V domenica di Quaresima

Se tu fossi stato qui...

Se tu fossi stato qui…

«Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» … con queste parole Marta accoglie Gesù al suo arrivo a Betania. Un arrivo fuori tempo. Lazzaro è morto. Il funerale è già stato fatto. La tomba è ormai chiusa. Con Lazzaro dovrebbero essere morti e sepolti anche tutti i se e i ma. Non è più il tempo utile per scelte diverse. Come fa dire il Manzoni a don Abbondio: del senno di poi ne sono piene le fosse. «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» con le stesse parole anche Maria si rivolge a Gesù. Le stesse parole impastate di rimprovero, di dolore, di rabbia, di rammarico e di rimpianto. Quando la morte ci arriva vicino, così vicino da imporre la sua presenza, così vicino da farci capire che il tempo a disposizione è scaduto, che non è più tempo di scelte, mentre ti scorrono davanti le occasioni che non hai riconosciuto o di cui non hai approfittato, è facile lasciarsi andare al rimpianto; è facile piangere, ma anche piangersi addosso. Facile intonare la litania dei se e dei ma. Se tu fossi stato qui, se io non fossi andato là, se non avessi fatto questa scelta, se me lo avessero detto prima, se non avessi aspettato tanto, se avessi preso una decisione diversa, se non mi avessero impedito di, se l’avessi capito subito… e il gioco può continuare all’infinito. Accade quando la vita presenta il conto, quando la morte si avvicina, quando ci si accorge che il tempo a disposizione sta per finire; allora, e spesso solo allora, si ha cura di non sbagliare scelta, di non sprecare il tempo, di non sciupare le occasioni. Stare davanti alla resurrezione di Lazzaro, credere alla resurrezione, significa non solo credere in una vita oltre la morte, nella vita eterna, ma significa credere che la vita su questa terra, in attesa della resurrezione definitiva, proceda di resurrezione in resurrezione. Credi questo? La questione decisiva è questa, non i se e i ma. «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». A che serve aggrapparsi ai se e ai ma, pensando non ci sia più nulla da fare? Si comincia a morire quando i se e i ma diventano gli alibi per continuare nella stessa maniera, per rassegnarsi, per arrendersi e per smettere di sperare. Per rimandare invece che affrontare; per recriminare invece che risolvere; per scappare invece che restare davanti alle proprie responsabilità a cui forse è da attribuirsi la circostanza presente, ma a cui si può anche affidare la situazione futura. Possiamo essere infatti responsabili di quello che è accaduto, ma anche di quello che potrà accadere. Si comincia a rinascere quando si crede nel Dio della vita; quando si ricomincia da dove si è non da un altrove che non esiste. La resurrezione di Lazzaro comincia da una tomba che già manda cattivo odore. Comincia con un semplice comando: vieni fuori. Continua con bende da togliere: Liberàtelo. Con una libertà da riassaporare: lasciàtelo andare» Il rimpianto in apparenza è un sentimento che guarda al passato, ma è anche un sentimento che sa guardare al futuro e lo condiziona. Ci blocca nelle scelte quando invece che decidere cominciamo a pensare ossessivamente alle conseguenze delle nostre scelte e ci blocchiamo. Quando Gesù dice a Marta: «Tuo fratello risorgerà» e a Marta pare una frase consolatoria di circostanza, sentita chissà quante volte, tanto da rispondere con una punta di delusione: «So bene che risorgerà nell’ultimo giorno. Ma l’ultimo giorno è così lontano dal mio desiderio e dal mio dolore».  Ma Gesù insiste e afferma: «Io sono la risurrezione e la vita». Prima la risurrezione, poi la vita. Non nell’ultimo giorno, bensì ora. Risurrezione è un’esperienza che interessa il nostro presente e non solo il futuro.  Leggendo questo Vangelo a me viene da pensare che a risorgere sono chiamati i vivi prima che i morti. «Lazzaro, il nostro amico, si è addormentato; ma io vado a svegliarlo»: non è forse vero che anche noi molte volte viviamo una vita addormentata. Vieni fuori Lazzaro. La morte ci fa paura, ma dovrebbe farci più paura vivere mortificando ogni nostro slancio. È bellissimo quello che Mosè ricorda al suo popolo in cammino dentro il deserto: Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi. Gridiamo anche noi al Signore. E lasciamoci toccare da quella parola potente: Vieni fuori!

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