Annunciando il Vangelo del Regno

zione cattolica maggio 2021

 

 

Decanato di MISSAGLIA – Azione cattolica
proposta di LECTIO DIVINA per gli adulti 2020/21 ore Una serie di incontri alle ore 20.45 nella chiesa di Monticello Brianza – predicatore: Don MARCO CRIPPA

Guarigione e sequela nel Vangelo di Matteo

14 Maggio 2021 – La tempesta sedata: Il miracolo della sequela ‒ (Mt 8,18-27)
28 Maggio 2021 – Il paralitico rimesso in cammino: Il perdono che salva ‒ (Mt 9,1-8)
4 Giugno 2021 – Vino nuovo in otri nuovi: Matteo e la casa di Gesù ‒ (Mt 9,9-17)
18 Giugno 2021 – Il Vangelo del regno: La vita nuova ‒ (Mt 9,18-38)

Maggiori dettagli su: www.azionecattolicamilano.it

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VI domenica di Pasqua

vangelo 2Parrocchia S. Agata – Monticello 
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

La liturgia sembra intenzionata a prepararci alla solennità di Pentecoste che celebreremo domenica 23 maggio e si affida direttamente alle parole di Gesù rivolte ai suoi discepoli dentro il cenacolo nel momento dell’ultima cena, quando ancora doveva compiersi la passione e la morte di Gesù: “Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me”.
Ma forse è bene che rimaniamo ancora immersi non solo dentro il tempo della Pasqua, ma proprio dentro il mistero stesso della Pasqua. Senza la fretta di archiviarlo come passato, come ormai compreso.
Mettiamoci allora in ascolto della Parola che anche oggi Dio ci rivolge.
Leggendo la seconda lettura, mi è tornato in mente un piccolo compito che un giorno ad un corso di formazione sulla catechesi era stata assegnato ai partecipanti: in 3 minuti occorreva riassumere al vicino di sedia la vita e la storia di Gesù. Tutti, partendo dalla nascita, si sono trovati nell’affanno di arrivare in fondo dentro il tempo assegnato e buona parte ha dovuto interrompere il proprio riassunto mentre raccontava di qualche miracolo o di qualche parabola.
Leggendo Paolo invece scopriamo che, scrivendo agli amici di Corinto, non solo impiega solo qualche decina di secondi, ma parte dal fondo: Fratelli, a voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. Paolo ha le idee molto chiare: il centro del Vangelo è l’annuncio della risurrezione di Gesù.  A pensarci bene è così che gli studiosi ci dicono siano nati i vangeli.
I primi racconti fissati per iscritto avevano a cuore di raccontare esattamente le vicende della passione, della morte e della resurrezione di Gesù. Poi, con il passare degli anni, è apparso necessario tornare a raccontare a chi non aveva mai incontrato Gesù qualcosa di più della sua vita. Due evangelisti, Matteo e Luca, ci raccontano alcuni episodi legati alla nascita e ai primissimi anni; Marco aveva già fatto un primo resoconto anche di altri episodi della vita, diventando punto di riferimento anche per gli altri evangelisti che, dentro le loro comunità di origine e, per quei primi cristiani, stesero poi la loro versione.
Ora, al di là di questo, mi pare interessante fermarci sul fatto che Paolo giudichi che quello che innanzitutto merita di essere raccontato, perché riassume tutto quello che aveva ricevuto, erano esattamente i fatti legati alla Pasqua: morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. È così convinto Paolo di questa affermazione che, pochi versetti dopo, scriverà ancora:  se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede.
Occorre che anche noi impariamo a partire da lì. Cristo morì e subito Paolo sottolinea: per i nostri peccati. Secondo le scritture: non quindi perché sul finale le cose sono andate male, non per un incidente di percorso non previsto, non perché gli “uomini cattivi” hanno avuto la meglio.
Per i nostri peccati: perché l’amore di Dio ha avuto la meglio sugli “uomini cattivi” e sul nostro peccato e ha avuto la meglio non perché li ha puniti o peggio uccisi tutti, ma perché ha dato la sua vita anche per loro.
Nella lettera ai Romani al capitolo 5, sempre Paolo scriverà: a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
Fu sepolto, ma è risorto. Ne siamo sicuri perché ci è apparso, è venuto a cercarci, a dirci: non temete, pace a voi. Questo è quello che ho ricevuto, ci dice Paolo, questo è quello che vi ho trasmesso.
Rimanere immersi nella Pasqua, significa prendersi il tempo per far nostro questo, che è il cuore della nostra fede. Noi non crediamo infatti semplicemente in un Gesù simpatico, buon predicatore, fantastico quando c’era bisogno di un miracolo, geniale comunicatore, un grande in alcuni suoi insegnamenti, ma niente di più.
Gesù, che non è un maestro di spiritualità, ma è colui che ci dà ragioni per vivere, che ci fa vivere: Gesù Cristo è la vita! Paolo nei versetti che seguono dice: è colui che mi ha stravolto la vita, non per rovinarmela, ma per restituirla a me che prima ho perseguitato la Chiesa di Dio e molte cose ostili contro il nome di Gesù il Nazareno.
E così, aggiunge Paolo, per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. Queste che possono sembrare parole di conclusione, sono per lui parole di inizio, parole di resurrezione, parole di vita; una vita cominciata nuova su quella strada che portava a Damasco.
Questa domenica possa diventare anche per noi l’occasione per fare la stessa domanda di Paolo: “Chi sei, o Signore?”. Auguro a ciascuno di noi di poterci alzare e stare in piedi, di sentire nel cuore le ragioni vere delle fede, liberate dalle abitudini, dalla tentazione, come dice papa Francesco, di diventare cristiani pagani, cristiani nell’apparenza, abituati  alla mediocrità e con il cuore tiepido.
Che il Signore continui a farci partecipi della sua Pasqua e della sua resurrezione

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V Domenica di Pasqua

vangelo 2Parrocchia S. Agata – Monticello 
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

A volte penso che leggere i versetti del capitolo 17 del vangelo di Giovanni sia un poco come origliare, ovvero ascoltare quasi di nascosto i discorsi di altre persone. In questo capitolo Giovanni ha raccolto quella che solitamente viene chiamata la preghiera sacerdotale di Gesù. Queste che abbiamo ascoltato e che leggiamo nel capitolo 17 sono parole che Gesù rivolge direttamente al Padre e non ai suoi discepoli. Lo dice chiaramente l’evangelista quando scrive: “Così parlò Gesù. Poi, alzàti gli occhi al cielo, disse…”
Non sono quindi parole di insegnamento come potevano essere le precedenti, sono semplicemente parole di preghiera.  È forse per questo che ci suonano difficili e forse anche oscure. Gesù non sta parlando a noi, sta parlando al Padre. Non sta parlando, sta pregando.
Quello che possiamo dunque fare è proprio questo origliare, metterci seduti, ascoltare quello che si dicono, non per fare i curiosi, gli impiccioni o i pettegoli. Come fanni i bambini quando, pur sembrando indaffarati nei loro giochi, ascoltano le conversazioni dei grandi e imparano, rileggere questo vangelo con la consapevolezza di avere il privilegio di poter sentire parole importanti che il Figlio Gesù sta rivolgendo al Padre. Come non provare allora emozione e stupore nel sentire Gesù, il figlio di Dio, che dice al Padre: Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi.
Immaginatela bene la scena, ascoltate bene le parole.
La prima cosa che mi colpisce è semplicemente questa: anche Gesù prega. Per la verità questa non dovrebbe essere una grande sorpresa o novità. Nel Vangelo questo ci è raccontato più volte. Ne ricordo solo alcune per fare capire. Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani e disse ai discepoli: “Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare”. “Quando li ebbe congedati, andò sul monte a pregare”. “Ma egli si ritirava in luoghi deserti a pregare”. “In quei giorni egli se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio.” “Gesù si trovava in un luogo a pregare.” “Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare”. Non voglio pensare che lo faccia solo per dare il buono esempio. Preferisco proprio credere che anche Gesù abbia avuto bisogno di pregare e chiedere quindi al Signore il dono di vivere la mia preghiera con lo stesso atteggiamento di bisogno e non di dovere. Noi non dobbiamo pregare! Abbiamo semplicemente bisogno di pregare come abbiamo bisogno di nutrirci, di respirare, di dormire. Non è un obbligo, ma è una necessità.
Abbiamo bisogno di entrare nella profondità della vita per non rimanerne alla superficie, per non accontentarci delle apparenze, per non lasciarci spaventare dai nostri pensieri e dalle nostre previsioni.
Abbiamo bisogno soprattutto di spostare la nostra attenzione da noi stessi, spostarla dall’io a Dio, sgombrare e liberare lo sguardo sul mondo a volte nascosto dal nostro ego che ci tiene prigionieri: i nostri problemi, i nostri bisogni, le nostre preoccupazioni…  per imparare a pregare non perché abbiamo dei bisogni da soddisfare, ma perché abbiamo bisogno della preghiera stessa.
Dobbiamo sentire la necessità di trovare del tempo, liberandolo dagli impegni del giorno, dagli affanni del lavoro, racimolandolo magari proprio dal tempo che spesso perdiamo.
Dovrebbe proprio destarci stupore che proprio Gesù sentisse la necessità di appartarsi e dedicarsi alla preghiera, lui che non aveva bisogno di miracoli perché li sapeva fare, non aveva peccati da confessare, non aveva mancanze di cui lamentarsi, non aveva pene da cui essere liberato. È curioso che se cercate sul dizionario il significato del verbo pregare trovate questa definizione: rivolgersi a qualcuno chiedendo qualche cosa umilmente, con atteggiamento di supplica, di sottomissione. Anche la nostra preghiera è troppo spesso legata al chiedere e forse anche legata all’idea del sottomettersi. Oggi Gesù  ci suggerisce che pregare è innanzitutto incontrare, cercare un volto, sentire una presenza e soprattutto un volto a cui consegnarsi e a cui affidarsi in un abbraccio liberante e amorevole, non un volto davanti a cui sottomettersi.
La seconda cosa che mi colpisce è sentire Gesù dire: Io prego per loro.
Come non rimanere stupiti e meravigliati anche davanti a queste parole? Ma come, non siamo noi a dover pregare te!? Ora, origliando Gesù mentre prega, scopriamo che lui prega per noi?! Come non sentirci amati e custoditi da queste parole e da questa azione di Gesù?  Come non sentirci amati da questo Signore che, in quella stessa notte in cui verrà tradito dagli uomini e abbandonato a se stesso, prega per ciascuno di loro.
Ma allora non c’è bisogno che io sprechi parola a raccomandarmi a te, allora posso sciogliere ogni dubbio sul fatto che tu mi vuoi bene. Posso sentirmi compreso e protetto dalla tua preghiera.
Posso sentire che anche oggi io non sono qui a compiere l’azione della preghiera che da me sale a lui, ma che sono qui perché anche oggi lui prega per me, proprio mentre io sono qui davanti, magari anche un po’ distratto, annoiato o con altri pensieri e preoccupazioni nella testa e nel cuore.
Origliate rispettosi anche voi. Ascoltatelo mentre Gesù dice: Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi. La sua preghiera diventi la nostra preghiera

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Lettera ai parrocchiani: “Estate 2021”

urrà

 

Oratori di Monticello Brianza

Estate 2021

 

Monticello Brianza, 28 aprile 2021

Cari genitori e cari ragazzi

Con dispiacere il Consiglio di Oratorio ha preso la decisione di non organizzare i campi estivi in montagna che da anni hanno rappresentato un’intensa occasione di vita comune di formazione.
I motivi sono presto detti.
L’ultima direttiva in proposito così stabilisce
È possibile svolgere attività residenziali che coinvolgano esclusivamente maggiorenni, solo in “zona bianca” e “zona gialla” (secondo quanto previsto dal DPCM 14 gennaio 2021), rispettando tutte le seguenti condizioni:
– Devono svolgersi in adeguate strutture ricettive.
– Ciascun partecipante deve avere la propria camera singola con bagno completo. Ciascun partecipante userà solo ed esclusivamente il bagno della sua camera. Neanche le docce devono essere in comune.
A queste, segue poi un’ulteriore serie di disposizioni che rendono difficile sostenere l’organizzazione di questo genere di iniziative, considerando che al momento sono vietate e non c’è garanzia che verranno rese possibili.

https://www.chiesadimilano.it/avvocatura/files/2021/02/Nota-Avvocatura-attivit%C3%A0-residenziali.pdf

Se la situazione dovesse cambiare e si aprisse la possibilità, ci sentiamo di proporre a chi volesse comunque permettere ai propri figli di vivere una esperienza educativa residenziale simile e altrettanto significativa di prendere in considerazione le settimane estive organizzate dall’Azione Cattolica Ragazzi che al momento ha deciso di restare aperta alla possibilità.

http://azionecattolicamilano.it/estate/

Al momento non sono stati ancora resi noti i costi, ma solitamente si aggirano sui 300 euro a settimana.
Da parte nostra, preferiamo perciò concentrarci sulle prime quattro settimane che seguono il termine della scuola e provare ad organizzare attività per i ragazzi in Oratorio.
Anche qui i protocolli non rendono al momento possibile immaginare qualcosa di simile all’Oratorio Feriale a cui siamo sempre stati abituati – per numero di partecipanti, di attività svolte, di possibilità di pranzo o di gite –  ma riteniamo che per ragazzi e famiglie  sia indispensabile provarci.
Servirà l’aiuto di tutti coloro che hanno anche solo un briciolo di buona volontà e di tempo da dedicare ai nostri ragazzi. Per questo motivo è già stato preparato e diffuso un questionario per la raccolta delle disponibilità.
Contiamo di poter dare presto ulteriori notizie in merito.

cerniera estate

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APPUNTAMENTI COMUNITARI MESE DI MAGGIO 2021

mese maggio

Nel mese di maggio ci troveremo in Chiesa per la preghiera del S. Rosario

Lunedì ore 20.30 – nella chiesa di Monticello
Giovedì ore 20.30 – nella chiesa di Torrevilla

Ricordati,
o piissima Vergine Maria,
che non si è mai udito al mondo
che alcuno sia ricorso
alla tua protezione,
implorato il tuo aiuto,
chiesto il tuo soccorso,
e sia stato da te abbandonato.
Animato da tale fiducia,
a te ricorro,
o Madre,
Vergine delle vergini;
a te vengo, peccatore pentito.
Non volere,
o Madre del Verbo,
disprezzare le mie suppliche,
ma ascoltami benevola
ed esaudiscimi.
Amen

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IV Domenica di Pasqua

domenica vangelaoParrocchia S. Agata – Monticello 
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

La quarta domenica del tempo di Pasqua è chiamata la domenica del Buon Pastore. Vengono sempre proclamati alcuni versetti del capitolo 10 del vangelo di Giovanni, in cui l’evangelista ci fa incontrare con Gesù mentre si rivolge ai Giudei e parlando, di se stesso, dice: io sono come un pastore, un buon pastore; un pastore forte che ha un attaccamento grande con le proprie pecore, tanto che nessuno può strapparle dalla sua mano; un pastore che conosce la proprie pecore, disponibile a dare la propria vita per loro; proseguendo con l’immagine del pastore e del gregge, parlando delle pecore dice: esse ascoltano la mia voce e mi seguono.
Solitamente siamo soliti associare alla pecora l’idea di docilità, di arrendevolezza, quasi di debolezza; di obbedienza e di sottomissione fino a definire quasi una persona di debole personalità e di scarsa intelligenza.
Il vangelo oggi ci obbliga a verificare questa idea e questo giudizio.
È davvero sciocco e debole chi nella vita ha trovato qualcuno di cui fidarsi? È davvero segno di debole personalità e poca saggezza andar dietro a uno che ha dimostrato nelle parole e nei fatti di essere degno di fiducia e di essere abbastanza forte da saperti difendere anche a costo di rimetterci o di mettere in gioco la propria vita?
A me pare piuttosto un grande segno quanto meno di furbizia e di scaltrezza saper capire di chi fidarsi e a chi andar dietro. Per dirla con un linguaggio più evangelico: saper decidere di chi diventare discepoli e saper scegliere un buon maestro. Essere pecore del gregge di un buon pastore dovrebbe essere motivo di vanto, non di vergogna come invece a volte capita proprio a noi cristiani.
Queste parole di Gesù suonano ancora attuali in questo e in ogni tempo perché in ogni epoca e in ogni società si è fatto largo il tentativo di qualcuno di essere guida per gli altri: politici, filosofi, maestri e professori, giornalisti, leader di opinione, cantanti, sportivi, attori; persone che ritengono di sapere come gira il mondo e di sapere meglio di tutti come si deve fare, cosa pensare, cosa leggere, cosa guardare, cosa comprare…
A volte siamo noi coloro che ritengono di essere maestri di noi stessi e degli altri e non fatichiamo ad ascoltare ed imparare da altri.
Queste parole di Gesù suonano ancora tremendamente attuali in questo mondo in cui vali se hai follower – questa parola tradotta in italiano con “seguace” forse mette troppo in imbarazzo e svela l’inganno –
In questo mondo, essere discepoli del Signore ti fa sentire ridicolo, mentre essere follower del personaggio di turno, ti fa invece sentire molto forte.
Certo, è difficile stare al mondo, ci si sente a volte come pecore senza gregge e senza pastore che vagano in balia di eventi, in mezzo a rischi di ogni genere. Ci si sente soli e smarriti, insicuri e mai abbastanza pronti.
A volte anche il Signore sembra assente e disinteressato, di noi e della storia, di quello che ci capita e di quello che succede. Si fa strada in quei momenti la tentazione di attaccarsi a qualsiasi cosa prometta anche solo un poco di considerazione e di sicurezza, a chiunque condivida la mia stessa rabbia o il mio stesso avversario, il mio stesso disagio, la mia stessa paura, il mio stesso bisogno e soprattutto faccia immaginare una soluzione. Così si cerca il gregge, si cerca un pastore, ci si attacca a promesse.
Di fronte a tutto questo il Signore fa una promessa ben precisa: Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Di fronte a questa promessa ci lascia anche liberi di scegliere se fidarci o non fidarci e quindi di ascoltare o non ascoltare, di seguire o non seguire.
Ma che la nostra scelta sia consapevole è qualcosa che dobbiamo innanzitutto a noi prima ancora che a Dio.
Che non ci capiti di cadere nelle mani del pastore sbagliato che non merita la nostra fiducia.
Sbagliato non perché sia nel torto nelle sue scelte, ma perché difficilmente ci potrà aiutare nella scoperta della nostra vocazione personale e del nostro progetto personale di vita.
Sbagliato perché come dice il salmo 145: Non confidate nei potenti, in un uomo che non può salvare. Esala lo spirito e ritorna alla terra; in quel giorno svaniscono tutti i suoi disegni. Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe, chi spera nel Signore suo Dio, creatore del cielo e della terra, del mare e di quanto contiene. Egli è fedele per sempre. Nella vita conta trovare e avere un buon maestro; contrariamente a quello che si pensa non è segno di debolezza o di stupidità. Il buon maestro è colui che ci aiuta a rimanere originali e unici, non ci fa diventare la sua fotocopia.  Maestro e discepoli, pastore e pecore: non c’è mai l’uno senza l’altro. Quando è vero non è mai un rapporto di semplice dipendenza di uno nei confronti dell’altro, di sottomissione o annullamento. È significativo che Dio per farsi maestro si sia fatto prima uomo. Sia diventato come noi, ma per farci come Lui.
Prima di farsi chiamare maestro o pastore, è stato per 30 anni alla scuola della vita, a sua volta imparando da Maria, da Giuseppe e chissà da quante altre persone, rimanendo sempre a sua volta alla scuola del Padre.
Il Signore conceda a noi la stessa umiltà e la stessa sapienza, di riconoscere in Lui la voce amorevole e nel suo vangelo il giusto insegnamento che ci permette di camminare nella vita senza smarrirci.

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Festa della mamma

Un portatorta come regalo

L’asilo Bocconi per la Festa della Mamma, invece delle torte, ha pensato di proporre “IL PORTATORTE” con varie fantasie al costo di € 10,00. Se volete sostenere le attività della scuola, potete mandare un messaggio WhatsApp al numero 3483727260 indicando nome, cognome e quantità entro il 30 aprile. I portatorte si potranno poi ritirare e pagare domenica 9 maggio dopo le S. Messe delle ore 9.30 a Torrevilla o delle ore 11 a Monticello. Grazie in anticipo per il vostro aiuto!

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III domenica di Pasqua

avvento 2Parrocchia S. Agata – Monticello 
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

“Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea”. L’annuncio e la comprensione della resurrezione del Signore Gesù passa attraverso questo esercizio di memoria che per il discepolo non è mai concluso. Ricordatevi. La fede ha a che fare con la memoria di una parola ascoltata, di un’esperienza vissuta, di una promessa già mantenuta e riconosciuta.
Senza memoria un uomo non fa esperienza di nulla; senza memoria un uomo non impara nulla. Allora “ricordatevi di come vi parlò”. Credo sia questo il motivo per cui oggi la liturgia, nel pieno del tempo pasquale, ci riporta indietro nel tempo ad incontrare e riascoltare Gesù mentre parla ai suoi discepoli: per ricordare.
Siamo ai versetti iniziali del capitolo 14 del vangelo di Giovanni. Siamo dentro il cenacolo durante l’ultima cena. È appena terminata la lavanda dei piedi; sono già stati rivelati il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro. Il cuore dei discepoli si era già riempito di uno strano timore. Avevano intuito che quella sarebbe stata l’ultima cena. Pietro aveva tentato fino all’ultimo di cambiare il corso degli eventi. Aveva ancor prima tentato di fermare le mani di Gesù di fronte al gesto di lavare i piedi ai discepoli: «Tu non mi laverai i piedi!».  Poi quelle parole coraggiose ma forse troppo audaci per essere mantenute: Darò la mia vita per te.  A questi discepoli, proprio a questi, ancora fragili, ancora inesperti, ancora insicuri e incostanti, come siamo noi, Gesù fa una promessa: vado a preparavi un posto. Una casa. Vi prenderò con me perché dove sono io, siate anche voi!
Sembra conoscere la domanda e il bisogno che da sempre abita il cuore dell’uomo e che il salmista ha così espresso: Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita. Abitare nella casa del Signore! Quale luogo più sicuro immaginare. In quale luogo sentirsi più riparati e protetti. In quale luogo immaginare di poter trovare pace se non nella casa di Dio?
Se avete la pazienza di sfogliare il libro dei salmi troverete più volte questo riferimento alla casa e al desiderio di abitare con Dio. Al salmo 58 troverete ad esempio questa bellissima espressione: Ma io, come olivo verdeggiante nella casa di Dio, confido nella fedeltà di Dio in eterno e per sempre.
Il salmo 85 ha questa espressione di augurio e speranza: Anche il passero trova una casa e la rondine il nido dove porre i suoi piccoli, presso i tuoi altari, prima di concludere con l’esclamazione Beato chi abita nella tua casa. E poi ancora aggiunge: Sì, è meglio un giorno nei tuoi atri che mille nella mia casa.
Quella di Gesù è una promessa che va quindi incontro al desiderio del cuore dell’uomo: abitare la casa di Dio; abitare una casa che sia luogo di intimità vero, che sia luogo di accoglienza; luogo del riposo; luogo dove ti senti voluto bene e conosciuto e luogo dove conosci meglio le persone; luogo delle partenze e dei ritorni; luogo della confidenza e della familiarità; luogo della festa e del perdono.
Chiara in una canzone di Sanremo 2017 canta: “Perché si torna sempre dove si è stati bene. E i posti sono semplicemente persone… la bellezza di chi nonostante tutto sa perdonarti”.
La casa è il luogo dove si passa più tempo della vita ma anche il luogo dove si vorrebbe morire. È il luogo della conoscenza ma anche della riconoscenza. Signore tu che conosci questo nostro desiderio di una casa vera ce lo hai promesso: vado a preparavi un posto. Una casa. Vi prenderò con me perché dove sono io, siate anche voi!
Come Tommaso però sentiamo anche forte la domanda: non conosciamo dove è la tua casa e non conosciamo la strada! «Signore, come ci si arriva?»
Troppe volte abbiamo sbagliato strada; troppe volte abbiamo creduto di esserci arrivati, troppe volte ci siamo persi. Troppe volte la strada ci è sembrata eccessivamente in salita per le nostre forze.
Troppe volte proprio in luoghi che abbiamo creduto essere casa, ci siamo invece feriti e fatti male. Troppe volte l’intimità è diventata il luogo del dolore. Spesso si aprono davanti a noi troppi sentieri, vorremmo andare dappertutto, sembra che conducano tutti alla felicità di una casa, ma una volta imboccata la strada ci rendiamo conto che sono vie chiuse e senza sbocco. «Signore, come ci si arriva?»
Signore, anche a questa nostra domanda, tu hai offerto una parola di risposta: “Io sono la via, la verità e la vita”.
Così grande è il desiderio di Dio di averci accanto che si fa strada e guida.
Oggi a questo vangelo non dobbiamo chiedere chissà quali pensieri su Dio, ma dobbiamo chiedere di farci sentire la straordinaria emozione di aver davanti a noi un Dio che ci dice: ti tengo il posto. L’emozione di avere a che fare con un Dio che desidera averci accanto; di un Dio che ci dice, la mia casa senza di te è vuota.
Io mi sento a casa, nella mia casa, solo se ci sei tu, altrimenti non solo quella casa mi apparirà vuota, ma non la sentirò come casa! Tu devi essere con me.
Parole enormi, che possiamo solo intuire, ma che comunque custodiamo; di cui vogliamo fidarci e in cui vogliamo credere. Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita. Signore mantieni la tua promessa. Porta pace al nostro cuore. Facci abitare con te.

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II domenica di Pasqua

26-2diPasqua-Albis-21-B-AMBROSIANOParrocchia S. Agata – Monticello 
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Che cosa ci raccontano le ferite di Gesù? Di cosa ci parlano?
Venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco.
Le mani e il fianco: su quelle mani e su quei fianchi del Signore risorto, che abbiamo celebrato con gioia a Pasqua e che celebriamo in ogni Pasqua domenicale, ci sono ancora i segni della croce.
Ci sono i segni dei chiodi, ci sono i segni della lancia che ha trafitto la carne crocifissa.
Ci sono i segni delle ferite. Ci sono i segni del dolore. Ci sono i segni della passione sofferta prima di morire.
Il Vangelo ci riferisce che “i discepoli gioirono al vedere il Signore!”.
Poi ancora otto giorni dopo, gli stessi segni vengono offerti a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!».
A quel punto Tommaso si acquieta, lascia cadere ogni dubbio e si lascia andare a quella sua splendida professione di fede: «Mio Signore e mio Dio!»
Che cosa ci raccontano le ferite di Gesù? Di cosa ci parlano? Perché, se ci pensiamo bene, è strana questa scelta di Dio apparendo da risorto, da vincitore sulla morte, di mostrare i segni del dolore e della croce!
Non appartiene alla nostra logica! Quella comunità, quei discepoli, lo dice il Vangelo stesso, erano smarriti e pieni di paura: erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei
In quella casa c’era aria di paura! Paura dei Giudei, ma credo anche di sé stessi: adesso cosa facciamo? Noi che abbiamo creduto ma abbiamo anche abbiamo abbandonato, noi che abbiamo sperato ma abbiamo anche tradito? Signore, come ti è venuto in mente di apparire a gente così impaurita mostrando i segni delle ferite?
Non ci viene proprio da pensare che le ferite possano essere un segno di vittoria e di rassicurazione.
Ci raccontano che la Pasqua è vittoria sulla morte e, insieme, rispetto per il dolore.
Dio sa che, per liberare il cuore dei discepoli dalla paura e aprirlo alla fede, è molto più efficace questa condivisione delle ferite che l’esibizione della forza, molto più efficace la testimonianza di come, nonostante le ferite, si possa rimanere vivi, che l’ostentazione di una trionfale vittoria.
Le ferite di Gesù ci parlano di amore e non di potere e per questo sono mostrate come riconoscimento, come lasciapassare per entrare nel cuore dei discepoli. Parlano un linguaggio che chiunque può capire, anche le persone semplici e senza istruzione come vengono definiti Pietro e Giovanni.
Lo capisce Tommaso che, a costo di essere giudicato incredulo, chiede di poter vedere anche lui e di poter ascoltare quello che quelle mani e quel fianco trafitto hanno da dire.
Crederò – dice Tommaso – non quando vedrò un miracolo, un segno forte ma quando vedrò le ferite, quando vedrò le piaghe: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
“Voi avete visto il Signore risorto?” sembra voler dire agli altri discepoli. Io voglio vedere se il risorto, quello che voi avete visto, è il crocefisso. Io voglio vedere quelle piaghe perché quelle sono il segno dell’amore.
Non ho bisogno di effetti speciali, di miracoli, di apparizioni, di segni prodigiosi. Io ho bisogno di amore e per questo ho bisogno che il Risorto mi mostri quelle ferite che dell’amore sono state il prezzo.
Per decidere di chi fidarmi io non ho bisogno di vedere quanto sia forte, quanto sia potente, quando sia ricco o intelligente. Ho bisogno di sapere quanto sa soffrire per amore, per me; non voglio e non ho bisogno di vedere altro. Ho bisogno di sapere se anche dopo che l’ho ferito, torna e rimane; non mette distanze, ma mi cerca per dirmi: pace. Di uno così mi fido. In un Dio così, credo.
Tommaso Intuisce che il miracolo della risurrezione non può aver cancellato le ferite e che il motivo per cui può fidarsi e può credere a quel Signore Gesù che i discepoli dicono di aver visto, è esattamente il fatto che lui sia  il crocifisso risorto, quello che ha dato la sua vita per i suoi e non solo per i suoi discepoli.
Vuole e può fidarsi di uno che dona la sua vita per amore, non di uno che fa gesti e segni prodigiosi.
Uno che dà la sua vita per amore non può morire mai ed è lui che voglio rivedere, così sembra volerci dire Tommaso.
Tommaso vuole toccare le ferite del Signore, segni eterni dell’amore, perché la morte di croce non è un semplice incidente da superare con una resurrezione che si dimentica della croce, non è un evento che rimane un miracolo tra i tanti: quelle ferite sono il vertice dell’amore di Dio, e resteranno aperte per sempre.
Voglio toccare l’amore, non voglio semplicemente sapere che lo avete visto. Voglio mettere le mie mani in quelle ferite perché imparino l’amore. Questa è la mia fede: nell’amore crocifisso e risorto. Come scrive Pietro nella sua Prima lettera e come già scriveva il profeta Isaia: «Dalle sue piaghe siete stati guariti»
Solo l’amore salva. Solo l’amore guarisce. Solo l’amore convince. Solo l’amore merita fiducia. Solo all’amore possiamo credere. Se a Pasqua abbiamo annunciato: il Crocifisso è Risorto.
Oggi l’annuncio sembra capovolgersi: il Risorto è il Crocifisso! Mio Signore e mio Dio.

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Pasqua

pasquaA2020Parrocchia S. Agata – Monticello 
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Chissà se vedremo mai un mondo dove le lacrime possano essere solo di gioia, un mondo liberato dalle malattie, dal dolore e dalla morte. Non credo accadrà mai. Ma oggi la Pasqua ci fa conoscere un mondo dove c’è un Dio che si fa vicino a chi piange e con tenerezza chiede: perché piangi? Non lo chiede per curiosità; lo sa già cosa punge il nostro cuore. Lo fa per farci alzare lo sguardo e offrire anche davanti al dolore e alla morte, una risposta diversa dalle lacrime e dalla rassegnazione. Con questo Dio osiamo la Pasqua. Osiamola insieme. Osiamola in questo tempo prepotente e insieme confuso ma non abbastanza potente da resistere all’irrompere di Dio e della vita.  Sfidiamo con Dio questo tempo difficile, non con animo presuntuoso o arrogante, non con lo spirito eroico di chi cerca l’impresa, ma con l’animo umile di chi sa di aver Dio dalla propria parte e di chi ha scelto di stare dalla parte di Dio.
Chiediamo alla Pasqua non semplicemente di riportarci alla vita precedente, di ristabilire la condizione a cui eravamo abituati, di chiudere questa epidemia che ci ha stancato ancor più nell’anima che nel corpo e ci costringe a vivere in una situazione che tanto assomiglia ad un sepolcro; dove siamo costretti a restare senza sapere bene cosa fare per venire fuori, per sentire di nuovo la vita scorrere dentro di noi e non solo fuori di noi. La vita non ha mai smesso di scorrere; siamo già alla seconda primavera di pandemia. Osiamo la Pasqua lasciando che Dio ci ricordi che non possiamo vivere semplicemente cercando riparo da questa tempesta, attendendo che passi, perché la Pasqua è la festa di chi sa amare anche dentro la tempesta.
Signore, tu lo sai che, pur essendo entrati nel cenacolo del Giovedì Santo, non siamo ancora capaci di comprendere questa cosa del pane spezzato, questo tuo consegnarti senza tenere nulla per te, questo abbassarti per toccare e lavare i nostri piedi.  Non siamo di conseguenza neppure esattamente capaci di renderci pane spezzato per gli altri e di nutrire con la nostra vita, la vita degli altri. Il nostro cuore si fa piccolo, si impaurisce e infine si smarrisce.
Non siamo nemmeno capaci di salire su quella croce, accanto a te, per vedere il mondo da quella prospettiva, perché se lo facessimo davvero sappiamo che saremmo consumati dalla tua passione e finiremmo finalmente con il doverci consegnare all’unica cosa capace di renderci davvero felici: l’Amore.
Finiremmo con il dover dar ragione a Te che sei l’Amore.
C’è sempre qualcosa dentro di noi che ci trattiene, che ci fa giocare al risparmio: sarà l’istinto di conservazione che ancora e sempre abita dentro di noi nonostante ogni progresso e a dispetto della civiltà; sarà la nostra poca fiducia che questo sia il modo più conveniente di stare al mondo; sarà che stiamo sempre in attesa dell’occasione che meriti il nostro donarci e il nostro amore e ci dimentichiamo che ogni ora, ogni minuto, ogni occasione è il tempo di amare. Scrive Madeleine Delbrel: La passione, la nostra passione, sì, noi l’attendiamo. Noi sappiamo che deve venire, e naturalmente intendiamo viverla con una certa grandezza. Il sacrificio di noi stessi: noi non aspettiamo altro che ne scocchi l’ora. Come un ceppo nel fuoco, così noi sappiamo di dover essere consumati. Come un filo di lana tagliato dalle forbici, così noi dobbiamo essere separati. Come un giovane animale che viene sgozzato, così noi dobbiamo essere uccisi. La passione, noi l’attendiamo. Noi l’attendiamo, ed essa non viene. Vengono, invece, le pazienze. Le pazienze, queste briciole di passione, che hanno lo scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria, di ucciderci senza la nostra gloria. Non c’è resurrezione per chi non vive la passione; non c’è Pasqua per chi non vive di passione. Non c’è gioia per chi non sa vivere così le piccole pazienze a cui la vita ci costringe e si ribella per quello che gli manca, non ha nulla che meriti la sua gratitudine, non conosce qualcosa per cui rischiare.
Abbiamo bisogno di osare la Pasqua.
Non avevo mai badato alle parole e all’annuncio affidato alle donne che vanno al sepolcro e che per prime fanno esperienza della resurrezione: “Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto». Non è solo l’indicazione geografica di un luogo.
Da Gerusalemme, nella regione della Giudea, dove tutto sembra finito miseramente, i discepoli sono chiamati a tornare in Galilea, dove invece è cominciato tutto, e da dove tutto deve ripartire.
La Pasqua è un invito a rimettersi alla scuola del Vangelo. È invito a riascoltare la chiamata a diventare ed essere suoi discepoli; ad un nuovo e non semplicemente ripetuto, ascolto del Vangelo.
Noi ogni anno celebriamo la Pasqua non per il gusto stanco di rifare le stesse cose, non per la mancanza di fantasia di chi non sa cosa altro inventarsi, ma per lasciarsi inventare ogni volta da Dio come cristiani più consapevoli, più maturi, più appassionati, più fedeli. La Pasqua non chiude il cammino dei discepoli, ma lo riapre: da capo, ma nuovo.  Dovremmo contare gli anni da Pasqua a Pasqua. Dovremmo tirare i bilanci dell’anno a Pasqua.
“Quante volte occorre morire?” mi domandavo nella domenica di Lazzaro. Oggi la domanda diventa: quante volte occorre risorgere? Tutte le volte che in noi si spegnerà la luce; ogni volta che in noi morirà la passione; tutte le volte che in noi la paura avrà preso il posto della fede; tutte le volte che la disperazione avrà preso il posto alla fiducia; tutte le volte che la vita avrà cominciato semplicemente a scorrerci addosso senza entrarci dentro; tutte le volte che la stanchezza diventerà tristezza.
Il grande pericolo che io corro è quello di una vita cristiana a metà. Il grande pericolo è fermarsi prima di arrivare a Pasqua, indifferenti al Pane spezzato e intimoriti dalla croce.
La via della croce non conosce scorciatoie, non ha uscite di sicurezza
La Pasqua non è una semplice strategia di sopravvivenza, ma la via della vita

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