Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla
Nel giorno del Venerdì Santo siamo tutti soliti rivolgere con fede e commozione lo sguardo alla croce, a quel legno su cui è morto il Signore Gesù. La guardiamo, la baciamo con venerazione e rispetto, sostiamo di fronte a lei in silenziosa preghiera e innalziamo nello stesso tempo le nostre invocazioni.
Ma vorrei oggi proporvi un esercizio di preghiera un po’ inusuale.
Vorrei proporvi oggi di provare ad immaginare non di guardare alla croce, ma di guardare dalla croce.
Non per la presunzione di mettersi al posto di Gesù come salvatore, ma per immaginare e rivivere i sentimenti del Signore in quel momento particolare e culminante della sua vita.
Non vi sto invitando a prendere il suo posto. Questo già lo facciamo in tanti modi e con presunzione: quando ci sentiamo i salvatori; quando ci sentiamo gli incompresi; ci sentiamo le vittime.
Vi sto invitando a metterci lassù con lui, per guardare giù; a far nostro il suo sguardo sul mondo, sulle persone che ci stanno intorno e anche su noi stessi; a guardare le cose con gli occhi di Cristo in croce, guardare il nostro prossimo con quello stesso sguardo e guardare appunto anche noi stessi. Non è un gioco.
Abbiate gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù scrive san Paolo ai Filippesi.
Occorre recuperare dalla memoria tutto quello che sappiamo sui suoi pensieri, ricordare le parole di Gesù dette ai discepoli nel Cenacolo, quello che abbiamo imparato dal Vangelo e prenderlo sul serio: ricordare tutte le sue parole che ci parlano della necessità di amare il prossimo, di amare amici e nemici, ci raccontano di compassione, di accoglienza, di carità.
E lasciare che queste parole prendano il posto dei nostri soliti pensieri. Per guardare il mondo dalla croce, non bisogna morire, ma bisogna certo far morire i soliti nostri modi di pensare per lasciare spazio alla voce e allo sguardo di Dio. Questa è la cosa più difficile.
* Ma se riusciremo a fare tutto questo allora cominceremo ad accorgerci di come siano di poco conto a volte le nostre preoccupazioni e i problemi che ci affliggono. Le chiamiamo a volte anche croci, le portiamo magari credendo anche di essere obbedienti a quella parola del Vangelo che ci chiede di prendere la nostra croce, ma da sopra la croce di Gesù forse ci accorgeremmo che così non è; che la sofferenza a volte è data dalla nostra eccessiva sensibilità, dalla nostra eccessiva fragilità, ma non dall’effettivo peso di ciò che sentiamo appoggiato sulle spalle; che le situazioni sono certamente a volte gravi, ma che ancora troppo piccole sono le nostre spalle e ancora di più troppo piccolo il nostro cuore; che molte di quelle cose che noi chiamiamo croci sono in realtà solo fastidi e che la vera croce è amare quando sei nei fastidi.
Da li sopra, forse impareremmo così a prenderci un poco meno sul serio, a ridere un pochino più di noi stessi, a sdrammatizzare di più i problemi.
* Poi forse da lassù, provando a far nostro lo sguardo del Signore, ci accorgeremmo che anche quando ci sentiamo soli dentro le nostre sofferenze, sotto il peso delle nostre croci, così soli non siamo. Ci accorgeremmo che lo sguardo di Gesù inchiodato alla croce è capace di vedere ogni nostra sofferenza, anche la più nascosta, di non dimenticarne neppure una, di non dimenticare nessuna situazione umana, nemmeno quelle più disperate. Ci accorgeremmo che se c’è una persona capace di starci accanto in quei momenti, quella è proprio lui che sa soffrire con noi; che, quando gli raccontiamo i nostri dolori, non comincia a fare la lista dei suoi; che quelle braccia distese sulla croce stanno cercando proprio noi, mani ferite che cercano le nostre ferite, braccia stanche ma che hanno ancora la forza di cercare e tendersi verso le nostre.
* Soprattutto da lì sopra, provando a far nostro lo sguardo del Signore, ci accorgeremmo meglio di quanto siamo amati. Riusciremmo meglio a capire che la sua sofferenza non è fine a se stessa, ma è il prezzo dell’amore.
Riusciremmo meglio a capire che egli non cerca vendetta per la sua sorte, che egli non punisce per il nostro peccato, che egli non ci castiga per i nostri tradimenti, che egli non giudica per le nostre fragilità; che non si è lasciato inchiodare per poi farcela pagare. Capiremmo che uno dei modi con cui noi disprezziamo e vanifichiamo la croce è pensare che quando ci capita qualcosa di male, sia la punizione di Dio per le nostre colpe. Dio per le nostre colpe non punisce, ma muore in croce.
* E infine cosa ancora più importante che da lassù impareremmo è che quello stesso sguardo d’amore non è riservato solo per me ma è riservato a tutti gli uomini senza eccezioni.
È per quelle persone che io amo, ma anche per quelle a cui proprio non riesco a voler bene; per quelle persone che evito, a cui ho tolto il saluto, che non riesco più a guardare negli occhi, che vorrei non incontrare, per quelle persone che non stimo, per quelle che non riesco a rispettare, per quelle di cui non riesco a dir bene. Il Signore invece pure da lassù ha parole di benedizione per tutti quanti. Immagino debba fare una certa fatica a capire perché anche noi non possiamo fare lo stesso.
* Credo cambierebbero un sacco di cose nella nostra vita se qualche volta di più non ci fermassimo solo a guardare la croce ma provassimo a guardare il mondo dalla croce.
Ci doni in questo giorno questo sguardo, ci doni di guardare al mondo agli altri e a noi stessi come lui ci sta guardando dalla croce.



