3 domenica dopo Pentecoste

Ci si può abituare e restare umani?

Forse 1500 km di distanza sono sufficienti per non sentire l’enormità dell’ennesima tragedia in mare; forse c’è un limite oltre il quale il cuore non può sopportare il dolore, una soglia oltre la quale ci si deve quasi per forza fare l’abitudine, quasi una difesa dal male che invade e ti entra dentro, ma a 1500 km da qui, l’ennesima barca carica di uomini, donne e bambini (smettiamola di chiamarli semplicemente migranti) è affondata. Si pensa di dover arrivare a contare 600 morti. 
Non hanno ancora capito che non devono venire qui, perché qui non c’è posto per tutti, perché non c’è lavoro per tutti, non ci sono ospedali per tutti, non c’è una casa per tutti. Perché è vero: il problema non si risolve così; e poi il viaggio affrontato in quel modo è troppo pericoloso. Glielo hanno spiegato in occasione della strage di Cutro: “la disperazione non giustifica i viaggi a rischio”. È responsabilità di chi decide di partire se succedono queste stragi. State calmi, “fermatevi verremo noi a prendervi”. Anzi mandiamo noi qualcuno ad aiutarvi. A casa vostra. Restate là. 
Aiutiamoli a casa loro! Lo slogan è accattivante. Indovinate chi l’ha detto? Matteo Salvini o Matteo Renzi? L’hanno detto tutti e due.  Ma anche i 5 stelle e penso anche altri.
Aiutiamoli a casa loro. Ha proprio il sapore della buona intenzione, ha l’aspetto della soluzione efficace, ha tutta l’aria di un’idea geniale e risolutiva. Significa creare le condizioni buone di vite e concrete opportunità di sviluppo perché nessuno sia costretto a lasciare la propria terra e ad emigrare.
Dicevamo, “aiutiamoli a casa loro” ha il sapore della buona intenzione e dell’idea geniale, soprattutto per continuare a fare a casa nostra quello che vogliamo e fare a casa loro ancora quello che vogliamo.
Quello che vogliono le multinazionali delle sementi, del caffè o del cacao, del petrolio o dei minerali preziosi. Quello che torna buono allo stile di vita a cui negli anni ci siamo abituati e che temiamo di perdere. Costi quel che costi agli altri, al clima e all’ambiente.
È così che l’idea geniale del “aiutiamoli a casa loro” nessuno si è mai messo al lavoro per realizzarla, perché oltre che essere geniale è molto impegnativa. Forse più impegnativa che accogliere quelli che, scampati al viaggio, poi arrivano in Europa, forse anche non troppo geniale, perché poi ci accorgiamo che abbiamo bisogno di braccia per fare i lavori che nessuno vuole fare.
Aiutiamoli a casa loro, dunque, ma per davvero! Come fa Dio! Tutte queste considerazioni mi sono venute leggendo il vangelo di oggi.
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.”
Ecco come Dio ha amato il mondo. Venendo Lui stesso nel mondo, venendo a casa nostra, non per condannarci o dirci: “è colpa vostra”, ma per salvarci e perché chiunque si fida e crede in Lui non vada perduto. Un bel programma! Un’idea geniale che Dio ha messo in pratica.
Un modo chiaro per dirci che chi ama non lo fa solo a parole o con i proclami, ma con i fatti.
La carità non abbia finzioni scrive san Paolo ai Romani.
Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. Scrive l’apostolo Giovanni nella prima lettera.
“Amare – dice la mamma a Leo protagonista del romanzo “Bianca come il latte, rossa come il sangue” – è un verbo, non un sostantivo. Non è una cosa stabilita una volta per tutte, ma si evolve, cresce, sale, scende, si inabissa, come i fiumi nascosti nel cuore della terra, che però non interrompono mai la loro corsa verso il mare. A volte lasciano la terra secca, ma sotto, nelle cavità oscure, scorrono, poi, a volte, risalgono e sgorgano, fecondando tutto.
L’amore di Dio non gli permette di stare distante dal mondo, distratto o indifferente. 
Egli sceglie di raggiungere i suoi figli nel mondo per portarli a sé. Questo Dio che ha tanto amato il mondo è un Dio che si apre agli altri, esce da se stesso, mette il suo baricentro in chi ama, non in sé stesso.
Non è interessato a cosa può ricavare, ma a quello che ha da offrire!
Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.
Il mondo non lo salveremo solo con degli ideali e dei programmi, né solo con il senso del dovere. Il mondo lo salva la passione di chi è capace di amare come ama Dio: amare la terra e l’umanità che la abita; amare l’umanità che c’è in noi per non diventare disumani, o anche solo indifferenti, di fronte alle tragedie che tormentano la storia degli uomini.

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