Quinta domenica di quaresima

LazzaroParrocchia S. Agata Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione
Torrevilla

Lazzaro

Quante volte bisogna morire? Non è abbastanza una? Mi sono domandato quale convenienza ci sia nella resurrezione di Lazzaro a cui toccherà morire due volte. Alle sorelle Marta e Maria toccherà soffrire di nuovo la sua morte. Gesù, per quel che so, non ha più ripetuto il miracolo né per Lazzaro né per altri. È domanda che non ha risposta, ma davanti alla quale mi pare di cogliere in questo prodigioso miracolo della resurrezione di Lazzaro qualcosa di misterioso che va oltre il fatto clamoroso della resurrezione di un uomo.
Ancora mi domando leggendo questo racconto di Giovanni, come mai nessuno abbia chiesto a Lazzaro dove sia stato in quei quattro giorni, come sia di là, se ci sia qualcosa, cosa ci sia. È domanda che mi faccio a volte e che mi sento fare: cosa c’è di là?
Ma hanno forse ragione i Negramaro quando cantano rivolgendosi all’amico in rianimazione: cosa c’è dall’altra parte, lo scopriremo un’altra volta, intanto torna.  Non per dirmi cosa c’è dall’altra parte, che tanto adesso non mi importa, ma per aiutarmi a scoprire che da un posto come il mondo ti puoi aspettare tanto, basta spostar le tende.
E allora trovo interessante rifarmi la domanda: quante volte bisogna morire?
E la risposta che mi sento di dare subito è questa: tutte le volte che serve per imparare a vivere; finchè non avrò scoperto che da un posto come il mondo ti puoi aspettare tanto.
La grande paura nostra, come di Marta e di Maria, dei discepoli e di molti dei presenti quel giorno a Betania rimane sempre quella di morire. A loro modo tutti la manifestano.
Della morte, hanno paura  i discepoli che dicono: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?».
“Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!” dicono in maniera identica le due sorelle a Gesù. «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?»: cosi si chiedono stupiti e anche un po’ indignati i Giudei nel vedere piangere Gesù.
Dovevi far questo, solo questo: impedire che morisse e non lo hai fatto! Con il cuore pieno di quella paura le parole di Gesù appaiono evidentemente scandalose: “Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate”.
Fa pensare Tommaso quando proclama: “Andiamo anche noi a morire con lui!”; perchè è questo che ci chiede il Signore: non di morire con lui, ma di vivere con lui!
Mi è tornata in mente anche la storia di Giona il profeta che scappa per paura di morire nella missione che Dio gli aveva affidato e più scappa più va realmente incontro alla morte. Inghiottito da un pesce, si dispera e insieme spera: “Le acque mi hanno sommerso fino alla gola, l’abisso mi ha avvolto, l’alga si è avvinta al mio capo. Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita, Signore, mio Dio. Quando in me sentivo venir meno la vita, ho ricordato il Signore. La mia preghiera è giunta fino a te”. A quel grido Dio risponde: Kum, alzati Giona. È un comando che scuote il profeta e lo costringe a rimettersi in cammino, a smettere di scappare per andare finalmente a Ninive.
Alzati! Vieni Fuori!  È questo l’invito gridato davanti al sepolcro dove Lazzaro da quattro giorni è sepolto. È l’invito da cui viene raggiunta Maria che sta chiusa in casa ma soprattutto chiusa dentro il suo dolore. Riascoltiamo come dette a noi questi comandi del Signore.
È invito rivolto a ciascuno di noi a non rimanere chiusi dentro le nostre rassegnazioni, dentro sepolcri spenti e scuri. È invito a far entrare il Signore dentro di noi fino all’angolo più oscuro del nostro cuore, là dove noi per rassegnazione abbiamo rinunciato ad arrivare perché Lui porti luce e guarigione. La resurrezione di Lazzaro, è invito a invocare la resurrezione quando siamo ancora vivi, non quando siamo già morti!
È invito a celebrare il miracolo della vita, non a scacciare la paura della morte; ad invocarla non per paura della morte, ma per amore della vita; ad invocare la risurrezione dell’amore quando l’amore muore ucciso dall’egoismo; la resurrezione del perdono e della pace quando muore ucciso dal male che abbiamo subito; la resurrezione della gentilezza e dell’onestà quando ci accorgiamo che i furbi vincono sempre; della voglia di riprovarci, ogni volta che siamo schiacciati dai fallimenti dei nostri tentativi; a invocarla mentre siamo prigionieri del lutto e del dolore quando la morte tocca le nostre case.
Impariamo ad invocare ogni volta la resurrezione là dove la voglia di vivere e sperare si è persa o è morta.
“Si deve morire un po’ di volte, per cominciare a vivere davvero.” Così diceva il poeta e scrittore americano Charles Bukowski. Si deve morire tutte le volte che occorre per imparare a vivere. Si deve morire senza stancarci di rialzarci e di risorgere, di venire fuori dai nostri sepolcri e riprovarci, non perché avremo sconfitto la morte, ma perché avremo trovato una buona ragione per cui essere disposti a morire e avremo cominciato a vivere per quella sola buona ragione.
Gesù ci insegna che quando trovi qualcosa o qualcuno per cui morire, comincia la vita

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