Giovedì santo

giovedì santoParrocchia S. Agata Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione Torrevilla

Il nostro spiccato senso pratico non sempre va d’accordo con il mondo della liturgia e con i riti.
La liturgia ha bisogno ed è fatta di gesti che non sempre hanno una qualche utilità pratica, ma hanno sempre un significato ben preciso. A volte la noia che ci prende a messa e l’impressione che andare a messa sia inutile nasce perché ci fermiamo al piano dell’efficienza, dell’utilità e non siamo più capaci di lasciar parlare i gesti della messa.
Oggi, in questo giovedì santo, vorrei fermarmi su uno dei gesti dell’eucarestia forse più trascurati e meno ascoltati di tutta la celebrazione: lo spezzare del pane. Non ha alcuna utilità pratica il gesto che il sacerdote compie al termine della consacrazione, prima della preghiera del padre nostro, se non forse quello di rendere “mangiabile” l’ostia grande che se non spezzata, può essere difficile da mettere in bocca tutta intera. E rischia così di rimanere silenzioso quel gesto, invisibile, trascurato.
Eppure è un gesto potente su cui oggi vorrei vi fermaste con me a pensare che si compie non in nome di una utilità pratica, ma in nome della fedeltà all’azione di Gesù dentro il Cenacolo e al senso stesso che Gesù intende dare all’Eucarestia. Così ascoltiamo nel Vangelo: Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo».
I discepoli lo avevano capito così bene che quando due di loro, incamminati verso Emmaus delusi e tristi, invitano quell’inatteso e strano compagno di viaggio a fermarsi a mangiare con loro, solo e proprio allo spezzare il pane capiscono che è Gesù. Nel capitolo 20 del libro degli Atti degli Apostoli, non si dice che i discepoli si ritrovano per la messa, ma che si ritrovano per spezzare il pane.
Vien proprio da dire, pensando soprattutto ai discepoli di Emmaus, che quel gesto era così rimasto loro in mente da essere capace di suscitare emozioni, ricordi e pensieri nel loro cuore.
Vien proprio da pensare che proprio in quel gesto i discepoli riuscivano a comprendere il valore di quel comando dato loro da Gesù: fate questo in memoria di me.
Allora provo ad esprimere due significati che possiamo provare a tenere nel cuore ogni volta che torneremo all’Eucarestia.
Il primo è questo. Gesù non si identifica in un pane intero, intatto, ma in un pane spezzato. In un pane che deve essere mangiato e non conservato. Lo aveva visto certamente fare tante volte da suo padre Giuseppe attorno alla tavola di casa perché questo era il rito legato al pasto: il pane andava benedetto, poi il capofamiglia, prendendolo tra le mani, lo spezzava e lo offriva a coloro che stavano seduti alla tavola, condividendolo.
Quella sera, in occasione dell’ultima cena mangiata con i suoi discepoli, Gesù decide che era venuto il momento di dare un significato ancora più grande a quel gesto: prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo».  Prendete, questo sono io. Un pane spezzato. Una vita offerta non solo nelle parole dette attorno a quella tavola, ma nella realtà della croce sui cui muore il giorno dopo.
In un mondo, che oggi come allora, sembra essere governato dalla legge del più forte, dove ogni giorno una gazzella si sveglia e sa che dovrà correre più del leone o verrà uccisa, dove più sei furbo e più hai successo, in un mondo dove gli uomini sono disposti a sbranarsi per passare davanti e dominare, Gesù invece di mangiare gli altri si è fatto pane, per farsi mangiare.
Da questo farsi cibo, ha inizio una possibile, nuova e avvincente avventura umana.
Il più grande si fa più piccolo; per amore, si fa servitore. Nutre la vita dell’altro e la favorisce.
L’evangelista Giovanni, sapendo che questi gesti di Gesù erano già stati ricordati dagli altri evangelisti, decide di spiegare ancora più precisamente questa cosa con il racconto della lavanda dei piedi.
Questo dettaglio raccontato dagli evangelisti si riferisce certamente alla necessità di farne tanti pezzi perché tutti ne abbiano uno, ma è il segno della Passione, quel lasciarsi spezzare che si realizzerà sulla croce.
Il secondo è questo: quel pane è da condividere. Il gesto dello spezzare il pane fonda e ci richiama ad una fraternità che rende vera l’Eucarestia stessa. Non si può fare comunione con Dio se non desideriamo la comunione con i fratelli e se non lavoriamo attivamente perché questa comunione si realizzi. Se non ci liberiamo dall’indifferenza e dall’egoismo; quello spezzare il pane di Gesù diventa regola di vita del cristiano, diventa scelta del vissuto quotidiano. Alla tavola dell’ultima cena non ci può stare senza imbarazzo chi non sa aggiungere un posto alla tavola del proprio cuore. In ogni famiglia dove si vive l’amore, si mangia nella stessa stanza e allo stesso tavolo, non ciascuno sul proprio tavolino
Questo spezzare il pane ricorda la necessità del reciproco spezzarsi e donarsi l’un l’altro. Quel pane condivide con l’amore l’identico segreto: basta per tutti solo se è spezzato, perché proprio nello spezzarsi e nel donarsi, invece di diminuire, cresce.
Questo tempo ci spinge facilmente all’indifferenza, alla paura, al sospetto, alla chiusura.
L’eucarestia è per noi il vaccino che ci preserva da queste malattie, la medicina che guarisce il cuore indurito. Prendetevi cura della fame di altri. Diventate cibo per la fame degli altri, proprio come fa ogni buon papà e ogni buona mamma che si fanno in quattro, si spezzano e si tolgono il pane di bocca per i loro figli. Accettiamo e celebriamo che Dio oggi si faccia pane e riconosciamo di averne bisogno.

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