Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla
Chissà se vedremo mai un mondo dove le lacrime possano essere solo di gioia, un mondo liberato dalle malattie, dal dolore e dalla morte. Non credo accadrà mai. Ma oggi la Pasqua ci fa conoscere un mondo dove c’è un Dio che si fa vicino a chi piange e con tenerezza chiede: perché piangi? Non lo chiede per curiosità; lo sa già cosa punge il nostro cuore. Lo fa per farci alzare lo sguardo e offrire anche davanti al dolore e alla morte, una risposta diversa dalle lacrime e dalla rassegnazione. Con questo Dio osiamo la Pasqua. Osiamola insieme. Osiamola in questo tempo prepotente e insieme confuso ma non abbastanza potente da resistere all’irrompere di Dio e della vita. Sfidiamo con Dio questo tempo difficile, non con animo presuntuoso o arrogante, non con lo spirito eroico di chi cerca l’impresa, ma con l’animo umile di chi sa di aver Dio dalla propria parte e di chi ha scelto di stare dalla parte di Dio.
Chiediamo alla Pasqua non semplicemente di riportarci alla vita precedente, di ristabilire la condizione a cui eravamo abituati, di chiudere questa epidemia che ci ha stancato ancor più nell’anima che nel corpo e ci costringe a vivere in una situazione che tanto assomiglia ad un sepolcro; dove siamo costretti a restare senza sapere bene cosa fare per venire fuori, per sentire di nuovo la vita scorrere dentro di noi e non solo fuori di noi. La vita non ha mai smesso di scorrere; siamo già alla seconda primavera di pandemia. Osiamo la Pasqua lasciando che Dio ci ricordi che non possiamo vivere semplicemente cercando riparo da questa tempesta, attendendo che passi, perché la Pasqua è la festa di chi sa amare anche dentro la tempesta.
Signore, tu lo sai che, pur essendo entrati nel cenacolo del Giovedì Santo, non siamo ancora capaci di comprendere questa cosa del pane spezzato, questo tuo consegnarti senza tenere nulla per te, questo abbassarti per toccare e lavare i nostri piedi. Non siamo di conseguenza neppure esattamente capaci di renderci pane spezzato per gli altri e di nutrire con la nostra vita, la vita degli altri. Il nostro cuore si fa piccolo, si impaurisce e infine si smarrisce.
Non siamo nemmeno capaci di salire su quella croce, accanto a te, per vedere il mondo da quella prospettiva, perché se lo facessimo davvero sappiamo che saremmo consumati dalla tua passione e finiremmo finalmente con il doverci consegnare all’unica cosa capace di renderci davvero felici: l’Amore.
Finiremmo con il dover dar ragione a Te che sei l’Amore.
C’è sempre qualcosa dentro di noi che ci trattiene, che ci fa giocare al risparmio: sarà l’istinto di conservazione che ancora e sempre abita dentro di noi nonostante ogni progresso e a dispetto della civiltà; sarà la nostra poca fiducia che questo sia il modo più conveniente di stare al mondo; sarà che stiamo sempre in attesa dell’occasione che meriti il nostro donarci e il nostro amore e ci dimentichiamo che ogni ora, ogni minuto, ogni occasione è il tempo di amare. Scrive Madeleine Delbrel: La passione, la nostra passione, sì, noi l’attendiamo. Noi sappiamo che deve venire, e naturalmente intendiamo viverla con una certa grandezza. Il sacrificio di noi stessi: noi non aspettiamo altro che ne scocchi l’ora. Come un ceppo nel fuoco, così noi sappiamo di dover essere consumati. Come un filo di lana tagliato dalle forbici, così noi dobbiamo essere separati. Come un giovane animale che viene sgozzato, così noi dobbiamo essere uccisi. La passione, noi l’attendiamo. Noi l’attendiamo, ed essa non viene. Vengono, invece, le pazienze. Le pazienze, queste briciole di passione, che hanno lo scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria, di ucciderci senza la nostra gloria. Non c’è resurrezione per chi non vive la passione; non c’è Pasqua per chi non vive di passione. Non c’è gioia per chi non sa vivere così le piccole pazienze a cui la vita ci costringe e si ribella per quello che gli manca, non ha nulla che meriti la sua gratitudine, non conosce qualcosa per cui rischiare.
Abbiamo bisogno di osare la Pasqua.
Non avevo mai badato alle parole e all’annuncio affidato alle donne che vanno al sepolcro e che per prime fanno esperienza della resurrezione: “Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto». Non è solo l’indicazione geografica di un luogo.
Da Gerusalemme, nella regione della Giudea, dove tutto sembra finito miseramente, i discepoli sono chiamati a tornare in Galilea, dove invece è cominciato tutto, e da dove tutto deve ripartire.
La Pasqua è un invito a rimettersi alla scuola del Vangelo. È invito a riascoltare la chiamata a diventare ed essere suoi discepoli; ad un nuovo e non semplicemente ripetuto, ascolto del Vangelo.
Noi ogni anno celebriamo la Pasqua non per il gusto stanco di rifare le stesse cose, non per la mancanza di fantasia di chi non sa cosa altro inventarsi, ma per lasciarsi inventare ogni volta da Dio come cristiani più consapevoli, più maturi, più appassionati, più fedeli. La Pasqua non chiude il cammino dei discepoli, ma lo riapre: da capo, ma nuovo. Dovremmo contare gli anni da Pasqua a Pasqua. Dovremmo tirare i bilanci dell’anno a Pasqua.
“Quante volte occorre morire?” mi domandavo nella domenica di Lazzaro. Oggi la domanda diventa: quante volte occorre risorgere? Tutte le volte che in noi si spegnerà la luce; ogni volta che in noi morirà la passione; tutte le volte che in noi la paura avrà preso il posto della fede; tutte le volte che la disperazione avrà preso il posto alla fiducia; tutte le volte che la vita avrà cominciato semplicemente a scorrerci addosso senza entrarci dentro; tutte le volte che la stanchezza diventerà tristezza.
Il grande pericolo che io corro è quello di una vita cristiana a metà. Il grande pericolo è fermarsi prima di arrivare a Pasqua, indifferenti al Pane spezzato e intimoriti dalla croce.
La via della croce non conosce scorciatoie, non ha uscite di sicurezza
La Pasqua non è una semplice strategia di sopravvivenza, ma la via della vita



