4° domenica di Pasqua

Come Lui ha amato me

Come Lui ha amato me

Ricordatevi di come vi parlo… fate memoria, senza stancarvi, delle preziose parole che prima di consegnarsi alla sua passione, Gesù disse ai discepoli al termine dell’ultima cena. Fuori ormai è buio. Giuda, preso l’ultimo boccone è appena uscito. Era notte: così annota l’evangelista Giovanni, dando una indicazione temporale, ma nello stesso tempo descrivendo il momento drammatico e insieme intenso. Ed eccolo qui, altre parole da ricordare; parole capaci di dare gioia e di rendere la gioia piena; parole che proprio perché non vengano dimenticate, vengono ripetute più volte. Anche solo rileggendo questi pochi versetti ci accorgiamo dell’insistenza posta sul verbo rimanere e sul verbo amare. Io sono stato amato dal Padre. Questo ha permesso a me di amare voi. Ora, raggiunti da questo amore, amatevi gli uni gli altri. Rimanete in questo amore. Sono parole così semplici che diventa difficile commentarle senza correre il rischio di sciuparle o peggio renderle banali. Ma in queste parole noi abbiamo bisogno di sostare, oggi possiamo proprio dire, abbiamo bisogno di rimanere. Abbiamo bisogno di rimanere in quell’amore di cui ciascuno di noi ha bisogno di ricevere, ma che abbiamo anche bisogno di dare. Triste la vita di chi non è amato da nessuno, ma triste anche la vita di chi non ha nessuno da amare.
Provo allora a fare due semplici considerazioni. La prima. L’evangelista Marco ci racconta che allo scriba che interroga Gesù su  «qual è il primo di tutti i comandamenti?»,  Gesù risponde: «Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso».  Il Vangelo che abbiamo appena ascoltato sembra essere ora “rivisto e corretto”: il criterio dell’amore non è più il “come te stesso”, ma diventa il “come io ho amato voi”.
Il criterio e la misura dell’amore non sono più io, ma è il Cristo. Il “come te stesso” appare ora criterio troppo piccolo, troppo fragile, troppo circoscritto se non addirittura troppo chiuso. Non è forse vero che a volte il nostro amore è così piccolo che non basta neppure ad amare noi stessi e a prenderci cura della nostra vita?!
Questione determinante per l’essere cristiano, prima ancora che l’amare, è sentirsi amati da Dio. È sperimentare sulla propria pella, nella propria carne, nel proprio intimo, l’essere amati da Dio. È sperimentare e gustare su di sé la grandezza della misura dell’amore di Dio. Amare gli altri lo fanno in molti e in molti modi, ma non tutti riescono a sentirsi e a lasciarsi amare da Dio.
La seconda. Ritornando alla notte dell’ultima cena, quando Gesù pronuncia queste parole, non ci è difficile immaginare la pesantezza di quelle ore, eppure qui, unico momento di tutto il Vangelo, Gesù parla di gioia, la annuncia, la promette ad una semplice condizione: rimanete nel mio amore, osservate i miei comandanti, amatevi come io vi ho amato.
Altra questione determinante per l’essere cristiano, spesso fraintesa, è il riconoscere che per essere discepoli di Gesù non occorre rinunciare a ciò che ci rende felici e alla gioia, ma è saper trovare in lui la sorgente della vera gioia, quella piena. Il cristiano non segue Gesù per mortificarsi o per il gusto di sacrificarsi, ma perché intuisce che così facendo troverà quella gioia che ogni uomo cerca. Questa gioia la trova chi sa non fermarsi a se stesso per arrivare fino al Signore. Chi sa quanto è amato da Dio oltre ogni merito e oltre soprattutto la necessità di conquistare meriti. Come scriveva sant’Agostino, ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te. Il cuore di ogni uomo si stanca e si affatica solamente quando non ama secondo la misura di Dio. Non ci è chiesto di vivere sacrificando il nostro io, ma non vanificando il sacrificio di Gesù, non sperperando quel tesoro immenso dell’amore che Dio ha riversato su ciascuno di noi. Non ci è chiesto di obbedire per dovere al comandamento dell’amore, ma di aver fiducia nella bellezza dell’amare. A parole lo sappiamo, ma basta una briciola di umiltà per riconoscere che non lo sappiamo mai abbastanza.

C’è qualcosa di Dio nel modo in cui mi ami, mamma.
Le altre persone non sono grandi quanto te, le altre persone non sopportano la vita quanto te. Le altre persone piangono, soffrono, viaggiano nella vita in cerca del modo migliore di vivere. Ma tu mi ami, mamma. Tu mi ami così, senza condizioni, e sembra che mentre mi ami neppure esisti. Te ne stai lì, semplicemente, a vedermi esistere, e così scopri e mi insegni che la vita si riduce al veder vivere chi ami.
C’è qualcosa di impossibile nel modo in cui mi ami, mamma.
Il possibile dovrebbe pretendere che ti fermassi quando stai male, che ti fermassi quando il mondo ti costringe a inventare nuovi modi di darmi tutto ciò che mi serve.
Il possibile ti direbbe di no, che una persona sola, così piccola e grande come te, non può sostenere tutto il peso di due vite. E tu sei ancora lì, forte come soltanto tu sai essere, impossibile come soltanto tu, a sorridere quando mi vedi con il quaderno in mano e dici che sono il primo della classe. Certo, essere bravo a scuola è importante, ma il mio più grande orgoglio è essere figlio della madre più impossibile del mondo. C’è qualcosa di geniale nel modo in cui mi ami, mamma.
Le altre persone non inventano il tempo come fai tu, non riescono a capire qual è l’equazione che consente di star sempre dove bisogna stare, le altre persone arrivano in ritardo, mancano alle responsabilità, a volte si dimenticano delle cose da fare, le altre persone non riescono a vivere facendosi bastare la metà delle cose di cui avrebbero bisogno. E tu riesci a fare il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei corpi, sei al posto giusto in cui ho bisogno di te nel momento esatto in cui ho bisogno di te con le precise parole di cui ho bisogno, a parlarmi di quanto sia importante credere di non sapere nulla, e io ti ascolto e capisco che il segreto della tua esistenza è sapere che soltanto l’amore batte la matematica, e che nessun numero è all’altezza di te quando mi abbracci.
C’è qualcosa di me tutto intero nel modo in cui mi ami, mamma.
E se dovessero chiedermi quanti anni hai, dirò che hai l’età del per sempre.
Pedro Chagas Freitas

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MESE DI MAGGIO 2022

mese di maggio 2022Appuntamenti Comunitari mese di Maggio 2022

DOMENICA 1 MAGGIO
APERTURA DEL MESE DI MAGGIO
Presso il cortile di Villa Pedrazzini in via Risorgimento n. 21
ore 20.30 Recita del Rosario

MERCOLEDI’ 4 MAGGIO
Presso la Baita degli Alpini di Torrevilla
ore 20.15 Recita del Rosario – ore 20.30 Santa Messa

MERCOLEDI’ 11 maggio
Presso il Condominio san Carlo III in via Roma 25/35
ore 20.15 Recita del Rosario – ore 20.30 Santa Messa

GIOVEDÌ 12 MAGGIO
Presso l’oratorio di Torrevilla
ore 16.00 recita del Rosario con il gruppo Terza età

MERCOLEDI’ 18 MAGGIO
Presso il cortile famiglie Maranesi in via 4 novembre 9
ore 20.15 Recita del Rosario – ore 20.30 Santa Messa

MERCOLEDI’ 25 MAGGIO
In Oratorio a Monticello
ore 20.15 Recita del Rosario – ore 20.30 Santa Messa

MARTEDI’  31 maggio
CONCLUSIONE DEL MESE DI MAGGIO
Presso la Baita degli Alpini di Monticello
ore 20.15 Recita del Rosario – ore 20.30 Santa Messa

Puoi scaricare il volantino

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3° domenica di Pasqua

So da dove sono venuto e dove vado

So da dove sono venuto e dove vado

Da quando nel 2008/2009 è entrato in uso il nuovo lezionario ambrosiano, faccio sempre fatica a capire perché nelle domeniche del tempo pasquale non si continui ad ascoltare i vangeli della Resurrezione e i racconti delle apparizioni del risorto ai discepoli, come invece fa il lezionario della liturgia romana; fatico a capire perché non ci venga fatta ascoltare la testimonianza di quelle donne e di quegli uomini che hanno avuto la grazia di incontrare Gesù risorto prima dell’Ascensione al cielo.
Voglio pensare che sia per raccogliere il consiglio che uno dei due angeli offre alle donne impaurite che con ancora il volto chinato a terra si domandavano che senso avesse quel sepolcro che avevano trovato vuoto. Quelli dissero loro: Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi co
me vi parlò.
Voglio pensare che oggi il Vangelo ci riporti al capitolo 8 del Vangelo di Matteo per aiutarci a ricordare come parlò Gesù; ci riporti a quel giorno in cui Gesù si trova suo malgrado coinvolto in una disputa con gli scribi e i farisei che gli conducono una donna sorpresa in adulterio e gli dicono: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio.  Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?».
Ci riporti a quel giorno in cui prima si rivolge agli scribi dicendo «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E poi, rivolgendosi alla donna dice: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».
Ci riporti a quel giorno in cui Gesù, continuando ad insegnare dice, come abbiamo appena ascoltato: io non giudico nessuno… e se giudico qualcuno lo faccio non da solo, ma con il padre che mi ha mandato.
E prima ancora Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».
Ricordatevi come vi parlò. Ecco dove anche noi possiamo incontrare il Risorto. Ecco dove anche noi possiamo fare esperienza di resurrezione. Lo possiamo incontrare proprio dove noi pensiamo egli sia assente, proprio dove pensiamo di averlo smarrito e sia ora lontano: nel nostro peccato e nelle nostre tenebre, come la donna adultera, ma come anche gli scribi e gli stessi farisei che riconoscono in cuor loro che non sono nelle condizioni di scagliare per prima la pietra, avendo anch’essi peccato.

Occorre solo ricordarsi che egli non ha a cuore di giudicarci, ma di salvarci, non ha interesse a punirci, ma a restituirci a libertà. «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».
La vita è un viaggio. Può capitare tante volte di sbagliare strada. Nessuno ha la cartina in mano, non esistono navigatori che possano aiutare nelle scelte della vita specialmente quelle importanti, come accade quando siamo in auto e non conosciamo la strada. E poi anche con i navigatori a volte capita di non fidarsi e di pensare che le indicazioni che ci dà non siano le migliori. Ci capita di peccare, di trovarci fuori strada, come smarriti.
Queste parole di Gesù ci ricordano che in questo viaggio della vita ci sono tre cose importanti da mettere a fuoco: da dove vieni, dove vai, a chi appartieni.
Gesù con grande, ma serena determinazione dice di sé: “So da dove sono venuto e dove vado”. So anche che appartengo ad un Padre che mi conosce e che conosco. A lui appartengo.
Questo senso di appartenenza mi guida in quel tragitto che collega il punto di partenza e il punto di arrivo, la mia nascita e la mia morte.
Vivere con il pensiero che veniamo dal nulla e andremo a finire nel nulla ci impedisce di dare un senso alla nostra vita, ci trascina dentro la spirale del tutto, tanto e subito, ci rende voraci, alla fine riempie il cuore di paura, ci spinge a riempirla di paura, di agitazione e non certo di amore.
Gesù sa da dove è venuto: dall’esperienza di amore e di comunione con il Padre.
Da dove va, o meglio dove è chiamato a tornare: a quella stessa esperienza di amore e di comunione.
Sa a chi appartiene: non certo al mondo, non a sé stesso. Sa che il senso della vita è questo viaggiare in cerca di amore, donando amore. Questo lo guida, questo diviene criterio per scegliere cosa fare, cosa dire, cosa pensare. Guidato da questo amore, non consegna la sua vita a ciò che è tenebra e peccato.
Fare esperienza del Risorto è sentirsi parte di questo viaggio di Gesù verso il Padre; è ricordare queste sue parole: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita»; è sentirsi accompagnati da lui, mai abbandonati; sentire che non siamo fatti per rimanere nelle tenebre o abituarci a quella condizione; sentire che anche quando sbagliamo strada egli non ci giudica, ma dice anche a noi: va’ e d’ora in poi non peccare più.

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2° di Pasqua

beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!

beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!

A volte per sostenere le proprie argomentazioni si usano espressioni di questo tipo: “senza dubbio…”, “senza alcun dubbio”, “non c’è dubbio”. E ci dimentichiamo che il dubbio appartiene alla vita; che a pareggiare tutte quelle volte che abbiamo usato quelle espressioni, ce ne sono altre in cui abbiamo detto: dubito. Il dubbio appartiene alla nostra vita più di quanto immaginiamo: dubitiamo dell’altro, del futuro, di una scelta, delle capacità di qualcuno e anche delle nostre, si dubita dell’amore e si dubita di noi stessi. Normale quindi mettere nel conto che si possa anche dubitare di Dio.
In questa domenica che conclude l’ottava di Pasqua, tipicamente si presenta a noi Tommaso. Conosciamo così bene l’episodio del Vangelo che il suo nome è il nome dato a tutti gli increduli e ai dubbiosi, a tutti coloro che cercano prove, che non riescono a fidarsi senza vedere, senza toccare. Non facciamogli il torto di pensare che oggi egli ci venga presentato come il discepolo mediocre e inaffidabile, a cui guardare con aria di superiorità. Oggi Tommaso è chiamato semplicemente a metterci la faccia e a rappresentare ogni discepolo. Attraverso lui – il discepolo che voleva vedere     – quel giorno viene annunciata e donata anche a noi la promessa di una beatitudine da accogliere: beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! Una promessa di beatitudine che riguarda tutti quegli uomini e donne che non hanno banalmente rinunciato a capire, ma hanno accettato di fidarsi di Dio, evitando di sottoporlo a interminabili domande e interrogativi per concedergli in anticipo l’adesione e il sostegno della propria intelligenza e del proprio cuore; per credere non dopo aver visto, ma cominciare a vedere dopo aver creduto.
Tommaso è il discepolo della fede perduta e della fede ritrovata.
Tommaso è il discepolo di una delle più belle e semplici professioni di fede di tutto il Vangelo: «Mio Signore e mio Dio!»  e l’evangelista Giovanni lo incarica di rappresentare tutti quei cristiani che Gesù non lo hanno mai visto, che non hanno mai conosciuto gli apostoli.
Egli ha l’incarico di rappresentare e incoraggiare tutti quei cristiani che non hanno incontrato nessuno dei testimoni diretti delle vicende raccontate nel Vangelo e sono chiamati a fidarsi di quel passaparola di testimoni che hanno raccolto l’annuncio di fede, lo hanno fatto proprio e lo hanno consegnato ad altri; uomini e donne che abitano la storia e i giorni dell’umanità, faticano a credere e si chiedono perché dovrebbero credere.
Si chiedono non solo se il Signore è risorto davvero, ma quale vantaggio ne abbia tratto l’umanità intera. Si chiedono ora come è possibile incontrarlo di nuovo.
Sentono che nel loro cuore abitano e si confrontano tante contraddizioni e sono chiamati oggi a rinunciare al bisogno di troppe certezze che a volte ci porta ad inventarcele, a tirare troppo in fretta conclusioni, a semplificare, a fermarci alle apparenze, ad arrenderci ai pregiudizi. Siamo noi quel Tommaso quando vogliamo sciogliere subito tutti i nodi, vogliamo uscire dall’incertezza della nostra vita, vogliamo capire qui e ora dove e a che ora si arriva, non tolleriamo alcun ritardo sui nostri programmi, nessuna insicurezza. A Tommaso e a noi, Gesù propone non tanto un’altra strada, ma un altro modo di camminare. Ci dice che a Lui non dobbiamo chiedere facili rassicurazioni o scorciatoie.
Frère Roger di Taizé diceva che la fede è un’esperienza simile al camminare: si passa sempre da un equilibrio ad uno squilibrio, per tornare poi all’equilibrio. Quando parti sei in equilibrio sicuro su due piedi, ma devi alzarne uno, perdere e ritrovare l’equilibrio appoggiandolo ora su uno ora sull’altro piede. Solo così avanzi, accettando questa situazione a volte scomoda, ma necessaria al camminare.
La fede è saper sopportare i dubbi, senza usare per camminare le stampelle di false certezze. La Pasqua ci ha appena offerto la certezza più importante per il discepolo: Il Signore non muore. Possiamo fare qualsiasi cosa. Lo puoi maltrattare; insultare; rinnegare; appendere ad una croce. Quel Dio risorge. Non si arrende. Tanto che quando risorge mostra i segni delle ferite, non per chiedere giustizia dell’ingiustizia subita, ma per garantire di essere proprio lui, colui che è stato crocifisso, colui che l’uomo ha tentato di uccidere e togliere di mezzo. Credere è fidarsi che quel Dio sta dalla tua parte e decidere di stare dalla sua parte.
Lui, nostro Signore e nostro Dio.

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Pasqua

sta cercando anche te

sta cercando anche te

Patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte; salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente. Sono le parole del credo che recitiamo ogni domenica. Ci ricordano il mistero della Pasqua. C’è il rischio serio di vivere la Pasqua come qualcosa di già conosciuto; di viverla nel segno della stanchezza che minaccia e rallenta spesso la nostra vita; perfino di viverla nel segno della rassegnazione di chi vede che poco o niente migliora.
Rileggendo le parole del credo, mi incuriosisce quel discendere agli inferi; quel andare di Gesù. A portare la forza della resurrezione prima ai morti.  A coloro che lo hanno preceduto e non lo hanno conosciuto. Non ci è stato molto. Tre giorni. Il terzo giorno è risorto: aveva altro da fare.
Voleva dedicarsi ai vivi. A quei suoi discepoli che l’avevano scampata, girandogli al largo, scappando, rinnegandolo, guardando tutto da lontano. Va a cercarli quasi uno alla volta; prima le donne, poi i discepoli, quelli che avevano salvato la propria vita ma non la faccia.
Va a cercarli dentro le case in cui si erano chiusi. Va a cercare Tommaso, dopo non averlo trovato la prima volta. Va a cercarli lungo la strada che conduce ad Emmaus. Va a cercarli su una spiaggia delusi dopo una pesca fallimentare.
Non sarà facile per nessuno di loro riconoscerlo. Non sarà facile non farsi prendere e bloccare dalla paura. Per questo ogni volta ricorda loro: non temete; non abbiate paura.
Ma il Signore non è risorto per spaventarci o vendicarsi. Da quel giorno il Signore non ha smesso di essere al lavoro soprattutto con i vivi. Solo dopo aver fatto tutto quello che deve fare con noi, i vivi, ci lascerà in pace, o meglio ci lascerà la pace. Non ci darà tregua. Egli sarà continuamente in agguato. Egli spunterà dentro ogni vicenda quotidiana della nostra vita finché non saremo capaci di riconoscerlo e di proclamarlo Signore e di essere discepoli.
Perché la pace non è il rimanere chiusi nei nostri rifugi, ma è uscire e correre il rischio di vivere il Vangelo!
È questo l’annuncio della Pasqua. Dio non ci darà tregua e farà di tutto per infrangere ogni finta pace e tranquillità.
La finta pace di chi anche crede di aver già chiuso i conti con Dio;
Di chi crede che tanto Dio non ha nulla da chiedere a me e io non ho nulla da chiedere a lui;
Di chi pensa sconsolato che ci ha già provato tante volte e non vale la pena riprovarci;
Di chi pensa che con Dio non ha tempo da perdere;
Di chi pensa che la vita sia ingiusta e che in agguato ci sia sempre la sfortuna, la cattiveria degli altri, l’ingiustizia; che tanto non vale la pena.
Da quella prima Pasqua fino ad oggi, da ora innanzi, nel destino di ciascun uomo, vi sarà questo Dio in agguato.
Il Dio della Pasqua è in cerca come avversario e antidoto della nostra tentazione di sopravvivere, come un alleato prezioso e insostituibile e imbattibile di ogni nostro resistere evangelicamente ad ogni forma di morte, di ingiustizia, di rassegnazione, di prepotenza, di rabbia o odio che minaccia la nostra vita.
In cerca di chi ormai si è rassegnato a quello che è e a come vanno le cose e allora preferisce convincersi che non c’è nulla da fare per cambiarle. Magari semplicemente perché ci ha già provato troppe volte ed è deluso per non aver mai raccolto nulla. O perché i risultati arrivano troppo lenti. 
In cerca di chi si è arreso perfino a sé stesso. Magari semplicemente perché adesso è giustamente troppo stanco e ha voglia di dire: dammi un attimo.
La Pasqua è quell’attimo giusto dal quale ripartire.
In cerca di chi ha fatto diventare il dolore un motivo di rabbia perché è rimasto ancora al venerdì santo della vita e non riesce proprio a perdonare chi gli ha fatto quella cosa, chi gli ha detto quell’altra, chi non lo ha capito o non lo ha ricambiato abbastanza.
Il Dio della Pasqua arriva per dirci che neppure il dolore ingiusto è un buon motivo per tener rancore e lasciarsi divorare dalla rabbia.
In cerca di chi si accontenta di portar pazienza invece che cercare passione. Soprattutto di loro. Di chi sta aspettando semplicemente che passi. Che qualcosa accada. Che qualcuno cambi. Che la situazione migliori per chissà quale grazia divina. Di chi sta semplicemente sopportando. Di chi si incammina dentro ogni giorno con il passo stanco di chi va a visitare una tomba.
Dio è in cerca già di buon mattino come sperimentano Maria di Magdala e l’altra Maria…
Possiamo immaginare il loro passo.  Quello tipico di chi si reca al cimitero. È l’andatura pesante, rassegnata, faticosa di chi crede di poter e dover vivere solo di ricordi e di rimpianti di un passato che non c’è più e non potrà più essere. 
Proprio a loro Dio tende il primo agguato.
Dio è in cerca anche con noi, di quella nostra voglia insopprimibile e invincibile – se cercate bene c’è in ognuno di noi – capace, ogni volta che le diamo anche solo un minimo spazio, di risorgere e farci tornare a sperare e credere che certe situazioni non sono solo una condanna, ma sono il luogo in cui siamo chiamati ad amare ancora di più, con passione vera e non solo pazienza.
Egli è già in cerca di tutti coloro che vogliono la guerra, per disarmare i loro cuori, ancora prima che le loro mani.
È ancora Pasqua. Il Signore non ha smesso di essere al lavoro soprattutto con i vivi. E non se ne andrà definitivamente in cielo a riposare, prima di aver fatto tutto quello che deve fare con noi, i vivi. Egli non ci darà tregua e non ci darà pace perché non ama vederci troppo a lungo nella nostra falsa pace. Ci sta cercando.
Buona Pasqua a voi.

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L’altra metà del cielo

Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

In collaborazione con l’Amministrazione Comunale di Monticello Brianza,  mercoledì 30 aprile 2022 presso la Biblioteca Comunale di Monticello

Vi invitano
all’incontro  con l’associazione

ALZERÒ IL GRIDO DELLA PROTESTA
contro la viltà del prepotente,
contro la violenza ottusa che colpisce,
contro la perfidia dell’umiliare,
contro la pretesa aggressiva di possedere.    Incontro altra metà del cielo
E sarò la voce di ogni donna ferita,
di ogni giovinezza negata,
di ogni bellezza sfruttata,
di ogni fedeltà tradita.
Alzerò il grido della protesta
e l’invocazione della giustizia
per ogni bambina violata,
per ogni ragazza ingannata,
per ogni maturità umiliata,
per ogni morte violenta.
Alzerò il grido della protesta
contro ogni uomo che percuote una donna,
contro ogni uomo che disprezza una sorella, un fratello.
Alzerò il grido della protesta
per ogni casa corrotta a prigione,
per ogni bellezza ridotta a spettacolo,
per ogni sogno trasformato in incubo,
per ogni donna usata come oggetto.
Alzerò il grido della protesta!

La partecipazione all’incontro avviene nel rispetto delle regole della prevenzione del contagio da Covid-19. OBBLIGO DI MASCHERINA
Scarica la locandina

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Domenica delle Palme

Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi

Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi

Il tempo lo puoi contare in anni, lo puoi contare in mesi, in settimane o in giorni, in ore o in minuti. Dipende da cosa conti e da quanto vale per te quello che conti.
La vita la conti in anni. Festeggiamo compleanno dopo compleanno. Anche la durata di un matrimonio ha la sua giusta misura in anni. Ci sono gli anni di scuola; ci sono le mattine sui banchi e le ore che a volte non passano mai. Una partita di calcio la misuri in minuti, 45 per tempo; i minuti iniziali quando la partita prende il via non hanno lo stesso valore di quelli finali, specialmente se il risultato non è ancora al sicuro e da un momento all’altro la sorte della partita può cambiare. Per chi ama il basket sa che a volte sono preziosi anche i secondi.
Una quaresima la contiamo in settimane. Ma una volta arrivati alla Domenica delle Palme ci accorgiamo che dobbiamo cominciare a contare in giorni perché ogni giorno si fa importante.
Arrivati poi al Giovedì Santo ci accorgiamo che ogni attimo si fa importante. In quel giorno non puoi perderti le parole e i gesti di Gesù dentro il cenacolo; quel pane spezzato e condiviso, quel calice offerto, entrambe come partecipazione alla vita di Dio; la lavanda dei piedi; il tradimento di Giuda; l’arresto nell’orto degli ulivi, l’inizio del processo e il rinnegamento.
Il Venerdì Santo conosci attimi drammatici: la conclusione del processo; la condanna urlata dal popolo intero: sia crocifisso; la croce caricata sulle spalle di Gesù, la crocifissione, l’ultimo grido, la morte.
Arriva poi il lungo silenzio del Sabato Santo, quando il tempo non passa mai: la percezione della sconfitta, la rassegnazione e la tristezza fino a quando, il mattino dopo, risuona la domanda sconvolgente: perché cercate tra i morti colui che è vivo?
Durante la Settimana Santa il tempo non lo puoi più misurare in settimane come abbiamo fatto lungo la quaresima. La lettera agli Ebrei ci raccomanda così: dopo aver deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento.
La nostra percezione del male si è fatta in questi anni ancora più acuta e pungente. Anche se qualcuno ancora ci riesce, non ci permette più di rimanere così facilmente indifferenti.
L’aria di festa che si respira il giorno dell’ingresso a Gerusalemme non è pienamente sincera: La grande folla che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!». Ma lo scontro è solo all’inizio e ogni attimo sarà decisivo. Il tempo allora non si conta in settimane, si conta in giorni, forse anche in ore. Si conta in attimi, gli attimi della settimana santa, autentica, dove ogni parola e ogni gesto sono veri. Il mistero del male sembra avere tutti i favori del pronostico, esattamente come accade ancora oggi. Perfino i discepoli di Gesù passano al nemico e fanno il suo gioco. Giuda tradisce, Pietro rinnega, degli altri non c’è traccia.
Mi sconvolge ogni volta leggere dell’intenzione dei capi dei sacerdoti che decisero di uccidere anche Lazzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù. Questa decisione di uccidere colui che Gesù aveva strappato alle mani della morte, mi mette davanti alla testardaggine dell’uomo – e alla mia testardaggine – che sembra non imparare nulla neppure dalla storia, che sembra non saper fare tesoro prezioso della Grazia di Dio. Eppure Gesù rimane il protagonista indiscusso di questa vicenda, perché di fronte agli eventi che accadono – per quanto drammatici e orribili – ciò che decide la storia, ciò che rimane in nostro potere, è la risposta che ad essi decidiamo di dare. In ogni attimo, non domani, non tra un anno. Ora.
Siamo assediati dal male, siamo assediati dal peccato – il nostro e quello del mondo –; siamo affannati dal male che ci sovrasta; siamo spaventati da una guerra che non abbiamo voluto e che non possiamo fermare; siamo sgomenti di fronte ad orrori che abbiamo sperato o forse ci siamo illusi di poter considerare passati, ma possiamo prendere su di noi questa croce con lo stesso animo di Gesù. In ogni momento siamo chiamati ad attraversare il nostro tempo rispondendo con l’amore alle vicende della vita, l’unica risposta possibile per vincere il male e la morte.
Entriamo con gioia dentro questa nuova settimana santa, consapevoli che non siamo invitati a parteciparvi per rattristarci della morte, ma per imparare a gioire della vita, chiedendo come Gesù stesso ci ha insegnato a dire: liberaci dal male.

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Calendario Settimana Santa

calendario settimana santa

LUNEDÌ 11 APRILE
“Ti sembra giusto essere sdegnato così?” – Oltre questa stupida rabbia per niente
Quarta meditazione a ripresa e conclusione degli Esercizi spirituali di inizio quaresima
Ore 9.00 nella chiesa di Torrevilla – Santa messa e meditazione
Ore 20.30 nella chiesa di Monticello – Santa messa e meditazione
MARTEDÌ 12 APRILE
Ore 9.00 Santa Messa nella chiesa di Torrevilla
MERCOLEDÌ 13 APRILE
Ore 20.30 Santa Messa nella chiesa di Monticello
GIOVEDÌ 14 APRILE
SANTA MESSA DELL’EUCARESTIA ore 16.30 nella chiesa di Monticello
SANTA MESSA IN COENA DOMINI ore 21.00 nella chiesa di Torrevilla
VENERDÌ 15 APRILE
CELEBRAZIONE DELLA PASSIONE E MORTE DI GESÙ
Ore 15.00 nella chiesa di Torrevilla
Ore 21.00 nella chiesa di Monticello
VIA CRUCIS per i ragazzi ore 16.30 nella chiesa di Monticello
SABATO 16 APRILE
VEGLIA PASQUALE ore 21.00 nella Chiesa di Monticello
Vi invitiamo a partecipare portando una campanella
DOMENICA 17 APRILE – SANTA PASQUA
Ore 9.30 e ore 18.00 nella chiesa di Torrevilla
Ore 11.00 nella chiesa di Monticello
LUNEDÌ DELL’ANGELO 18 APRILE
Sante Messe ore 9.30 nella chiesa di Torrevilla e ore 11.00 nella chiesa di Monticello

orari settimana santa

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V domenica di Quaresima

Se tu fossi stato qui...

Se tu fossi stato qui…

«Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» … con queste parole Marta accoglie Gesù al suo arrivo a Betania. Un arrivo fuori tempo. Lazzaro è morto. Il funerale è già stato fatto. La tomba è ormai chiusa. Con Lazzaro dovrebbero essere morti e sepolti anche tutti i se e i ma. Non è più il tempo utile per scelte diverse. Come fa dire il Manzoni a don Abbondio: del senno di poi ne sono piene le fosse. «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» con le stesse parole anche Maria si rivolge a Gesù. Le stesse parole impastate di rimprovero, di dolore, di rabbia, di rammarico e di rimpianto. Quando la morte ci arriva vicino, così vicino da imporre la sua presenza, così vicino da farci capire che il tempo a disposizione è scaduto, che non è più tempo di scelte, mentre ti scorrono davanti le occasioni che non hai riconosciuto o di cui non hai approfittato, è facile lasciarsi andare al rimpianto; è facile piangere, ma anche piangersi addosso. Facile intonare la litania dei se e dei ma. Se tu fossi stato qui, se io non fossi andato là, se non avessi fatto questa scelta, se me lo avessero detto prima, se non avessi aspettato tanto, se avessi preso una decisione diversa, se non mi avessero impedito di, se l’avessi capito subito… e il gioco può continuare all’infinito. Accade quando la vita presenta il conto, quando la morte si avvicina, quando ci si accorge che il tempo a disposizione sta per finire; allora, e spesso solo allora, si ha cura di non sbagliare scelta, di non sprecare il tempo, di non sciupare le occasioni. Stare davanti alla resurrezione di Lazzaro, credere alla resurrezione, significa non solo credere in una vita oltre la morte, nella vita eterna, ma significa credere che la vita su questa terra, in attesa della resurrezione definitiva, proceda di resurrezione in resurrezione. Credi questo? La questione decisiva è questa, non i se e i ma. «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». A che serve aggrapparsi ai se e ai ma, pensando non ci sia più nulla da fare? Si comincia a morire quando i se e i ma diventano gli alibi per continuare nella stessa maniera, per rassegnarsi, per arrendersi e per smettere di sperare. Per rimandare invece che affrontare; per recriminare invece che risolvere; per scappare invece che restare davanti alle proprie responsabilità a cui forse è da attribuirsi la circostanza presente, ma a cui si può anche affidare la situazione futura. Possiamo essere infatti responsabili di quello che è accaduto, ma anche di quello che potrà accadere. Si comincia a rinascere quando si crede nel Dio della vita; quando si ricomincia da dove si è non da un altrove che non esiste. La resurrezione di Lazzaro comincia da una tomba che già manda cattivo odore. Comincia con un semplice comando: vieni fuori. Continua con bende da togliere: Liberàtelo. Con una libertà da riassaporare: lasciàtelo andare» Il rimpianto in apparenza è un sentimento che guarda al passato, ma è anche un sentimento che sa guardare al futuro e lo condiziona. Ci blocca nelle scelte quando invece che decidere cominciamo a pensare ossessivamente alle conseguenze delle nostre scelte e ci blocchiamo. Quando Gesù dice a Marta: «Tuo fratello risorgerà» e a Marta pare una frase consolatoria di circostanza, sentita chissà quante volte, tanto da rispondere con una punta di delusione: «So bene che risorgerà nell’ultimo giorno. Ma l’ultimo giorno è così lontano dal mio desiderio e dal mio dolore».  Ma Gesù insiste e afferma: «Io sono la risurrezione e la vita». Prima la risurrezione, poi la vita. Non nell’ultimo giorno, bensì ora. Risurrezione è un’esperienza che interessa il nostro presente e non solo il futuro.  Leggendo questo Vangelo a me viene da pensare che a risorgere sono chiamati i vivi prima che i morti. «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo»: non è forse vero che anche noi molte volte viviamo una vita addormentata. Vieni fuori Lazzaro. La morte ci fa paura, ma dovrebbe farci più paura vivere mortificando ogni nostro slancio. È bellissimo quello che Mosè ricorda al suo popolo in cammino dentro il deserto: Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi. Gridiamo anche noi al Signore. E lasciamoci toccare da quella parola potente: Vieni fuori!

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4° domenica di quaresima

vedo anche uno spicchio di cielo

vedo anche uno spicchio di cielo

Per non vedere non è obbligatorio essere ciechi o chiudere gli occhi. Basta non credere. Basta non aver fiducia. A quel punto non credi neppure a quel che vedi. Lo dimostrano alcuni dei personaggi descritti in questo Vangelo. I vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Eppure, chissà quante volte l’avevano visto. Sanno che è lui, ma non vogliono credere a quello che i loro occhi vedono. Non vogliono crederci nonostante le parole stesse di quell’uomo: sono io! guardatemi! Non vogliono crederci i farisei. Faticano perfino i suoi genitori: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo.  Oggi, in questa quarta domenica di quaresima, un uomo cieco dalla nascita, a cui Gesù riapre gli occhi, ci ricorda come per vedere non bastano gli occhi, occorre il cuore e serve la fiducia. Lui, uomo capace di fidarsi ad occhi chiusi, ci ricorda che se anche il proverbio ci dice che fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio, ci ricorda che senza fiducia non si va lontano. Non riusciamo neppure ad immaginare quanta fiducia occorra quando non si vede: non vedi chi hai intorno; non vedi cosa fanno gli altri, non vedi con quale intenzione ti si avvicinano; quando non vedi cosa hai davanti: una sedia, un muro, una porta o una finestra; quando ogni spostamento, dentro e fuori casa diventa un percorso ad ostacoli e ti accorgi che se il cuore non mette nel conto la fiducia ad ogni passo, non vai da nessuna parte: fiducia in se stessi e negli altri. Fiducia in un bastone o in un animale a cui affidi la tua vita. Ce lo ricorda quest’uomo quando Gesù gli si avvicina e, senza presentazioni, sputa per terra poi mette il fango sugli occhi di quell’uomo. Ce lo ricorda quest’uomo che con quel fango sugli occhi, quindi ancora più nell’oscurità di prima, brancolando ancora nel buio, si incammina fiducioso in un ordine ricevuto: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe». Quest’uomo è forse il testimone di cui noi abbiamo bisogno in questi tempi bui. Dove fatichi a capire cosa sta succedendo, dove stiamo andando, dove e come finiremo. È il testimone di cui abbiamo bisogno in questi tempi dove sono tante le domande che tormentano il cuore. È testimone che ci insegna a camminare nell’oscurità, non negando quello che vedono, non temendo quello che gli occhi vedono, ma mettendo in gioco la fiducia ad ogni passo. Cominciando anche noi un cammino di guarigione non dei nostri occhi, ma del nostro cuore; attendendo di essere liberati dal male, passando prima attraverso il male, costruendo la pace, attraversando il conflitto. Noi oggi abbiamo bisogno che il Signore guarisca la nostra fiducia, non i nostri occhi. Quella fiducia incrinata o forse addirittura rotta da quel che ci succede intorno. La pandemia, le guerre, la fame, le povertà, le malattie, le emergenze climatiche, le ingiustizie… per tutti i momenti in cui a causa di tutto questo ci sentiremo stanchi, scoraggiati, affannati, timorosi che questa lunga notte non finisca, guardiamo a questo cieco nato e camminiamo con lui nella fiducia. La guarigione di quest’uomo nasce non dallo sguardo del cieco che vede Gesù, ma dallo sguardo di Gesù che vede il cieco. Questo è ciò che alimenta la nostra fiducia, ciò che sostiene la nostra poca fede. Dio non ha smesso di guardarci e siamo guardati anche quando non vediamo! Siamo custoditi nelle tenebre da colui che è luce e offre una nuova possibilità a chi è disposto a camminare anche nelle tenebre, a fidarsi ad occhi chiusi e decide di non rassegnarsi a rimanere seduto nell’oscurità trovando nella sua condizione il pretesto per lamentarci e piangersi addosso se non addirittura arrabbiarsi. Tra le vittime delle camere a gas di Auschwitz del 30 settembre 1943 ” secondo un rapporto della Croce Rossa” c’era anche lei, Etty Hillesum di 29 anni. Scrive da quel luogo: «Ma cosa credete? Che non veda il filo spinato, non veda i forni, non veda il dominio della morte, sì, ma vedo anche uno spicchio di cielo e questo spicchio di cielo ce l’ho nel cuore, e in questo spicchio di cielo che ho nel cuore vedo libertà e bellezza. Non ci credete? Invece è così. Ho una fiducia così grande: non nel senso che tutto andrà sempre bene nella mia vita esteriore, ma nel senso che anche quando le cose mi andranno male, io continuerò ad accettare questa vita come una cosa buona.» Il cieco nato, come Etty, ci racconta la fiducia e la speranza; ci dice come siano previdenti questi atteggiamenti del cuore. Vedono prima, vedono lontano. E noi ne abbiamo tanto bisogno.

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