Per non vedere non è obbligatorio essere ciechi o chiudere gli occhi. Basta non credere. Basta non aver fiducia. A quel punto non credi neppure a quel che vedi. Lo dimostrano alcuni dei personaggi descritti in questo Vangelo. I vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Eppure, chissà quante volte l’avevano visto. Sanno che è lui, ma non vogliono credere a quello che i loro occhi vedono. Non vogliono crederci nonostante le parole stesse di quell’uomo: sono io! guardatemi! Non vogliono crederci i farisei. Faticano perfino i suoi genitori: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Oggi, in questa quarta domenica di quaresima, un uomo cieco dalla nascita, a cui Gesù riapre gli occhi, ci ricorda come per vedere non bastano gli occhi, occorre il cuore e serve la fiducia. Lui, uomo capace di fidarsi ad occhi chiusi, ci ricorda che se anche il proverbio ci dice che fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio, ci ricorda che senza fiducia non si va lontano. Non riusciamo neppure ad immaginare quanta fiducia occorra quando non si vede: non vedi chi hai intorno; non vedi cosa fanno gli altri, non vedi con quale intenzione ti si avvicinano; quando non vedi cosa hai davanti: una sedia, un muro, una porta o una finestra; quando ogni spostamento, dentro e fuori casa diventa un percorso ad ostacoli e ti accorgi che se il cuore non mette nel conto la fiducia ad ogni passo, non vai da nessuna parte: fiducia in se stessi e negli altri. Fiducia in un bastone o in un animale a cui affidi la tua vita. Ce lo ricorda quest’uomo quando Gesù gli si avvicina e, senza presentazioni, sputa per terra poi mette il fango sugli occhi di quell’uomo. Ce lo ricorda quest’uomo che con quel fango sugli occhi, quindi ancora più nell’oscurità di prima, brancolando ancora nel buio, si incammina fiducioso in un ordine ricevuto: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe». Quest’uomo è forse il testimone di cui noi abbiamo bisogno in questi tempi bui. Dove fatichi a capire cosa sta succedendo, dove stiamo andando, dove e come finiremo. È il testimone di cui abbiamo bisogno in questi tempi dove sono tante le domande che tormentano il cuore. È testimone che ci insegna a camminare nell’oscurità, non negando quello che vedono, non temendo quello che gli occhi vedono, ma mettendo in gioco la fiducia ad ogni passo. Cominciando anche noi un cammino di guarigione non dei nostri occhi, ma del nostro cuore; attendendo di essere liberati dal male, passando prima attraverso il male, costruendo la pace, attraversando il conflitto. Noi oggi abbiamo bisogno che il Signore guarisca la nostra fiducia, non i nostri occhi. Quella fiducia incrinata o forse addirittura rotta da quel che ci succede intorno. La pandemia, le guerre, la fame, le povertà, le malattie, le emergenze climatiche, le ingiustizie… per tutti i momenti in cui a causa di tutto questo ci sentiremo stanchi, scoraggiati, affannati, timorosi che questa lunga notte non finisca, guardiamo a questo cieco nato e camminiamo con lui nella fiducia. La guarigione di quest’uomo nasce non dallo sguardo del cieco che vede Gesù, ma dallo sguardo di Gesù che vede il cieco. Questo è ciò che alimenta la nostra fiducia, ciò che sostiene la nostra poca fede. Dio non ha smesso di guardarci e siamo guardati anche quando non vediamo! Siamo custoditi nelle tenebre da colui che è luce e offre una nuova possibilità a chi è disposto a camminare anche nelle tenebre, a fidarsi ad occhi chiusi e decide di non rassegnarsi a rimanere seduto nell’oscurità trovando nella sua condizione il pretesto per lamentarci e piangersi addosso se non addirittura arrabbiarsi. Tra le vittime delle camere a gas di Auschwitz del 30 settembre 1943 ” secondo un rapporto della Croce Rossa” c’era anche lei, Etty Hillesum di 29 anni. Scrive da quel luogo: «Ma cosa credete? Che non veda il filo spinato, non veda i forni, non veda il dominio della morte, sì, ma vedo anche uno spicchio di cielo e questo spicchio di cielo ce l’ho nel cuore, e in questo spicchio di cielo che ho nel cuore vedo libertà e bellezza. Non ci credete? Invece è così. Ho una fiducia così grande: non nel senso che tutto andrà sempre bene nella mia vita esteriore, ma nel senso che anche quando le cose mi andranno male, io continuerò ad accettare questa vita come una cosa buona.» Il cieco nato, come Etty, ci racconta la fiducia e la speranza; ci dice come siano previdenti questi atteggiamenti del cuore. Vedono prima, vedono lontano. E noi ne abbiamo tanto bisogno.
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