
Questa è la domenica di Lazzaro; della resurrezione di Lazzaro; ma è anche la domenica della morte di Lazzaro. Una morte che viene chiesto a Gesù di impedire: Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato», ma che Gesù lascia incomprensibilmente accadere: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là; lasciando che ciascuno faccia i conti con questa morte e osservando – e noi con lui – le loro reazioni.
Così possiamo vedere che c’è chi si dice disponibile a morire: Quando Gesù dice che è ora di andare in Giudea, da Lazzaro, Tommaso disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
C’è chi non vuol vedere morire le persone care: Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
C’è chi, suo malgrado, senza averlo scelto e senza averlo potuto impedire, muore: Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro.
C’è chi alla morte non vuole arrendersi: disse Marta a Gesù: so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà.» Ma poi proprio Marta sembra arrendersi: proprio lei, la sorella del morto dice a Gesù: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni».
C’è chi non sa cosa dire e cosa pensare: Maria stava seduta in casa.
C’è, come è prevedibile, chi come Maria e i giudei piangono. Anche Gesù scoppiò in pianto.
C’è anche chi la morte la vorrebbe procurare: è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo». Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.
La morte è un buon punto di osservazione per imparare qualcosa sulla vita e anche per conoscere meglio le persone; rileggendo le reazioni di tutte le persone coinvolte e descritte in questo racconto certamente possiamo anche conoscere qualcosa di più di ciascuno di loro.
Di fronte alla morte si può reagire in tanti modi. Di sicuro puoi reagire se non sei il morto.
Non per nulla non ci viene detto nulla di Lazzaro. Tutto quello che sappiamo è questo: al grido di Gesù «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario.
Del resto, pur con tutta la paura che ci può fare la morte, è da vivi che noi la conosciamo! Il nostro fare esperienza della morte è sempre legato alla morte degli altri; non alla nostra.
Così oggi, partecipando anche noi a questo racconto possiamo chiedere al Signore di farci conoscere qualcosa di noi stessi anche se forse questo racconto – è almeno la mia impressione – non è che ci meravigli più di tanto, forse anche a motivo del fatto che con la resurrezione di Lazzaro la morte non è sconfitta per sempre e noi continuiamo a doverne fare i conti. Continuiamo ad averne paura.
Ci fa paura, anche se io continuo a pensare che dovrebbe farci più paura girovagare per la vita come dei semplici sopravvissuti e non dei risorti.
Continuo a pensare che è banale e forse anche inutile stupirci della resurrezione di Lazzaro se non siamo capaci di provare meraviglia per il fatto di essere venuti al mondo. Abbiamo perso la capacità di provare meraviglia per il nostro essere al mondo? Per questo motivo la resurrezione di Lazzaro è poco più che il solito racconto di una delle domeniche di quaresima?
Siamo così impauriti che ci siamo dimenticati che non è possibile essere veramente vivi senza essere sempre consapevoli della morte e che la morte non ci aspetta alla fine di una lunga strada. È sempre con noi, nell’essenza di ogni momento. È nascosta nell’esperienza della malattia, ma è nascosta anche nella tristezza che a volte ci prende; è nascosta in ogni nostro gesto egoista e in ogni occasione persa di fare il bene; è nascosta nella solitudine ed è nascosta nelle nostre parole cattive e in ogni maldicenza; è nascosta nella nostra indifferenza come anche in ogni ingiustizia; in ogni spreco e in ogni prepotenza.
Continuiamo a fingere di non sapere con la testa quello che la nostra carne ci dice con il semplice passare degli anni: le forze vengono meno, anche banalmente la vista, le rughe, i capelli bianchi, i semplici acciacchi. E facciamo di tutto per nascondere tutti questi segni: facciamo di tutto per provare a rimanere giovani nel corpo, senza far pace con quella che è la realtà più naturale di questo mondo.
La morte è davvero una maestra misteriosa, ma alla fine nascosta in bella vista: ci aiuta a scoprire ciò che conta di più e la cosa bella è che non dobbiamo aspettare di incontrarla per imparare e attingere alla saggezza che ha da offrirci.
Ci aiuta a non dare per scontata la vita, ad apprezzare il tempo, a non sciuparlo, a non rincorrere tutto ciò che ha la consistenza del momento, dell’effimero; il pensiero che ciò che amiamo potrebbe non esserci più, ci permetterebbe inevitabilmente di apprezzare e custodire meglio ciò che amiamo.
Se ci fermassimo a pensare come vorremmo essere ricordati, forse ci preoccuperemmo un po’ meno di noi stessi e molto più degli altri, forse saremmo meno preoccupati di accumulare ricchezze e più di regalare un sorriso, di dedicare tempo e di fare carezze ed abbracci.
Il termine che noi con molta solennità traduciamo con risuscitare, nella lingua greca rimanda ad azioni molto più ordinarie e quotidiane: svegliarsi, alzarsi, mettersi in piedi. Cose che ci appaiono forse banali, ma che sono un privilegio.
Quante azioni lo sono e ce ne siamo dimenticati?
Dice Gesù: il nostro amico Lazzaro si è addormentato. Andiamo a svegliarlo, ad alzarlo, a rimettersi in piedi. Andiamo a farlo risorgere.
Credo che in ciascuno di noi ci sia qualcosa di addormentato che ha bisogno di un miracolo simile.



