5 domenica di quaresima

io vado a svegliarlo

Questa è la domenica di Lazzaro; della resurrezione di Lazzaro; ma è anche la domenica della morte di Lazzaro. Una morte che viene chiesto a Gesù di impedire: Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato», ma che Gesù lascia incomprensibilmente accadere: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là; lasciando che ciascuno faccia i conti con questa morte e osservando – e noi con lui – le loro reazioni. 
Così possiamo vedere che c’è chi si dice disponibile a morire: Quando Gesù dice che è ora di andare in Giudea, da Lazzaro, Tommaso disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
C’è chi non vuol vedere morire le persone care: Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
C’è chi, suo malgrado, senza averlo scelto e senza averlo potuto impedire, muore: Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro.
C’è chi alla morte non vuole arrendersi: disse Marta a Gesù: so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà.» Ma poi proprio Marta sembra arrendersi: proprio lei, la sorella del morto dice a Gesù: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni».
C’è chi non sa cosa dire e cosa pensare: Maria stava seduta in casa.
C’è, come è prevedibile, chi come Maria e i giudei piangono. Anche Gesù scoppiò in pianto.
C’è anche chi la morte la vorrebbe procurare: è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo». Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.
La morte è un buon punto di osservazione per imparare qualcosa sulla vita e anche per conoscere meglio le persone; rileggendo le reazioni di tutte le persone coinvolte e descritte in questo racconto certamente possiamo anche conoscere qualcosa di più di ciascuno di loro.
Di fronte alla morte si può reagire in tanti modi. Di sicuro puoi reagire se non sei il morto. 
Non per nulla non ci viene detto nulla di Lazzaro. Tutto quello che sappiamo è questo: al grido di Gesù «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario.
Del resto, pur con tutta la paura che ci può fare la morte, è da vivi che noi la conosciamo! Il nostro fare esperienza della morte è sempre legato alla morte degli altri; non alla nostra.
Così oggi, partecipando anche noi a questo racconto possiamo chiedere al Signore di farci conoscere qualcosa di noi stessi anche se forse questo racconto – è almeno la mia impressione – non è che ci meravigli più di tanto, forse anche a motivo del fatto che con la resurrezione di Lazzaro la morte non è sconfitta per sempre e noi continuiamo a doverne fare i conti. Continuiamo ad averne paura.
Ci fa paura, anche se io continuo a pensare che dovrebbe farci più paura girovagare per la vita come dei semplici sopravvissuti e non dei risorti.
Continuo a pensare che è banale e forse anche inutile stupirci della resurrezione di Lazzaro se non siamo capaci di provare meraviglia per il fatto di essere venuti al mondo. Abbiamo perso la capacità di provare meraviglia per il nostro essere al mondo? Per questo motivo la resurrezione di Lazzaro è poco più che il solito racconto di una delle domeniche di quaresima?
Siamo così impauriti che ci siamo dimenticati che non è possibile essere veramente vivi senza essere sempre consapevoli della morte e che la morte non ci aspetta alla fine di una lunga strada. È sempre con noi, nell’essenza di ogni momento.  È nascosta nell’esperienza della malattia, ma è nascosta anche nella tristezza che a volte ci prende; è nascosta in ogni nostro gesto egoista e in ogni occasione persa di fare il bene; è nascosta nella solitudine ed è nascosta nelle nostre parole cattive e in ogni maldicenza; è nascosta nella nostra indifferenza come anche in ogni ingiustizia; in ogni spreco e in ogni prepotenza.
Continuiamo a fingere di non sapere con la testa quello che la nostra carne ci dice con il semplice passare degli anni: le forze vengono meno, anche banalmente la vista, le rughe, i capelli bianchi, i semplici acciacchi. E facciamo di tutto per nascondere tutti questi segni: facciamo di tutto per provare a rimanere giovani nel corpo, senza far pace con quella che è la realtà più naturale di questo mondo.
La morte è davvero una maestra misteriosa, ma alla fine nascosta in bella vista: ci aiuta a scoprire ciò che conta di più e la cosa bella è che non dobbiamo aspettare di incontrarla per imparare e attingere alla saggezza che ha da offrirci.
Ci aiuta a non dare per scontata la vita, ad apprezzare il tempo, a non sciuparlo, a non rincorrere tutto ciò che ha la consistenza del momento, dell’effimero; il pensiero che ciò che amiamo potrebbe non esserci più, ci permetterebbe inevitabilmente di apprezzare e custodire meglio ciò che amiamo. 
Se ci fermassimo a pensare come vorremmo essere ricordati, forse ci preoccuperemmo un po’ meno di noi stessi e molto più degli altri, forse saremmo meno preoccupati di accumulare ricchezze e più di regalare un sorriso, di dedicare tempo e di fare carezze ed abbracci. 
Il termine che noi con molta solennità traduciamo con risuscitare, nella lingua greca rimanda ad azioni molto più ordinarie e quotidiane: svegliarsi, alzarsi, mettersi in piedi. Cose che ci appaiono forse banali, ma che sono un privilegio.
Quante azioni lo sono e ce ne siamo dimenticati? 
Dice Gesù: il nostro amico Lazzaro si è addormentato. Andiamo a svegliarlo, ad alzarlo, a rimettersi in piedi. Andiamo a farlo risorgere.
Credo che in ciascuno di noi ci sia qualcosa di addormentato che ha bisogno di un miracolo simile.

Pubblicato in Riflessioni, Vangelo della domenica | Lascia un commento

4 domenica di quaresima

Ci sono scadenti esploratori che pensano che non ci siano terre dove approdare
solo perché non riescono a vedere altro che mare attorno a sé

Ci sono scadenti esploratori che pensano che non ci siano terre dove approdare solo perché non riescono a vedere altro che mare attorno a sé. Riescono a vedere solo il mare e per questo non riescono neppure ad immaginare che ci sia qualcosa d’altro da esplorare, qualcosa d’altro da conoscere; un motivo per cui lasciare la riva e mettersi in mare, viaggiare, rischiare, fare approdo in terre ancora sconosciute.
Non siamo ciechi, come l’uomo del vangelo, ma a volte anche noi vediamo solo quello che vogliamo vedere, quello che ci fa comodo vedere, quello che non ci scomoda e non ci disturba.
È così per i discepoli. Nonostante siano già da tempo con Gesù, non sembrano aver imparato ancora molto. La loro visione del mondo è ancora legata ad insegnamenti precisi: agli occhi di Dio, ogni colpa è punita.  Se quest’uomo è cieco, o lui, o i suoi genitori devono aver combinato qualcosa e quell’infermità è sia la prova, quasi il marchio della colpa, sia la punizione. Oltre non riescono ad andare, anche se hanno almeno la pazienza di chiedere un parere a Gesù: “Rabbì, secondo te, di chi è la colpa?”. “Sbagli? paghi!”. Il loro unico interesse: Chi è il colpevole? Dov’è l’errore? Chi ha sbagliato? Di chi le responsabilità? Direi un modo di pensare che non è cambiato: quante volte anche la nostra unica preoccupazione è quella di scaricare le colpe su qualcuno, trovare il colpevole. Così, poi, uno si può sentire a posto, tranquillo e in pace. Soprattutto, trovato il colpevole, ho anche trovato il buon motivo per non occuparmi del problema! Hai voluto metterti in mare tu, la tua famiglia e i tuoi bambini? Sei morto affogato in mare? Chi ti ha detto di partire? Te l’avevo detto che era pericoloso e che oltre il mare c’era il nulla. 
Un po’ semplice il sistema, ma solitamente funziona molto bene.
È così per gli amici e i conoscenti del cieco. Si accorgono che ora ci vede. Alcuni lo ammettono: “Sì, in effetti è proprio lui!” Altri invece decisamente dubitano: “No, è solo uno che gli assomiglia”. Sono quelli per cui le cose non possono cambiare così di punto in banco, men che meno le persone. Ti vogliono un gran bene, ma un gran bene “così come sei” che difficilmente accettano qualche cambiamento. Appena cambi ti dicono: non ti riconosco più. Fanno proprio tanta fatica ad accettare che tu possa essere diverso da come ti hanno conosciuto e da come forse vogliono che tu sia. Anche per loro il mare è un ostacolo oltre il quale non vi è nulla.
Ci vuole un po’ di faccia tosta, ma anche questo sistema funziona bene per evitare di cambiare a nostra volta. 
È così anche per i genitori. Buffa la loro reazione. Sembrano addirittura essere incapaci di gioire della guarigione del figlio. Troppo presi dalla paura, cercano di non compromettersi, di non sbilanciarsi: “Ha l’età, parlerà lui di sé stesso”.  Come dire: arrangiati; non vogliamo complicazioni; sei sempre il solito che non ascolti i nostri pareri e consigli. Chissà quante volte avevano sperato potesse accadere e ora che è accaduto… non riescono a vedere altro che il mare in quello che è successo, un mare di problemi. Non ti aspetti che un genitore nel bene e nel male nasconda la verità su un figlio solo per non fare brutta figura. Che ad un certo punto uno di cui ti fidi ti dica: “arrangiati, non te lo abbiamo chiesto noi  di cambiare; di prendere quella scelta; dovevi chieder consiglio prima e ti avrei detto a cosa andavi incontro; ti sei messo in un mare di guai, ma non coinvolgerci”. Quando decidete di pensare più a voi stessi che agli altri…  questo modo di fare torna buono.
Ci sono poi i farisei. Non sanno mettersi d’accordo tra di loro. Alcuni dicevano una cosa; alcuni ne dicevano un’altra, ma la vera indecisione è dentro ciascuno di loro, non fuori. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere. “Noi sappiamo; noi siamo figli di Mosè; quell’uomo che ti ha guarito è un peccatore; anche tu poi sei nato nei peccati e vuoi insegnare a noi?” Ecco la loro difesa di fronte all’inspiegabile miracolo: negare la realtà; screditare le persone; mettere tutto a tacere; far finta di non aver visto. Quando vuoi aver ragione a tutti i costi, a volte te le inventi: te la canti e te la suoni da solo.
Questi personaggi sono tutti dentro di noi.
Ma per fortuna c’è anche Gesù. Gesù non deve difendere niente e per questo è libero: di vedere, di pensare, di dire, di guarire. Quando uno non deve più salvare l’immagine, non pensa a salvare la faccia, allora è libero. Libero anche di fare brutta figura, essere deriso e rifiutato.   Quando uno non è preoccupato di salvare la sua faccia, può anche preoccuparsi degli altri. Il cieco nato sembra averlo capito e leggendo questo racconto credo che tutti possiamo dire che alla fine è quello che ci fa la figura migliore. Lui che non ci vedeva, ora non solo ci vede, ma è il più illuminato di tutti. Lui è quello che oggi ci appare meno stupido degli altri. Il più degno di stima, lui che all’inizio aveva perso la faccia facendosi spalmare del fango fatto con la saliva sugli occhi: perché se chiudi gli occhi sulla realtà solo per salvare la faccia o garantirti una presunta tranquillità, o solo perché ti manca il coraggio di affrontare il mare, non potrai che accontentarti di vivere in un mondo che non esiste, se non nelle tue illusioni.

Pubblicato in Riflessioni, Vangelo della domenica | Lascia un commento

Open day Asilo Nido Lo Scoiattolo Rosso

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

3 domenica di Quaresima

sarete liberi davvero

Per poter entrare dentro questo racconto o meglio, questo resoconto che Giovanni fa di questa discussione tra Gesù e i Giudei che avevano creduto in lui ci occorre una chiave. Possiamo provare ad utilizzare la “chiave” delle domande.
Il premio Nobel 1988 per la letteratura Nagib Mahfuz scrive «Potete giudicare quanto intelligente è un uomo dalle sue risposte. Potete giudicare quanto è saggio dalle sue domande.» E ancora nel romanzo l’Insostenibile leggerezza dell’essere si legge: La stupidità della gente deriva dall’avere una risposta per ogni cosa. La saggezza deriva, invece, dall’avere una domanda per ogni cosa.  C’è un’arte del domandare che fa crescere il sapere, c’è un domandare banale che lo rallenta se non addirittura lo spegne. 
Provate a rileggere il Vangelo e contate quanti punti di domanda ci sono: 8! 5 sono sulla bocca dei Giudei a segnalare queste domande.
Come puoi dire: “Diventerete liberi”?». 
«Non abbiamo forse ragione di dire che tu sei un Samaritano e un indemoniato?».
Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto?
Chi credi di essere?». 
«Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?».
Non sono certamente grandi domande. Hanno la consistenza leggera delle domande retoriche, quelle per cui in fondo si crede di avere già la risposta pronta. Hanno l’aria minacciosa delle domande per mettere all’angolo l’interlocutore e impedirgli di parlare. Soprattutto quel: chi credi di essere? Domande forse anche arroganti.
Ora andate a cercare le altre 3 di Gesù.  Eccole:
Per quale motivo non comprendete il mio linguaggio? 
Chi di voi può dimostrare che ho peccato?
Se dico la verità, perché non mi credete? 
Domande aperte, che invitano al dialogo, che non delegittimano l’interlocutore ma lo invitano al dialogo.
Oggi possiamo provare a tornare a casa non con delle risposte, come pure spesso ci aspettiamo davanti ad un brano di Vangelo, ma a tornare a casa con delle domande. Serie, personali, che chiedono tempo e ricerca, onestà e riflessione. Tutte cose che certamente costano e che solitamente ci scoraggiano da questo esercizio di affrontare le domande.
Cosa è la verità? Cosa è la libertà? In che rapporto stanno? Siamo così sicuri di poter esaltare anche noi, come già i Giudei, la nostra libertà e di poterla collocarla sul gradino più alto della nostra personale scala di valori? O forse così facendo possiamo essere liberi e insieme obbedire alle leggi e ai comandi che il Signore stesso scriverà sulle tavole di pietra che Mosè porterà sul monte Sinai?
I bambini si fermano al loro: “voglio”; a volte a tal punto da trasformare la volontà in un capriccio. Diventando grandi si dovrebbe poi imparare che il “voglio” non è grande criterio a cui affidarsi per le proprie decisioni, quanto meno non l’unico.
Non ho fatto altro finora che pormi e porvi domande, ma mi pare che per la fiducia che dovremmo riporre in Gesù, abbiamo il dovere di farlo. Lo dobbiamo fare, dice Gesù, per cercare e conoscere quella verità che ci farà liberi ma anche per cercare e difendere quella libertà che occorre avere per riconoscere la verità. 
La Parola di oggi ci indica qualche sentiero lungo il quale cercare risposte.
Si dice nella lettera ai Galati «Chi metterà in pratica queste cose, vivrà grazie ad esse».  E ancor prima di Paolo, Gesù raccomanda: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno.  
Vi viene suggerito che la verità non è sempre coincidente con la nostra volontà: quello che noi vogliamo non sempre ha a che fare con la verità, non sempre coincide con il bene. Ce ne discostiamo, in tanti e a volte banali modi.  Il solo fatto di essere liberi non ci impedisce di fare a volte sciocchezza, anzi.
Non tutto quello che voglio è un valore. A volte è semplicemente quello che voglio, è solamente qualcosa a cui io do valore e a cui rischio di sacrificare me stesso e gli altri. La carriera è un valore? Ma cosa devi sacrificare per arrivare dove sogni di arrivare?
La ricchezza? Il successo? Cosa devi trascurare per quel traguardo?
La mia tranquillità e il mio benessere? Se questa è la priorità, non piangiamo lacrime quando accadono tragedie in mare!
La nostra libertà è qualcosa di meraviglioso e insieme faticoso. Il Signore ci ha fatto così liberi che possiamo anche noi rivolgerci al Signore per dirgli: chi credi di essere?
Chi credi di essere per dirmi quello che devo o non devo fare?
Devo perdonare, devo amare, devo prendere la mia croce? So già ben io cosa devo fare nella mia vita. Chi sei per dirmi chi sono quelli che devo amare e chi invece devo tenere lontano. Chi credi di essere per dirmi che questa cosa è peccato ed è meglio che io non la faccia. Sono libero di farla, posso farla, per cui lasciami libero di farla.
Per favore, ti prego anche di non venirmi poi a farmi la morale e farmi sentire in colpa con i tuoi soliti discorsi: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato.
C’è sempre il rischio che la nostra fede diventi solo abitudine, sia solo apparenza e non fedeltà al Vangelo; il rischio di essere tra coloro che credono in lui, ma quando tocca le nostre cose e il nostro comodo, prendere pietre per scacciarlo.
Preghiamo umilmente e intensamente: Signore liberaci dal pericolo di credere solo a parole. Donaci la tua Parola. Donaci la fedeltà a quella Parola e non alle nostre parole, ai nostri pensieri se non sono i tuoi. Aiutaci a custodire quel bene prezioso che ci hai donato che è la nostra libertà, senza mai perdere di vista la tua Verità.

Pubblicato in Riflessioni, Vangelo della domenica | Lascia un commento

2 domenica di Quaresima

Perché la Vita sa arrivare a sorprendere

Il Signore Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù, dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. 
Ha tutti i tratti della casualità questo incontro tra Gesù e la donna samaritana di cui non ci viene detto il nome. Questo nel Vangelo solitamente è un modo per chiamarci in causa, per dirci che la storia che ci viene raccontata non riguarda altri, ma una vicenda universale e quindi anche mia, che ha il sapore dell’umanità, che possiamo condividere e da cui possiamo lasciarci interpellare mettendo il nostro nome.
Ha i tratti dell’incontro casuale, ma la vita è quello che accade mentre tu sei impegnato a fare i tuoi progetti. È quello che accade mentre tu fai le cose di ogni giorno, mentre tu assolvi ai tuoi doveri e obblighi quotidiani, come andare a prendere l’acqua al pozzo per le necessità della vita e della casa.
È quello che accade mentre tu sei stanco e, arrivato ad un pozzo, ti tocca chiedere ad altri per poter bere.
Quando pensi che la vita ha smesso di sorprenderti e ha cominciato a deluderti, marito dopo marito, tanto non cambia nulla. 
È quello che accade mentre cerchi di spiegarti, parli di acqua viva e nessuno capisce: «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua».
Perché la vita sa arrivare a sorprendere.
Arriva e chiede di aprirti; offre la possibilità di aprire il cuore a chi fino a poco prima non conoscevi, ma ti accoglie per quello che sei, senza giudizio, senza necessità di nasconderti ancora, senza magari dire tutto subito, ma senza la necessità di dire bugie: io non ho marito riconosce la donna, senza aggiungere di averne avuti cinque.
Solo che abbiamo una vita a volte così programmata e così efficiente che le abbiamo sottratto la possibilità di stupirci. Ma la vita merita che le venga lasciata la possibilità di stupirci. Anche Dio, che di vita se ne intende tanto, merita che gli venga lasciata la stessa possibilità.
Allora la samaritana ha il nostro nome, il nostro volto. Allora possiamo riconoscere che, se anche è impossibile essere felici ogni giorno, questo non ci deve rendere eternamente infelici o insoddisfatti.
Ogni giorno può accadere qualcosa che merita di essere raccolto e custodito, qualcosa che ti faccia dire alla prima persona amica che incontri: sai cosa mi è successo oggi?
E il racconto comincia «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?»Continua: Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto».
Apre ad uno sguardo buono su quella stessa vita che magari aveva smesso di sorprenderti, verso cui cominciavi ad avere uno sguardo sfiduciato, forse addirittura impaurito: noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo.
E l’inatteso che arriva e ti suggerisce che nella vita possono ancora accadere cose buone che neppure hai programmato, deciso, previsto.
Accade mentre andiamo a prendere la nostra provvista di acqua quotidiana, mentre di lunedì annoiati dal peso di una nuova settimana ritorniamo al lavoro, o mentre un venerdì, stanchi ma con il pensiero di cosa faremo il week end, la chiudiamo.
Diventa uno di quei racconti che il Vangelo non si stanca di farci ascoltare; uno di quei racconti che ripeterai all’infinito, finché chi ti sta attorno non si stuferà di sentirlo; finché ci sarà qualcuno che ancora non conosce quella storia, tu non sarai stanco di ripeterla. Come Gesù ricorda, non ci sono luoghi privilegiati dove gli incontri buoni possono accadere. Neppure gli incontri con Dio hanno bisogno di luoghi privilegiati: “voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare”. Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre… viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”. 
Abbiamo bisogno di tornare ad imparare a sognare ad occhi aperti, come sa fare Gesù. Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura.
Abbiamo bisogno di non appiattirci sulle cose materiali come i discepoli che erano andati in città a fare provvista di cibi e quando tornano, pur meravigliati che parlasse con una donna, non seppero neppure chiedere: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?» e dissero solo: «Rabbì, mangia».
Abbiamo bisogno di alzare i nostri occhi. La promessa del Signore, quella che cambia la vita alla samaritana, è grande: chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna. Meraviglioso sapere che  la samaritana ha il nostro nome.

Pubblicato in Riflessioni, Vangelo della domenica | Lascia un commento

1 domenica di quaresima

Se tu sei il Figlio di Dio

Prima domenica di Quaresima.  Cominciamo il tratto di cammino dell’anno liturgico che ci prepara alla Pasqua, rimanendo consapevoli che il cristiano se vuole rimanere tale, la Pasqua non la può mai dimenticare, non può mai perderla di vista e che per questo dovremmo aver cura della nostra partecipazione all’eucarestia domenicale che è esattamente il ripetersi della Pasqua. Come ogni anno cominciamo questo cammino entrando in compagnia di Gesù nel deserto dove, come ci ricorda l’evangelista Matteo, subisce la tentazione.
Entriamo anche noi accettando la sfida che il tentatore lancia a Gesù chiedendogli di dimostrare se davvero è figlio di Dio, ma soprattutto domandando a noi stessi quale significato e quali conseguenze ha per noi l’essere figlio di Dio. La risposta che dà il tentatore a questa domanda è chiara e affascinante. I figli di Dio approfittano di ogni situazione per ricavarne il massimo vantaggio.  I figli di Dio non si fanno mancare nulla di quello che desiderano. Hai fame? E cosa aspetti a trasformare pietre in pane? I figli di Dio amano dare spettacolo e mettersi al centro delle situazioni. Amano stupire ed essere ammirati. I figli di Dio amano le situazioni rischiose, tanto poi un modo per cavarsela lo si trova sempre senza badare a chi poi ne pagherà il prezzo. Sono convinti che quando stan bene loro, stan bene tutti. Il senso di responsabilità è solo un freno ai piaceri della vita, al raggiungimento dei traguardi e degli obiettivi che ci si è posti e qualunque cosa o chiunque si frapponga, è solo un impiccio di cui liberarsi. Ci si può servire di tutti, e tutti possono tornar utili, perfino gli angeli. Comanda, ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”.I figli di Dio vendono l’anima al diavolo pur di possedere il mondo: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai».Secondo il tentatore questa è la vera visione del mondo per i figli di Dio e al termine di quei 40 giorni, quando la fame incomincia a farsi sentire, quando la solitudine morde, la propone a Gesù: se tu sei Figlio di Dio, se lo sei veramente, allora trasforma i sassi in pane o gettati giù dal punto più alto.
Dove è il tuo Dio adesso che hai fame? Dio è sempre troppo lontano per far conto sul suo aiuto. La grande tentazione è sempre quella nella vita: il grande dubbio di non poter mai davvero contare su Dio quando hai bisogno, di sentire che se anche ti guarda, poi alla fine non fa mai nulla per aiutarti; non avere addosso il suo sguardo e la sua protezione, di non contare nulla, per nessuno. Ha forse fatto qualcosa per la pandemia? Ha forse fatto cessare le guerre? Ha posto fine alla fame? Ha forse fatto guarire quella persona cara per cui lo hai pregato? Ha forse impedito quella disgrazia o quell’incidente?
È un vero e proprio scontro quello che sta accadendo nel deserto: da una parte Gesù dall’altra il Tentatore; uno scontro tra due mondi; tra due idee diverse di vita e di umanità. Da Gesù è proposta una visione diversa da quella ascoltato finora: ben diversa la sua idea di figlio di Dio. Perché i figli di Dio non sono coloro che aspirano all’abbondanza facile di pane, di potere, di successo. I figli di Dio non aspirano ad una tavola piena di sassi trasformati in pane, incuranti di tutto e di tutto: essi trovano la loro pace e gioia nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti. Essi sanno che non è nel potere e nel successo la gioia. La grandezza non è data dal raggiungere i primi posti e neppure nel guadagnare ricchezza; la riuscita della vita non è stabilità dalla fama e dall’applauso della gente; non è vendendo l’anima, ma custodendola che arriva la pace. Come il Signore ha già rassicurato per mezzo del profeta Isaia, tu figlio di Dio, “se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio. Ti guiderà sempre il Signore, ti sazierà in terreni aridi, rinvigorirà le tue ossa; sarài come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono”.
Ogni tempo di Quaresima è momento per decidere di chi fidarsi: se del tentatore o di Gesù. Chi scegliamo come compagno di viaggio e come guida? A chi ci affidiamo nei momenti di tristezza o di prova?  A chi diamo ascolto e da chi ci sentiamo ascoltati? Sono le domande che ogni figlio di Dio prima o poi è chiamato a farsi. 
È tempo opportuno per verificare quanto siamo distanti da Dio e anche dai nostri fratelli. Per ascoltare la nostra fame di vita e scegliere dove e come ristorarci, ma anche per ascoltare la fame di vita dei nostri fratelli e scegliere, testimoniando nella carità, il nostro essere, nella verità, figli di Dio.

Pubblicato in Riflessioni, Vangelo della domenica | Lascia un commento

Ultima dopo l’Epifania

L’universo non ha un centro,
ma per abbracciarsi si fa così:
ci si avvicina lentamente
eppure senza motivo apparente,
poi allargando le braccia,
si mostra il disarmo delle ali,
e infine si svanisce,
insieme,
nello spazio di carità
tra te
e l’altro.

Quante volte avete già letto o ascoltato questa parabola che la liturgia di questa ultima domenica dopo l’Epifania ci propone?  È parabola conosciuta.
Il figlio ribelle che sfacciatamente reclama dal padre la sua parte di patrimonio prima della sua morte. La sua partenza avventurosa, la sete di libertà, di indipendenza e autonomia, il sogno di una bella vita senza dover lavorare.  Le prime difficoltà: sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto.  La sfortuna di una carestia che fa precipitare del tutto la situazione fino al punto di trovarsi nell’assoluta povertà e sperimentare per la prima volta la fame: nessuno gli dava nulla. Il ripensamento, il rimpianto più o meno interessato: Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 
Come la donna di cui parla il libro di Osea che dopo aver cercato l’amore lontano da casa, si arrende e dice: “Ritornerò al mio marito di prima, perché stavo meglio di adesso” – arriva la decisione sofferta ma obbligata del ritorno. La mia avventura è finita, se devo lavorare lo farò a casa di mio padre dove almeno non soffrirò la fame e dove i salariati hanno pane in abbondanza.
E poi –tornando alla parabola– l’incontro sorprendente e insieme sconcertante di un padre che lo riaccoglie letteralmente a braccia aperte: lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. La festa: Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.
La solita stessa storia che si ripete non perché la rileggiamo, ma perché queste fughe e questi ritorni sono la nostra storia.
Il 25 aprile del 1938 Cesare Pavese scrive nel suo diario –che pubblicato si intitolerà: il mestiere di vivere– : “Perché, quando si è sbagliato, si dice «un’altra volta saprò come fare», quando si dovrebbe dire: «un’altra volta so già come farò»?” Come mai tendiamo a ripetere mille volte gli stessi errori? Come mai ci ripromettiamo di non ripetere gli stessi errori e gli errori rimangono frequentemente gli stessi?  Come mai diciamo che “sbagliando si impara” e poi quello che accade è che torniamo a sbagliare, torniamo a ripetere azioni che non hanno sortito l’effetto e il guadagno che volevamo, complicandoci spesso la vita, cacciandoci all’angolo, senza via di uscita e facendo dire agli altri e a noi stessi: “Non cambierai mai”.
La parabola non ci dice se e quanto sia rimasto quel figlio nella casa del padre; a me viene, senza intenzione di giudicare lui, ma piuttosto di osservare me, che altre volte si sarà allontanato e altrettante sarà tornato; imparando forse una cosa sola, la più importante nella vita e certo nella vita del cristiano, ovvero la necessità di tornare ogni volta; forse ancora più importante della necessità di imparare a non sbagliare. 
Temo che su questo il fratello maggiore avrebbe da dire, lui così attento a non sbagliare a non disobbedire fino a diventare però incapace di far festa con i suoi amici; lui così rispettato e ammirato, ligio al dovere, rispettoso della legge e gran lavoratore, irreprensibile fino al ritorno di quel disgraziato di suo fratello, quando una forza oscura esplode in lui e arriva in superficie facendo intravedere improvvisamente una persona risentita, orgogliosa, dura. Troppo comodo direbbe: bisogna impegnarsi a non sbagliare e occorre imparare dai propri errori. Dentro o fuori!
Da questa parabola sempre uguale e conosciuta non abbiamo ancora finito di imparare che la qualità e lo spessore della nostra vita cristiana non passa dal diventare uomini che non sbagliano, ma dal diventare uomini che tornano. La nostra fede non viene indebolita tanto dal nostro peccato, ma dal nostro non credere alla possibilità di tornare e al nostro non saper tornare. Questa parabola ci racconta esattamente della possibilità e della necessità di ritorno, ci racconta del cuore di questo Padre che ci aspetta per chiamarci di nuovo figli, per impedirci di vivere da servi del peccato o di un padrone. Questo Padre conosce, promuove e incoraggia il nostro desiderio di vita, di libertà, il desiderio di essere noi stessi, e sa che per tutto questo c’è bisogno del suo amore e di una “casa”. Nessuno può perdonarsi da solo, come nessuno può farsi sentire amato da solo. Non è il ri­morso, non è la penitenza, non è la paura che ci libera dal male; non è il dimenticare la colpa, ma è quel «di più» di vita offerto da qualcuno che ti ama per quello che sei.
La nostra salvezza è nella fiducia, nell’ab­braccio e nella festa che il Padre fa per ogni peccatore che torna.

Pubblicato in Riflessioni, Vangelo della domenica | Lascia un commento

Quaresima 2023

Il digiuno e il magro

Il primo venerdì di quaresima oltre che essere di magro come ogni venerdì di quaresima è di digiuno. Con la pratica penitenziale del digiuno e dell’astinenza la Chiesa vive l’invito di Gesù ai discepoli ad abbandonarsi alla provvidenza di Dio senza ansia per il cibo: «La vita vale più del cibo e il corpo più del vestito… Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con l’animo in ansia… Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta»

RITIRO SPIRITUALE DECANALE PER GIOVANI E ADULTI

Chi vuole diventare grande   Marco 10,32-45
Domenica 26 febbraio 2023 – Dalle Ore 15.00 – alle ore 17.00 meditazione di don Marco Crippa Chiesa di san Vito di Barzanò Via G. Garibaldi, 20, Barzanò
Dalle 14.30 alle 17.30, così da  permettere ai genitori  di raggiungere la Chiesa di Barzanò, i bambini e ragazzi sono invitati a partecipare ad un pomeriggio di animazione con i gruppi ACR del Decanato nell’Oratorio di Monticello Brianza Via XXIV maggio, 6, Monticello Brianza

ESERCIZI SPIRITUALI PER GIOVANI E ADULTI

Mi inchino nella notte
Invisibile, buia nel buio
non prego e sono preghiera

LUNEDÌ 27 FEBBRAIO
Qualcosa di così personale – La preghiera di Gesù

MARTEDÌ 28 FEBBRAIO
Qualcosa di così universale – La preghiera della gente

MERCOLEDÌ 1 MARZO
Qualcosa di così difficile – La preghiera del povero Nella Chiesa di Torrevilla           ore   9.00 Santa Messa    ore   9.30 meditazione Nella Chiesa di Monticello       ore 20.30 Vespero          ore 21.00 meditazione

VIA CRUCIS
La celebrazione della via Crucis  si svolge ogni venerdì di quaresima
nella Chiesa di Torrevilla alle ore 9.00 e nella Chiesa di Monticello alle ore 20.30
nella Chiesa di Cortenuova  alle ore 15.00  e alle ore 20.30
Con i bambini e i ragazzi celebriamo la via crucis nella Chiesa di Monticello alle ore 16.20
Ogni domenica nella Chiesa di Cortenuova alle ore 15.00 celebrazione dei Vesperi

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Il nuovo Asilo nido Lo Scoiattolo rosso

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

Penultima domenica dopo l’Epifania

udito ciò, se ne andarono uno per uno

Il conto alla rovescia verso la nuova quaresima è avviato. Penultima dopo l’Epifania. La prossima sarà allora l’ultima e poi ci si incammina verso una nuova Pasqua passando per la Quaresima. Ma non solo la numerazione è particolare di queste domeniche; lo è anche il titolo: oggi è la domenica detta “della divina clemenza”; la prossima è detta “del perdono”.
Clemenza e perdono, come atteggiamenti del cuore di Dio, che se contemplati ci donano il desiderio di camminare con slancio e serietà incontro a Lui.
Ad aiutarci in questa contemplazione della clemenza oggi ci viene offerto questo racconto del Vangelo di Giovanni che ci porta nel tempio dove Gesù si era seduto e aveva cominciato ad insegnare.
Se ad un primo momento questo suo insegnare pare interrotto dall’iniziativa di questi scribi e farisei che usano la vita di una donna –si dice sorpresa in adulterio– costretta a stare in mezzo sotto lo sguardo di tutti per essere giudicata, proprio questa iniziativa offre il modo a Gesù di insegnare qualcosa di grande rispetto al peccato e al perdono. Offre modo a Gesù di mostrare a tutti quanto sia grande la clemenza del cuore di Dio Padre e quanto efficace sia questa stessa clemenza.
Entriamo allora dentro questo racconto. Mettiamoci anche noi con coloro che stavano in cerchio intorno a quella donna. Sentiamoci rivolgere anche noi quelle parole che sono insieme una domanda e un invito: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei».
Fermiamoci innanzitutto a quelle parole che in fondo sono una domanda: chi di voi è senza peccato?
Io credo che ciascuno di noi, in cuor proprio, sa di non potersi mettere dalla parte di chi è senza peccato e sa quindi di non essere nelle condizioni di prendere in mano pietre per scagliarle contro qualcuno.
Ma quanto poi nella pratica siamo coerenti con questa consapevolezza? Quante parole scagliamo contro gli altri come fossero pietre? Giudizi duri trasportati da parole taglienti; parole che feriscono, che dividono, che mortificano.  Quante parole urliamo o, peggio, sussurriamo come pietre, davanti e dietro le spalle o anche solo tra noi e noi.
Sono quasi sempre parole che diciamo anche in buona fede, con cui crediamo di correggere, di guidare, di consigliare, perfino di aiutare; non sono sempre parole cattive, ma rischiano di diventarle perché nascono dall’ignoranza, ovvero dal fatto che noi non sappiamo mai davvero tutto: tutto quello che è successo, perché è successo, cosa c’è nel cuore dell’altro; che strada ha fatto per arrivare dove è arrivato; non conosciamo tutta la sua storia e nemmeno le sue intenzioni.
Questo non significa che non possiamo avere un parere, che il bene e il male sono la stessa cosa, non significa che ciascuno deve farsi i fatti suoi così io faccio indisturbato i miei, ma che dobbiamo rimanere consapevoli che deve rimanere un parere e non un giudizio senza appello.
Parole che difendono le nostre ragioni, che proteggono noi stessi e le nostre convinzioni; parole che ci servono a volte perfino per nasconderci e distogliere lo sguardo nostro e degli altri dai nostri difetti, dalle nostre mancanze e che non offrono molto all’altro. Parole che con facilità sottolineano l’errore, ma che mancano di indicare la via di uscita, la strada lungo cui ricominciare. Parole che raramente offrono all’altro quella mano che serve per rialzarsi e soprattutto per non ricadere. Quando non si ha niente o non si sa cosa dire dovremmo imparare tacere. Soprattutto sulle persone, dovremmo imparare a tacere; ancora di più sulla persona che non conosciamo, anche se si sembra di sapere molto magari solo perché ne abbiamo sentito parlare di chi a sua volta non conosceva molto e non ha taciuto. Anche questa è clemenza. È clemenza l’atteggiamento di Gesù che non chiede nulla alla donna: non chiede se è vero quello che dicono su di lei; non chiede perché, non impone imbarazzo e neppure vergogna.
Gesù sa che il cuore del peccatore, se solo si ferma a pensare come Gesù invita a fare tutti i presenti di queste cose il cuore è già colmo. Sa che il cuore del peccatore ha solo bisogno di qualcuno che gli ridoni dignità e fiducia. «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».
Forse ci può stupire tutto questo. Ci può sembrare strano questo perdono che arriva senza che nessuno lo abbiamo chiesto; può apparire, perfino immeritato e perciò ingiusto
«Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». Queste parole sono rivolte al peccatore che c’è in me e al giudice severo che gli fa compagnia nel cuore. Sono parole che hanno la forza disarmante della verità, che abbattono il muro di ipocrisia dietro cui ci nascondiamo e ci aprono ad una giustizia più grande: quella dell’amore.
Quella che risolleva il peccatore e insegna al giudice che c’è in noi di dire parole opportune.

Pubblicato in Riflessioni, Vangelo della domenica | Lascia un commento