2° di Pasqua

beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!

beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!

A volte per sostenere le proprie argomentazioni si usano espressioni di questo tipo: “senza dubbio…”, “senza alcun dubbio”, “non c’è dubbio”. E ci dimentichiamo che il dubbio appartiene alla vita; che a pareggiare tutte quelle volte che abbiamo usato quelle espressioni, ce ne sono altre in cui abbiamo detto: dubito. Il dubbio appartiene alla nostra vita più di quanto immaginiamo: dubitiamo dell’altro, del futuro, di una scelta, delle capacità di qualcuno e anche delle nostre, si dubita dell’amore e si dubita di noi stessi. Normale quindi mettere nel conto che si possa anche dubitare di Dio.
In questa domenica che conclude l’ottava di Pasqua, tipicamente si presenta a noi Tommaso. Conosciamo così bene l’episodio del Vangelo che il suo nome è il nome dato a tutti gli increduli e ai dubbiosi, a tutti coloro che cercano prove, che non riescono a fidarsi senza vedere, senza toccare. Non facciamogli il torto di pensare che oggi egli ci venga presentato come il discepolo mediocre e inaffidabile, a cui guardare con aria di superiorità. Oggi Tommaso è chiamato semplicemente a metterci la faccia e a rappresentare ogni discepolo. Attraverso lui – il discepolo che voleva vedere     – quel giorno viene annunciata e donata anche a noi la promessa di una beatitudine da accogliere: beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! Una promessa di beatitudine che riguarda tutti quegli uomini e donne che non hanno banalmente rinunciato a capire, ma hanno accettato di fidarsi di Dio, evitando di sottoporlo a interminabili domande e interrogativi per concedergli in anticipo l’adesione e il sostegno della propria intelligenza e del proprio cuore; per credere non dopo aver visto, ma cominciare a vedere dopo aver creduto.
Tommaso è il discepolo della fede perduta e della fede ritrovata.
Tommaso è il discepolo di una delle più belle e semplici professioni di fede di tutto il Vangelo: «Mio Signore e mio Dio!»  e l’evangelista Giovanni lo incarica di rappresentare tutti quei cristiani che Gesù non lo hanno mai visto, che non hanno mai conosciuto gli apostoli.
Egli ha l’incarico di rappresentare e incoraggiare tutti quei cristiani che non hanno incontrato nessuno dei testimoni diretti delle vicende raccontate nel Vangelo e sono chiamati a fidarsi di quel passaparola di testimoni che hanno raccolto l’annuncio di fede, lo hanno fatto proprio e lo hanno consegnato ad altri; uomini e donne che abitano la storia e i giorni dell’umanità, faticano a credere e si chiedono perché dovrebbero credere.
Si chiedono non solo se il Signore è risorto davvero, ma quale vantaggio ne abbia tratto l’umanità intera. Si chiedono ora come è possibile incontrarlo di nuovo.
Sentono che nel loro cuore abitano e si confrontano tante contraddizioni e sono chiamati oggi a rinunciare al bisogno di troppe certezze che a volte ci porta ad inventarcele, a tirare troppo in fretta conclusioni, a semplificare, a fermarci alle apparenze, ad arrenderci ai pregiudizi. Siamo noi quel Tommaso quando vogliamo sciogliere subito tutti i nodi, vogliamo uscire dall’incertezza della nostra vita, vogliamo capire qui e ora dove e a che ora si arriva, non tolleriamo alcun ritardo sui nostri programmi, nessuna insicurezza. A Tommaso e a noi, Gesù propone non tanto un’altra strada, ma un altro modo di camminare. Ci dice che a Lui non dobbiamo chiedere facili rassicurazioni o scorciatoie.
Frère Roger di Taizé diceva che la fede è un’esperienza simile al camminare: si passa sempre da un equilibrio ad uno squilibrio, per tornare poi all’equilibrio. Quando parti sei in equilibrio sicuro su due piedi, ma devi alzarne uno, perdere e ritrovare l’equilibrio appoggiandolo ora su uno ora sull’altro piede. Solo così avanzi, accettando questa situazione a volte scomoda, ma necessaria al camminare.
La fede è saper sopportare i dubbi, senza usare per camminare le stampelle di false certezze. La Pasqua ci ha appena offerto la certezza più importante per il discepolo: Il Signore non muore. Possiamo fare qualsiasi cosa. Lo puoi maltrattare; insultare; rinnegare; appendere ad una croce. Quel Dio risorge. Non si arrende. Tanto che quando risorge mostra i segni delle ferite, non per chiedere giustizia dell’ingiustizia subita, ma per garantire di essere proprio lui, colui che è stato crocifisso, colui che l’uomo ha tentato di uccidere e togliere di mezzo. Credere è fidarsi che quel Dio sta dalla tua parte e decidere di stare dalla sua parte.
Lui, nostro Signore e nostro Dio.

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