5 domenica dopo Pentecoste

e partì senza sapere dove andava

Il racconto di Genesi che abbiamo ascoltato ci racconta di quella che siamo abituati a chiamare – non senza buone ragioni – la vocazione di Abramo. Alla morte di suo padre Terach in Carran, il Signore disse ad Abram: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Per questo Abramo è considerato non solo dal popolo ebraico, ma anche da noi cristiani, un padre della fede, esempio di docilità, fiducia e di obbedienza a Dio.
Oggi vorrei fermarmi non su questa docilità e fiducia, ma sulle prime parole rivolte da Dio ad Abramo: vattene dalla tua terra. Vattene. Più che una chiamata, sembra una cacciata: Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre. Un modo un po’ brusco di chiamare qualcuno, ma quel vattene ci ricorda che ogni chiamata è anche uno strappo; ogni inizio è anche una fine. Siamo venuti al mondo solo perché qualcosa e qualcuno ci ha detto in qualche modo “vattene”. Ce lo ha detto perché avesse inizio la nostra vita. Per quanto stessimo bene dentro il grembo di nostra madre, ad un certo punto è arrivato il momento di andarsene. Una madre che cercasse di trattenere nel proprio grembo il proprio figlio lo farebbe morire e morirebbe con lui e per quello sopporta il dolore del parto e spinge, per dare vita. Vattene! Vivi!
Vattene! Appare una parola sgarbata, ma è parola a volte preziosa. Comando perentorio a dare il coraggio necessario a cercare sempre in ogni stagione della nostra esistenza quella terra benedetta dove abitare; quella terra dove cercare nuova vita.
Comando perentorio a dare la forza di liberarci magari di una vecchia abitudine diventata difetto; a trovare la forza di liberarci da un limite che non abbiamo saputo o non abbiamo voluto ancora vincere; a trovare la determinazione a correggere una consuetudine diventato vizio. Vattene è comando che indica la strada della vita: incamminati verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione.
Il vangelo ci ricorda parole di Gesù che assomigliano a quel comando dato ad Abramo : «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».
Lascia che i morti seppelliscano i loro morti.
Se torniamo ai primi versetti della lettura di Genesi, leggiamo di come sia suo padre a decidere della vita di Abramo: Terach prese Abram, suo figlio, e uscì da Ur dei Caldei per andare nella terra di Canaan. Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono.
Ma quando Terach morì a Carran, allora il Signore disse ad Abram: vattene. È Dio ora a voler indicare una strada, una direzione, a voler condurre e proteggere il cammino come e meglio di un padre.
È l’inizio della storia di Abramo. Una storia che ha inizio con un “vattene”. Allontanati. Non avere rimpianti, non attaccarti a ciò che conosci, fidati di quello che ti prometto.
“Vattene verso” non è scappare; non è sottrarsi alle proprie responsabilità, non è giustificarsi delle proprie mancanze. Abramo non se ne va da solo e si incammina verso una nuova terra e quella discendenza numerosa promessa da Dio, portando con sé la moglie sterile. “Vattene verso” è mettere mano con amore e fiducia alla propria vita.
Il non sapere ancora come sarà, non ci deve spaventare a tal punto da rimanere rassegnati dentro situazioni che non piacciono neppure a noi; non ci deve far desistere dalla fatica di cambiare quello di cui ci lamentiamo e che tocca a noi cambiare; non ci deve far rassegnare di fronte a traguardi che ancora non abbiamo tagliato.
Nella seconda lettura, la lettera agli Ebrei ci parla così di questa chiamata di Dio e della risposta di Abramo: Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.
“Fate il primo passo con fiducia. Non è necessario vedere tutta la scala, basta salire il primo gradino”. Così diceva Martin Luther King. Il primo passo a volte è la parte più lunga e difficile di ogni viaggio.  La meta appare lontana e non sai neppure quanto, non sai quanti altri ne serviranno. Il primo passo spesso è il più difficile, non ti porta molto lontano, non risolve molto, ma è quello che ti porta via da dove sei. Vorremmo avere tutti la sicurezza del viaggio, vorremmo avere la possibilità di ripensarci, di tornare sui nostri passi là dove l’abitudine aveva in qualche modo alleggerito il fastidio e l’insoddisfazione che sentivamo nel cuore, là dove alla fine avevamo ceduto a qualche compromesso con noi stessi e con i nostri principi. Vattene da lì. Dai, datti una mossa. Deciditi!
Nessun passo sarà inutile, neppure quelli sbagliati e chi conosce la storia di Abramo sa che ne ha fatti anche lui. Ma neppure la paura di sbagliare può essere una giustificazione all’immobilità!
Vattene verso la terra che Dio ti ha promesso, perché ti fidi di Dio!

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4 domenica dopo Pentecoste

Noè trovò grazia agli occhi del Signore

Anche Dio si arrabbia! Così ci dice il libro della Genesi, raccontandoci di un Dio deluso e furente; un Dio che prova sentimenti molto umani, come il dispiacere, l’ira, lo sconforto, quasi il desiderio di vendetta e di violenza. Quell’uomo a cui aveva affidato la terra perché la abitasse e se ne prendesse cura, ha dato spazio nel suo cuore alla malvagità: ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre. E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. Il Signore disse: «Cancellerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato e, con l’uomo, anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito di averli fatti».
Sembra uno di noi questo Dio: deluso e scoraggiato: sembra di vedere sulla sua bocca le parole del salmo che assomigliano spesso anche alle nostre: Sono tutti traviati, tutti corrotti; non c’è chi agisca bene, neppure uno. Tutti dediti al proprio esclusivo interesse. Tutti preoccupati di godersi la vita, di fare soldi, di soddisfare ogni desiderio, senza porsi tanti problemi: tanto Dio non esiste. Un Dio arrabbiato esattamente come una mamma che, vedendo un figlio che la combina grossa, fa uscire dalla bocca parole minacciose: “ti strozzo” o “come ti ho fatto di disfo”. Un Dio che non vuole che i suoi figli si imbruttiscano o si perdano e perciò interviene dando voce al disappunto. Un Dio che, come noi, contesta e lamenta la bruttezza dei tempi: fanno cose abominevoli. Un Dio che comunque continua a credere nella possibilità per l’uomo di essere giusto e si guarda intorno, cercando quel giusto: il Signore dal cielo si china sui figli dell’uomo per vedere se c’è un uomo saggio, uno che cerchi Dio; finché non lo trova: Noè trovò grazia agli occhi del Signore.
Sembra di vederlo questo Dio, che in mezzo a tanto male, arrabbiato e deluso, comunque non si stanca di guardarsi in giro per vedere se qualche buono è rimasto; qualcuno che possa farlo desistere dai suoi propositi, che possa scegliere il suo dispiacere, possa riscattare la sua delusione. Perché Egli si arrabbia, ma non è un Dio malvagio. Perché l’amore non può sopportare il male e chi lo fa, specialmente contro i deboli e gli indifesi. Egli non è un Dio indifferente e impassibile, al di sopra delle vicende umane. Non può tollerare il male senza intervenire. Ne sarebbe complice.
Noè era uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei e camminava con Dio. Anche egli, lascia intuire il testo, come i suoi contemporanei, mangiava, beveva, prendeva moglie… Anche lui aveva una vita e non si preoccupava di quello che facevano gli altri, operando a sua volta il male e permettendo alla malvagità di dilagare nel mondo, prendendo a giustificazione che “tanto fanno tutti così”. “Fanno tutti così” è la cosa più idiota che noi possiamo dire per giustificare il nostro peccato. Come sono belle le persone come Noè: anche Dio se ne compiace. Le cerca, le trova, le guarda e si compiace, felice di essere il Creatore di creature così!  Persone che non hanno paura di rimanere soli ma camminano giusti e integri su questa terra; persone che senza badare a dove vanno e stanno tutti, decidono di stare dalla parte giusta.  Noè sembra essere l’ultimo ostacolo alla realizzazione del proposito vendicativo di Dio. Non gli serve supplicare o invocare Dio perché cambi idea. È la sua stessa presenza e la sua condotta che appaiono come un’obiezione alla cancellazione dell’uomo dalla superficie della terra.  Noè infatti trovò grazia agli occhi del Signore. E trovò grazia perché era uomo giusto, integro e camminava con Dio, pur in mezzo a una generazione traviata. Questo singolo uomo impedisce che si realizzi la cancellazione di tutti dalla faccia della terra. Dobbiamo tornare davvero a credere che ciascuno di noi senta di poter essere quel giusto di cui il mondo ha bisogno. Che ciascuno di noi desideri essere colui che trova grazia agli occhi del Signore.
Soprattutto quando tutti sembrano arrendersi o cercare dappertutto facili vie di uscita e i facili compromessi; quando la maggior parte sembra sfuggire istintivamente e in maniera arrendevole da tutto ciò che comporta sacrificio, rinuncia.

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FESTA DEL SACRO CUORE DI TORREVILLA

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3 domenica dopo Pentecoste

Ci si può abituare e restare umani?

Forse 1500 km di distanza sono sufficienti per non sentire l’enormità dell’ennesima tragedia in mare; forse c’è un limite oltre il quale il cuore non può sopportare il dolore, una soglia oltre la quale ci si deve quasi per forza fare l’abitudine, quasi una difesa dal male che invade e ti entra dentro, ma a 1500 km da qui, l’ennesima barca carica di uomini, donne e bambini (smettiamola di chiamarli semplicemente migranti) è affondata. Si pensa di dover arrivare a contare 600 morti. 
Non hanno ancora capito che non devono venire qui, perché qui non c’è posto per tutti, perché non c’è lavoro per tutti, non ci sono ospedali per tutti, non c’è una casa per tutti. Perché è vero: il problema non si risolve così; e poi il viaggio affrontato in quel modo è troppo pericoloso. Glielo hanno spiegato in occasione della strage di Cutro: “la disperazione non giustifica i viaggi a rischio”. È responsabilità di chi decide di partire se succedono queste stragi. State calmi, “fermatevi verremo noi a prendervi”. Anzi mandiamo noi qualcuno ad aiutarvi. A casa vostra. Restate là. 
Aiutiamoli a casa loro! Lo slogan è accattivante. Indovinate chi l’ha detto? Matteo Salvini o Matteo Renzi? L’hanno detto tutti e due.  Ma anche i 5 stelle e penso anche altri.
Aiutiamoli a casa loro. Ha proprio il sapore della buona intenzione, ha l’aspetto della soluzione efficace, ha tutta l’aria di un’idea geniale e risolutiva. Significa creare le condizioni buone di vite e concrete opportunità di sviluppo perché nessuno sia costretto a lasciare la propria terra e ad emigrare.
Dicevamo, “aiutiamoli a casa loro” ha il sapore della buona intenzione e dell’idea geniale, soprattutto per continuare a fare a casa nostra quello che vogliamo e fare a casa loro ancora quello che vogliamo.
Quello che vogliono le multinazionali delle sementi, del caffè o del cacao, del petrolio o dei minerali preziosi. Quello che torna buono allo stile di vita a cui negli anni ci siamo abituati e che temiamo di perdere. Costi quel che costi agli altri, al clima e all’ambiente.
È così che l’idea geniale del “aiutiamoli a casa loro” nessuno si è mai messo al lavoro per realizzarla, perché oltre che essere geniale è molto impegnativa. Forse più impegnativa che accogliere quelli che, scampati al viaggio, poi arrivano in Europa, forse anche non troppo geniale, perché poi ci accorgiamo che abbiamo bisogno di braccia per fare i lavori che nessuno vuole fare.
Aiutiamoli a casa loro, dunque, ma per davvero! Come fa Dio! Tutte queste considerazioni mi sono venute leggendo il vangelo di oggi.
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.”
Ecco come Dio ha amato il mondo. Venendo Lui stesso nel mondo, venendo a casa nostra, non per condannarci o dirci: “è colpa vostra”, ma per salvarci e perché chiunque si fida e crede in Lui non vada perduto. Un bel programma! Un’idea geniale che Dio ha messo in pratica.
Un modo chiaro per dirci che chi ama non lo fa solo a parole o con i proclami, ma con i fatti.
La carità non abbia finzioni scrive san Paolo ai Romani.
Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. Scrive l’apostolo Giovanni nella prima lettera.
“Amare – dice la mamma a Leo protagonista del romanzo “Bianca come il latte, rossa come il sangue” – è un verbo, non un sostantivo. Non è una cosa stabilita una volta per tutte, ma si evolve, cresce, sale, scende, si inabissa, come i fiumi nascosti nel cuore della terra, che però non interrompono mai la loro corsa verso il mare. A volte lasciano la terra secca, ma sotto, nelle cavità oscure, scorrono, poi, a volte, risalgono e sgorgano, fecondando tutto.”
L’amore di Dio non gli permette di stare distante dal mondo, distratto o indifferente. 
Egli sceglie di raggiungere i suoi figli nel mondo per portarli a sé. Questo Dio che ha tanto amato il mondo è un Dio che si apre agli altri, esce da se stesso, mette il suo baricentro in chi ama, non in sé stesso.
Non è interessato a cosa può ricavare, ma a quello che ha da offrire!
Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.
Il mondo non lo salveremo solo con degli ideali e dei programmi, né solo con il senso del dovere. Il mondo lo salva la passione di chi è capace di amare come ama Dio: amare la terra e l’umanità che la abita; amare l’umanità che c’è in noi per non diventare disumani, o anche solo indifferenti, di fronte alle tragedie che tormentano la storia degli uomini.

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2 Domenica dopo Pentecoste

la vita è tanto bella e ricca. Lo è al punto che potresti credere in Dio

Provate ad immaginare questa scena. Gesù, invitato nello studio di Bruno Vespa o di Mario Giordano, oppure di Lilli Gruber o di Nicola Porro o se preferite di Barbara d’Urso. L’argomento potrebbe essere la guerra in Ucraina o l’emergenza migranti; l’insicurezza nelle città e la violenza nelle strade.
Comincia a parlare e dice: «Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».Lascio a voi immaginare che piega potrebbe prendere il confronto con gli altri ospiti. Sarei curioso di vedere il giorno dopo l’audience di quella puntata; i commenti sui giornali; le dichiarazioni dei politici. Quelli di destra e quelli di sinistra e perché no di quelli di centro, di centrodestra e di centro sinistra. Me li vedo più o meno tutti quanti accumunati nel definire Gesù un ingenuo; un radical chic che se ne sta nel suo nell’attico in cielo e non sa come va il mondo; uno che predica bontà, ma che non sa nulla della vita reale. Forse qualcuno, sia di destra che di sinistra, sapendo che tutto sommato è il Figlio di Dio, comincerebbe a tirarlo dalla sua parte: ha ragione, lo diciamo anche noi da sempre, la pensa come noi.   Ma nessuno mai lo metterebbe in lista sapendo che, se anche i suoi insegnamenti potessero forse interessare qualche convinto credente o qualche sognatore rivoluzionario, non porterebbe a casa molti voti con dichiarazione del genere!  Altri comincerebbero semplicemente a contestarlo. 
Dopo qualche giorno, comunque, l’eco di quelle parole si smorzerebbe per lasciar spazio a qualche altra polemica, a qualche tragico fatto di cronaca da raccontare nei particolari, a qualche pettegolezzo o semplicemente al racconto delle mete preferite dagli italiani per le prossime vacanze. Accade sempre così; il pensiero chiede tempo e quello che ci manca sempre. Troppo rivoluzionarie e provocatorie quelle parole: i nemici non si amano, si combattono; si sconfiggono e si mettono nella condizione di non poter far del male. Ha ragione la legge antica: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico e non c’è proprio bisogno di una legge nuova per di più inconcepibile: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano.
Che posto possono avere queste parole in un tempo in cui si mina e si fa saltare una diga o in cui si minaccia l’uso dell’atomica? In un mondo in cui il diritto internazionale non ha saputo impedire o porre dei limiti ad alcuna guerra e in cui solo la reciproca paura di annientamento ha funzionato come limite? 
Per farla corta oggi sarebbe definito un buonista: uno che crede che si possa cambiare e salvare il mondo con la bontà.  Come un buonista è il padre di figlio che scappa di casa con mezza eredità e non contento, quando torna a mani vuote, lo accoglie di nuovo in casa, senza una punizione e gli fa pure una festa. Buonista è un dio che fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Ai figli non puoi lasciar fare tutto quello che vogliono. Le offese si vendicano, i torti si riparano, chi sbaglia paga e ripaga; prima i nostri e poi se avanza ci pensiamo. Questa è la logica, da sempre.
La parola, buonismo, è diventata una specie di scudo contro qualsiasi tentativo di dialogo e di pensiero ragionevole, contro qualsiasi riflessione in grado di andare oltre le urla, la rabbia e l’istinto.  È stata presa una parola sacra come “bontà”, e l’abbiamo chiusa dentro un contesto del tutto estraneo: un buon modo per mettere limiti alla bontà.
In giro e nei cuori c’è tanta paura e smarrimento e queste parole del Vangelo a prima vista non sembrano una buona soluzione ai problemi del mondo. In realtà se non ci fermiamo alle apparenze, se non lasciamo spegnere in noi la forza di queste parole, ci accorgeremmo che questo Vangelo offre una risposta alla nostra paura. Sono le parole di quel Gesù che è stato l’unico vero ribelle che abbia camminato su questa terra.
Scriveva Etta Hillesum: Se invece non dai un opportuno ricovero al dolore, ma concedi maggior spazio all’odio e ai piani di vendetta – da cui nascerà ulteriore dolore per altri -, be’, allora il dolore non finirà mai in questo mondo ma crescerà soltanto. Quando avrai concesso al dolore il posto e lo spazio che le sue nobili origini richiedono, allora sì che potrai dire: la vita è tanto bella e ricca. Lo è al punto che potresti credere in Dio…
Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in sé stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo.  l’unica soluzione possibile…  Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra. –
Non trovi spazio in noi l’odio, non trovi casa il rancore. Amate, pregate, non salutate solo quelli che vi salutano, non aspettate ricompensa all’amore. Aspirate ad essere misericordiosi e perfetti come il Padre nostro celeste. 

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Pentecoste

la confusione che la superbia aveva portato tra gli uomini
è ricomposta in unità dallo Spirito Santo (dal prefazio di Pentecoste)

Quando in settimana ho letto le letture di questa Domenica di Pentecoste, le parole che più mi hanno colpito e invitato a fermarmi sono queste che san Paolo scrive alla comunità di Corinto. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune: a uno infatti, per mezzo dello Spirito, viene dato il linguaggio di sapienza; a un altro invece, dallo stesso Spirito, il linguaggio di conoscenza; a uno, nello stesso Spirito, la fede; a un altro, nell’unico Spirito, il dono delle guarigioni; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di discernere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue.Mi ha colpito questa insistenza sul gran da fare dello Spirito nel distribuire a ciascuno un carisma, una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune. A uno, a un altro, a uno, a un altro, a uno, a un altro, a un altro, a un altro, a un altro…
Vien da pensare che nessuno ne rimanda escluso da questa distribuzione; che nessuno possa lamentarsi di essere rimasto con le mani vuote o di aver ricevuto meno di altri; che nessuno possa vantarsi di essere migliore di altri; che nessuno possa avere motivo di perder tempo a far confronti e paragoni.
Mi sono anche venute in mente alcuni pensieri di un teologo svizzero dello scorso secolo Hans Urs von Balthasar. Così scrive: Sinfonia vuol dire accordo. Un suono. Diversi strumenti suonano. Diversi strumenti suonano insieme. Una tromba basso non è un violoncello; un violoncello non è un fagotto. Il contrasto fra gli strumenti deve essere il più netto possibile, in modo che ciascuno mantenga il suo timbro inconfondibile. Il compositore deve scrivere la parte in modo tale che il timbro di ogni strumento raggiunga il suo massimo effetto.  Maestro consumato è Mozart: i suoi concerti per violino, per corno o per clarinetto, mettono sempre in risalto la peculiarità specifica dello strumento. Nella vera sinfonia, però, tutti gli strumenti si fondono nell’accordo generale. Il mondo è simile a una grande orchestra che sta accordando i suoi strumenti; ognuno suona sul suo strumento una nenia monotona, mentre il pubblico affluisce e il direttore d’orchestra non è ancora arrivato. Ad un certo punto però il pianoforte suona un la, perché tutt’intorno si stabilisca una certa uniformità di suono: si accorda su qualche cosa di comune. Anche la scelta degli strumenti presenti non è casuale.  Essi costituiscono già, con la diversità delle loro caratteristiche, qualche cosa come un sistema di coordinate. L’oboe, aiutato forse dal fagotto, farà da contrappunto alla parte degli archi; tuttavia non sarebbe sufficientemente efficace, se i corni non svolgessero il compito di sottofondo unitario per il dialogo dei diversi strumenti. La scelta è determinata dal disegno che provvisoriamente giace, muto, nella partitura aperta; non appena però la bacchetta del direttore d’orchestra si alzerà, richiamerà su di sé l’attenzione di tutti gli strumenti, trascinerà tutta l’orchestra con sé e allora si vedrà qual è il compito di ognuno.
(il testo completo qui: https://www.gliscritti.it/preg_lett/antologia/sinfonica.htm)
A ciascuno è dato un dono. A ciascuno un dono diverso. Verrebbe da pensare che se il mondo a volte è così difficile da abitare è proprio per questa grande diversità che lo abita. Le differenze sono innumerevoli, e certamente possono diventare motivo di scontro: è più importante il linguaggio della sapienza o quello della conoscenza? Il dono della profezia o quello delle lingue? Il dono delle guarigioni o il potere dei miracoli? 
È domanda che neppure ci dovremmo fare: questi paragoni portano solamente a rendere il mondo peggiore. Come se in una famiglia il papà si ritenesse più importante della mamma e viceversa; o in una comunità si ritenesse più stimabile la catechista di chi pulisce la chiesa, o il consigliere pastorale più stimabile di chi non riesce ad avere incarichi perché si occupa del genitore anziano.
La festa della Pentecoste è la festa di un mondo che custodisce le differenze perché ciascuno ne tragga beneficio. È la festa che ci ricorda che ognuno dei doni che lo Spirito distribuisce è essenziale alla vita della Chiesa e di ogni comunità e per questo motivo ci ricorda che non c’è nessuno che non sia necessario agli altri e non c’è nessuno che non abbia bisogno degli altri.
San Paolo nel capitolo 12 della prima lettera ai Corinti non usa l’immagine dell’orchestra, ma del corpo: Non può l’occhio dire alla mano: «Non ho bisogno di te»; né la testa ai piedi: «Non ho bisogno di voi».
La varietà dei doni di grazia non va semplicemente subita come un fastidio o come confusione, non come motivo di rivalità e di competizione, non come occasione di graduatorie o maldicenze. San Paolo è chiaro: quel carisma che ciascuno riceve è per il bene comune non per l’affermazione personale, è per l’utilità di molti e non per la carriera o il successo individuale. Tutti quei doni sono semplicemente al servizio di  una comunità cristiana, della sua vivacità, della sua fedeltà al Vangelo. Quale spazio può essere lasciato alla gelosia quando si tratta dello stesso Dio che agisce in noi e in tutti? Piuttosto, c’è gioire di questa sua molteplice ricchezza. Quale spazio al voler far tutto, nella convinzione che solo così sarà fatto bene.
Quale motivo c’è di insistere nel difendere le proprie ragioni senza preoccuparsi di custodire anche la comunione e soprattutto la verità?
Rinnoviamo allora insieme, gli uni per gli altri, con fiducia la preghiera di invocazione dello Spirito
«Vieni, Santo Spirito,
Piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
raddrizza ciò ch’è sviato.
Dona ai tuoi fedeli
che solo in te confidano
i tuoi santi doni.

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7 domenica dopo Pasqua

Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto

Ci fanno compagnia oggi i due discepoli di Emmaus. Due discepoli, in cammino. Come tutti gli altri hanno il cuore triste e deluso. Non riescono più a trovare un motivo per rimanere a Gerusalemme. Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, è morto; i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso.  Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele;
Il primo pensiero che raccolgo si fa domanda: non accade anche a noi talvolta qualcosa di simile? Non siamo anche noi tristi quando i nostri progetti vengono scombinati, quando le nostre attese vengono deluse, quando le nostre speranze vengono infrante? Non siamo anche noi così, uomini che quando le cose non vanno semplicemente ed esattamente come pensiamo e vogliamo, andiamo in crisi? Ci arrendiamo e torniamo indietro? Ci è molto più spontaneo piangere e rattristarci, tirando subito conclusioni negative. Ci è molto più facile vedere i problemi che i germogli di speranza. Ci è molto più facile perfino accontentarci subito di una sconfitta che attendere e lottare per una vittoria che è ancora da conquistare. La delusione diventa così forte che non solo la nostra mente si appanna e perde di lucidità, ma anche i nostri occhi si spengono. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Tanto grande è il potere della tristezza e della delusione: ci impedisce di vedere.
Questi due uomini in cammino verso Emmaus sono talmente accecati dalla delusione e dal dolore che non riescono nemmeno a rendersi conto di chi lungo la strada li ha raggiunti e ora sta camminando con loro. La cosa ancora più sconvolgente è che qualcuno aveva anche loro detto che si stavano sbagliando: alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto.Ma nemmeno queste parole li avevano convinti che non era ancora finita! Sono anzi loro a voler convincere Gesù di aver ragione nel loro pensare male: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?» Loro che non riconoscono Gesù, sono quelli che dicono: ma come fai a non vedere e a non sapere! Non accade a volte anche a noi di venire a messa, così fermi e concentrati sui nostri pensieri, da tornare a casa senza averlo riconosciuto qui presente e incontrato? Non accade anche a noi di diventare uomini e donne per cui anche le cose belle sono inattese e forse per questo difficile da riconoscere e da accogliere?  Tutto diventa inatteso perché non siamo più capaci di aspettare, troppo convinti dello sconforto che ci ha preso il cuore, della delusione che ci ha rattristato. Sono rivolte anche a noi le parole che Gesù dice ai due discepoli: Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti. 
Una seconda cosa che mi pare utile raccogliere da questo Vangelo è l’invito che i discepoli fanno a quell’uomo dopo averlo ascoltato: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto».Siamo soliti interpretarla come una preghiera rivolta al Signore, una richiesta di compagnia. Con questa intenzione la cantiamo: “Resta qui con noi, il sole scende già”. Ma possiamo anche più verosimilmente pensare che in quel momento siano i discepoli a credere di fare un favore a quell’uomo; a credere che sia lui ad aver bisogno di protezione, di compagnia, di un riparo per la notte. Ancora non riescono ad ammettere di essere loro, i discepoli di Emmaus, ad aver bisogno di lui. In quel momento, chiusi nella loro tristezza, non sanno nemmeno bene di cosa possono aver bisogno, cosa possono chiedere.  Anche in questo assomigliamo molto a questi due uomini. Pensiamo che sia Dio ad aver bisogno delle nostre preghiere, del nostro tempo; che sia lui ad aver bisogno che noi veniamo a messa, che sia lui ad aver bisogno della nostra compagnia. Io trovo meraviglioso questo Gesù! Questo Dio che in Gesù si rivela in questo modo: Uno che non ha paura del nostro dolore e della nostra rabbia, anzi, uno che è solito farsi vicino proprio quando siamo tristi; che cammina al nostro passo e si fa accanto con dolcezza, si fa compagno proprio dentro le nostre crisi e difficoltà; uno che non ce le manda a dire: stolti e lenti di cuore; uno che ti accompagna lungo la tua strada tutto il tempo necessario prima di chiederti di camminare dietro di lui, sulle sue strade; uno che non ama imporre la sua presenza, ma che quando gli chiedi di restare, acconsente, si siede e non ti lascia solo. 
Dove lo trovi un Dio così?

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6 domenica di Pasqua

non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati

Migliora la tua memoria. Tecniche di memoria. Aumenta la tua memoria. Manuale per allenare la memoria. Sono solo alcuni titoli dei libri in commercio che riguardano la memoria. Manuali che promettono di migliorare la propria capacità di memoria. Invidio le persone che hanno memoria: la capacità di ricordare fatti, parole, eventi, anniversari, situazioni. Una capacità che favorisce una miglior efficienza, una miglior vita, un miglior successo. È necessaria quando studi, ma è altrettanto necessaria quando parli e ascolti. È abbastanza triste quando ti accorgi che qualcuno si è dimenticato quello che gli hai detto. È facile pensare che quella dimenticanza abbia a che fare con il disinteresse non solo verso le parole, ma anche verso chi gliele ha rivolte. Quando si comincia a perdere questa capacità non è un buon segno.  Siamo soliti pensare che sia compito del cervello custodire i ricordi, ma oso dire che anche il cuore ha la sua parte. Sta di fatto che oggi tra le capacità che Gesù attribuisce allo Spirito Santo che sarebbe arrivata sugli apostoli dopo la partenza di Gesù vi è proprio quelle di aiutar i discepoli ad imparare e a ricordare. Lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
È bello questo: vi ricorderà ogni cosa. È una promessa precisa. Tutto quello che vi ho affidato non andrà perso. Ogni parola che avete ascoltato da me non sarà cancellata dal tempo che scorre e che consuma appunto i ricordi dell’uomo.
Lo Spirito farà memoria di tutto questo e il suo far memoria avrà come beneficio la straordinaria possibilità di accogliere la pace lasciata in dono da Gesù e la possibilità per il proprio cuore di non lasciarsi turbare. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Ed è un dono prezioso questo che lo Spirito fa ai credenti. Se ci fermiamo a riflettere del resto ci accorgiamo di come, per quanto possiamo proclamarci ottimisti, ci sia più facile ricordare e tornare con la mente alle cose che non vanno bene di quelle che vanno bene; di come il bicchiere sia più spesso mezzo vuoto che mezzo pieno; di come ci sia più facile ricordare i difetti di una persona che i suoi pregi; di come sia più facile lamentarsi che lodare la vita. È sufficiente che qualcuno ci parli male di un’altra persona per condizionare negativamente la nostra opinione in proposito; il ricordo di un torto è più appuntito e penetrante di quello di un beneficio.
Credo sia abbastanza per dire che della nostra memoria possiamo fidarci fino ad un certo punto.  Ed è un dono grande che il Signore Gesù, conoscendo questa fragilità, abbia pensato di sostenerci in qualche maniera proprio in questa opera di memoria che diventa sorgente di speranza. Perché ricordare le cose belle, invece di quelle sgradevoli; saper vedere prima i pregi dei difetti; saper ricordare un beneficio prima di un torto; saper apprezzare la vita per quello che ci offre prima di lamentarci di quello che ci è negato ha effetti così miracolosi che vien proprio da dire: non ci può che essere di mezzo lo Spirito Santo.
È la memoria che nutre la speranza. Il ricordo di come il Signore ci è già stato accanto altre volte, ci sostiene nell’attesa del suo manifestarsi di nuovo. Il pensiero di come ci abbia già accompagnato in mezzo a difficoltà e a prove sostiene il cammino. Chi dimentica, non solo rimuove il passato, ma rimuove, quasi cancella, una possibilità di futuro. Chi dimentica più facilmente sarà assalito dal turbamento e dalla paura; facilmente ogni volta si lascerà andare ad un esercizio di immaginazione che disegnerà nella mente e davanti agli occhi previsioni scure.
Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà. Aver fede in fondo è avere memoria di una salvezza ricevuta e che sempre si rinnova per la potenza stessa del Signore Dio. La memoria per noi uomini è fondamentale, come fondamentali sono le radici per un albero. Trasmettono vita. Danno sicurezza, benessere, stabilità. Facciamo così in fretta a dimenticare quel che Dio ha fatto per noi. Oggi ci è promesso che lo Spirito ci ricorderà ogni cosa: ci ricorderà soprattutto di come Dio vigila sulla nostra vita, di come la custodisce, di come la ama. È così che noi ritroviamo la speranza e l’ardimento di cui abbiamo bisogno per affrontare la vita stessa. Non servono libri o tecniche. Non è questione di quante cose ricordiamo, di quantità, di informazioni. Ci serve lo Spirito per custodire il senso dei fatti, il loro valore, la loro verità; per custodire la pace nel cuore.

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