Data l’impossibilità di passare porta porta per la consueta vendita delle arance è possibile prenotarle entro domenica 13 dicembre e ritirarle domenica 20 dicembre, utilizzando questo link:
Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla
Gioire al tempo futuro
Mi sono sempre chiesto perché il Vangelo proposto in questa solennità fosse così corto. Perché si fermasse all’inizio del racconto dell’Annunciazione. Tanto si sa cosa succede dopo, tanto si sa cosa si dicono l’angelo e Maria. Tanto, si sa. È capitato così, diverse volte, nel commentare queste poche righe, di servirsi di quello che viene dopo, anche senza averle lette e ascoltate. Tanto, si sa.
È capitato di commentare queste poche righe, facendo uso e facendosi forti della meravigliosa storia che già conosciamo: l’angelo arriva, spiega a Maria la decisione di Dio. La tranquillizza, le dà qualche indicazione in più e le ricorda che nulla è impossibile a Dio; raccoglie il suo eccomi e poi… “partì da lei”. Facile così. Facile quando si sa come va a finire. Ma vorrei provare oggi a non fare quello che sa già e invitarvi a fare lo stesso.
Le cose sono molto più difficili quando non si sa come va a finire e quando accadono.
Fermiamoci anche noi a queste poche righe. A quelle poche parole dell’angelo rivolte a Maria che oggi ci è dato di ascoltare: “rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te”. Fai conto di non sapere altro, ovvero fai conto di essere Maria in quel momento e quindi di non aver mai letto il Vangelo, di poter contare dunque solo su quel “rallegrati”, motivato solo dal fatto che il Signore è con te.
Facile quando si sa come va a finire. Come del resto sarebbe più facile rallegrarsi in questo tempo se sapessimo come va a finire questa pandemia: sapessimo il quando, sapessimo il come. Sarà facile rallegrarsi quando ne saremo fuori. Magari anche un po’ malconci, ma fuori. Ma sentiamo tutti che non saperlo non rende così facile rallegrarsi di nulla, neppure del fatto che arriva Natale. Non è facile in questo tempo in cui non sappiamo nulla di come finirà, in questo tempo, come scrive Enzo Bianchi, in cui il futuro non equivale più a una promessa ma piuttosto a un’incognita, talvolta a una minaccia che impedisce ogni atto di fiducia.
Quel “rallegrati” è per noi invito e responsabilità. È per noi sfida e scommessa. Intanto mi rallegro. Anche se non so nulla? Proprio perché non so nulla e non mi lascio andare quindi a quelle previsioni scure e minacciose che siamo bravissimi a fare. Non sarà certo la tristezza la chiave per aprire la porta di questa prigione in cui ci troviamo; non sarà lo sconforto o il malumore e neppure l’aggressività e il nervosismo che ci monta dentro.
Anche se sei fermo ai primi versetti di questo racconto, rallegrati.
Dicono che il sorriso abbonda nel cuore degli sciocchi. A volte è vero. Ma direbbe papa Francesco, il sorriso è anche un ponte sul futuro. Rallegrati e se credi di non avere motivi particolari e sufficienti per farlo, rallegrati perché il Signore comunque è con te.
Dicevo nel commento al salmo di giovedì scorso che la gioia è il frutto della speranza che a sua volta nasce dalla profonda fiducia che Dio è veramente con me e mi tiene al sicuro in un abbraccio gentile, guidando ognuno dei miei passi e liberandomi dall’ansioso bisogno di sapere come sarà domani, dopodomani, il prossimo mese o il prossimo anno.
Sperare significa attendere con fiducia ciò che ancora non si vede. L’arte della speranza è resistenza nel presente e insieme apertura al futuro. Io non ne sono sempre capace. Del resto, se dovessi parlare solo di quello di cui sono capace, non avrei molto da dire, ma sento che è così. Ho avuto la grazia di incontrare persone capaci di rallegrarsi e qualche volta ne sono stato, per grazia, capace. Sorridere è saper gioire al tempo futuro, rallegrarsi per il solo fatto che sorriderò. Sorridere solo di quello che hai davanti è facile, a volte basta qualche distrazione e piccolo divertimento per farlo.
Facile sorridere quando sai già come finisce, sempre che quel sapere non sia sporcato dal pessimismo, dalla sfiducia, dalla diffidenza. Perché si può dire: tanto lo so già al modo di chi pensa che comunque le cose andranno male fedeli alla “Legge di Murphy” «Se qualcosa può andare storto, lo farà».
Di sapore diverso sono le parole di Paolo: Benedetto Dio che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante. Gesù Cristo, In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati a essere lode della sua gloria. Questa festa dell’Immacolata, è senza dubbio una festa di Maria, ma ancor di più una festa del Signore che ha fatto cose grandi in Maria sua Madre e che può fare cose grandi anche per ciascuno di noi.
L’invito fatto a Maria è ancora oggi invito fatto anche a noi: rallegrati piena di grazia e rallegrati prima ancora che per quello che il Signore ha fatto per te, per il semplice fatto che il Signore è con te. Che poi certamente può voler dire rallegrati perché il Signore è dalla tua parte. Non dimentichiamo che celebrare l’Immacolata non significa celebrare quello che Maria ha fatto per Dio, ma quello che Dio ha fatto per Maria! Non ricordiamo il Si di Maria a Dio, ma il Si di Dio a Maria.
Il sì di Dio all’umanità. Per questo possiamo tenere aperta la porta alla gioia.
Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla
Diversamente Natale
Il racconto dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme vuole aiutarci a preparare oggi, in questa quarta domenica di Avvento, quindi nella meta del cammino, la celebrazione della nascita di quel Gesù che la nostra fede, nutrita e confortata dalla Parola intera del Vangelo, ci invita a riconoscere come Figlio di Dio e nostro salvatore.
È un racconto dal sapore tipicamente pasquale. Siamo soliti ascoltarlo e riviverlo attraverso la processione della Palme nella domenica che ci introduce dentro la settimana santa. Sono i giorni che precedono la Pasqua, Gesù sta per entrare a Gerusalemme dove egli sa bene quello che lo aspetta.
Mi è venuto da pensare, guardando a questo inizio umile e discreto della sua passione, come sia proprio questo lo stile di Gesù. È del resto morto, nello stesso modo in cui è nato. Ignorato dagli uomini. Incompreso.
Non aprirono le porte dell’albergo perché sua madre potesse vederlo venire al mondo protetto dalle mura di una casa. Lo deridono, lo insultano e lo flagellano prima di caricarlo del legno della croce.
Egli viene. E non impone la sua presenza. Non lo fa a Pasqua. Non lo fa a Natale. Non lo fa quando entra nel mondo, non lo fa quando lascia questo mondo.
Lo fa con rispetto e con così tanta discrezione che è anche possibile non accorgersene. Lo fa con gentilezza: “andate nel villaggio. Troverete un puledro. Slegatelo e portatelo qui e chi vi domanderà cosa state facendo dice: “Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito”».
Viene con discrezione e chiede solo un piccolo aiuto. C’è da sciogliere un puledro.
Lo sappiamo che non sarà un Natale come gli altri: un Natale diverso. Ma ricordiamoci che diverso non significa inesistente e neppure necessariamente insignificante. Ogni Natale deve essere diverso perché nuovo, Nella diversità a cui saremo costretti, forse quest’anno ci è proprio chiesto di scegliere di fare il Natale.
Di essere anche noi discepoli che si fanno dare le istruzioni ben precise da Gesù e le mettono in pratica. C’è un puledro da sciogliere anche oggi. Poi lo rimanderemo indietro, ma non come se nulla sia accaduto. In mezzo, fatto accaduto e che ancora Dio vuole far accadere, c’è la venuta di Dio in mezzo a noi.
Proprio in questo tempo così inospitale, così spaventato, così sottotono.
Non dimentichiamoci che quando è nato, non ha certo trovato condizioni migliori. Fuori casa, nel grembo di una giovanissima donna, senza prenotazioni e senza appoggi. Senza lustrini e senza clamori.
A dei pastori indaffarati dietro il loro gregge, gli angeli hanno detto: venite a vedere. Avrebbero ben potuto rispondere: non possiamo, abbiamo le nostre cose da fare, le nostre cose a cui pensare e poi ormai è notte. Non possiamo venire. Ma immagino gli angeli insistere: venite a vedere perché c’è una grande gioia, che risplende e illumina questa notte e proprio le vostre cose da fare, le vostre cose a cui pensare. Non temete, ecco vi annunzio
una grande gioia, che sarà di tutto il popolo. Ecco venite anche voi a vedere: non mancate a questo Natale solo perché sarà un Natale diverso. Preparate un presepe diverso dallo scorso anno: diverso perché più bello. Più grande se potete. Più sentito. Mettete le statuine e in quel presepe mettete anche voi stessi, in attesa.
Stiamo certamente in attesa di tempi migliori: questa attesa abbia a che fare con Dio non solo con un vaccino e con la liberazione di una paura. Questo è ancora un tempo di attesa perché è ancora un tempo di promessa.
Il profeta Isaia che ci fa compagnia con le sue parole anche in questa domenica di Avvento ce lo testimonia. Una promessa che suona così: Quando sarà estinto il tiranno e finita la devastazione, scomparso il distruttore della regione, allora sarà stabilito un trono sulla mansuetudine, vi siederà con tutta fedeltà, nella tenda di Davide, un giudice sollecito del diritto e pronto alla giustizia».
Mercoledì la seconda lettura della messa faceva annunciare al profeta Zaccaria: Vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme, ognuno con il bastone in mano per la loro longevità. Le piazze della città formicoleranno di fanciulli e di fanciulle, che giocheranno sulle sue piazze. Così dice il Signore degli eserciti: Se questo sembra impossibile agli occhi del resto di questo popolo in quei giorni, sarà forse impossibile anche ai miei occhi? Torneranno i vecchi nelle piazze, alla baita, in chiesa, nei negozi; torneranno fanciulli e fanciulle a giocare nei cortili degli oratori e delle scuole, nelle spiagge e sui sentieri, nelle palestre e sui campi da pallone Questo è ancora un tempo di attesa perché è ancora un tempo di promessa. È tempo di una promessa che si compie
per mano di Dio, ma quel compimento sarà visibile a chi ha tenuto viva l’attesa.
Sappiamo a cosa dovremo rinunciare. Sappiamo che non sono dettagli, ma sappiamo anche che la sostanza non è smarrita. Il Natale è certo anche questione di vacanze, di divertimento, di regali e brindisi. Le feste di Natale sono anche e soprattutto un pezzo della nostra storia e della nostra identità. Il Natale sono ricordi che ci portiamo non
solo dietro, ma dentro sin dall’infanzia: l’albero addobbato e il presepe, le lucine colorate, il panettone e il pandoro, l’attesa dei regali e i desideri realizzati, le tavole imbandite e le carezze dei nonni. Ma è – oso dire anche – questo Gesù che, buca il buio della notte e nasce senza che nessuno glielo abbia chiesto.
Questo miracolo si compie anche in questo Natale diverso, che proprio perché diverso può essere ancora più sentito. Chissà che quest’anno il tardo pomeriggio del 25, quando solitamente arriviamo sazi a dismisura di ogni bene e di ogni cosa a dichiarare finalmente finito il Natale, non ci si possa ritrovare con una voglia di Natale che si prolunga e accompagna più a lungo del solito.
Ricondiamo che questa settimana l’alimento suggerito da lasciare nella cesta in fondo alla Chiesa della Parrocchia di Monticello o della Parrocchia di Torrevilla sono 3 scatolette di tonno
Sant’Agata in Monticello Brianza
Santa Maria della Purificazione in Torrevilla Giovedì 3 dicembre
Salmo 122(121)
Chiedete pace per Gerusalemme
1Canto delle salite. Di Davide.
Quale gioia, quando mi dissero:
«Andremo alla casa del Signore!». 2 Già sono fermi i nostri piedi
alle tue porte, Gerusalemme! 3 Gerusalemme è costruita
come città unita e compatta. 4 È là che salgono le tribù,
le tribù del Signore,
secondo la legge d’Israele,
per lodare il nome del Signore. 5 Là sono posti i troni del giudizio,
i troni della casa di Davide. 6 Chiedete pace per Gerusalemme:
vivano sicuri quelli che ti amano; 7 sia pace nelle tue mura,
sicurezza nei tuoi palazzi. 8 Per i miei fratelli e i miei amici
io dirò: «Su te sia pace!». 9 Per la casa del Signore nostro Dio,
chiederò per te il bene.
Nessun passo è stato inutileLa gioia che provo nel cuore è grande. Ringrazio quel momento in cui mi hanno incoraggiato a incamminarmi, a smettere di lamentarmi e fare il primo passo. Ora che sono in vista di quel luogo della pace sognata capisco che partire è stata la scelta migliore da fare. Ora comprendo che ogni fatica ha avuto il suo senso e nessun passo è stato inutile. Ho davanti a me il sogno di una città dove gli uomini vivono in concordia superando ogni divisione e competizione, fidandosi del Signore e della sua Parola che guida. Non voglio che la pace abiti solo la quiete del mio animo, desidero raggiunga il cuore di tutti gli uomini amati da Dio, che amano Dio e lo riconoscono Signore. Sia pace dentro, intorno e fuori di loro! La pace li avvolga e li protegga. La pace sia per i miei fratelli e i miei amici, ma anche per quelli che adesso non lo sono solo perché ancora non li conosco. Chiedo e invoco da te Signore questa pace e offro la mia vita per costruirla con opere e parole di bene
La recita di salmo è preghiera personale anche quando si recita nella comunità e insieme è sempre preghiera comunitaria anche quando si recita personalmente. Nella nostra preghiera incontriamo Dio, ma anche tutta la Chiesa, incontriamo il Signore e i nostri fratelli. Molti salmi sono costruiti per essere recitati insieme, in un dialogo di voci che si rinforzano e si sostengono, che domandano e rispondono. Non sei solo quando preghi un salmo. La tua voce raggiunge Dio e raggiunge i fratelli e la loro voce ti custodisce anche quando tu non preghi. “Fate il primo passo con fiducia. Non è necessario vedere tutta la scala, basta salire il primo gradino”. Cosi diceva Martin Luter King. Il primo passo può essere la parte più lunga e difficile di ogni viaggio.
La meta appare lontana e non sai neppure quanto. Ci sono viaggi che sai quando cominciamo, ma non sai quando finiscono. Il nostro pellegrino si è messo in cammino e noi con lui.
Ora vede Gerusalemme e sente la gioia nel cuore. Il salmo 122 è il canto del pellegrino che ha gli occhi e il cuore fisso su Gerusalemme, la meta, la città della pace sognata, la città di Dio.
Il lungo cammino e lo sforzo sembrano dimenticati e perfino la fatica degli inizi: Quale gioia, quando mi dissero: «Andremo alla casa del Signore!». Quando ai bambini dici: oggi andiamo in gita, la loro reazione non è certo questo. Solo all’arrivo ti concederanno l’entusiasmo. Prima è una litania di quanto manca? Possiamo fermarci? Ho sete. Manca tanto? Solo la metà darà libero sfogo alla gioia. Così accade al pellegrino.
Il salmo unisce in maniera mirabile l’emozione lontana di quel giorno in cui è cominciato il viaggio e la commozione presente di vedere con gli occhi fisici la meta: Gerusalemme, le sue mura, il suo tempio, i suoi palazzi, la gente che la abita.
La gioia sembra essere retroattiva e proiettarsi anche su un tempo in cui gioia non c’era: nella mia angoscia ho gridato al Signore. Me infelice, io abito straniero in mezzo a gente che non riconosco amica. Il Signore mi ha risposto. È forse lui che mi ha messo nel cuore il proposito e la forza per cominciare il cammino? È forse lui che mi ha detto: «Andremo alla casa del Signore!». Non ci viene svelato chi siano stati coloro che lo hanno incoraggiato, ma egli se ne ricorda e in quella gioia sembra ringraziarli tutti, ricordando ciascuno.
Non gli hanno semplicemente detto: andrai! Gli hanno detto andremo! «Quale gioia quando io ascoltai quella voce, quando ricevetti quel suggerimento e mi decisi a metterlo in pratica!».
Fisicamente egli è alle porte di Gerusalemme. Non è chiaro se abbiano camminato con lui quegli uomini, ma egli li sente presenti: i nostri piedi sono fermi alle porte della città del Signore. Non è da solo.
È in un luogo fisico preciso, ma è anche un luogo interiore: il luogo del cuore dove si pratica la gratitudine per coloro che insieme al Signore hanno sostenuto il viaggio, il distacco, la fatica. Il luogo interiore dove la fatica di un tempo lascia il posto alla gioia; il luogo dove si svela e si conoscono le ragioni e il senso del cammino fatto, della polvere mangiata lungo la strada, di tutto il sudore versato e delle energie spese.
Nessun passo è stato inutile. Neppure nessun dolore. Nessuna sofferenza è stata superflua, nessuna lacrima è stata versata invano, nessun genito è stato dimenticato. Il Signore ricorda e raccoglie.
Ora riesce finalmente a rendersi conto che anche nel tempo dell’angoscia e della fatica era presente gioia.
Egli non riusciva a vederla, gridava e protestava dichiarandosi infelice e sconsolato.
Non se ne rendeva conto, ma finalmente gioisce. Occorreva quel primo passo, la partenza, il viaggio.
La sua non è semplicemente la consolazione di chi ce l’ha fatta, ma la conferma che ha fatto bene a fidarsi del Signore.
Questa gioia è il frutto della speranza che a sua volta nasce dalla profonda fiducia che Dio è veramente con me e mi tiene al sicuro in un abbraccio gentile, guidando ognuno dei miei passi e liberandomi dall’ansioso bisogno di sapere come sarà domani, dopodomani o il prossimo mese.
Ha fatto bene a partire, ma per capirlo occorreva partire.
Ora che è quasi arrivato, torna a parlare di pace. Finalmente si sente libero di parlarne. Così non era: io sono per la pace, ma quando ne parlo, essi vogliono la guerra.
La sua richiesta non è di essere lasciato in pace, ma è di pace. La pace che cerca non è solo assenza di conflitto, non è il tacere della guerra. La pace cercata non è semplice tranquillità interiore o quiete.
Questa è una visione moderna, psicologica e soggettiva e può spiegarsi e corrispondere ad una coscienza addomesticata e addormentata, indifferente al male solo perché non lo riguarda. La pace non nasce dal desiderio di non essere disturbati e di non volere noie.
La visione di Gerusalemme lascia già intravedere quale sia questa pace che cerca: una città unita e compatta che diventa meta per tutte le tribù e diventa luogo di lode del nome del Signore. Unita e compatta: la bellezza di una città e di ogni luogo è data dalla comunione che gli uomini vivono in essa. La confusione, la divisione, l’indifferenza, la competizione, le urla, le menzogne sono tra i primi nemici della pace, della città e dell’uomo.
Il libro degli Atti degli apostoli così descrive la prima comunità cristiana che abita Gerusalemme: La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune (At 4,1). Meta di ogni tribù: il pellegrino non prova fastidio nel vedere molti percorrere la sua stessa strada, anzi ne trova conforto. Si sente inserito in qualcosa di più grande di lui, ma di cui lui fa parte, si sente parte di una moltitudine dove il volto di ciascuno è sempre riconoscibile e riconosciuto. Per lodare il Signore: la pace nasce da lui. La sua pace è diversa da quella del mondo: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» ( Gv 14,27).
Le guerre si concludono normalmente con la sconfitta di una delle due parti, la pace offerta da Dio non prevede alcuno sconfitto se non il male e il peccato.
Il Signore “infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia” (Ef 2,14): fare di due, uno, annullare l’inimicizia, riconciliare.
La seconda parte del salmo è una richiesta ripetuta di questo dono per ogni uomo, quelli vicini e quelli lontani; per chi sente come fratello e amico e per chi ancora non lo è solo perché ancora non lo si conosce.
La pace diviene il suo agire e il suo augurio: chiedete pace, sia pace, su di te sia pace, chiederò per te il bene; chiederò una pace dentro e fuori la città: sulle mura che la circondano e nei palazzi; una pace che non sia solo apparenza esterna, ma anche sostanza nel cuore. Una pace da proteggere perché protegga.
Sono chiamati figli di Dio coloro che hanno appreso l’arte della pace e la trasformano in opere, sapendo che non c’è pace senza dono della propria vita e che la pace va cercata sempre e comunque per se stessi, per i propri fratelli e amici, per la città intera, nel rispetto dei diritti e dei doveri di tutti.
La pace è per tutti o non è per nessuno.
Parrocchia S. Agata – Monticello Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla
Raccolgo solo un frammento della Parola che il Signore oggi ci offre in questa terza domenica di Avvento.
Lo raccolgo direttamente dalla bocca di Gesù, così come gli è uscito, pur sapendo che quel frammento per essere pienamente compreso dovrebbe essere anche inserito e custodito dentro l’intero discorso che Gesù fa davanti ai Giudei decisamente arrabbiati a motivo della guarigione di un uomo paralitico da 38 anni compiuta da Gesù in giorno di sabato.
Raccolgo solo un frammento non per mancare di rispetto alla Parola, ma proprio nella fiducia che la Parola è come il lievito. Non ne serve molto per fare del buon pane. Occorre solo impastarlo con la farina e lasciarlo lavorare. Così occorre impastare la nostra vita con la Parola perché la faccia lievitare.
La Parola – possiamo anche prendere a prestito l’immagine che usa san Paolo – è quella piccola goccia di profumo che permette a noi di essere fragranza di Cristo.
Il frammento è semplicemente questo: voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce. Fate anche solo questa prova: chi di voi si ricorda il vangelo di domenica scorsa? Chi è tornato a casa e ci ha ripensato nei giorni di questa settimana? Non siamo forse anche noi così? Che solo per un momento ci rallegriamo di quella luce che viene dalla Parola di Dio e della cui verità Giovanni è stato testimone. Solo per un momento. Mi tornano in mente le parole con cui Gesù spiega la parabola del seminatore e il terreno
sassoso paragonandolo a colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Solo per momento.
Basta ritornare di nuovo sul vangelo raccogliere anche altre parole di Gesù che confermano l’ipotesi: voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi.
Ci rallegriamo solo per un attimo della luce e impediamo così alla parola di rimanere in noi, perché siamo forse troppo concentrati sull’attimo, al modo di chi non vuole perderselo, di chi è preoccupato di goderselo, come non ci fosse un domani.
Il rischio che tutti corriamo è di dimenticare in fretta. Usciremo migliori ci siamo detti in questa pandemia.
Ma nel frattempo quante occasioni abbiamo perso di essere migliori già oggi e non al termine della pandemia?
Quante occasioni di bene? Quante tempo perso? Quante giornate sono trascorse senza nulla da ricordare?
Perché aspettare di uscirne per essere migliori? Il tempo presente è una promessa che ci è donato da Dio.
Egli porta con sé certamente la sua pena, ma anche la sua grazia. Non è ragionevole consumarlo senza uno sguardo al futuro. Non è possibile pensare sempre di rimandare i sacrifici a domani nell’illusione di poter raccogliere ogni giorno solo gratificazioni e godimenti. È necessario, soprattutto quando la desolazione e la rassegnazione diventano i sentimenti prevalenti del tempo presente, reagire con la speranza che non nasce
dal generico pensiero che tanto alla fine tutto andrà bene, ma nasce dalla certezza che viene dalla fede che Dio è già in azione perché noi possiamo fare bene adesso e non in un tempo futuro lontano. È proprio nel bene seminato oggi con fatica, con sacrificio, con impegno che nasce il meglio di domani.
La mia giustizia è vicina, si manifesterà la mia salvezza e la mia salvezza durerà per sempre, la mia giustizia non verrà distrutta: questo è quanto il profeta Isaia annuncia al popolo di Israele durante il tempo desolato dell’esilio. Ma lo dice dopo aver fatto questa premessa: Ascoltatemi, voi che siete in cerca di giustizia, voi che cercate il Signore. Ascoltatemi con la disposizione d’animo di chi si mette in gioco.
Cerca la giustizia e cerca il Signore. Non solo l’una, non solo l’altro.
Non semplicemente una vita che giudichiamo buona per il solo motivo che non facciamo del male – non abbiamo mai ammazzato e non abbiamo mai rubato – ma perché abbiamo seminato il bene. Ovunque e con chiunque. Ieri, oggi e certamente anche domani.
Non semplicemente una vita che giudichiamo cristiana perché veniamo a messa, magari facciamo anche la comunione e preghiamo. Gesù ha ascoltato dalla voce Padre, continuamente cercato nella preghiera, quello che avrebbe dovuto fare e che ha fatto: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato In me spereranno le isole, avranno fiducia nel mio braccio dice il profeta Isaia. Non dimenticate che in qualsiasi difficoltà vi possiate trovare io sono con voi, custodisco la vostra vita prima che i vostri beni e non
dimenticate che la vostra vita vale molto più di numerosi beni. Soprattutto non dimenticate che la vostra vita non ha bisogno di tante cose, non ha bisogno per essere piena e intensa del possesso di tante cose che spesso non fanno che generare ulteriore affanno. Smettiamola di rallegrarci solo per un attimo, piombando continuamente nell’affanno di chi fa la conta di quello che rischiamo di perdere. Impariamo a rallegrare noi ogni attimo, cercando anche solo le briciole di grazia che il Signore ci regala ogni giorno e non sprecando alcuna occasione di regalarci il bene.
Ricondiamo che questa settimana l’alimento suggerito da lasciare nella cesta in fondo alla Chiesa della Parrocchia di Monticello o della Parrocchia di Torrevilla è un Kg di riso
Sant’Agata in Monticello Brianza
Santa Maria della Purificazione in Torrevilla Giovedì 26 Novembre
Salmo 121 (120)
Alzogli occhiverso i monti
1 Canto delle salite.
Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l’aiuto?
Il mio aiuto viene dal Signore:
egli ha fatto cielo e terra.
3 Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.
4 Non si addormenterà,
non prenderà sonno
il custode d’Israele.
5 Il Signore è il tuo custode,
il Signore è la tua ombra
e sta alla tua destra.
6 Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.
7 Il Signore ti custodirà da ogni male:
egli custodirà la tua vita.
8 Il Signore ti custodirà
quando esci e quando entri,
da ora e per sempre.
Camminando con il custode di Israele
Mi sono fermato a pensare e mi sono chiesto: Su chi posso veramente contare? Di chi mi fido? Mi posso fidare di te Signore. Te lo dico cercando il tuo sguardo, rivolgendo gli occhi verso il cielo, sicuro di incrociare i tuoi. Il Signore ha creato non solo il cielo, ma anche la terra posso contare su di lui, Signore della vita e della storia. Non si addormenta, indifferente o distratto, non va mai in vacanza e il suo occhio e il suo cuore sono sempre attenti a quello che ti succede. È come una sentinella, fedele al suo dovere, come un’ombra che non si stacca da te, silenzioso ti accompagna ovunque. È rimedio in ogni situazione, ti difende dal sole battente di giorno e quando serve nelle lune storte della notte. Lui protegge la tua vita da ogni male, piccolo o grande, la tua vita è al sicuro nelle sue mani. In qualunque situazione ti capiterà di trovarti guarda che lui è sempre al tuo fianco. Adesso e domani, per sempre. Amen
Pregare i salmi non è facile. Non sempre infatti le parole dei salmi corrispondono ai nostri sentimenti, alla nostra situazione, al nostro momento presente. A volte il linguaggio usato, il ritmo, le immagini, le parole sono lontane se non addirittura sconosciute: la parola di Dio si è fatta poesia e non si rivolge solo all’intelligenza, ma al cuore e dialoga con il nostro intimo. Pregare un salmo è ascoltare questo dialogo tra Dio e il mio io. È possibilità di guardare la realtà con occhio diverso, con sensibilità e profondità di sentimento che solitamente trascuriamo. Occorre raccoglimento e grande lentezza, rinuncia spontanea e paziente a ciò che può distrarre; abbandonare la pretesa di comprendere e capire tutto, per custodire quelle poche parole sufficienti ad accendere la preghiera.
Ogni cammino, chiede un inizio e un distacco e anche se il luogo da cui è partito era per lui un luogo straniero e di insofferenza (troppo tempo ho abitato con chi detesta la pace) rappresentava comunque una certa stabilità. Decidere di partire significa rinunciare anche a quella, significa certo cercare una stabilità e una sicurezza maggiore, ma anche affrontare il distacco e entrare dentro l’incertezza.
Ogni pellegrino inevitabilmente sente dentro la domanda: ce la farò? Troverò quello che cerco? E cerca dentro se stesso i motivi di conforto e di incoraggiamento.
Quando si domanda: chi mi darà aiuto? Subito da solo si risponde: il mio aiuto verrà certo dal Signore. Soltanto dal Signore. Inutile cercare altri sostegni o altri ripari. E quando ancora si affaccia il dubbio: e se il mio piede inciampasse? E se la fatica sarà più grande delle mie forze? Di nuovo la risposta viene da dentro: il Signore che certo non si farà trovare distratto e mi custodirà.
È un meraviglioso dialogo interiore quello che il salmo propone all’orante nei primi versetti. Le risposte che cerca e il coraggio che manca sono già presenti. Egli ha già fatto esperienza di quell’aiuto e di quel sostegno di cui ha bisogno e che invoca: ora deve fare semplicemente memoria.
Mi ha già aiutato una volta e anche più di una. Non si stancherà certo di farlo di nuovo: il Signore che non tiene di questi conti e non pone limiti alla sua custodia. Non chiude, non va in vacanza, non prende pause, non si addormenta.
Non sono parole e risposte scontate. In altri salmi troviamo infatti ben altre parole: Svégliati! Perché dormi, Signore? Déstati, non respingerci per sempre! (sal 44,24). In mezzo alla tempesta, mentre i discepoli si danno da fare per governare la barca, Gesù se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (Mc 4,38)
Il salmista non cede a questo dubbio e anche se sembra parlare da solo, non si sente solo e abbandonato. Certo ha bisogno di dirselo per ricordarselo in questo dialogo con la propria anima, ma anche di trovare conferma proprio da colui che sente essere custode: alzo gli occhi verso i monti.
La risposta non tarda ad arrivare. Improvvisamente le parole vengono da fuori. Alla prima persona si sostituisce la seconda persona singolare. Qualcuno lo sta rassicurando: hai ragione! il Signore ti mostrerà dove mettere i tuoi piedi, è lui il tuo custode. Egli è la tua ombra, ti custodirà da ogni male, custodirà la tua vita.
La preghiera era cominciata parlando, ora diventa ascolto. È la voce del Signore? È la voce di un compagno di viaggio di cui ora si accorge e che il Signore stesso gli ha messo accanto? Potrebbe essere pure la sua voce che ora rassicura gli altri, la sua voce che ora rassicura chi prega: il Signore è anche il tuo custode. Non so se sia importante stabilirlo. L’importante è dare ascolto a quella voce che riempie la solitudine e accompagna il cammino.
Il verbo custodire e il termine custode si ripetono e diventano conforto. Dove c’è un custode c’è qualcosa di prezioso da difendere e lui sa di essere prezioso agli occhi del Creatore. Quando qualcuno custodisce e veglia nella notte, è più facile addormentarsi e trovare riposo, soprattutto se la sentinella è degna di fiducia e per nessun motivo si addormenterebbe.
Il Signore è quel Custode di cui fidarsi, quando nella vita splende il sole e quando viene notte. Nella vita le situazioni pericolose non sono solo quelle di buio e di dolore. Anche nelle situazioni di benessere, anche nelle giornate in cui risplende il sole sono presente i pericoli.
A volte ci si rovina di più nel successo che nel fallimento. A volte è proprio quando siamo in salute che siamo nelle condizioni migliori per allontanarci dal Signore e cadere in tentazione.
Non è detto che quando le cose vanno come vogliamo, noi siamo al sicuro.
Per questo è bene invocare il Signore quando di giorno possiamo essere colpiti dal sole e quando di notte possiamo finire ostaggio delle lune storte, dei cattivi umori, dell’inquietudine.
Il Signore stesso in ciascuna delle situazioni della vita sa come offrire aiuto: ombra sotto il sole, calma nella notte, con una delicatezza e insieme una forza, una fedeltà e una pazienza che lo rendono un custode insuperabile e affidabile.
All’instabilità umana si contrappone e diventa rimedio la stabilità di Dio; alla nostra infedeltà e alla nostra fragilità viene in aiuto la sua fedeltà e la sua forza. Il pellegrino, come colui che prega il salmo, può continuare tranquillo il suo viaggio, non contando solo sulle sue forze, la sua esperienza, ma sull’appoggio del Signore.
Nella seconda parte del salmo è facile notare alcune espressioni che fanno coppia in modo
complementare: il sole e la luna, l’entrare e l’uscire, ora e per sempre. Senza tradire il testo possiamo certo immaginare il Signore come colui che custodisce il nostro entrare nel mondo nel momento della nascita e il nostro uscire dal mondo nel momento della nostra morte. È il ritmo di ogni esistenza! È il dondolio della vita, quel movimento ondulatorio che mai si conclude. A volte ci travolge, altre ci culla; a volte ci porta alla deriva altre ci sospinge risparmiando la fatica.
I singoli momenti sono sempre occasione preziosa per riconoscere la sua presenza e la sua azione. Egli è il Dio della vita, è il Signore custode di ciascuno e dell’intero suo popolo. Se non lo vedi in azione nel momento del tuo bisogno, contemplalo in azione intorno a te: questo sostiene la speranza che presto arriverà a tendere la mano anche a te. Lasciati rassicurare dalla voce di un compagno di viaggio: il Signore è anche il tuo custode. Se non ne hai bisogno tu, invocalo per chi sta cercando il suo aiuto. Sii tu la voce che rassicura: il Signore non dorme, alza gli occhi, fratello.
Parrocchia S. Agata – Monticello Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla
Perché una città intera, Gerusalemme, e poi ancora tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a Giovanni Battista che si era ritirato nel deserto a predicare?
Perché accorrono da un uomo dalla cui bocca esce una parola severa e pungente: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”.
Vi confido una cosa: costa fatica ogni domenica, ma per la verità vorrebbe essere e dovrebbe essere fatica di ogni giorno, ascoltare la Parola di Dio. Costa ancora più fatica doverla commentare, predicare, ovvero come dice papa Francesco compiere la bellissima e difficile missione di unire i cuori che si amano: quello del Signore e quelli del suo popolo. Occorre per questa missione un cuore che arde altrimenti è impossibile far ardere il
cuore di altri. Occorre un cuore capace di essere un contemplativo della Parola ed anche un contemplativo del popolo. E qualche volte il desiderio è di sedersi e poter ascoltare, piuttosto che stare qui in piedi e parlare.
Oggi mi riconosco in questa gente che da Gerusalemme e da tutta la Giudea e dalla zona lungo il Giordano accorre per ascoltare una Parola. Capisco perché vanno nel deserto ad ascoltare Giovanni Battista.
Quello che mi incoraggia ogni volta è che so che quando parlo da qui, ho qualcuno davanti che ha sete di quella stessa Parola di cui ho sete io. Una parola che converta e sferzi, colpisca al cuore e ci aiuti a mettere in ordine le nostre parole, i nostri pensieri; ci incoraggi e ci consoli; ci aiuti a trovare uno sguardo diverso sulle cose e sulle situazioni, sulle persone e su noi stessi.
Una parola che ci aiuti a tenere lo sguardo alto e i cuori rivolti al Signore; una Parola che come dice il Salmo 118 sia luce al cammino, balsamo alle ferite, sostegno alla nostra debolezza, correzione ai nostri sbagli; una Parola, come direbbe san Paolo, capace di condurre le genti all’obbedienza, con parole e opere, con la potenza di segni e di prodigi, con la forza dello Spirito.
Perché questo accada, il vangelo sembra suggerirci due atteggiamenti del cuore che occorre curare.
Il primo è la disponibilità: lasciarsi condurre all’obbedienza, con parole e opere, chiede che il nostro sia un reale camminare incontro alla parola che ci aspetta nel deserto. Ci aspetta quindi dopo un cammino che obbliga a lasciare: i luoghi confortevoli in cui siamo, le abitudini rassicuranti, le cose che già sappiamo fare, per poter esplorare nuove terre, fare nuove conoscenze, conquistare o riscoprire nuove abilità, lasciarci entusiasmare dalla novità.
Siamo in un tempo che certamente ci costringe all’incertezza, ci ha tolto la possibilità di gestire il tempo e lo spazio a nostro piacimento. Non riprenderemo il controllo così facilmente. Inutile cercare il colpevole o negare la serietà della situazione.
Occorre la disponibilità a lasciarsi interrogare dalla Parola su cosa non possiamo permetterci di lasciare e perdere e su cosa invece è opportuno che impariamo non semplicemente a perdere, come se la cosa non dipendesse da noi e con il rischio di tornare prima o poi a riprendersela, ma proprio a lasciare liberamente, a deporre come ci invita a fare la lettera agli Ebrei al capitolo 12: deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù.
Lasciare per vivere più leggeri e perché no anche più lieti e liberi.
Il secondo atteggiamento è l’umiltà: non possiamo andare ad ascoltare una parola con l’atteggiamento di chi dice: lo so già. Giovanni Battista è decisamente chiaro in questo: non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Non crediate di poter dire: siamo già a posto. Non sappiamo molto e forse non sappiamo ancora nulla di quanto sta capitando. Non siamo a posto per niente e anche se credevamo di poterlo essere, questo virus pare si stia impegnando e stia riuscendo a farci capire che tanto a posto non eravamo se tutto rischia di sfasciarsi così facilmente.
Continuiamo questo Avvento come uomini e donne che camminano nel deserto cercando una Parola che faccia luce.
Scrive Michela Marzano sulla Stampa di sabato 21.11: “Al virus non importa proprio nulla della nostra volontà, e ci sorprende tutti fragili e impotenti. Al virus non interessano nemmeno i nostri progetti e le nostre agende: ci sbatte in faccia l’incertezza facendo a pezzi i nostri piani e impedendo qualunque tipo di programmazione. Certo, con l’arrivo del vaccino e la riorganizzazione della vita sociale, saranno in molti a voler ricominciare a vivere esattamente come prima. Ma forse, per cercare di trasformare in qualcos’altro la
sofferenza e il dolore del presente, dovremmo almeno provare a far tesoro di questa vulnerabilità e di questa incertezza, e smetterla di voler sempre cercare di controllare tutto e tutti, imparando ad abitare la quotidianità e a lasciarci sorprendere da ciò che succede”.
Camminando in questo deserto incontro a Giovanni, non ci serve salvare tutto, ma solo quello che conta. Solo il frumento finirà nel granaio, la paglia è opportuno che sia bruciata. Convertiamoci. Il Regno di Dio è vicino.
E' possibile scaricare sul proprio cellulare il libretto dei canti da usare durante le messe a questo link
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