Venerdì santo

Venerdì-Santo-2020Parrocchia S. Agata – Monticello 
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Nel giorno del Venerdì Santo siamo tutti soliti rivolgere con fede e commozione lo sguardo alla croce, a quel legno su cui è morto il Signore Gesù. La guardiamo, la baciamo con venerazione e rispetto, sostiamo di fronte a lei in silenziosa preghiera e innalziamo nello stesso tempo le nostre invocazioni.
Ma vorrei oggi proporvi un esercizio di preghiera un po’ inusuale.
Vorrei proporvi oggi di provare ad immaginare non di guardare alla croce, ma di guardare dalla croce.
Non per la presunzione di mettersi al posto di Gesù come salvatore, ma per immaginare e rivivere i sentimenti del Signore in quel momento particolare e culminante della sua vita.
Non vi sto invitando a prendere il suo posto. Questo già lo facciamo in tanti modi e con presunzione: quando ci sentiamo i salvatori; quando ci sentiamo gli incompresi; ci sentiamo le vittime.
Vi sto invitando a metterci lassù con lui, per guardare giù; a far nostro il suo sguardo sul mondo, sulle persone che ci stanno intorno e anche su noi stessi; a guardare le cose con gli occhi di Cristo in croce, guardare il nostro prossimo con quello stesso sguardo e guardare appunto anche noi stessi. Non è un gioco.
Abbiate gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù scrive san Paolo ai Filippesi.
Occorre recuperare dalla memoria tutto quello che sappiamo sui suoi pensieri, ricordare le parole di Gesù dette ai discepoli nel Cenacolo, quello che abbiamo imparato dal Vangelo e prenderlo sul serio: ricordare tutte le sue parole che ci parlano della necessità di amare il prossimo, di amare amici e nemici, ci raccontano di compassione, di accoglienza, di carità.
E lasciare che queste parole prendano il posto dei nostri soliti pensieri. Per guardare il mondo dalla croce, non bisogna morire, ma bisogna certo far morire i soliti nostri modi di pensare per lasciare spazio alla voce e allo sguardo di Dio.  Questa è la cosa più difficile.
* Ma se riusciremo a fare tutto questo allora cominceremo ad accorgerci di come siano di poco conto a volte le nostre preoccupazioni e i problemi che ci affliggono. Le chiamiamo a volte anche croci, le portiamo magari credendo anche di essere obbedienti a quella parola del Vangelo che ci chiede di prendere la nostra croce,  ma da sopra la croce di Gesù forse ci accorgeremmo che così non è; che la sofferenza a volte è data dalla nostra eccessiva sensibilità, dalla nostra eccessiva fragilità, ma non dall’effettivo peso  di ciò che sentiamo appoggiato sulle spalle;  che le situazioni sono certamente a volte gravi, ma che ancora troppo piccole sono le nostre spalle e ancora di più troppo piccolo il nostro cuore; che molte di quelle cose che noi chiamiamo croci sono in realtà solo fastidi e che la vera croce è amare quando sei nei fastidi.
Da li sopra, forse impareremmo così a prenderci un poco meno sul serio, a ridere un pochino più di noi stessi, a sdrammatizzare di più i problemi.
* Poi forse da lassù, provando a far nostro lo sguardo del Signore, ci accorgeremmo che anche quando ci sentiamo soli dentro le nostre sofferenze, sotto il peso delle nostre croci, così soli non siamo. Ci accorgeremmo che lo sguardo di Gesù inchiodato alla croce è capace di vedere ogni nostra sofferenza, anche la più nascosta, di non dimenticarne neppure una, di non dimenticare nessuna situazione umana, nemmeno quelle più disperate. Ci accorgeremmo che se c’è una persona capace di starci accanto in quei momenti, quella è proprio lui che sa soffrire con noi; che, quando gli raccontiamo i nostri dolori, non comincia a fare la lista dei suoi; che quelle braccia distese sulla croce stanno cercando proprio noi, mani ferite che cercano le nostre ferite, braccia stanche ma che hanno ancora la forza di cercare e tendersi verso le nostre.
* Soprattutto da lì sopra, provando a far nostro lo sguardo del Signore, ci accorgeremmo meglio di quanto siamo amati. Riusciremmo meglio a capire che la sua sofferenza non è fine a se stessa, ma è il prezzo dell’amore.
Riusciremmo meglio a capire che egli non cerca vendetta per la sua sorte, che egli non punisce per il nostro peccato, che egli non ci castiga per i nostri tradimenti, che egli non giudica per le nostre fragilità; che non si è lasciato inchiodare per poi farcela pagare. Capiremmo che uno dei modi con cui noi disprezziamo e vanifichiamo la croce è pensare che quando ci capita qualcosa di male, sia la punizione di Dio per le nostre colpe. Dio per le nostre colpe non punisce, ma muore in croce.
* E infine cosa ancora più importante che da lassù impareremmo è che quello stesso sguardo d’amore non è riservato solo per me ma è riservato a tutti gli uomini senza eccezioni.
È per quelle persone che io amo, ma anche per quelle a cui proprio non riesco a voler bene; per quelle persone che evito, a cui ho tolto il saluto, che non riesco più a guardare negli occhi, che vorrei non incontrare, per quelle persone che non stimo, per quelle che non riesco a rispettare, per quelle di cui non riesco  a dir bene. Il Signore invece pure da lassù ha parole di benedizione per tutti quanti. Immagino debba fare una certa fatica a capire perché anche noi non possiamo fare lo stesso.
* Credo cambierebbero un sacco di cose nella nostra vita se qualche volta di più non ci fermassimo solo a guardare la croce ma provassimo a guardare il mondo dalla croce.
Ci doni in questo giorno questo sguardo, ci doni di guardare al mondo agli altri e a noi stessi come lui ci sta guardando dalla croce.

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Giovedì santo

giovedì santoParrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Il nostro spiccato senso pratico non sempre va d’accordo con il mondo della liturgia e con i riti.
La liturgia ha bisogno ed è fatta di gesti che non sempre hanno una qualche utilità pratica, ma hanno sempre un significato ben preciso. A volte la noia che ci prende a messa e l’impressione che andare a messa sia inutile nasce perché ci fermiamo al piano dell’efficienza, dell’utilità e non siamo più capaci di lasciar parlare i gesti della messa.
Oggi, in questo giovedì santo, vorrei fermarmi su uno dei gesti dell’eucarestia forse più trascurati e meno ascoltati di tutta la celebrazione: lo spezzare del pane. Non ha alcuna utilità pratica il gesto che il sacerdote compie al termine della consacrazione, prima della preghiera del padre nostro, se non forse quello di rendere “mangiabile” l’ostia grande che se non spezzata, può essere difficile da mettere in bocca tutta intera. E rischia così di rimanere silenzioso quel gesto, invisibile, trascurato.
Eppure è un gesto potente su cui oggi vorrei vi fermaste con me a pensare che si compie non in nome di una utilità pratica, ma in nome della fedeltà all’azione di Gesù dentro il Cenacolo e al senso stesso che Gesù intende dare all’Eucarestia. Così ascoltiamo nel Vangelo: Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo».
I discepoli lo avevano capito così bene che quando due di loro, incamminati verso Emmaus delusi e tristi, invitano quell’inatteso e strano compagno di viaggio a fermarsi a mangiare con loro, solo e proprio allo spezzare il pane capiscono che è Gesù. Nel capitolo 20 del libro degli Atti degli Apostoli, non si dice che i discepoli si ritrovano per la messa, ma che si ritrovano per spezzare il pane.
Vien proprio da dire, pensando soprattutto ai discepoli di Emmaus, che quel gesto era così rimasto loro in mente da essere capace di suscitare emozioni, ricordi e pensieri nel loro cuore.
Vien proprio da pensare che proprio in quel gesto i discepoli riuscivano a comprendere il valore di quel comando dato loro da Gesù: fate questo in memoria di me.
Allora provo ad esprimere due significati che possiamo provare a tenere nel cuore ogni volta che torneremo all’Eucarestia.
Il primo è questo. Gesù non si identifica in un pane intero, intatto, ma in un pane spezzato. In un pane che deve essere mangiato e non conservato. Lo aveva visto certamente fare tante volte da suo padre Giuseppe attorno alla tavola di casa perché questo era il rito legato al pasto: il pane andava benedetto, poi il capofamiglia, prendendolo tra le mani, lo spezzava e lo offriva a coloro che stavano seduti alla tavola, condividendolo.
Quella sera, in occasione dell’ultima cena mangiata con i suoi discepoli, Gesù decide che era venuto il momento di dare un significato ancora più grande a quel gesto: prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo».  Prendete, questo sono io. Un pane spezzato. Una vita offerta non solo nelle parole dette attorno a quella tavola, ma nella realtà della croce sui cui muore il giorno dopo.
In un mondo, che oggi come allora, sembra essere governato dalla legge del più forte, dove ogni giorno una gazzella si sveglia e sa che dovrà correre più del leone o verrà uccisa, dove più sei furbo e più hai successo, in un mondo dove gli uomini sono disposti a sbranarsi per passare davanti e dominare, Gesù invece di mangiare gli altri si è fatto pane, per farsi mangiare.
Da questo farsi cibo, ha inizio una possibile, nuova e avvincente avventura umana.
Il più grande si fa più piccolo; per amore, si fa servitore. Nutre la vita dell’altro e la favorisce.
L’evangelista Giovanni, sapendo che questi gesti di Gesù erano già stati ricordati dagli altri evangelisti, decide di spiegare ancora più precisamente questa cosa con il racconto della lavanda dei piedi.
Questo dettaglio raccontato dagli evangelisti si riferisce certamente alla necessità di farne tanti pezzi perché tutti ne abbiano uno, ma è il segno della Passione, quel lasciarsi spezzare che si realizzerà sulla croce.
Il secondo è questo: quel pane è da condividere. Il gesto dello spezzare il pane fonda e ci richiama ad una fraternità che rende vera l’Eucarestia stessa. Non si può fare comunione con Dio se non desideriamo la comunione con i fratelli e se non lavoriamo attivamente perché questa comunione si realizzi. Se non ci liberiamo dall’indifferenza e dall’egoismo; quello spezzare il pane di Gesù diventa regola di vita del cristiano, diventa scelta del vissuto quotidiano. Alla tavola dell’ultima cena non ci può stare senza imbarazzo chi non sa aggiungere un posto alla tavola del proprio cuore. In ogni famiglia dove si vive l’amore, si mangia nella stessa stanza e allo stesso tavolo, non ciascuno sul proprio tavolino
Questo spezzare il pane ricorda la necessità del reciproco spezzarsi e donarsi l’un l’altro. Quel pane condivide con l’amore l’identico segreto: basta per tutti solo se è spezzato, perché proprio nello spezzarsi e nel donarsi, invece di diminuire, cresce.
Questo tempo ci spinge facilmente all’indifferenza, alla paura, al sospetto, alla chiusura.
L’eucarestia è per noi il vaccino che ci preserva da queste malattie, la medicina che guarisce il cuore indurito. Prendetevi cura della fame di altri. Diventate cibo per la fame degli altri, proprio come fa ogni buon papà e ogni buona mamma che si fanno in quattro, si spezzano e si tolgono il pane di bocca per i loro figli. Accettiamo e celebriamo che Dio oggi si faccia pane e riconosciamo di averne bisogno.

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Domenica delle Palme

domenica palme20202Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Questa Domenica delle Palme ci fa mettere alle spalle il tempo della Quaresima e ci accompagna con decisione dentro la Settimana Santa, la settimana autentica, dentro i tre giorni della passione, morte e resurrezione di Gesù. Il clima di festa che accompagna l’ingresso di Gesù in Gerusalemme non ci faccia ingenuamente dimenticare che presto proprio a Gesù faranno la festa; che egli è Dio, ma il Dio che scomoda non a misura dei nostri comodi, dei nostri desideri, delle nostre convenienze. Fa pensare quello che l’evangelista Giovanni dice raccontando questo ingresso di Gesù: “i suoi discepoli sul momento non compresero queste cose”. Un discepolo lo tradirà, consegnandolo a coloro che lo sentivano una minaccia per la propria vita, per l’intera città per il tempio. Un altro lo rinnegherà: “io non lo riconosco più quel Gesù di cui sono stato discepolo”. Lo cattureranno, lo processeranno in maniera sommaria e sbrigativa.  Lo condanneranno a morte con la complicità di tutto il popolo. Lo caricheranno del legno della croce su cui poi lo inchioderanno fino a farlo morire. Ricordare tutto questo, non è fare i guastafeste, ma è ricordare che colui che l’intero popolo ebraico attendeva come salvatore e liberatore, come colui capace di toglierci dalle spalle le nostre croci, si farà mettere in croce senza opporre resistenza.
Non si entra in questa Settimana Santa se non siamo capaci di mettere da parte noi stessi, i nostri problemi, le nostre preoccupazioni, i nostri comprensibili turbamenti e le nostre giustificate ansie.
Ne abbiamo tante e anche più del solito e soprattutto non bastasse la quantità, vi è anche il fatto della novità.
Non sappiamo quali conseguenze e quali ripercussioni avranno sui nostri ragazzi questi lunghi mesi di lontananza dagli amici, dalla scuola, dai luoghi di gioco e di svago.
Non sappiamo quanto peserà tutto questo in termini occupazionali, in termini sanitari, in termini di coesione sociale, anche di semplice serenità del cuore e della testa.
Passato lo spavento iniziale in cui era facile sentirsi sulla stessa barca, cantare dai balconi, applaudire gli infermieri, sentirsi più generosi e solidali, ora il rischio è proprio quello del “si salvi chi può”. Non si entra allora nella Settimana Santa e non diventa possibile rimanere davanti a quel Dio che, sfidato da sotto la croce a salvare se stesso proprio per dimostrare di essere Dio: quelli che passavano di là lo insultavano scuotendo il capo e dicendo: «Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!».  Anche i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani lo schernivano: «Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. È il re d’Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo.” (Mt 27,39-42).
Entrare nella Settimana Santa e celebrare la Pasqua significa liberarsi dalla tentazione del salvare solo noi stessi.  Lo ha ricordato anche papa Francesco in un’omelia di fine ottobre: “è una tentazione cruciale, che insidia tutti, anche noi cristiani; è la tentazione di pensare solo a salvaguardare sé stessi o il proprio gruppo, di avere in testa soltanto i propri problemi e i propri interessi, mentre tutto il resto non conta. È un istinto molto umano, ma cattivo, ed è l’ultima sfida al Dio crocifisso”.
Vivere i riti della Pasqua significa anche mettere da parte le nostre soluzioni che si rivelano solitamente mediocri e insufficienti perché rispondono solo alle brucianti urgenze del presente, lasciandolo irrisolto se non addirittura compromesso il domani. Non sappiamo infatti sempre leggere la complessità della realtà, soprattutto quando siamo sotto la pressione di un pericolo, quando il cuore si impaurisce; sacrifichiamo sempre qualcuno o qualcosa in nome di beneficio immediato e personale.
Voglio ricordare ancora le parole di papa Francesco: “tutti siamo specialisti nel mettere in croce gli altri pur di salvare noi stessi. Gesù, invece, si lascia inchiodare per insegnarci a non scaricare il male sugli altri. Il “vangelo del salva te stesso” non è il Vangelo della salvezza”. Mentre il mondo tenta di scaricare addosso ad altri le proprie croci il Dio della Pasqua che siamo invitati a celebrare si carica delle croci degli altri.
È facile, in questa situazione di prova, preferire un dio su misura, potente agli occhi del mondo, che s’impone con la forza e sbaraglia chi ci vuole male. La folla pensa di averlo trovato in Gesù e lo accoglie festosa, salvo poi abbandonarlo al proprio destino di morte quando si sente tradita nelle proprie attese.
Contempliamo il gesto compiuto da Maria quel giorno a Betania. Condivido queste parole di José Tolentino Mendonça: “Il profumo ci parla dei piccoli gesti d’amore senza i quali noi non siamo; il gesto di Maria ci ricorda quella segreta evidenza che gli oranti sono chiamati a scoprire: che l’orazione non si esaurisce nell’esposizione dei nostri bisogni, ma deve rendere visibile il nostro desiderio; che non può limitarsi a un discorso sul pane, legato alla nostra lotta per la sopravvivenza, ma deve aprirci alla contemplazione delle rose. Sa Dio se abbiamo bisogno di pane, ma anche di rose. La preghiera è puro profumo quando accetta di essere gratuita e non s’impiglia nei perché e nei percome.
Non abbiamo bisogno di qualcuno che venda un profumo prezioso per comprarci da mangiare, – come vorrebbe Giuda – ma abbiamo bisogno, in questi giorni santi, di qualcuno che ci ricordi la bellezza e la potenza dell’amore che salva.

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Conclusione esercizi spirituali

Va prima a riconciliarti con tuo fratello

Conclusione degli esercizi spirituali per giovani e adulti

esercizi spiriruali giovani e adulti

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Calendario settimana Santa

settimana santa 21

Domenica 28 marzo – DOMENICA DELLE PALME 
SANTE MESSE ore 9.30 e 18.00 nella chiesa di Torrevilla
ore 11.00 nella chiesa di Monticello
All’ingresso in Chiesa verrà consegnato il sacchetto o il ramo di ulivo
che sarà benedetto durante la celebrazione del mattino

Lunedì 29 marzo 
AMMONISCILO TRA TE E LUI SOLO La correzione paterna
Quarta meditazione a ripresa e conclusione degli Esercizi spirituali di inizio quaresima
Ore 9.00 nella chiesa di Torrevilla (non è necessaria la prenotazione)
Ore 20.30 nella chiesa di Monticello (non è necessaria la prenotazione)

Martedì 30 marzo
Ore 9.00 Santa Messa nella chiesa di Torrevilla (non è necessaria la prenotazione)

Mercoledì 31 marzo 
Ore 20.30 Santa Messa nella chiesa di Monticello (non è necessaria la prenotazione)

Giovedì 1 aprile
SANTA MESSA DELL’EUCARESTIA ore 10.30 nella chiesa di Torrevilla
SANTA MESSA IN COENA DOMINI ore 20.30 nella chiesa di Monticello

Venerdì 2 aprile
CELEBRAZIONE DELLA PASSIONE E MORTE DI GESÙ
Ore 15.00 nella chiesa di Torrevilla
Ore 20.30 nella chiesa di Monticello

Sabato 3 aprile
VEGLIA PASQUALE ore 20.00 nella Chiesa di Monticello
Vi invitiamo a partecipare portando una campanella

Domenica 4 aprile
Ore 9.30 nella chiesa di Torrevilla
Ore 11.00 nella chiesa di Monticello
Ore 18.00 nella chiesa di Torrevilla

Lunedì dell’angelo 5 aprile
Sante Messe ore 9.00 nella chiesa di Torrevilla e ore 10.30 nella chiesa di Monticello
(non è necessaria la prenotazione)

Per la CELEBRAZIONE DELLA CONFESSIONE
è possibile contattare don Marco e concordare luogo, giorno e orario preferiti

Il Triduo Pasquale per i ragazzi e le loro famiglie

Giovedì 1 aprile – Santa Messa dell’Eucarestia – 16.30 nella chiesa di Monticello
Venerdì 2 aprile – via Crucis – 16.30 nella chiesa di Monticello
Domenica 4 aprile – Santa Messa di Pasqua – ore 16.00 nella chiesa di Monticello
invitiamo i ragazzi a partecipare alla santa Messa portando con se una campanella 

È necessaria la prenotazione dove non specificato

Scarica il volantino

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Giornata di spiritualità familiare

giornata famiglia“Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio” Imparare l’arte di stare al mondo. In famiglia stili di vita per una vera sapienza
(Mario Delpini)

Giornata di spiritualità familiare domenica 28 marzo 2021 Ore 15.00   
Programma online

ore 15.00: Collegamento online e accoglienza
Preghiera introduttiva: Diacono Davide Canepa
Relatori e interventi: Coniugi Valeria e Umberto De Valle Resp. Zona III Ufficio Famiglia Diocesi di Milano
(Introduzione e moderazione)
Dott.ssa Claudia Alberico
Pedagogista – Direttore Generale Fondazione Don Silvano Caccia
(L’educazione in famiglia al tempo della pandemia)
Don Gabriele Gioia
Rettore Collegio Arcivescovile Alessandro Volta – Lecco
(In famiglia: stili di vita per una vera sapienza).
Conclusione e benedizione: Mons. Maurizio Rolla – Vicario Episcopale Zona III
Le coppie che desiderano partecipare al ritiro possono collegarsi al seguente link
https://meet.google.com/pht-bfht-xzj

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Quinta domenica di quaresima

LazzaroParrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione
– Torrevilla

Lazzaro

Quante volte bisogna morire? Non è abbastanza una? Mi sono domandato quale convenienza ci sia nella resurrezione di Lazzaro a cui toccherà morire due volte. Alle sorelle Marta e Maria toccherà soffrire di nuovo la sua morte. Gesù, per quel che so, non ha più ripetuto il miracolo né per Lazzaro né per altri. È domanda che non ha risposta, ma davanti alla quale mi pare di cogliere in questo prodigioso miracolo della resurrezione di Lazzaro qualcosa di misterioso che va oltre il fatto clamoroso della resurrezione di un uomo.
Ancora mi domando leggendo questo racconto di Giovanni, come mai nessuno abbia chiesto a Lazzaro dove sia stato in quei quattro giorni, come sia di là, se ci sia qualcosa, cosa ci sia. È domanda che mi faccio a volte e che mi sento fare: cosa c’è di là?
Ma hanno forse ragione i Negramaro quando cantano rivolgendosi all’amico in rianimazione: cosa c’è dall’altra parte, lo scopriremo un’altra volta, intanto torna.  Non per dirmi cosa c’è dall’altra parte, che tanto adesso non mi importa, ma per aiutarmi a scoprire che da un posto come il mondo ti puoi aspettare tanto, basta spostar le tende.
E allora trovo interessante rifarmi la domanda: quante volte bisogna morire?
E la risposta che mi sento di dare subito è questa: tutte le volte che serve per imparare a vivere; finchè non avrò scoperto che da un posto come il mondo ti puoi aspettare tanto.
La grande paura nostra, come di Marta e di Maria, dei discepoli e di molti dei presenti quel giorno a Betania rimane sempre quella di morire. A loro modo tutti la manifestano.
Della morte, hanno paura  i discepoli che dicono: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?».
“Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!” dicono in maniera identica le due sorelle a Gesù. «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?»: cosi si chiedono stupiti e anche un po’ indignati i Giudei nel vedere piangere Gesù.
Dovevi far questo, solo questo: impedire che morisse e non lo hai fatto! Con il cuore pieno di quella paura le parole di Gesù appaiono evidentemente scandalose: “Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate”.
Fa pensare Tommaso quando proclama: “Andiamo anche noi a morire con lui!”; perchè è questo che ci chiede il Signore: non di morire con lui, ma di vivere con lui!
Mi è tornata in mente anche la storia di Giona il profeta che scappa per paura di morire nella missione che Dio gli aveva affidato e più scappa più va realmente incontro alla morte. Inghiottito da un pesce, si dispera e insieme spera: “Le acque mi hanno sommerso fino alla gola, l’abisso mi ha avvolto, l’alga si è avvinta al mio capo. Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita, Signore, mio Dio. Quando in me sentivo venir meno la vita, ho ricordato il Signore. La mia preghiera è giunta fino a te”. A quel grido Dio risponde: Kum, alzati Giona. È un comando che scuote il profeta e lo costringe a rimettersi in cammino, a smettere di scappare per andare finalmente a Ninive.
Alzati! Vieni Fuori!  È questo l’invito gridato davanti al sepolcro dove Lazzaro da quattro giorni è sepolto. È l’invito da cui viene raggiunta Maria che sta chiusa in casa ma soprattutto chiusa dentro il suo dolore. Riascoltiamo come dette a noi questi comandi del Signore.
È invito rivolto a ciascuno di noi a non rimanere chiusi dentro le nostre rassegnazioni, dentro sepolcri spenti e scuri. È invito a far entrare il Signore dentro di noi fino all’angolo più oscuro del nostro cuore, là dove noi per rassegnazione abbiamo rinunciato ad arrivare perché Lui porti luce e guarigione. La resurrezione di Lazzaro, è invito a invocare la resurrezione quando siamo ancora vivi, non quando siamo già morti!
È invito a celebrare il miracolo della vita, non a scacciare la paura della morte; ad invocarla non per paura della morte, ma per amore della vita; ad invocare la risurrezione dell’amore quando l’amore muore ucciso dall’egoismo; la resurrezione del perdono e della pace quando muore ucciso dal male che abbiamo subito; la resurrezione della gentilezza e dell’onestà quando ci accorgiamo che i furbi vincono sempre; della voglia di riprovarci, ogni volta che siamo schiacciati dai fallimenti dei nostri tentativi; a invocarla mentre siamo prigionieri del lutto e del dolore quando la morte tocca le nostre case.
Impariamo ad invocare ogni volta la resurrezione là dove la voglia di vivere e sperare si è persa o è morta.
“Si deve morire un po’ di volte, per cominciare a vivere davvero.” Così diceva il poeta e scrittore americano Charles Bukowski. Si deve morire tutte le volte che occorre per imparare a vivere. Si deve morire senza stancarci di rialzarci e di risorgere, di venire fuori dai nostri sepolcri e riprovarci, non perché avremo sconfitto la morte, ma perché avremo trovato una buona ragione per cui essere disposti a morire e avremo cominciato a vivere per quella sola buona ragione.
Gesù ci insegna che quando trovi qualcosa o qualcuno per cui morire, comincia la vita

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Sportello di primo ascolto

E’ stato attivato anche nel nostro decanato la possibilità di usufruire di uno sportello di primo ascolto per chi sentisse il bisogno di un qualche consiglio o di essere aiutato ad individuare un percorso di accompagnamento psicologico o di sostegno a fronte di qualche difficoltà personale, genitoriale o famigliare. I dettagli li trovate ne volantino.

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Giornata nazionale in memoria delle vittime del Corinavirus

girnata coronavirus 2Oggi è la giornata nazionale in memoria delle vittime del Corinavirus. Un anno fa, il 18 marzo 2020, l’Italia affrontava il suo giorno più nero: 2.978 le vittime del Covid-19 su scala nazionale. Intanto a Bergamo decine di camion dell’Esercito portavano nei crematori delle città vicine i feretri dei morti che la città, ormai vicina al collasso, non riusciva più a contenere. Non dimentichiamo. Ricordiamo, nella preghiera. Resistiamo.

Tu ci sei
Sono convinto che Tu ci sei
accanto alle persone che muoiono sole,
sole, con a volte incollato
sul vetro della rianimazione
il disegno di un nipote,
un cuore, un bacetto, un saluto.
Tu ci sei, vicino a ognuno di loro,
Tu ci sei, dalla loro parte mentre lottano,
Tu ci sei e raccogli l’ultimo respiro,
la resa d’amore a te.
Tu ci sei, muori con loro per portarli lassù
dove con loro sarai in eterno, per sempre.
Tu ci sei,
amico di ogni amico che muore
a Bergamo, in Lombardia, in ogni parte
del nostro tormentato paese.
Tu ci sei e sei Tu che li consoli,
che li abbracci, che tieni loro la mano,
che trasformi in fiducia serena la loro paura.
Tu ci sei, perché non abbandoni nessuno,
Tu che sei stato abbandonato da tutti.
Tu ci sei, perché la tua paura,
la …

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Quarta domenica di quaresima

Miracolo_cieco_natoParrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione
– Torrevilla

Il cieco nato

«Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» È facile, di fronte alle cose che non vanno, ai problemi, ai contrattempi della vita e anche alle contraddizioni che certamente la segnano, fermarsi e domandarsi chi sia il colpevole: di chi è la colpa? È consolante e liberatorio sapere con chi prendersela, contro chi indirizzare la propria rabbia e a chi inviare la richiesta di risarcimento per i danni subiti.
È un buon motivo per pensare che la situazione non ci riguarda e non siamo noi a dover provvedere o preoccuparci del problema: chi rompe, paga e chi è causa del suo male pianga se stesso.
I discepoli sembrano voler convincere Gesù, che aveva visto quell’uomo cieco ai bordi della strada a tirar dritto. Conoscevano bene la propensione che aveva ad occuparsi degli altri, ad avere compassione, a fermarsi con chi incontrava, a cambiare programmi per dare retta agli altri. Sapevano bene il rischio che avevano corso al termine della discussione con i Giudei quando “raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui” e Gesù aveva dovuto nascondersi e scappare dal tempio; avranno ben pensato che non fosse il momento di fermarsi in giro a dar retta ad un povero cieco. Il seguito del racconto stesso ci conferma del resto il clima di ostilità che si era creato nei confronti di Gesù: i genitori dell’uomo cieco avevano paura dei Giudei. Il clima era di chiara intimidazione nei confronti di chi lo avesse riconosciuto come il Cristo dal momento che era stato già stabilito costoro venissero espulsi dalla sinagoga.
Ma non basta certo questo a fermare Gesù che è abile a ribaltare completamente la domanda dei discepoli, portando l’attenzione non sulle cause della cecità di quest’uomo, ma sulle possibilità che quella dolorosa condizione spalanca; portando l’attenzione non sull’origine dell’avversità, ma sulle possibilità che inaugura.
«Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Che sia questa la domanda che oggi interpella anche noi?
Ancora una volta, fino alla noia, fino a diventare tormento: quali opere di Dio si stanno manifestando in questa situazione? Cosa siamo chiamati a vedere meglio? Su cosa siamo invitati ad aprire gli occhi? Su cosa ci stiamo dimostrando ancora ciechi? Certo Dio agisce secondo i suoi modi e i suoi tempi.
Il modo con cui Gesù compie il miracolo è decisamente strano.  Quello sputare per terra, fare del fango, spalmarlo sugli occhi dell’uomo che non aveva chiesto nulla a nessuno poteva proprio far pensare ad una ennesima beffa nei confronti di un uomo già sfortunato.
Il tempo in cui Gesù lo compie, il giorno di sabato, rompe le regole religiose del tempo e per questo desta fastidio. Gran parte della narrazione è dedicata al resoconto del fastidio e dello sconcerto creato proprio da questa scelta di tempo inopportuna e incomprensibile agli occhi dei farisei e impedisce a molti di gioire per la guarigione.
Mi impressiona e mi spaventa sempre questo aspetto del racconto. Non gioiscono i conoscenti, non gioiscono i farisei e non gioiscono neppure i genitori. C’è chi, piuttosto che arrendersi all’evidenza del miracolo, cerca altre spiegazioni: forse non è lui, è solo qualcuno che gli assomiglia. C’è chi nega: i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista. Chi zittisce e caccia via.
Si fidano solo di quello che sanno già, di quello che conoscono, di quello che vedono. Non viene loro il dubbio che ci sia qualcosa da imparare, qualcosa da vedere che ancora non si è visto, qualcosa da vedere oltre le cose che si possono vedere; il dubbio che l’altro possa aver visto meglio e visto qualcosa che noi non abbiamo ancora visto. Sono tutti incapaci di cogliere l’opera di Dio che ha appena fatto irruzione nella quotidianità, quell’opera di Dio che proprio nella prova e nella difficoltà si manifesta.
Completamente diverso è l’atteggiamento dell’uomo cieco a cui è dedicata questa domenica di quaresima.
Non è abituato ad usare la vista per capire le cose, le persone, le situazioni. Costretto nella sua cecità è abituato a fidarsi. Ed è quello che fa quando sente parlare di lui; sente un uomo che sputa per terra. Avverte delle mani sui suoi occhi e sente quel fango fatto con la saliva. Sente il comando: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe». La sua situazione è perfino peggiore del solito, ma intuisce che è proprio per questo che deve fidarsi ancora di più. Non chiede il perché di quel comando. E la sua fiducia si fa ancora più profonda fino a diventare fede: io credo!
Anche noi in questo tempo credo dovremmo fidarci ancora più del solito, avere fede più solito, non perché è più facile, non semplicemente perché costretti, ma perché ci è ancora più necessario. Secondo i suoi modi e secondo i suoi tempi Dio ancora compie opere e distribuisce Grazia nei nostri giorni.
Non ci è molto utile domandarci come siamo finiti in questa situazione, ma quale è l’opera di Dio che si sta manifestando in questo tempo. Proprio mentre le cose si fanno di nuove, la speranza si spegne, ogni strada sembra senza uscita e il cuore può farsi triste abbiamo bisogno di imparare da questo uomo cieco e metterci tutta la fiducia e la fede di cui siamo capaci

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