Umar. Un nome. Un volto

Umar. Un nome. Un volto. Mille ferite addosso.
Umar e il coraggio che vince sulla paura.
Umar e la speranza che ci interpella.
Non possiamo distogliere lo sguardo.
Proprio non possiamo.

 

un altro articolo:

Rotta balcanica

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Quale cantico canterai oggi, Sposa dell’Agnello?

Messaggio in occasione della Giornata internazionale della donnadonna 8_21
di Mario DELPINI Arcivescovo di Milano 

1. Canterò l’elegia dell’incompiuto.
L’umanità incompiuta canta la sua malinconia. L’uomo senza la donna, la donna senza l’uomo si ripiegano nella solitudine, si distraggono nel fantasticare, si sognano in vicende che non arrivano a farsi parola, non sanno come farsi racconti.
L’umanità incompiuta semina nel giardino un grigiore che spegne i colori e la gioia.
Incompiuto il pensiero: invece di avviarsi nel mistero s’arresta di fronte all’enigma, invece della verità amica il gioco vano delle domande e delle risposte, invece dello stupore il calcolo, invece del conversare l’argomento arido dell’incontrovertibile noioso.
Incompiuto l’amore: si smarrisce di fronte alla differenza e non sa ricevere e non sa donare, ignora la carne e non sa generare, evita il soffrire e non resiste nella pazienza, teme il tempo e si stanca nella fedeltà.
Incompiuta la vita: di una storia riconosce solo le rughe e si vergogna di invecchiare, di una giovinezza raccoglie solo la seduzione e scambia l’eccitazione per sentimento, negli anni vede nemici e crede d’essere condannata a morire. L’uomo senza la donna, la donna senza l’uomo cantano la malinconica elegia dell’incompiuto
2. Alzerò il grido della protesta.
Contro la viltà del prepotente, contro la violenza ottusa che colpisce, contro la pretesa aggressiva di possedere, contro la perfidia dell’umiliare, alzerò il grido della protesta.
E sarò la voce di ogni donna ferita, di ogni giovinezza negata, di ogni bellezza sfruttata, di ogni fedeltà tradita. Alzerò il grido della protesta e l’invocazione della giustizia per ogni bambina violata, per ogni ragazza ingannata, per ogni maturità umiliata, per ogni morte violenta.
Alzerò il grido della protesta contro ogni uomo che percuote una donna, contro ogni uomo che disprezza una sorella, un fratello.
Alzerò il grido della protesta per ogni casa corrotta a prigione, per ogni bellezza ridotta a
spettacolo, per ogni sogno trasformato in incubo, per ogni donna usata come oggetto.
Alzerò il grido della protesta: eccolo oggi il mio tragico canto!
3. Scriverò la sinfonia dei mondi.
Raccolgo negli spazi infiniti, nelle confidenze segrete e nelle corali affollate una specie di attesa, un silenzio sospeso, un invito gentile.
Perché non scrivi una sinfonia di affetti e di volti? Perché non insegni un canto che raccolga tutte le voci e custodisca tutte le speranze? Perché non suggerisci una melodia che accompagni il cammino del popolo immenso di donne e di uomini, sempre apprendisti dell’amore, sempre inquieti nella ricerca, sempre attratti dalla terra promessa?
Come scrivere una sinfonia dei mondi, se non la scrivete anche voi?
Ecco il mio canto – dice la Sposa dell’Agnello – per questo giorno: canterò l’elegia
dell’incompiuto, alzerò il grido della protesta. Ma quanto alla sinfonia dei mondi, quella resta ancora da scrivere, da imparare e da cantare.

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Terza domenica di quaresima – di Abramo

abramoParrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Da più di un anno la domanda è sempre la stessa: quando finirà questa pandemia? Purtroppo, non mi pare sia cambiata la risposta: non lo sappiamo.  Nessuno lo sa. Nemmeno fossimo già tutti vaccinati, nessuno lo può ancora dire. Forse un anno fa, avevamo ancora la speranza che non sarebbe durata tanto: l’estate, le cure, un vaccino ci avrebbero presto liberato dalla pandemia, ci avrebbero restituito la nostra vita.  Ora questa speranza di uscirne così in fretta, mi sembra indebolita.
Allora propongo una seconda domanda che mi pare possa essere più utile e possa anche aiutarci ad entrare dentro a questo Vangelo: cosa abbiamo imparato e cosa è bene imparare prima che finisca?
Credo ci siano cose che capiremo meglio una volta liberi dagli affanni di questa situazione, ma credo ci siano cose che possiamo capire solo stando dentro a questa situazione, solo stando dentro alla prova, con il coraggio di non nasconderla, di non negarla, di non cercare scorciatoie, di non darci per vinti e peggio per morti.
Allora Signore, prendici di nuovo per mano, con la stessa pazienza che hai avuto con il popolo di Israele dentro il deserto, con la stessa pazienza che hai avuto con i giudei quel giorno che con arroganza e sfacciataggine ti hanno gridato: “Chi credi di essere?”. Prendici per mano proprio ora che questo virus è diventato il nostro deserto e sta dicendo a noi: ma chi credevi di essere?
Guarda quanto poco è bastato per smontare pezzo per pezzo l’ordine del mondo, i suoi meccanismi, le sue sicurezze; le nostre personali sicurezze, abitudini, e certezze.
Guarda quanto poco è bastato per farci saltare i nervi, per perdere le calma e la fiducia; per mostrarci quanto poco erano sicure le fondamenta su cui poggiava la nostra casa, quando insidiose e mal lastricate erano le strade lungo cui camminavamo incontro ad un futuro di cui ti sentivi padrone.
Cosa abbiamo imparato e cosa è bene imparare prima che finisca?
«Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi».
Abbiamo bisogno di imparare che la nostra libertà non può fare a meno della verità.
Adesso, non dopo. Adesso, proprio per porre termine più facilmente e velocemente a questa pandemia.
Per attendere di essere vaccinati con la legittima preoccupazione, ma non con la diffidenza di chi non si fida più di nessuno e si immagina un nemico e un complotto dietro ad ogni angolo. Per continuare ad usare tutte le giuste precauzioni, senza viverle come costrizioni, sapendo che quando proteggiamo gli altri, stiamo proteggendo anche noi stessi e ricordandoci che gli altri stanno facendo lo stesso con noi.
Quando la nostra libertà pensa di potere fare a meno della verità si sbriciola, crolla. Frana la possibilità buona del vivere comune. Diminuisce la nostra sicurezza, quella reale e quella percepita. Finiamo per essere preda facile di chi alterando con furbizia le informazioni e nascondendo la verità, vuole manipolarci, vuole metterci paura, vuole metterci l’uno contro l’altro. “Divide et impera” ricorda il motto latino, tuttora valido e applicato: dividi e soggioga.
Abbiamo bisogno di imparare che se trascuriamo la ricerca della verità, come il popolo di Israele, smettiamo di credere in Dio per costruirci i nostri idoli d’oro a cui consegnarci: “Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi”.
Possiamo anche averlo sotto il naso, ma non lo riconosceremo, come successo a quei giudei di cui Giovanni dice pure che avevano creduto in lui.
E questa è forse un’altra cosa che abbiamo bisogno di imparare proprio mentre siamo nella prova: credere.
Questo tempo mette a nudo la nostra fede, le toglie due banali ma diffuse motivazioni.
Credo perché ho bisogno; allora ti prego, ti chiedo il miracolo proprio perché non so più a chi attaccarmi e che santi invocare.
Credo perché va tutto così bene e abito distratto il mio benessere, incurante di quello del mio vicino, che non posso che pensare che esisti e che mi vuoi bene.
Gesù chiede ai Giudei che avevano creduto in lui una verifica sincera e pratica della loro fede.
Non possiamo accontentarci di credere di credere. Rimanere fedeli alla Parola significa appunto metterla in pratica e saperla mettere in pratica proprio dentro tempi difficili, rimanere fedeli anche nel deserto, resistere ad ogni idolo. Sembra dirci oggi Gesù che credere non basta. I credenti non possono che essere anche praticanti! Non semplicemente perché vanno a messa, ma perché fanno la verità, la mettono in pratica.
Ascoltando la seconda lettura, la preoccupazione di san Paolo per le prove che gli amici di Tessalonica avrebbero dovuto affrontare, la consolazione derivante dalle parole di Timoteo, dobbiamo desiderare che anche di noi, al termine della pandemia, si possa dire: il Tentatore ci ha messi alla prova, ma abbiamo resistito; desiderare che chiunque passi in mezzo a noi, alle nostre case, possa un giorno portare a chiunque buone notizie della nostra fede e della nostra carità.

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L’Europa si è fermata a Lipa

Un intervento pensato da Caritas Ambrosiana per aiutarci a conoscere meglio la situazione del campo di Lipa e illustrare le condizioni dei migranti sulla rotta balcanica.

Pietro Bartolo: «Nel campo di Lipa ho finito tutte le mie lacrime»

articolo scaricabile 

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Seconda domenica di Quaresima – della Samaritana

SamaritanaParrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Il 20 gennaio 1961, nel suo discorso d’insediamento dopo aver prestato giuramento come 35º presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy pronunciò queste parole diventate famose: «Non chiedete cosa può fare il vostro Paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese»
Mi sono tornate in mente, mentre leggevo di nuovo il lungo racconto che Giovanni fa dell’incontro di Gesù con la samaritana, ascoltando questa richiesta decisa: “Dammi da bere”.
Ho pensato che anche noi oggi, come indicazione per il nostro cammino di questa seconda settimana di quaresima, dentro una delle regioni diventata arancione, dentro un tempo che si fa di nuovo carico di preoccupazioni, potremmo raccogliere esattamente questa richiesta di Gesù: dammi da bere.
Ho pensato che potremmo anche noi chiederci non cosa Dio possa fare per noi, ma cosa possiamo fare noi per Dio. Cosa posso fare per te Dio?  Come posso dissetarti?
Non te lo chiedo per presunzione, non te lo chiedo pensando di essere il migliore, non te lo chiedo pensando che tu abbia bisogno solo di me.
Te lo chiedo, mettendo nel conto l’umiltà di sapere che quello che posso fare è poco, ma non per questo farò mancare quel poco, tirandomi indietro.
Te lo chiedo nella fiducia che, proprio facendo quel che posso, ritroverò coraggio e fiducia, spargerò semi di bene che a loro tempo daranno frutto, diventerò migliore di come sono adesso e diventerà migliore la situazione di quel piccolo pezzo di mondo che abito.
Te lo chiedo sapendo che hai bisogno non solo di me, ma anche di me, e che questo mi rende parte di un esercito del bene, armato di buona volontà, di gentilezza, di disponibilità e attenzione.
Signore, sentirmi rivolgere da te la domanda: “Dammi da bere”, come se io avessi la possibilità di esaudire una richiesta simile, mi pare folle e fuori luogo, ma se penso al bene che hanno fatto i servi delle nozze di Cana quando è venuto meno il vino, semplicemente facendo quello che hai chiesto loro, e a quello che è accaduto quel giorno grazie alla loro disponibilità allora – incoraggiato da Maria – ti dico: “farò tutto quello che mi dirai”.
Ascoltando il resto del discorso che Gesù intrattiene con la Samaritana, la prima cosa che devo fare è riconoscere che anche io ho sete, ma nello stesso tempo, come la Samaritana, imparare a purificare la mia sete e ad andare alla sorgente giusta. Sono tante le cose che ci possono mancare, ma non tutte sono essenziali.  Occorre imparare allora a non lamentarci di tutto, ma imparare a farlo, se proprio serve, per le cose giuste. Imparare a non contrapporre i bisogni, ma a condividere le risorse.
Mi fa sempre pensare quella brocca abbandonata al pozzo per correre più velocemente in città.  Ha una buona notizia da portare.
La donna è preoccupata dell’acqua, i discepoli del pane, ma il cuore conosce un’altra fame.
Ciò che disseta il cuore non è solo l’amore che entra, ma è anche, e a volte soprattutto quello che esce.
La fine della sete del cuore non è trovare la fontana giusta e a buon mercato, ma diventare fontana per altri, dissetare altri, farsi sorgente per i loro bisogni, per la sete degli altri.
Detto in altro modo, alla maniera di san Paolo: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.
Tenere viva la speranza: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura.
Unirsi in questo momento al coro degli sfiduciati e dei pessimisti, degli scontenti e degli impauriti è facile. Verrebbe da dire che il coro è già al completo, ma soprattutto che non abbiamo bisogno di questo genere di canti. Abbiamo bisogno di speranza che aiuti a resistere e ci permetta di farci trovare pronti quando finalmente potremo dire: è finita.
Avvertiamo tutti come sia facile, quando siamo pensierosi, preoccupati e stanchi, abbassare lo sguardo; la testa ci pesa sulle spalle, temiamo l’orizzonte, viene naturale rifugiarsi nel presente.
Ci sono momenti nella vita in cui non ci è dato di camminare spediti, ma in cui la pazienza e la lentezza si fanno virtù indispensabili: per non arrendersi allo scoraggiamento; per non lasciarsi vincere dall’agitazione; per non perdere il passo e neppure il tempo. È lo stesso passo che occorre per camminare dentro la Quaresima e camminare con il Signore. È lo stesso passo della primavera che si fa comunque largo e rimette in moto la vita.
In ogni Eucarestia che celebriamo, per quattro volte risuona l’augurio: il Signore sia con voi. Il Signore è con noi, rimane accanto, si prende cura di noi nella situazione reale in cui ci troviamo, nei tempi che non conosciamo, nei cambi repentini di programma o nel mutare di colore delle regioni, nei progetti mortificati. Il Signore sia con noi!

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Omelia di mons. Delpini,

Omelia di Mons. Delpini arcivescovo di Milano al funerale dell’ambasciatore Attanasio

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Che meraviglia la nostra quaresima 2021

quaresima ragazziPREGA

Sei settimane in cammino con il buon samaritano per scoprire che Gesù cammina con noi, si prende cura di ciascuno e alla fine del cammino, la mattina di Pasqua, lo riconosceremo come il Signore risorto!

CELEBRA (ovvero prega con gli altri)

La Messa, ogni domenica e particolarmente nelle   SEI DOMENICHE DI QUARESIMA, è il momento per incontrare Gesù, conoscerlo, ascoltando la sua parola e riconoscerlo nel   pane spezzato.

OPERA

quaresima ragazzi-1-21Diventiamo buoni samaritani matite, pennarelli, album, quaderni
DA DONARE a coloro che hanno difficoltà ad acquistarli
matite, pennarelli, album, quaderni….
da usare per dire e far sapere a chi è solo, triste o sfiduciato:
ti voglio bene, ti penso, coraggio, prego per te, ho fatto questo disegno per te…
con un disegno, un pensiero una poesia, quello che la tua fantasia ti suggerisce
In questo tempo dobbiamo ancora prenotare il nostro posto per la Messa domenicale e poter partecipare con tutta la famiglia. Ricordiamoci di farlo per tempo!!
Ogni venerdì, durante gli incontri di catechesi, preghiera con Gesù sulla via della Croce.
OGNI GIORNO trova un momento, anche breve ma vero nel tuo angolo ben preparato, per pregare, pensare e decidere: anch’io faccio così.

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Prima domenica di Quaresima – delle tentazioni

tentazioneParrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Credo che la cosa più importante che oggi possiamo chiedere alla Parola del Signore è di dirci quali sono i buoni motivi per vivere questa Quaresima che la grazia di Dio ci dona di cominciare.
Sento che la cosa più importante che devo chiedere al Signore è di rendermi pronto a questa Quaresima.
Lo scorso anno il cammino è stato impervio. Lo abbiamo cominciato con la fiducia che la pandemia sarebbe presto finita e che quanto stavamo vivendo si sarebbe concluso presto: così non è stato. La vita stessa è diventata, settimana dopo settimana, una quaresima segnata da rinunce, timori, restrizioni, dolori, croci e sofferenze. Attualmente non si vede la fine.  La vita assomiglia ancora così tanto ad una Quaresima che potrebbe essere lecito chiedersi a cosa ci serva la Quaresima.
Ecco, dunque, che sento fortemente il bisogno di chiedere al Signore di accompagnarmi dentro questo tempo che tanto assomiglia ad un deserto per essere capace di viverlo senza cedere allo sconforto e alla tristezza, senza cadere in alcuna tentazione che rivolva i problemi, allontanandomi però da Dio.
Ho cercato tra le Parole che il Signore ci rivolge qualche traccia e qualche segnale che indichi la strada per questa prima settimana. Ne ho trovati, non senza fatica, alcuni che mi sento di condividere nella speranza che possano essere utile a trovare i vostri.
Il primo indizio è questo: lo Spirito conduce Gesù nel deserto. Sono sicuro che dentro questa situazione non ci abbia spinto lui, come si spinge in acqua qualcuno nella speranza che possa imparare a nuotare.
Nello stesso modo, Gesù non è stato trascinato nel deserto dallo Spirito, ma dallo Spirito nel deserto è stato continuamente condotto e custodito. Sapere che Gesù, lungo ognuno di quei quaranta giorni, dentro ciascuno di quelle quaranta notti, non era solo, ma poteva contare sulla guida dello Spirito mi infonde coraggio. Egli lo ha scortato e quando Gesù ha avuto di fronte il diavolo, lo ha protetto.
Questo è, per la verità, più che un semplice indizio. È la possibilità che ci è data di credere che nessun deserto è mai completamente vuoto, nonostante le apparenze; il Signore cammina con noi, ci sostiene e difende; in ogni deserto c’è qualcosa di nuovo da imparare. San Paolo arriva addirittura a dire che il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria.
In ogni deserto ci è dato di imparare cosa davvero è necessario e cosa invece è superfluo, cosa è di peso per il nostro cammino e cosa è inseparabile da noi, cosa ci tiene in vita e cosa ci fa sentire vivi.
Ci è dato di misurare le nostre forze e di conoscere meglio noi stessi.
Nel deserto ci è possibile conoscere ancora meglio Dio e chi sono i figli di Dio. È curioso che le prime due tentazioni si aprano esattamente con questa prova: “Se tu sei Figlio di Dio”. Se lo sei allora trasforma i sassi in pane o gettati giù dal punto più alto…
Ma i figli di Dio non sono coloro che risolvono in questo modo le situazioni difficili della vita. Non aspirano all’abbondanza facile di pane, di potere, di successo. Sono coloro che non hanno parole da dire migliori di quelle uscite ed ascoltate dalla bocca di Dio, come fa Gesù per rispondere al Tentatore.
La grande sfida di ogni vita che desideri anche essere spirituale è proprio quella del vivere da veri figli e di riuscire a rimanerlo, sforzandoci di rimanere graditi a Dio, anche quando la vita si fa difficile e le preoccupazioni per il corpo sembrano diventare prioritarie rispetto a quelle per l’anima e si pensa di dover provvedere prima alle une che alle altre.
Il secondo indizio facendo un passo indietro l’ho trovato nelle parole di Isaia: Dio sembra volerci consegnare il suo biglietto da visita con l’indirizzo di casa: “In un luogo eccelso e santo io dimoro, ma sono anche con gli oppressi e gli umiliati, per ravvivare lo spirito degli umili e rianimare il cuore degli oppressi”.
A chiunque cerchi Dio, è data precisa indicazione su dove trovarlo.
In questo tempo di pandemia è facile curarci solo dei nostri affari: pensare alla nostra fame, alla nostra salute, al nostro futuro e trovare negli altri semplicemente dei concorrenti. È facile pensare che Dio debba occuparsi della nostra fame, della nostra salute, del nostro futuro in maniera diretta e immediata, liberandoci da ogni male che ci minaccia. Dio non è il grande assente dentro questo tempo e vivere la Quaresima significa imparare a cercarlo e a trovarlo proprio in mezzo a questo mucchio di rinunce, timori, restrizioni, dolori, croci e sofferenze che siamo chiamati a vivere per imparare a viverlo.
Vi è un uomo interiore di cui continuare a prenderci cura perché si rinnovi di giorno in giorno, perché mentre sentiamo la minaccia per il nostro uomo esteriore, non cessi la cura per quello interiore, per imparare a fissare lo sguardo non solo sulle cose visibili, ma anche su quelle invisibili così che superata la priva possiamo ritrovarci con un animo nuovo, rinnovato: per ricordarci che c’è un pane che ci tiene in vita e un Pane che ci fa sentire vivi.

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Anche tu fa così

Quaresima di carità 2021

SENZA DISTOGLIERE GLI OCCHI

È ormai un anno che l’emergenza Covid ha sostituito nei nostri pensieri e nelle nostre preoccupazioni ogni altra emergenza.
Non possiamo sentirci giustificati od obbligati dai nostri problemi a voltare il nostro sguardo altrove o rimanere soltanto a guardare: è tempo di prossimità, di solidarietà e di condivisione.
Vi proponiamo di allargare lo sguardo sulle povertà di oggi e sul divario che la crisi pandemica ha reso ancora più ampio.
Vi proponiamo una Quaresima di carità e fraternità 2021 che sappia sostenere i progetti che la Caritas Ambrosiana ha messo in atto in favore dei migranti in Bosnia, sulla Rotta Balcanica, dove quotidianamente si consumano tragedie di miseria e di abbandono.
Vi proponiamo non solo di sostenere economicamente quei progetti, ma soprattutto di tenerci informati su cosa succede non lontano da noi.
In Chiesa troverai la busta dedicata a questa iniziativa da lasciare nei cestini o nella cassetta.
Non mettere nulla nella busta se ogni settimana non ti sei preso anche il tempo per leggere un articolo, guardare un servizio giornalistico e tenerti così aggiornato.
Sul sito e sul gruppo Resta con noi, troverai un aiuto per informarti

Isaia 58, 6-7

Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo,
rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?

code film

Guarda il video – di Caritas Ambrosiana
Emergenza Bosnia – Campo di Lipa

Scarica il volantino

Emergenza Bosnia

Nonostante sia trascorso più di un mese da quando il Campo provvisorio di Lipa è stato distrutto da un incendio, la situazione in Bosnia Erzegovina è ancora emergenziale. Dopo che l’OIM (Organizzazione Internazionale per le migrazioni, agenzia collegata all’ONU) ha deciso di abbandonare la gestione del campo, il Ministero della sicurezza bosniaco ha affidato la logistica all’esercito.  La strada per arrivare a Lipa è poco più che un sentiero sterrato, difficile da raggiungere con i mezzi: le rigide temperature balcaniche ghiacciano il terreno e quando la neve si scioglie, la strada diventa un cumulo di fango.  L’esercito ha allestito delle tende sul terreno fangoso: non sono sufficienti ad accogliere tutti i migranti e sono sovraffollate. Sono aumentati i casi di scabbia e le condizioni di salute sono precarie. Le inevitabili malattie da raffreddamento renderebbero necessario uno screening di massa per rilevare anche i possibili contagi da COVID-19 ma non ci sono le risorse e le strutture per effettuarli.
Anche la situazione igienica è complessa: sono stati noleggiati dei bagni chimici resi però inutilizzabili dalle temperature che, durante la notte, raggiungono i meno dieci gradi. La Croce Rossa locale è incaricata di distribuire i pasti ma i migranti sono costretti a mangiare, spesso solo un pasto al giorno, in piedi: non c’è un luogo dove possano ripararsi e consumare il cibo al caldo.
Mancano ancora gli allacci idrici ed elettrici e l’acqua potabile deve essere trasportata su camion cisterna dalla città di Bihać che si trova a circa 30 chilometri dal campo. Il governo bosniaco ha stabilito che il campo Lipa diventerà nei prossimi mesi un “Official Reception Centre” e ha affidato la gestione nuovamente all’OIM. Finché i lavori di costruzione, allacciamenti degli impianti e allestimento delle strutture non saranno terminati, il campo sarà presidiato dall’esercito.

COSA STIAMO FACENDO

Caritas Ambrosiana, in collaborazione con IPSIA e Caritas Italiana, grazie agli accordi con la Croce Rossa locale, in queste settimane ha provveduto a distribuire carichi di legna, rifornimenti di acqua potabile, indumenti invernali e beni alimentari per tutti i migranti ospiti del campo. Ci siamo resi disponibili con le autorità per attivare interventi più strutturali e siamo in attesa di riposte dalle istituzioni. La (non) gestione della situazione di Lipa è l’apice di una crisi politica molto più ampia e del fallimento delle politiche di decentralizzazione dell’UE. Non sono stati sufficienti gli oltre 85 milioni di euro versati in questi anni a pensare e riformare il sistema di accesso all’Unione Europea e a pagarne le conseguenze non sono più solamente le persone in transito, ma anche lo sfilacciato tessuto sociale di un Paese già in crisi come la Bosnia Erzegovina.
La crisi migratoria in Bosnia, purtroppo, non riguarda solo il campo di Lipa. È noto che i centri di accoglienza ufficiali sono sovraffollati e non c’è spazio per tutti. Circa 3.000 persone sono costrette a vivere in case abbandonate, in ripari di fortuna (anche nei boschi) in condizioni molto gravi.Il nostro intervento non si limita quindi ai migranti “ospiti” del Lipa ma prosegue anche nei campi Sedra e Usivak. Anche se la pandemia mondiale rende ulteriormente complesso l’intervento psico-sociale, proseguono le attività nei Social Corner a favore di minori e famiglie.

RACCOLTA DI BENI

Tutti i gli aiuti che stiamo portando al campo Lipa e negli altri centri di accoglienza in cui operiamo vengono acquistati in loco, anche al fine di sostenere l’economia locale pesantemente colpita dalle misure di contenimento dovute al COVID-19. Le procedure doganali sono complesse e le spese di trasporto e sdoganamento molto costose. A causa della pandemia, tutti gli indumenti devono essere sanificati e, per rispondere alle necessità delle persone, con rispetto e attenzione, non operiamo acquisti “standardizzati” perché i bisogni cambiano rapidamente. Per queste ragioni, Caritas Ambrosiana, Caritas Italiana e Ipsia, non raccolgono o spediscono aiuti umanitari dall’Italia.
COME CONTRIBUIRE ALLA RACCOLTA FONDI PER I PROFUGHI DI LIPA

 Per sostenere i progetti di emergenza di Caritas Ambrosiana in favore di profughi in Bosnia 

Con 10 euro doni dei farmaci
Con 20 euro ci aiuti ad acquistare una ambulanza
Con 50 euro o con offerte maggiori ci aiuti a donare un tendone refettorio riscaldato

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Preghiamo per l’emergenza educativa

Anche a seguito di drammatici fatti di cronaca che hanno recentemente coinvolto alcuni adolescenti e in sintonia con l’appello di papa Francesco, che l’8 febbraio – nel discorso al Corpo diplomatico presso la Santa Sede – ha chiesto di non rimanere inerti di fronte alla «catastrofe educativa», l’Arcivescovo con questo messaggio invita tutta la Diocesi a una speciale preghiera il 21 febbraio, alle ore 20.45, prima domenica di Quaresima. Sarà possibile farlo anche in Chiesa, sia a Torrevilla che a Monticello, aperta dalle 20.45 alle 21.30.  Le parole di Monsignor Mario Delfin

 

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