Quarta domenica di quaresima

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Torrevilla

Il cieco nato

«Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» È facile, di fronte alle cose che non vanno, ai problemi, ai contrattempi della vita e anche alle contraddizioni che certamente la segnano, fermarsi e domandarsi chi sia il colpevole: di chi è la colpa? È consolante e liberatorio sapere con chi prendersela, contro chi indirizzare la propria rabbia e a chi inviare la richiesta di risarcimento per i danni subiti.
È un buon motivo per pensare che la situazione non ci riguarda e non siamo noi a dover provvedere o preoccuparci del problema: chi rompe, paga e chi è causa del suo male pianga se stesso.
I discepoli sembrano voler convincere Gesù, che aveva visto quell’uomo cieco ai bordi della strada a tirar dritto. Conoscevano bene la propensione che aveva ad occuparsi degli altri, ad avere compassione, a fermarsi con chi incontrava, a cambiare programmi per dare retta agli altri. Sapevano bene il rischio che avevano corso al termine della discussione con i Giudei quando “raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui” e Gesù aveva dovuto nascondersi e scappare dal tempio; avranno ben pensato che non fosse il momento di fermarsi in giro a dar retta ad un povero cieco. Il seguito del racconto stesso ci conferma del resto il clima di ostilità che si era creato nei confronti di Gesù: i genitori dell’uomo cieco avevano paura dei Giudei. Il clima era di chiara intimidazione nei confronti di chi lo avesse riconosciuto come il Cristo dal momento che era stato già stabilito costoro venissero espulsi dalla sinagoga.
Ma non basta certo questo a fermare Gesù che è abile a ribaltare completamente la domanda dei discepoli, portando l’attenzione non sulle cause della cecità di quest’uomo, ma sulle possibilità che quella dolorosa condizione spalanca; portando l’attenzione non sull’origine dell’avversità, ma sulle possibilità che inaugura.
«Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Che sia questa la domanda che oggi interpella anche noi?
Ancora una volta, fino alla noia, fino a diventare tormento: quali opere di Dio si stanno manifestando in questa situazione? Cosa siamo chiamati a vedere meglio? Su cosa siamo invitati ad aprire gli occhi? Su cosa ci stiamo dimostrando ancora ciechi? Certo Dio agisce secondo i suoi modi e i suoi tempi.
Il modo con cui Gesù compie il miracolo è decisamente strano.  Quello sputare per terra, fare del fango, spalmarlo sugli occhi dell’uomo che non aveva chiesto nulla a nessuno poteva proprio far pensare ad una ennesima beffa nei confronti di un uomo già sfortunato.
Il tempo in cui Gesù lo compie, il giorno di sabato, rompe le regole religiose del tempo e per questo desta fastidio. Gran parte della narrazione è dedicata al resoconto del fastidio e dello sconcerto creato proprio da questa scelta di tempo inopportuna e incomprensibile agli occhi dei farisei e impedisce a molti di gioire per la guarigione.
Mi impressiona e mi spaventa sempre questo aspetto del racconto. Non gioiscono i conoscenti, non gioiscono i farisei e non gioiscono neppure i genitori. C’è chi, piuttosto che arrendersi all’evidenza del miracolo, cerca altre spiegazioni: forse non è lui, è solo qualcuno che gli assomiglia. C’è chi nega: i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista. Chi zittisce e caccia via.
Si fidano solo di quello che sanno già, di quello che conoscono, di quello che vedono. Non viene loro il dubbio che ci sia qualcosa da imparare, qualcosa da vedere che ancora non si è visto, qualcosa da vedere oltre le cose che si possono vedere; il dubbio che l’altro possa aver visto meglio e visto qualcosa che noi non abbiamo ancora visto. Sono tutti incapaci di cogliere l’opera di Dio che ha appena fatto irruzione nella quotidianità, quell’opera di Dio che proprio nella prova e nella difficoltà si manifesta.
Completamente diverso è l’atteggiamento dell’uomo cieco a cui è dedicata questa domenica di quaresima.
Non è abituato ad usare la vista per capire le cose, le persone, le situazioni. Costretto nella sua cecità è abituato a fidarsi. Ed è quello che fa quando sente parlare di lui; sente un uomo che sputa per terra. Avverte delle mani sui suoi occhi e sente quel fango fatto con la saliva. Sente il comando: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe». La sua situazione è perfino peggiore del solito, ma intuisce che è proprio per questo che deve fidarsi ancora di più. Non chiede il perché di quel comando. E la sua fiducia si fa ancora più profonda fino a diventare fede: io credo!
Anche noi in questo tempo credo dovremmo fidarci ancora più del solito, avere fede più solito, non perché è più facile, non semplicemente perché costretti, ma perché ci è ancora più necessario. Secondo i suoi modi e secondo i suoi tempi Dio ancora compie opere e distribuisce Grazia nei nostri giorni.
Non ci è molto utile domandarci come siamo finiti in questa situazione, ma quale è l’opera di Dio che si sta manifestando in questo tempo. Proprio mentre le cose si fanno di nuove, la speranza si spegne, ogni strada sembra senza uscita e il cuore può farsi triste abbiamo bisogno di imparare da questo uomo cieco e metterci tutta la fiducia e la fede di cui siamo capaci

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