5 domenica di Pasqua

potrò vantarmi di non aver corso invano, né invano aver faticato.

In quel tempo. Comincia spesso così la proclamazione del Vangelo. Occorre però non confondersi: questo inizio non intende dirci che il racconto che segue è riferito a quel tempo lontano in cui ha vissuto Gesù, ma anche che il tempo del Vangelo è sempre quello presente, il tempo in cui viene annunciato, letto e accolto. Tocca a noi oggi dare attualità a quanto Gesù ci dice. 
Certo aiuta, tornare indietro e provare a capire in quale momento Gesù disse ai suoi discepoli: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama.Siamo nel cenacolo; Giuda se ne è appena andato e la sua uscita segna una svolta decisiva. La passione ha preso inizio.  Poco prima Gesù aveva compiuto il gesto di lavare i piedi ai suoi. Egli sapeva già cosa abitasse nel cuore di Giuda. Lo aveva fatto anche intendere agli altri discepoli: Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà».Poi si rivolge a Giudia dicendogli: «Quello che devi fare fallo al più presto». Tutti rimangono confusi: nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo;  Pare essere arrivata l’ora del fallimento non solo dell’opera di Gesù, ma della sua vita. Un fallimento completo: sconfitto e catturato dai nemici, tradito da un amico, abbandonato da tutti. Nel salmo 55 di legge: Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato; se fosse insorto contro di me un avversario, mi sarei nascosto; Ma sei tu, mio compagno e mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia.
Il tradimento di Giuda porta alla luce la fragilità dell’alleanza di Gesù con i suoi e chiede anche a noi un gesto di sincerità di fronte a Dio. Porta alla luce anche la fragilità della nostra amicizia con Dio.
Le stesse che abbiamo ascoltato ci mettono di fronte ad un bivio davanti a cui anche noi spesso ci troviamo perché nessuno di noi è discepolo una volta per tutte. Anche noi conosciamo il tradimento. Anche noi vestiamo a volte i panni di Giuda.
C’è chi ama e chi non ama «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Il fatto è che coloro che amano e coloro che non amano non sono sempre due persone diverse.  Sono più facilmente la stessa persona. Siamo noi, che desideriamo amare e restare fedeli, ma sappiamo anche che non sempre ce la facciamo; lo promettiamo, ma non possiamo garantire di farcela ogni volta che ci proviamo. Noi che abitiamo questa carne, così forte ma insieme fragile; noi che dobbiamo fare i conti non solo con l’umanità degli altri, ma anche con la nostra.
È una situazione di debolezza che conosciuta da Gesù. Egli sa che il nostro essere discepoli non è scontato, perché abbiamo da fare i conti con le nostre fragilità, i nostri dubbi, le nostre paure, le nostre incertezze, le nostre chiusure di mente e di cuore, il nostro peccato. Lo sappiamo bene per esperienza: anche per noi è tutt’altro che scontato che questa comunione resista.
Ma Gesù oggi ci chiede di non contare sulle nostre forze, ma sulle sue; non sulla nostra fedeltà, ma sulla sua. Ci chiede di rimanere ad abitare quell’amore che pure noi feriamo con le nostre incostanze, ma che in Lui rimane saldo.
Noi, ogni volta, non siamo qui all’eucarestia perché abbiamo modo di dire che ce la meritiamo. Siamo qui perché facciamo conto più sulla sua fedeltà che sulla nostra. È Dio, infatti, che suscita in voi il volere e l’operare secondo il suo disegno d’amore: questo ci ricorda san Paolo e ci incoraggia a far tutto senza mormorare e senza esitare. Diceva Ghandi: Se vuoi cambiare il mondo intorno a te, devi cominciare a cambiare te stesso. Il cambiamento inizia proprio quando cominci ad amare il mondo: le persone che ti stanno accanto, i luoghi dove abiti, le situazioni che vivi. Solo la forza di un amore che ti raggiunge e che diventa la tua regola di vita, comincerà a trasformare dal dentro te e fuori, e comincerà a trasformare e cambiare tutte quelle cose di cui ti lamenti, di cui piangi, per cui brontoli. Chi ama e chi non ama.  
Mormorare ed esitare non risolve molto;  Amare è una strada certo più impegnativa, ma l’unica lungo la quale potrò vantarmi di non aver corso invano, né invano aver faticato.

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Oratorio estivo 2023 «TuXTutti – e chi è mio prossimo?»

PER CHI? L’oratorio feriale è aperto a tutti i ragazzi e le ragazze, dai 6 ai 14 anni, quindi dalla prima elementare alla terza media conclusa. Dalla prima superiore in su gli adolescenti saranno coinvolti nel ruolo di animatori.

DOVE? Dalla prima alla quarta elementare conclusa i bambini e le bambine si troveranno all’oratorio di Monticello. Dalla quinta elementare alla terza media conclusa i ragazzi e le ragazze si troveranno all’oratorio di Cortenuova.

QUANDO? Da lunedì 12 giugno a venerdì 7 luglio 2023.

Perché tutto questo sia possibile, C’È BISOGNO DI UNA MANO da parte di tutti coloro che possono!

Anche quest’anno cerchiamo giovani ed adulti volontari per le settimane dal 12 giugno al 7 luglio nei giorni di lunedì, mercoledì e venerdì per coprire i seguenti compiti:

  • Ingresso e raccolta presenze per la mensa (Orario: 7.30-9.00)
  • Servizio mensa (Orario: 11.30-13.30)
  • Pulizie di fine giornata (Orario: 17.30-18.00)
  • Segreteria

Maggiori informazioni in questo sondaggio in cui potete indicare le vostre disponibilità.

https://docs.google.com/forms/d/1GQKz8n60qQF0jsnar4C9WEUvAVvxdsfX5SZznpsgUr0/edit

Non serve essere presenti tutti i giorni o tutte le settimane, verranno predisposti dei turni in base alle disponibilità indicate. 

Se siamo in tanti a collaborare, anche solo per un giorno a settimana, tutto sarà più facile! 

Abbiamo bisogno del vostro aiuto innanzitutto per poter continuare ad usufruire dei due oratori di Monticello e Cortenuova: l’esperienza degli anni scorsi ci ha fatto capire che la suddivisione tra i due oratori non è solo un bene in termini di numeri e di vivibilità degli spazi, ma è soprattutto un’occasione preziosa per i ragazzi per poter avere tempi, attenzioni ed attività dedicate a secondo dell’età.  Ora che sappiamo quanto è bello, non vorremmo dovervi rinunciare! Vorremmo poi sgravare educatori ed animatori da alcune di queste “incombenze” pratiche, così che loro possano dedicarsi con tutta l’energia e la passione di cui dispongono ai bambini e ai ragazzi. Diamo loro una mano, d’altra parte lo dice anche il tema di questo oratorio estivo: “Tu x Tutti”!

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Mese di maggio 2023

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4 domenica di Pasqua

conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me

Io sono il buon pastore Il buon pastore dà la propria vita per le pecore… conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Queste parole potrebbero apparire presuntuose se non fosse che sappiamo che Gesù la vita l’ha offerta davvero; che di fronte a chi voleva ucciderlo non è scappato come sarebbe stato istintivo farlo; non si è difeso come ha cercato di fare un suo discepolo mettendo mano alla spada nell’orto del Getsemani al momento della cattura; non è sceso dalla croce come lo avevano invitato a fare quelli che stavano sotto la croce: quelli che passavano di là lo insultavano scuotendo il capo e dicendo:  «Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!».  Anche i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani lo schernivano: «Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. Sono i mercenari quelli che, quando vedono venire il lupo, abbandonano le pecore e fuggono lasciando che il lupo le rapisca e le disperda.  Queste parole non sono presuntuose perché ci parlano di una promessa mantenuta. 
Quel “Io sono”, ripetuto due volte, non è una semplice presentazione di sé, ma è soprattutto una promessa e un impegno; Gesù è pastore perché desidera esserlo; sa cosa significhi e cosa comporti, sa quale sia l’impegno e la responsabilità; sa quali siano i rischi e le possibili conseguenze. 
Io sono il buon pastore: non un mercenario assunto per badare a delle pecore di cui non conosce nulla; non semplicemente il padrone delle pecore che assume mercenari per delegare la cura; non un imprenditore che dal gregge deve ricavare un guadagno e che per questo si preoccupa di difenderle. Le parole di Gesù “Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore”, non sono presuntuose perché anticipano la sua passione, morte e resurrezione e ripropongono alla nostra attenzione il mistero della Pasqua. La morte di Gesù è un dono di amore fatto perché gli uomini abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.  L’amore del buon pastore per le sue pecore arriva fino alla fine, fino al dono della propria vita. Non solo egli spende la vita stando in mezzo alle pecore, guidando il gregge, conducendolo in pascoli dove gli sia possibile sfamarsi; ma può anche accadere che la minaccia per la vita del gregge diventi minaccia per la vita stessa del pastore. È questo il momento in cui il pastore si rivela buono. È questo il momento in cui viene confermato che le pecore sono sue, ma che egli si considera delle pecore. Le pecore sono sue e lui è delle pecore. Al mercenario “non importa delle pecore” perché egli non è il loro pastore e le pecore non sono sue. Egli stabilisce e mantiene una distanza. Il pastore è “buono” esattamente per la sua relazione con le pecore, una relazione a cui lui rimane fedele, una relazione di vicinanza e di appartenenza reciproca. Egli non è buono per il modo con cui svolge un ruolo, assolve ad un compito, presiede ad una funzione. Niente di funzionale. Egli è buono per il modo con cui si mette in relazione con le pecore e permette alle pecore di avere una relazione con lui: conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me.Lo permette a quelle pecore che intendono avere una relazione, che ascoltano una voce, si fidano e non si limitano ad imitare quello che fanno le altre pecore, senza capire, senza decidere, senza scegliere. Tutto si gioca sul piano della relazione, non del ruolo, non della funzione; secondo la logica dell’amore, non secondo la logica del dovere: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.
Nel nostro parlare comune essere una pecora significa non avere carattere, essere paurosi, senza coraggio, piegati e nascosti dietro alla volontà o alla prepotenza altrui, senza ascoltare nessuno, semplicemente imitatori di altri.
Diversamente, nel Vangelo, l’essere pecora assume il significato positivo di chi sa ascoltare, di chi sa bene di chi fidarsi, di chi sa distinguere il pastore dal mercenario, di chi non si perde dietro voci che ingannano e imbrogliano.  Essere pecora del buon pastore permette di imparare da lui e di non adeguarsi alla mentalità da mercenari con cui a volte noi stessi viviamo; capaci di sottrarci alle nostre responsabilità, di non mantenere fede alle nostre parole e alle nostre promesse, di scantonare quando i conti non tornano, quando dobbiamo metterci del nostro, quando dobbiamo prenderci cura degli altri e non solo di noi stessi. Così fan molti. Così non fa il buon Pastore.
Così non fanno coloro che si sentono pecore del Buon Pastore, coloro che desiderano essere discepoli di Gesù.

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Su di noi sia il tuo amore, Signore

Il Signore guarda dal cielo: egli vede tutti gli uomini;
dal trono dove siede scruta tutti gli abitanti della terra,
lui, che di ognuno ha plasmato il cuore e ne comprende tutte le opere.
Il re non si salva per un grande esercito
né un prode scampa per il suo grande vigore.
Un’illusione è il cavallo per la vittoria,
e neppure un grande esercito può dare salvezza.
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,
su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte
e nutrirlo in tempo di fame.
L’anima nostra attende il Signore:
egli è nostro aiuto e nostro scudo.
È in lui che gioisce il nostro cuore,
nel suo santo nome noi confidiamo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,
come da te noi speriamo.
dal sal 33

Santa Maria della Purificazione – Torrevilla
Sant’Agata – Monticello
SS. Redentore – Cortenuova
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3 domenica di Pasqua

Chi è saggio osservi queste cose
e comprenderà l’amore del Signore

Io non lo conoscevo. Per ben due volte Giovanni Battista parlando di Gesù ai suoi discepoli usa questa espressione, quasi confessando una certa ignoranza nei confronti di Gesù stesso. Non è qualcosa che ti aspetti da uno come Giovanni Battista, un uomo di fede, un testimone, un profeta.  Appare strana questa affermazione; quasi una contraddizione rispetto alle parole che la precedono: Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me” e anche alla conclusione del discorso di Giovanni: io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio. Appare fuori luogo dal momento che i vangeli e la tradizione ci raccontano di una parentela tra le madri e quindi anche tra Gesù e Giovanni Battista che vengono descritti come secondi cugini, nati tra l’altro a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro.  Appare stonata sulla bocca di colui che quando era ancora nel grembo nella madre Elisabetta, sussulta sentendo la voce di Maria che porta nel grembo Gesù. Come fai a non conoscerlo, tu che sei il profeta dell’Altissimo, e che andrai innanzi al Signore a preparargli le strade?
Ma forse è proprio così che accade e dobbiamo ringraziare Giovanni Battista che ce lo ricorda: nella frequentazione abituale a volte ci si perde di vista, la routine fa il suo, i pregiudizi, la pigrizia, un po’ di egocentrismo, le difficoltà della vita quotidiana che tolgono il tempo al confronto al dialogo; si comincia a lasciar correre, si impara cosa dire o non dire, cosa fare e non fare; in buona sostanza ci si trascura. Può così accadere anche a noi di credere di conoscere una persona, di conoscerla da sempre e poi un giorno, sorpresi, trovarsi a dire “pensavo di conoscerla” e trovarsi, nel bene o nel male, a scoprirla diversa da come la si pensava; fino a dire: non la conosco più.
L’altro, anche colui che amo, è sempre molto di più di quello che io conosco e la bellezza di un rapporto che sfida il tempo sta esattamente nella possibilità che si regala di conoscersi sempre meglio, di lasciare spazio allo stupore.
Può accadere anche con Dio. Credere di conoscerlo, perché siamo battezzati, fin da bambini siamo andati a catechismo, abbiamo imparato preghiere e preghiamo, abbiamo ricevuto i sacramenti, abbiamo anche provato una grande emozione il giorno della prima comunione e magari – ma non è scontato – continuiamo a venire a messa.
Forse proprio noi, che continuiamo a venire a messa, con la stessa sincerità di Giovanni Battista dovremmo domandarci: ma lo conosco davvero il Dio nel cui nome sono stato battezzato? Non è forse che alcune cose le conosco per sentito dire? Quando mi sono mai fermato davvero a comprenderle? Quante cose non so di lui? E su quante cose devo ammetterlo di averne una conoscenza sbagliata o imperfetta? Così proprio quel io non lo conoscevo credo possa tornar buono a ciascuno di noi per fermarci e meditare, perché quelle parole non parlano anche di noi, parlano della nostra fede e alla nostra fede.
Se pure il Battista riconosce di non aver conosciuto bene Gesù, anche io non posso che ammettere che la mia conoscenza di Gesù, della fede e di Dio sono imprecise, approssimative, e che di questa superficialità spesso mi accontento. Conosco davvero Gesù così da sapermi davvero fidare delle sue parole e del suo progetto di vita? Conosco bene quel Vangelo che mi racconta la sua vita, i suoi insegnamenti e i suoi gesti? Quando chiedo: come mai hai smesso di frequentare la chiesa? Quasi nessuno sa dirmi un perché preciso; spesso dice di non saperlo spiegare e forse nemmeno di conoscere un perché. 
Ho come l’impressione che se la fede, oggi, è così trascurata, la causa vada proprio cercata nella convinzione di aver già conosciuto tutto e a sufficienza per decidere di ritenerla poco interessante e poco importante per la propria vita, senza accorgersi che in realtà si sapeva proprio poco e troppo poco e che non si era in realtà fatto davvero esperienza della bellezza e delle profondità del Vangelo e di Dio.  L’altro, anche colui che amo, è sempre molto di più di quello che io conosco. È così anche per Dio. È saggio, come fa Giovanni Battista, confessare di non conoscerlo e soprattutto non fermarci a quello che crediamo di conoscere. Dio è sempre una novità, una scoperta da fare. Anche Giovanni ha dovuto fare la sua personale “fatica” di tenere aperto il cuore ad una sempre nuova conoscenza; anche lui che pure fin dal grembo, aveva saputo sussultare nell’avvertire la sua presenza nel grembo di Maria ha dovuto permettere a Dio di essere diverso da come se lo era immaginato e costruito nella sua mente fino ad arrivare quasi a dubitare: ma sei tu che dobbiamo aspettare o è un altro? Conoscere, rifiutare, tornare a conoscere: sono i movimenti quasi naturali della fede. 00Che il nostro cammino ci trovi pronti ogni volta a lasciarci sorprendere e scomodare fino ad arrivare a professare anche noi davanti a Gesù: ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio.

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2 domenica di Pasqua

Metti qui il tuo dito

Il grande inganno nella vita è credere che basti imitare gli altri per avere la vita degli altri; credere che basti seguire la moda per essere alla moda. Una volta era il poster del proprio idolo appesa in camera, calciatore o attore, cantante o modella e cominciavi a sognare di poter diventare come lui: bravo come lui, famoso come lui, ricco, riconosciuto, affermato, contento. Non mi pare si usino ancora i poster; ora ci sono i profili instagram e social: foto ammiccanti, aggiornate, racconti di luoghi, di esperienze, di sorrisi, di gioia.
Da ammirare, da imitare, forse anche invidiare nella speranza di farle nostre.
Tommaso ci dice oggi però che ascoltare e ammirare la gioia degli altri non sempre può bastare. Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». 
Occorre qualche volte il coraggio di metterla in discussione e soprattutto occorre la pazienza di percorrere la propria strada alla ricerca di quella gioia.
Il grande inganno della vita è credere che la gioia sia solo nella bella vita che su quei profili ci è fatta  conoscere e ammirare. Il Signore Gesù, il Risorto, ci dice e ci insegna soprattutto, grazie anche alla richiesta di Tommaso, che la gioia vera non sta nel traguardo raggiunto, nella perfezione di una vita senza intoppi, senza sacrifici, senza impegno.
Nella maggior parte di quei profili social che molti ammirano, invidiano e seguono non vi è traccia alcuna delle ferite del mondo. Non vi è neppure traccia di tristezza, non vi è traccia di stanchezza. Il mondo sembra essere perfetto.
Voglio per questo ringraziare Tommaso che mi ricorda che il risorto lo voglio vedere anche io e non semplicemente accontentarmi di sentir raccontare dagli altri la loro gioia. Voglio ringraziare Tommaso che mi insegna a chiedere al Signore di farsi vedere anche da me. Voglio ringraziare Tommaso che mi ricorda che non sono tanto i miracoli che mi possono sostenere nella fede, ma sono soprattutto le ferite del risorto. Mi aiuta a comprendere che se i miracoli di Gesù mi parlano del suo potere, le ferite di Gesù mi parlano di amore e che di quello la mia fede ha bisogno e che per quello sono il segno di riconoscimento più efficace che giustamente Gesù mostra apparendo la prima volta e poi di nuovo a Tommaso; sono il più efficace lasciapassare per entrare nel cuore dei discepoli. Parlano un linguaggio che chiunque può capire.
La gioia vera che viene dall’incontro con il Risorto nasce proprio dal constatare che le ferite della vita non bastano a distruggerla, che le tragedie della storia non sono l’ultima parola. Ha ragione Tommaso a voler vedere le piaghe, altrimenti non può davvero godere della gioia. Gesù comprende e acconsente.  Chi si sta domandando dove incontrare il Signore risorto, oggi trova una risposta che forse non sempre abbiamo il coraggio e la fede di mettere nel conto. Lo incontriamo nelle nostre ferite, nelle nostre fragilità, nei nostri dolori, nelle nostre sofferenze. Nelle nostre passioni e nei nostri smarrimenti. Passioni e ferite che assomigliano alle sue. Che assomigliano alle ferite di quei chiodi, di quel fianco.Chi sta ancora pensando di poter vivere la vita con una certa intensità, chi cerca non la bella vita, ma la vita bella, non può illudersi di poter stare al mondo senza essersi mai graffiato, senza aver addosso i segni di una qualche cicatrice. Chi si avvicina a Dio per chiedergli semplicemente di risparmiargli ogni dolore, non si aspetti di essere granchè esaudito: non sa proprio quel che chiede.
Tommaso giustamente reclama con i suoi amici: mi dite che avete visto il Risorto, ma mi tacete delle ferite? Perché non mi avete detto che vi ha mostrato le mani e il fianco? Non ci si può illudere di godere della vita senza mettere nel conto la passione. Non ci si può aspettare una resurrezione senza aver preso la croce. Quello che è fondamentale chiedere a Dio, proprio per non agire semplicemente da imprudenti e da spavaldi, è di restare profondamenti umani nonostante le ferite, di restare profondamenti umani anche sotto il peso della vita.  Le ferite di Gesù non sono ferite da spavaldo o da supereroe. Gli eroi del cinema mostrano le ferite e le cicatrici per far vedere la loro mancanza di paura, Gesù mostra le sue per far vedere il suo grande amore. Il coraggio da solo non basta. Oggi Gesù, con Tommaso, ci ricorda che serve anche la fede.



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Pasqua

“Bisogna avere il coraggio di essere fragili,
e non fa niente se diamo a tanti 
l’illusione del bersaglio facile, 
se mostriamo la crepa
che gli altri possono allargare.
Dobbiamo avere il coraggio di farci trovare           

sempre un po’ in affanno, in disordine, 
in fuorigioco, lontani dalla vita, 
in debito di ossigeno, di amicizie, 
lontani da ogni porto sicuro,            
sperduti anche a noi stessi”
Franco Arminio
Bisogna avere il coraggio di essere fragili se si vuole risorgere.
Bisogna riconoscere di essere tra coloro che sono in affanno, in disordine, in debito di ossigeno e sperduti a noi stessi. Non è facile. Essere fragili significa potersi rompere, andare in mille pezzi. Essere fragili significa poter essere feriti, provare dolore, anche morire. Esattamente tutto quello che ha messo nel conto Gesù entrando dentro la sua passione, quando ha deciso di essere obbediente al Padre nell’amore, sino alla fine. Esattamente quello che abbiamo paura accada a noi.
Per questo ci fermiamo prima, per questo non arriviamo sino alla fine; mettiamo limiti, difendiamo confini, costruiamo muri; dettiamo condizioni. Ci facciamo vedere forti perché abbiamo paura di diventare bersagli facili; che gli altri se ne approfittino; che ci mettano i piedi in testa.
Per questo la fragilità di Dio ci infastidisce e a volte ci rende discepoli superficiali, approssimativi e infine infedeli, come lo sono stati del resto i primi dodici.
Per questo siamo anche noi di quelli che se ne lavano le mani e chiudono gli occhi.
Non vedere ci permette ogni volta di sentirci dalla parte dei buoni, di quelli che se l’avessi saputo, una mano te l’avrei data volentieri; se mi avessi avvisato prima, mi sarei organizzato. Così fanno i forti! Quelli che vogliono apparire sicuri di sé; quelli che si accontentano di sembrare buoni, senza il coraggio di quella fragilità che ci fa buoni davvero. Per questo siamo anche noi tra coloro che voltano le spalle quando capiscono che è rischioso compromettersi, che sicuramente qualcosa di tuo finisce, che devi mettercelo, che ti costerà sicuramente del tempo e, si sa, il tempo è denaro.
Non abbiamo il coraggio di essere fragili e per fare Pasqua occorre far pace con la fragilità. La fragilità è un rischio. Ce ne difendiamo con le nostre corazze: ne abbiamo per ogni occasione e per ogni evenienza.  Ma se tu guardi sulla croce scopri che Gesù è nudo; nemmeno gli abiti gli hanno lasciato. 
Se ti fermi prima, se te ne lavi le mani, se indossi le tue corazze, molto probabilmente nessuno riuscirà a farti troppo male, ma nessuno riuscirà nemmeno a volerti bene. 
Dice ancora una poesia di Franco Arminio
Ho bisogno del dolore, 
senza dolore non sento niente,         
non amo niente.
Datemi il dolore più alto che un essere umano 
abbia mai vissuto, datemi l’amore.
Amare significa rinunciare all’esercizio della forza e far pace con la nostra e altrui fragilità; significa mettere nel conto di sentir dolore, un dolore così forte da farti sentire in croce con dei chiodi nelle mani; rinunciare a tenere tutto sotto controllo; significa essere capaci di abbandono, di affidamento di sé a un altro, di accoglienza delle fragilità dell’altro, delle strane fragilità dell’altro, diverse dalle mie, capaci di confessione delle proprie fragilità.
L’amore è un’avventura rischiosa ci dice la Pasqua.  Ha a che fare con il farsi pane e con l’essere spezzato; ha che fare con la croce e la morte; chiede di farlo fino alla fine; chiede di sporcarsi le mani.
La Pasqua ci insegna che solo l’amore ci rende vivi e ci fa risorgere. 
Colui che ha amato secondo questa misura, il signore Gesù il Cristo, Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere.Quando il sole ti guarda le spalle e tu stendi le braccia per andare incontro a qualcuno la tua ombra è esattamente quella della croce. Non abbiamo bisogno di essere forti, il Signore ci guarda le spalle e ci guida.Il mondo non è dei forti. La giungla è dei forti ma forse neppure quella perché solo gli uomini sanno farsi la guerra, non gli animali. 
Quanta prepotenza in meno se avessimo il coraggio di essere fragili; quanta meno permalosità, discussioni inutili; gelosie, invidie, ingiustizie, aggressività, violenza; 
Con più gentilezza dovremmo custodire il mondo e ogni sua creatura.Con più cortesia e garbo dovremmo custodire tutto ciò che amiamo.Gli altri sono fragili come lo siamo noi, si possono rompere anche solo con una parola fuori posto o semplicemente distratta. Ogni nostro gesto di amore per quanto povero e piccolo possa essere, contiene un frammento della Pasqua, porta con sé una scintilla di eternità e di infinito, una scintilla divina.
“Bisogna avere il coraggio di essere fragili, e non fa niente se diamo a tanti l’illusione del bersaglio facile, se mostriamo la crepache gli altri possono allargare.
So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui.
È risorto perché ha avuto il coraggio di essere fragile

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Domenica delle Palme

Avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù.

Avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù.
Così abbiamo ascoltato dal capitolo 12 della lettera agli Ebrei.  Parole semplici, ma efficaci; parole che possiamo custodire come preziose indicazioni per vivere la prossima Pasqua.
Celebrare la Pasqua è impegnativo. Più del Natale: vai a messa il 25 dicembre, ancora meglio cerci un buon orario della vigilia ed è presto fatto. No, la Pasqua reclama per sé lo spazio di tre giorni. Lo chiamiamo Triduo. Comincia il Giovedì Santo, entrando con i discepoli nel cenacolo. Ti chiede di proseguire il cammino, il giorno dopo, dentro le vicende della passione di Gesù; di assistere ad una morte; di stare nel silenzio di un giorno vuoto e scuro come il Sabato Santo, per poi celebrare finalmente la vittoria della Vita nella veglia Pasquale, la messa più lunga dell’anno. Ma anche la più bella, la più intensa. Sant’Agostino la chiama la madre di tutte le veglie. Una volta nella vita credo si debba mettere nel conto di vivere un Triduo nel suo totale svolgimento. Proprio perché chiede tempo e impegno, occorre, come abbiamo ascoltato, deporre prima tutto quello che è di peso; occorre la volontà di mettere da parte ciò che può aspettare, ciò che è peccato dice ancora la lettera agli Ebrei. Occorre liberare il cuore da ogni affanno, anche da quei pregiudizi che ci fanno pensare che tanto non cambia nulla, anche facendo Pasqua; che mica trovi le soluzioni ai tuoi problemi o ciò che occorre alle tue necessità e ai tuoi bisogni.
Deporre ciò che è di peso e liberarci dal peccato. Per correre con perseveranza nella corsa che ci sta davanti. Siamo ancora capaci di correre? Siamo ancora capaci di perseveranza? Abbiamo ancora qualcosa o qualcuno che ci fanno venire la voglia di correre, di affrettarci? Qualcosa o qualcuno che ci tolgono il fiato per l’emozione e non per l’affanno?
E poi abbiamo ascoltato ancora: tenendo fisso lo sguardo su Gesù!
Le letture evangeliche di questa domenica – il racconto dell’unzione a casa Betania e il racconto dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme – ci presentano tanti volti, ma dietro quei volti interessi diversi. Molti vogliono vedere Gesù e sono interessanti a vedere anche Lazzaro, il risorto. Essi cercavano Gesù – dice l’evangelista Giovanni – e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?»
Sono probabilmente gli stessi che presero dei rami di palme e uscirono incontro a lui gridando: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!»
Ma ogni sguardo è diverso: ha differenti sfumature e diverse profondità. È mosso da interessi diversi. Per questo vediamo spesso solo quello che vogliamo vedere.
Accade così anche dentro l’intimità della casa di Betania, la casa degli amici di Gesù, Marta, Maria e Lazzaro, dove quel giorno ci sono anche i discepoli.
Anche lì gli sguardi sono diversi e non sono tutti fissi su Gesù. Non lo sono certo quelli dei curiosi: forse allora non si usava chiedere l’autografo e fare un selfie, ma più o meno quello sembra essere il loro interesse. Lo sono gli occhi di Marta, preoccupata di servire e di far sentire come a casa. Lo sono gli occhi di Maria che più degli altri sembra percepire il turbamento di Gesù e gli si fa accanto con un gesto luminoso e affettuoso.
Non lo sono quelli di Giuda e tacitamente anche quelli degli altri discepoli che davanti ai loro occhi vedono solo lo spreco quasi il danno e danno voce solo al rimprovero interessato: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?».L’olio che Maria usa per ungere i piedi di Gesù viene valutato da Giuda 300 denari. Giuda si accontenterà di 30 denari per tradire Gesù stesso. Il prezzo dell’amicizia è 100 volte più alto del prezzo del tradimento. Su chi saranno fissi i nostri sguardi in questi giorni? Per chi sapremo sprecare un poco del nostro tempo? A chi saremo vicini? Non basterà in questa Settimana Santa lo sguardo curioso dei Giudei, assetati di cose straordinarie, di miracoli strepitosi. Non sarà abbastanza esserci per abitudine! Non basterà in questa settimana esserci solo per vedere: bisognerà ascoltare, fare silenzio, pregare! Per comprendere.
Avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù.

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