
Il conto alla rovescia verso la nuova quaresima è avviato. Penultima dopo l’Epifania. La prossima sarà allora l’ultima e poi ci si incammina verso una nuova Pasqua passando per la Quaresima. Ma non solo la numerazione è particolare di queste domeniche; lo è anche il titolo: oggi è la domenica detta “della divina clemenza”; la prossima è detta “del perdono”.
Clemenza e perdono, come atteggiamenti del cuore di Dio, che se contemplati ci donano il desiderio di camminare con slancio e serietà incontro a Lui.
Ad aiutarci in questa contemplazione della clemenza oggi ci viene offerto questo racconto del Vangelo di Giovanni che ci porta nel tempio dove Gesù si era seduto e aveva cominciato ad insegnare.
Se ad un primo momento questo suo insegnare pare interrotto dall’iniziativa di questi scribi e farisei che usano la vita di una donna –si dice sorpresa in adulterio– costretta a stare in mezzo sotto lo sguardo di tutti per essere giudicata, proprio questa iniziativa offre il modo a Gesù di insegnare qualcosa di grande rispetto al peccato e al perdono. Offre modo a Gesù di mostrare a tutti quanto sia grande la clemenza del cuore di Dio Padre e quanto efficace sia questa stessa clemenza.
Entriamo allora dentro questo racconto. Mettiamoci anche noi con coloro che stavano in cerchio intorno a quella donna. Sentiamoci rivolgere anche noi quelle parole che sono insieme una domanda e un invito: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei».
Fermiamoci innanzitutto a quelle parole che in fondo sono una domanda: chi di voi è senza peccato?
Io credo che ciascuno di noi, in cuor proprio, sa di non potersi mettere dalla parte di chi è senza peccato e sa quindi di non essere nelle condizioni di prendere in mano pietre per scagliarle contro qualcuno.
Ma quanto poi nella pratica siamo coerenti con questa consapevolezza? Quante parole scagliamo contro gli altri come fossero pietre? Giudizi duri trasportati da parole taglienti; parole che feriscono, che dividono, che mortificano. Quante parole urliamo o, peggio, sussurriamo come pietre, davanti e dietro le spalle o anche solo tra noi e noi.
Sono quasi sempre parole che diciamo anche in buona fede, con cui crediamo di correggere, di guidare, di consigliare, perfino di aiutare; non sono sempre parole cattive, ma rischiano di diventarle perché nascono dall’ignoranza, ovvero dal fatto che noi non sappiamo mai davvero tutto: tutto quello che è successo, perché è successo, cosa c’è nel cuore dell’altro; che strada ha fatto per arrivare dove è arrivato; non conosciamo tutta la sua storia e nemmeno le sue intenzioni.
Questo non significa che non possiamo avere un parere, che il bene e il male sono la stessa cosa, non significa che ciascuno deve farsi i fatti suoi così io faccio indisturbato i miei, ma che dobbiamo rimanere consapevoli che deve rimanere un parere e non un giudizio senza appello.
Parole che difendono le nostre ragioni, che proteggono noi stessi e le nostre convinzioni; parole che ci servono a volte perfino per nasconderci e distogliere lo sguardo nostro e degli altri dai nostri difetti, dalle nostre mancanze e che non offrono molto all’altro. Parole che con facilità sottolineano l’errore, ma che mancano di indicare la via di uscita, la strada lungo cui ricominciare. Parole che raramente offrono all’altro quella mano che serve per rialzarsi e soprattutto per non ricadere. Quando non si ha niente o non si sa cosa dire dovremmo imparare tacere. Soprattutto sulle persone, dovremmo imparare a tacere; ancora di più sulla persona che non conosciamo, anche se si sembra di sapere molto magari solo perché ne abbiamo sentito parlare di chi a sua volta non conosceva molto e non ha taciuto. Anche questa è clemenza. È clemenza l’atteggiamento di Gesù che non chiede nulla alla donna: non chiede se è vero quello che dicono su di lei; non chiede perché, non impone imbarazzo e neppure vergogna.
Gesù sa che il cuore del peccatore, se solo si ferma a pensare come Gesù invita a fare tutti i presenti di queste cose il cuore è già colmo. Sa che il cuore del peccatore ha solo bisogno di qualcuno che gli ridoni dignità e fiducia. «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».
Forse ci può stupire tutto questo. Ci può sembrare strano questo perdono che arriva senza che nessuno lo abbiamo chiesto; può apparire, perfino immeritato e perciò ingiusto
«Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». Queste parole sono rivolte al peccatore che c’è in me e al giudice severo che gli fa compagnia nel cuore. Sono parole che hanno la forza disarmante della verità, che abbattono il muro di ipocrisia dietro cui ci nascondiamo e ci aprono ad una giustizia più grande: quella dell’amore.
Quella che risolleva il peccatore e insegna al giudice che c’è in noi di dire parole opportune.



