici che permettono di crescere, quelle radici che permettono ad una pianta di innalzarsi al cielo senza essere abbattuta dal primo vento di tempesta.

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.