Ultima dopo l’Epifania

L’universo non ha un centro,
ma per abbracciarsi si fa così:
ci si avvicina lentamente
eppure senza motivo apparente,
poi allargando le braccia,
si mostra il disarmo delle ali,
e infine si svanisce,
insieme,
nello spazio di carità
tra te
e l’altro.

Quante volte avete già letto o ascoltato questa parabola che la liturgia di questa ultima domenica dopo l’Epifania ci propone?  È parabola conosciuta.
Il figlio ribelle che sfacciatamente reclama dal padre la sua parte di patrimonio prima della sua morte. La sua partenza avventurosa, la sete di libertà, di indipendenza e autonomia, il sogno di una bella vita senza dover lavorare.  Le prime difficoltà: sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto.  La sfortuna di una carestia che fa precipitare del tutto la situazione fino al punto di trovarsi nell’assoluta povertà e sperimentare per la prima volta la fame: nessuno gli dava nulla. Il ripensamento, il rimpianto più o meno interessato: Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 
Come la donna di cui parla il libro di Osea che dopo aver cercato l’amore lontano da casa, si arrende e dice: “Ritornerò al mio marito di prima, perché stavo meglio di adesso” – arriva la decisione sofferta ma obbligata del ritorno. La mia avventura è finita, se devo lavorare lo farò a casa di mio padre dove almeno non soffrirò la fame e dove i salariati hanno pane in abbondanza.
E poi –tornando alla parabola– l’incontro sorprendente e insieme sconcertante di un padre che lo riaccoglie letteralmente a braccia aperte: lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. La festa: Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.
La solita stessa storia che si ripete non perché la rileggiamo, ma perché queste fughe e questi ritorni sono la nostra storia.
Il 25 aprile del 1938 Cesare Pavese scrive nel suo diario –che pubblicato si intitolerà: il mestiere di vivere– : “Perché, quando si è sbagliato, si dice «un’altra volta saprò come fare», quando si dovrebbe dire: «un’altra volta so già come farò»?” Come mai tendiamo a ripetere mille volte gli stessi errori? Come mai ci ripromettiamo di non ripetere gli stessi errori e gli errori rimangono frequentemente gli stessi?  Come mai diciamo che “sbagliando si impara” e poi quello che accade è che torniamo a sbagliare, torniamo a ripetere azioni che non hanno sortito l’effetto e il guadagno che volevamo, complicandoci spesso la vita, cacciandoci all’angolo, senza via di uscita e facendo dire agli altri e a noi stessi: “Non cambierai mai”.
La parabola non ci dice se e quanto sia rimasto quel figlio nella casa del padre; a me viene, senza intenzione di giudicare lui, ma piuttosto di osservare me, che altre volte si sarà allontanato e altrettante sarà tornato; imparando forse una cosa sola, la più importante nella vita e certo nella vita del cristiano, ovvero la necessità di tornare ogni volta; forse ancora più importante della necessità di imparare a non sbagliare. 
Temo che su questo il fratello maggiore avrebbe da dire, lui così attento a non sbagliare a non disobbedire fino a diventare però incapace di far festa con i suoi amici; lui così rispettato e ammirato, ligio al dovere, rispettoso della legge e gran lavoratore, irreprensibile fino al ritorno di quel disgraziato di suo fratello, quando una forza oscura esplode in lui e arriva in superficie facendo intravedere improvvisamente una persona risentita, orgogliosa, dura. Troppo comodo direbbe: bisogna impegnarsi a non sbagliare e occorre imparare dai propri errori. Dentro o fuori!
Da questa parabola sempre uguale e conosciuta non abbiamo ancora finito di imparare che la qualità e lo spessore della nostra vita cristiana non passa dal diventare uomini che non sbagliano, ma dal diventare uomini che tornano. La nostra fede non viene indebolita tanto dal nostro peccato, ma dal nostro non credere alla possibilità di tornare e al nostro non saper tornare. Questa parabola ci racconta esattamente della possibilità e della necessità di ritorno, ci racconta del cuore di questo Padre che ci aspetta per chiamarci di nuovo figli, per impedirci di vivere da servi del peccato o di un padrone. Questo Padre conosce, promuove e incoraggia il nostro desiderio di vita, di libertà, il desiderio di essere noi stessi, e sa che per tutto questo c’è bisogno del suo amore e di una “casa”. Nessuno può perdonarsi da solo, come nessuno può farsi sentire amato da solo. Non è il ri­morso, non è la penitenza, non è la paura che ci libera dal male; non è il dimenticare la colpa, ma è quel «di più» di vita offerto da qualcuno che ti ama per quello che sei.
La nostra salvezza è nella fiducia, nell’ab­braccio e nella festa che il Padre fa per ogni peccatore che torna.

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