I Domenica dopo il martirio di san Giovanni il precursore

Cercate di capire ciò che è gradito al Signore

Anche ai figli dei re capita di non sapere cosa pensare. Il tetrarca Erode è il figlio del più famoso re Erode, quello della strage degli innocenti per intenderci. Ma capita anche ai potenti di non sapere cosa pensare. Come capita a noi. Il tetrarca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare.
Anche a noi, grazie ai Vangeli, è stato dato di sentir parlare di quegli avvenimenti riguardanti Gesù:  aveva guarito il figlio di un centurione, restituito alla vita il figlio della vedova di Nain, aveva operato guarigioni da malattie, da infermità, da spiriti cattivi, ridato la vista ai ciechi, placato una tempesta che sul lago aveva spaventato i discepoli; aveva raccontato parabole, aveva cominciato a parlare di un regno dei cieli, diverso da quello di questa terra e per questo così difficile da comprendere. Di questo Erode aveva sentito parlare, ma non sapeva cosa pensare.
È quel genere di situazioni in cui non è facile restare. Non sapere cosa pensare lascia nell’animo un turbamento, un’incertezza che facilmente può diventare ansia, genera tensione. Niente di tutto questo è piacevole ed è così che siamo spinti a soluzioni che non sono sempre efficaci. Puoi rimanere come paralizzato e non prendere nessuna decisione. Oppure, può capitare che facilmente si prendano decisioni affrettate, impulsive. È quello che aveva fatto suo padre, re Erode, quando aveva ordinato la strage degli innocenti. Oppure, come forse farebbe chiunque di noi, si comincia a cercare più informazioni. Si chiede in giro; si cercano consigli; ci si lascia condizionare da quello che dicono gli altri. Quando non sai cosa pensare, diventa facile pensare quel che pensano tutti. Adeguarsi alla massa, rinunciare ad un proprio pensiero. Ci si astiene. Si lascia decidere agli altri. Fanno tutti così.
Nel caso di Erode però sembra non funzionare. Quello che si dice in giro è contrastante: alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elia», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti».Rimane così in sospeso la domanda fondamentale: chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?
Prova a informarsi direttamente: cercava di vederlo.Quando ci riuscirà i risultati saranno comunque deludenti. L’evangelista Luca al capitolo 23 descrive così l’incontro tra Erode e Gesù: Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto. Da molto tempo infatti desiderava vederlo, per averne sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò, facendogli molte domande, ma egli non gli rispose nulla… Allora anche Erode, con i suoi soldati, lo insultò, si fece beffe di lui e lo consegnò a Pilato. Tutto questo mi ha fatto pensare al fatto che quando non sappiamo cosa pensare, in realtà siamo solo incerti sull’affidarci all’unica risposta vera, ma scomoda, che abbiamo davanti. Continuiamo a mettere in discussione la realtà, cerchiamo conferme che non arriveranno da fuori, pur di non fare quel passo che tocca a noi decidere di fare. Diamo ascolto solo a ciò che vogliamo sentirci dire, a ciò che ci dà ragione, ci rassicura e non ci scomoda. Il tetrarca Erode, quando Giovanni Battista gli aveva fatto notare che non era molto elegante e giusto prendere in moglie Erodiade, la moglie di suo fratello Filippo, alla prima occasione fa uccidere Giovanni, tagliandogli la testa e mettendo a tacere quella voce scomoda che non aveva voluto ascoltare: Giovanni, l’ho fatto decapitare io. Erode, più ancora che l’uomo incerto, è l’uomo che sa ma non vuole. Conosce bene cosa è giusto fare, ma conosce anche la fatica di mettersi dalla parte del bene, intuisce quale è la verità, ma conosce le rinunce che comportano alcune scelte. Esistono certamente situazioni in cui non si sa cosa pensare, in cui non si sa cosa è giusto e cosa non lo è. Sono quelle situazioni in cui abbiamo bisogno di un aiuto, ma quasi mai quell’aiuto può arrivare da parte del primo che passa o da chi non ha il coraggio di parole scomode.
Chi vuole quell’aiuto deve saper essere più predisposto a fidarsi, che ad arrangiarsi; pronto ad esporsi, più che a difendersi; più attento al giudizio e al parere di Dio che a quello degli altri; desideroso di piacere a Dio più che agli uomini; capace di lasciarsi mettere in discussione piuttosto che rimanere incline al proprio compiacimento; più attirato dalla santità, che dalla popolarità o dal potere.
Così consiglia e raccomanda san Paolo: Fratelli, nessuno vi inganni con parole vuote… Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Quando non sai cosa pensare, allora domandati così: cosa è gradito al Signore? Egli è nostro aiuto e nostro scudo. È in lui che gioisce il nostro cuore, nel suo santo nome 

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Le Frecce tricolori sul gran Premio di Monza di Formula 1

La vista dalla chiesa di Monticello riserva sempre qualche sorpresa.

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FESTA DELLA MADONNA DELLA CINTURA 2023

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12 dopo Pentecoste

Per comprendere una risposta, occorre aver chiara la domanda.
Oggi la domanda è questa: A chi posso paragonare questa generazione?
Queste poche parole ci chiamano in causa e ci invitano a fare buon uso di questo vangelo, non per giudicare gli altri, ma per esaminare noi stessi. È la generazione del tempo presente che viene messa in discussione, non quella del passato, non quella futura. Non sentiamoci nei panni di chi suona e invita senza successo a ballare o di chi piange e in cambio ottiene indifferenza. Esaminiamo piuttosto noi stessi e valutiamo quante occasioni abbiamo perso semplicemente perché siamo stati fuori tempo.
Quante volte ci siamo trovati ad occuparci di noi stessi, quando davanti avevamo qualcuno che ci chiedeva una mano. Quante volte abbiamo trascurato noi stessi, troppo impegnati a salvare gli altri. Quante volte abbiamo usato parole, là dove il silenzio era la miglior risposta. Quante volte abbiamo taciuto quando occorreva prendere posizione. Sono tante le volte in cui siamo stati fuori tempo e ci siamo mossi senza grazia dentro il ballo della vita. Madeleine Delbrel, proprio a partire dai versetti del vangelo che abbiamo ascoltato, scrive il 14 luglio del 1949, a poca distanza dalla fine della seconda guerra mondiale, una pagina intitolata il Ballo dell’obbedienza.
Se noi fossimo contenti di te, Signore, non potremmo resistere a questo bisogno di danzare che irrompe nel mondo, e indovineremmo facilmente quale danza ti piace farci danzare facendo i passi che la tua Provvidenza ha segnato. Perché io penso che tu forse ne abbia abbastanza della gente che, sempre, parla di servirti col piglio da condottiero, di conoscerti con aria da professore, di raggiungerti con regole sportive, di amarti come si ama in un matrimonio invecchiato. Per essere un buon danzatore, con te come con tutti, non occorre sapere dove la danza conduce. Basta seguire, essere gioioso, essere leggero, e soprattutto non essere rigido. Non occorre chiederti spiegazioni sui passi che ti piace disegnare. Bisogna essere come un prolungamento, vivo ed agile, di te. E ricevere da te la trasmissione del ritmo che l’orchestra scandisce. Non bisogna volere avanzare a tutti i costi, ma accettare di tornare indietro, di andare di fianco. Bisogna saper fermarsi e saper scivolare invece di camminare. Ma non sarebbero che passi da stupidi se la musica non ne facesse un’armonia. Ma noi dimentichiamo la musica del tuo Spirito, e facciamo della nostra vita un esercizio di ginnastica: dimentichiamo che fra le tue braccia la vita è danza, che la tua Santa Volontà è di una inconcepibile fantasia, e che non c’è monotonia e noia se non per le anime vecchie, tappezzeria nel ballo di gioia che è il tuo amore. Signore, vieni ad invitarci. Siamo pronti a danzarti questa corsa che dobbiamo fare, questi conti, il pranzo da preparare, questa veglia in cui avremo sonno. Siamo pronti a danzarti la danza del lavoro, quella del caldo, e quella del freddo, più tardi. Se certe melodie sono spesso in minore, non ti diremo che sono tristi; se altre ci fanno un poco ansimare, non ti diremo che sono logoranti. E se qualcuno per strada ci urta, gli sorrideremo: anche questo è danza. Signore, insegnaci il posto che tiene, nel romanzo eterno avviato fra te e noi, il ballo della nostra obbedienza.
Mi pare quasi inutile che io aggiunga altre parole.
Richiamo solo un istante la prima lettura. Il secondo libro delle Cronache rievoca l’esperienza terribile dell’esilio a Babilonia del popolo di Israele, raccontato non semplicemente come effetto della sconfitta subita per opera dei popoli nemici, ma come tragica conseguenza della propria infedeltà nei confronti del Signore. L’esperienza dell’Esilio per il popolo di Israele diventa occasione non di lamentela nei confronti del Signore, da cui inizialmente si sente tradito e abbandonato, non di risentimento nei confronti dei nemici che si sono rivelati più forti e spietati; quel tempo diventa dolorosa occasione per un’assunzione di responsabilità nei confronti del proprio destino. Diventa occasione per un ritorno a Dio che rimane fedele ed è in grado di far ripartire la storia anche dopo essere stato tradito dall’uomo. Mi pare che l’invito che possiamo oggi raccogliere dalla Parola è a deporre gli spartiti del lamento, a cessare la ricerca perenne di un colpevole per ogni cosa che non va secondo i nostri desideri. Lasciamolo fare ai bambini. Il Signore ci chiede fiducia, ci chiede obbedienza e, per quanto questa parola non ci piaccia, a volte è la parola che rende più leggera e libera la nostra vita.

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XI dopo Pentecoste

vi sarà dato in quell’ora 

Capiteranno cose spiacevoli e dolorose. Gesù non lo nasconde ai discepoli, ma suggerisce di non preoccuparsi in anticipo. Quando accadranno, lui ci sarà!  A chi non è mai capitato di preoccuparsi di qualcosa che potrebbe; o preoccuparsi di qualcosa che potrebbe non succedere, di ritrovarsi a dire vedrai che succederò questo, succederà quello, vedrai che succede così, vedrai che succede cosà, cosa farò, cosa non farò. A chi non è mai capitato di vivere male il tempo presente per paura del futuro e di quello che potrebbe succedere, di vivere quindi più preoccupati che occupati del domani. La nostra vita scorre nel tempo, è misurata dal tempo. Una realtà misteriosa che non è neppure facile definire. C’è chi dice che il tempo è la vita stessa. C’è chi dice che il tempo è denaro. C’è chi dice che il tempo è un’illusione; c’è chi dice che è una convenzione sociale, per dare una misura comune allo scorrere della vita e rendere possibile il vivere insieme e anche il solo incontrarsi.   È qualcosa che possiamo perdere, possiamo guadagnare, possiamo sfruttare e usare, possiamo ammazzare il tempo e puoi organizzare il tempo; puoi spenderlo bene o spenderlo male; può essere libero o può essere vuoto; può essere sprecato e può essere risparmiato; puoi prendere tempo e puoi bruciare sul tempo. 
Ieri, oggi, domani diventano concetti facili che fin da bambini impariamo. Passato, presente e futuro sono altri concetti che ne derivano e con cui siamo chiamati a fare i conti. Soprattutto siamo chiamati a fare i conti con l’oggi perché è lì che accade la vita. È lì che ciascuno raccoglie e fa i conti con le conseguenze del passato, positive o negative che siano, è lì che prepara e si occupa del futuro. Il vangelo oggi mi pare ci suggerisca di farlo con semplicità e prudenza, ma ancora più precisamente con una grande fiducia nel Signore nella provvidenza.
È diventato celebre, grazie al film L’attimo fuggente, il verso della poesia di Orazio: carpe diem, cogli l’attimo. Come spesso capita, poche parole tolte dal contesto, sono diventate quasi un manifesto dei nostri tempi: goditi il presente, cogli l’occasione, non perdere l’attimo, fino così velocemente da portarci a vivere l’istante più che l’attimo e a diventare quasi impulsivi, addirittura aggressivi e voraci nel nutrirci di attimi. Nel frattempo i nostri tempi non sono più quelli dell’attimo, ma addirittura quelli dell’istante. Perfino la nostra capacità di attenzione e di concentrazione si è fatta breve. I video più popolari sono quelli brevi. Tik tok: il rumore della lancetta dei secondi è diventato il social più diffuso. Ma sia per Orazio – per quel che ricordo degli studi di allora – che per il vangelo, cogliere l’attimo è anche saper cogliere il profondo legame che esso ha con la provvidenza divina. Non puoi vivere l’attimo se non sai anche legarlo ad una promessa, ad una speranza, se non lo governi e lo dirigi con prudenza e semplicità, dice oggi il vangelo: siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.
Non puoi cogliere l’attimo se non hai mai sperimentato la grazia di Dio che accompagna il presente, ogni attimo, e non hai saputo custodire nella memoria i suoi benefici, credendo che nelle prove future il Signore ti accompagnerà e sosterrà nella stessa maniera. Arriveranno momenti difficili. In quei momenti non confidate negli uomini e nemmeno troppo in voi stessi. È ingenuo pensare che non sia così e per il timore del futuro godersi semplicemente il presente, come la cicala della fiaba che passa l’estate a cantare Fai come vuoi, formica mia. Io intanto mi godo questa meravigliosa giornata standomene qui rilassata a riposare – e la cicala riprese a cantare un’altra canzone.
È altrettanto controproducente pensare però di poter pianificare tutto, di preparare ogni cosa, di superare con ogni calcolo all’ombra temibile e minacciosa di “quello che può succedere”.Quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire.
Il tempo è un dono. È il dono della vita che ci viene continuamente consegnato dal Signore e quotidianamente viene custodita sotto il suo sguardo. Non è denaro. Non è buono solo se è felice o se è consumato; lo è se è donato e se è condiviso; non puoi accumularlo o risparmiarlo, puoi solo usarlo per vivere.
Con semplicità: nella capacità di dare il giusto peso e il giusto valore alle cose e ancora di più ad ogni persona, ad ogni situazione e ad ogni circostanza, contenti di quello che si ha, lontani dalla preoccupazione di accumulare o consumare.
Con prudenza: capaci di valutare, capire, misurare, decidere, scegliere e agire di conseguenza. Senza farsi ingannare dalle apparenze, riconoscendo quando occorre affrettarsi e quando fermarsi. Secondo il criterio del bene e non della convenienza.
Come ha scritto Madeleine Delbrel: Noi crediamo che niente di necessario ci manca. Perché se questo necessario ci mancasse Dio ce lo avrebbe già dato, quel Dio che è mia roccia, mia fortezza, mio liberatore, mia rupe, in cui mi rifugio; mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo. 

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Trasfigurazione

finché non spunti il giorno e non sorga nei vostri cuori la stella del mattino

Sei giorni dopo. Il capitolo 17 del vangelo di Matteo comincia con queste parole. La liturgia le ha tagliate per sostituire quella precisa indicazione con l’espressione: in quel tempo. Andiamo allora a scoprire cosa era successo, sei giorni prima.  Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno.  Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». È l’annuncio di Gesù fatto ai suoi discepoli della sua passione.
Pochi versetti prima di quelli che abbiamo appena ascoltato, ovvero poco prima di salire sul monte con i suoi discepoli, Gesù aveva raccontato loro apertamente a cosa stavano andando incontro. Un momento difficile del cammino di Gesù con i suoi discepoli, che sentono nascere nel cuore domande sempre più gravose e impegnative. Lo spavento era stato tanto. La reazione si fa ribellione e anche resistenza: Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai». 
Collegando i fatti, possiamo intuire che, sei giorni dopo, quel salire sul monte non deve essere stata semplicemente una passeggiata di svago, non è stata un’escursione casuale. Matteo lo lascia intendere bene: Il Signore Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte.
Li prese. Li condusse. Prende proprio Pietro, il ribelle che non pensa secondo Dio, ma secondo gli uomini. Non è una gita tra amici, è una necessità. Quando l’animo si fa buio, quando il futuro spaventa, quando il dolore ti stringe il cuore, non sempre abbiamo la forza da noi stessi di riportare la luce, di intravedere uno spiraglio, di conquistarci un po’ di consolazione. Come dicevo domenica scorsa, non è abbastanza dire tra sé e sé: passerà; è solo un momento. Poco conta anche che ce lo dicano gli altri. Abbiamo bisogno di qualcosa di più. Abbiamo bisogno dell’aiuto degli altri. Abbiamo bisogno dell’aiuto dall’alto di un Altro. Abbiamo bisogno della sua presenza, abbiamo bisogno della sua voce.
Abbiamo bisogno di una luce nuova su ciò che ci circonda e ci spaventa, ma abbiamo bisogno, ancora di più, di una luce dentro.
Leggendo con attenzione il testo, mi sembra significativa l’espressione che usa Matteo. Gesù fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Fu trasfigurato è verbo in forma passiva. Non è azione che compie Gesù.  Egli non è il supereroe che, arrivato sul monte, si cambia d’abito, indossa il costume sgargiante che gli conferisce i super poteri e con quelli salva il mondo. Egli stesso ha bisogno che qualcuno lo trasfiguri; che non solo gli cambi il volto, non solo gli cambi l’umore, ma lo trasformi da dentro; gli doni quella sicurezza. La trasfigurazione è qualcosa di molto più intenso e profondo del semplice cambiamento di aspetto. È uno sguardo nuovo su di sé e sulla realtà. È la percezione che la realtà non fa così spavento, che la vita sa regalare anche bellezza, che ciò che pareva ingiusto ha un senso. La trasfigurazione soprattutto non è una fuga dalla realtà, ma è uno sguardo nuovo sulla realtà che rende nuovo anche te. Ti rende più luminoso, più radioso, più sorridente. 
È darsi tempo per guardare. È darsi tempo per ascoltare. Darsi spazio per prendere distanze da ciò che ci affatica e magari ci schiaccia. È dare tempo e spazio a Dio. È dare a lui fiducia che non ci abbandonerà alle nostre croci. Non è fuga dalla realtà, dalle difficoltà, da ciò che ci disturba o non sappiamo affrontare. I discepoli ci provano e propongono: restiamo qui, facciamo noi tre tende, ma restiamo qui. È bello, qui. Quell’esperienza li stava rassicurando e rincuorando dopo la brutta notizia dell’imminente cattura e morte di Gesù. Quel bagno di luce certo ci voleva, ma non era il luogo in cui fermarsi. Non è possibile. I momenti di grazia, come quelli di felicità, non si possono trattenere, non si possono far durare per sempre; servono a sostenere nei momenti bui e a ridare slancio al cammino, come scrive Pietro stesso nella sua seconda lettera: finché non spunti il giorno e non sorga nei vostri cuori la stella del mattino.
Rievocando le parole della lettera pastorale “Quale bellezza salverà il mondo?” del 1999/2000 del cardinal Martini, possiamo sentire che siamo anche noi quei discepoli che salgono al monte, portando nel loro cuore tutte le inquietudini e le pesantezze che agitano la loro storia personale. Possiamo noi quindi essere anche i discepoli che vivono sul monte l’esperienza bella e luminosa della rivelazione del Padre e del Figlio amato, ritrovando slancio al proprio cammino.
Siamo infine ancora noi quei discepoli che scendono dal monte, essi stessi trasfigurati nel cuore, per vivere la vita con fede  e con uno slancio di carità, rassicurati dalle parole di Gesù: «Alzatevi e non temete».
Ascoltiamolo. Lasciamoci anche noi guidare dalla sua Parola finché non spunti il giorno e non sorga nei nostri cuori la stella del mattino

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Orari messe agosto 2023

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9 domenica dopo Pentecoste

Ti ho fatto conoscere il mio peccato,
non ho coperto la mia colpa.

Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Non so cosa sia più facile. Il Vangelo racconta che Gesù è comunque in grado di fare entrambe le cose: di restituire al paralitico la libertà delle gambe e del movimento e insieme restituire a quell’uomo la libertà dell’anima compromessa dal peccato. Più facile da diagnosticare e riconoscere la prima paralisi, quella del corpo: più facile da notare negli altri e anche in noi stessi. È il corpo stesso a dare segnali attraverso il dolore, attraverso le ferite, attraverso l’impossibilità degli arti o degli organi di svolgere correttamente le proprie funzioni.
Quasi ogni malattia ha così il suo specialista, ha le sue cure, le sue terapie.
Non altrettanto evidenti invece sono le ferite dell’animo, le sofferenze interiori che cercano guarigione, che cercano pace, che cercano sollievo. A volte non sono percepibili: i segnali che danno non sempre sono chiari ed evidenti: si possono non notare e a volte non si vogliono notare.
Li scambiamo per stanchezza, per tristezza. Ci diciamo: passerà; è solo un momento; son un po’ giù. Finiamo per trascurarli e finiamo per abituarci e rassegnarci. Ci sono ferite che l’animo si trascina causate da scelta sbagliate, da errori che abbiamo fatto e a cui non possiamo rimediare e sembrano imprigionare il presente e compromettere il futuro. Altre ferite che non guariscono perché ci siamo come abituati a certe scelte, a certi sbagli su cui ricadiamo, abbiamo cominciato a pensare che facciano parte di noi, del nostro carattere, della nostra persona. Scelte che ripetiamo perché non osiamo nulla di più impegnativo e forse risolutivo, ripetiamo perché cambiare costa fatica e chiede umiltà!
Ognuno di noi ha fatto sbagli che non sono rimediabili, errori che hanno causato rotture che non si possono più aggiustare, provocato ferite che non si sono ancora rimarginate. Ognuno di noi ha piccoli difetti contro cui lotta inutilmente da anni. Quando li vediamo ci vergogniamo anche; quando ce li fanno notare, permalosi, ci arrabbiamo.
Altre volte invece, siamo stati vittime delle scelte degli altri, dei loro errori, abbiano subito ferite che non guariscono.
La malattia a volte diventa cronica. Si può solo controllare. 
Il peccato diventa ripetitivo: “sono sempre gli stessi” diciamo.
Se anche quegli sbagli hanno lasciato il nostro corpo integro, non è detto che integro sia il nostro animo. Abbiamo anche noi bisogno di qualcuno che arrivi e ci dica: “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”. Quella barella è il nostro passato su cui giacciamo immobili, da cui non sappiamo come rialzarci. Che cosa è più facile dire: Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? 
Quello si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò.
Ora è in grado di portare quelle cose che prima erano il simbolo della sua stessa malattia.
Quella barella, fino a poco prima, segno della sua impotenza e prigionia, quasi della sua ingiustizia condanna inflitta dalla vita, è ora il simbolo della libertà che ha ricevuto.
Si alza, non più portato su una barella, ma liberato e capace di portare la barella come segno della sua guarigione. Si alza perdonato, meglio dire riconciliato. Torna a casa, va incontro ai suoi giorni con un animo diverso.
La paralisi del corpo, come il peccato, non è una malattia mortale come lo possono essere altre.  Per fortuna o purtroppo ci si abitua a tutto, ci si accontenta di barelle, ma la Parola di oggi ci dice che si può anche guarire; si può anche tornare a camminare, a sperare, a vivere. Abbiamo certo bisogno di qualcuno che ci aiuti e ci accompagni fino alla guarigione. Qualcuno che si faccia medico e ancora prima qualcuno che si faccia anche solo vicino. Qualcuno che poi abbia la premura di sorreggerci, di sollevare la nostra barella quando noi siamo ancora stesi li sopra, senza forse neppure immaginare che ci sia una possibilità, o se c’è, senza intuire quale, senza saper immaginare una vita diversa. Qualcuno che ci faccia notare con discrezione e amore il nostro sbaglio, come Natan con Davide. Davide dopo aver combinato un gran pasticcio, tenta di nascondere l’accaduto e ne combina uno ancora più grande. Accade così solitamente, quando invece di ammettere l’errore lo si vuole nascondere alla propria coscienza e agli occhi altrui. Natan, attraverso la parabola la prende larga, aiuta Davide a comprendere il proprio errore e a pentirsi.  Non punta il dito, non condanna, ma con franchezza e insieme delicatezza risveglia la coscienza di Davide e lo accompagna a fare verità sulla propria condotta sbagliata. La debolezza o la stanchezza fisica e spirituale, i nostri limiti, nemmeno i nostri errori e i nostri peccati, non devono diventare motivo e luogo di isolamento e solitudine, ma di comunione, di comprensione, di amore. 
Dice la lettera agli Ebrei: esortatevi piuttosto a vicenda ogni giorno, finché dura questo oggi, perché nessuno di voi si ostini, sedotto dal peccato.  Non smettiamo di confidare e cercare il perdono di Dio.

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Variazione orari messe dal 15 al 30 luglio

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6 dopo Pentecoste

Tu sei, o Dio, la mia protezione,
il mio rifugio, la salvezza della mia vita.
Tu sei la mia forza e la mia difesa;

Vedere ed essere visti. Ciascuno di noi ha legittimamente nel cuore questi due desideri. Ciascuno di noi, anche se a volte preferiamo passare inosservati, facciamo tanto per essere visti. Non sempre riusciamo a passare inosservati, non sempre riusciamo ad essere visti, ad essere considerati e riconosciuti.  Essere visto è la conseguenza del nostro desiderio di amore, quasi una fame che abbiamo dentro e che in qualche modo va saziata. È la conseguenza del nostro diritto ad avere un posto in questo mondo e soprattutto ad avere il nostro posto nel cuore di un altro. Essere visti e sentirci visti ci dà la misura di quanto sentiamo di appartenere alla vita che stiamo facendo e alle persone che amiamo. È il segno del nostro bisogno di riconoscimento.
Vedere ed essere visti.
Oggi la prima lettura ci parla di un uomo che vorrebbe vedere Dio: «Mostrami la tua gloria!» e di un Dio che, contrariamente a quanto abbiamo detto finora, non vuole essere visto:  tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo. Ci parlano soprattutto di un Dio che vuole vedere l’uomo e di un uomo che desidera essere visto da Dio. Ci parlano di quel desiderio di poter rimanere sotto il suo sguardo e sentirci amati da Lui, nonostante veda tutto, la nostra bellezza e i nostri limiti.
A quelli che dicono di non credere perché Dio non lo hanno mai visto o incontrato, io sento di poter dire che neppure io l’ho mai visto, neppure Mosè, ma che noi siamo nella possibilità di credere non perché abbiamo visto Dio, ma perché ci sentiamo guardati e custoditi da Lui. Sento di poter dire che è questa la fede: l’intima persuasione di camminare ogni giorno, lungo ogni strada, sotto il suo sguardo. Quello sguardo che vigila su noi soprattutto quando la vita si fa faticosa; quando avremo fame, quando piangeremo, quando ci sentiremo odiati o disprezzati, quando ci sentiremo maltrattati dalla vita: anche e soprattutto lì, c’è un Dio che ci guarda, interviene, sazia, consola, ricompensa, accoglie, ci farà sentire comunque beati.  Non è così fondamentale vederlo, è più necessario sentirsi visti da Lui, considerati, amati, protetti. È necessario inoltre sentirsi ascoltati come accade al salmista che oggi ci ha invitato a pregare così: 
La mia voce verso Dio: io grido aiuto!
La mia voce verso Dio, perché mi ascolti.
Nel giorno della mia angoscia io cerco il Signore.
Sentire che la nostra voce interessa a qualcuno, che la nostra voce e la nostra supplica non cadono nel vuoto, neppure quando non accade quello che abbiamo chiesto. Sentire inoltre che la sua voce arriva a noi, che se non si fa vedere: Egli sa farsi sentire. Dio ci rivolge Parola, la rivolge a coloro che desiderano ascoltare.
Ma a voi che ascoltate, io dico – leggiamo nel vangelo e le indicazioni sono chiare, per quanto scomode –  amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro».
Se torniamo alla prima lettura, dopo aver detto a Mosè: nessun uomo può vedermi, il dialogo non si interrompe, continua: Soggiunge, aggiunse, il Signore disse, proclamò e poi disse ancora.
Sembra essere un gran chiacchierone questo Dio.
È forse cessato per sempre il suo amore, è finita la sua promessa per sempre?
Può Dio aver dimenticato la pietà, aver chiuso nell’ira la sua misericordia?

Se anche non possiamo vederlo, possiamo sentirci guardati, ascoltati, raggiunti da una Parola: non abbiamo perciò proprio modo di dire che ci ha dimenticati.

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