5 domenica dopo Pentecoste

e partì senza sapere dove andava

Il racconto di Genesi che abbiamo ascoltato ci racconta di quella che siamo abituati a chiamare – non senza buone ragioni – la vocazione di Abramo. Alla morte di suo padre Terach in Carran, il Signore disse ad Abram: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Per questo Abramo è considerato non solo dal popolo ebraico, ma anche da noi cristiani, un padre della fede, esempio di docilità, fiducia e di obbedienza a Dio.
Oggi vorrei fermarmi non su questa docilità e fiducia, ma sulle prime parole rivolte da Dio ad Abramo: vattene dalla tua terra. Vattene. Più che una chiamata, sembra una cacciata: Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre. Un modo un po’ brusco di chiamare qualcuno, ma quel vattene ci ricorda che ogni chiamata è anche uno strappo; ogni inizio è anche una fine. Siamo venuti al mondo solo perché qualcosa e qualcuno ci ha detto in qualche modo “vattene”. Ce lo ha detto perché avesse inizio la nostra vita. Per quanto stessimo bene dentro il grembo di nostra madre, ad un certo punto è arrivato il momento di andarsene. Una madre che cercasse di trattenere nel proprio grembo il proprio figlio lo farebbe morire e morirebbe con lui e per quello sopporta il dolore del parto e spinge, per dare vita. Vattene! Vivi!
Vattene! Appare una parola sgarbata, ma è parola a volte preziosa. Comando perentorio a dare il coraggio necessario a cercare sempre in ogni stagione della nostra esistenza quella terra benedetta dove abitare; quella terra dove cercare nuova vita.
Comando perentorio a dare la forza di liberarci magari di una vecchia abitudine diventata difetto; a trovare la forza di liberarci da un limite che non abbiamo saputo o non abbiamo voluto ancora vincere; a trovare la determinazione a correggere una consuetudine diventato vizio. Vattene è comando che indica la strada della vita: incamminati verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione.
Il vangelo ci ricorda parole di Gesù che assomigliano a quel comando dato ad Abramo : «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».
Lascia che i morti seppelliscano i loro morti.
Se torniamo ai primi versetti della lettura di Genesi, leggiamo di come sia suo padre a decidere della vita di Abramo: Terach prese Abram, suo figlio, e uscì da Ur dei Caldei per andare nella terra di Canaan. Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono.
Ma quando Terach morì a Carran, allora il Signore disse ad Abram: vattene. È Dio ora a voler indicare una strada, una direzione, a voler condurre e proteggere il cammino come e meglio di un padre.
È l’inizio della storia di Abramo. Una storia che ha inizio con un “vattene”. Allontanati. Non avere rimpianti, non attaccarti a ciò che conosci, fidati di quello che ti prometto.
“Vattene verso” non è scappare; non è sottrarsi alle proprie responsabilità, non è giustificarsi delle proprie mancanze. Abramo non se ne va da solo e si incammina verso una nuova terra e quella discendenza numerosa promessa da Dio, portando con sé la moglie sterile. “Vattene verso” è mettere mano con amore e fiducia alla propria vita.
Il non sapere ancora come sarà, non ci deve spaventare a tal punto da rimanere rassegnati dentro situazioni che non piacciono neppure a noi; non ci deve far desistere dalla fatica di cambiare quello di cui ci lamentiamo e che tocca a noi cambiare; non ci deve far rassegnare di fronte a traguardi che ancora non abbiamo tagliato.
Nella seconda lettura, la lettera agli Ebrei ci parla così di questa chiamata di Dio e della risposta di Abramo: Per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.
“Fate il primo passo con fiducia. Non è necessario vedere tutta la scala, basta salire il primo gradino”. Così diceva Martin Luther King. Il primo passo a volte è la parte più lunga e difficile di ogni viaggio.  La meta appare lontana e non sai neppure quanto, non sai quanti altri ne serviranno. Il primo passo spesso è il più difficile, non ti porta molto lontano, non risolve molto, ma è quello che ti porta via da dove sei. Vorremmo avere tutti la sicurezza del viaggio, vorremmo avere la possibilità di ripensarci, di tornare sui nostri passi là dove l’abitudine aveva in qualche modo alleggerito il fastidio e l’insoddisfazione che sentivamo nel cuore, là dove alla fine avevamo ceduto a qualche compromesso con noi stessi e con i nostri principi. Vattene da lì. Dai, datti una mossa. Deciditi!
Nessun passo sarà inutile, neppure quelli sbagliati e chi conosce la storia di Abramo sa che ne ha fatti anche lui. Ma neppure la paura di sbagliare può essere una giustificazione all’immobilità!
Vattene verso la terra che Dio ti ha promesso, perché ti fidi di Dio!

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