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Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla
La quarta domenica del tempo di Pasqua è chiamata la domenica del Buon Pastore. Vengono sempre proclamati alcuni versetti del capitolo 10 del vangelo di Giovanni, in cui l’evangelista ci fa incontrare con Gesù mentre si rivolge ai Giudei e parlando, di se stesso, dice: io sono come un pastore, un buon pastore; un pastore forte che ha un attaccamento grande con le proprie pecore, tanto che nessuno può strapparle dalla sua mano; un pastore che conosce la proprie pecore, disponibile a dare la propria vita per loro; proseguendo con l’immagine del pastore e del gregge, parlando delle pecore dice: esse ascoltano la mia voce e mi seguono.
Solitamente siamo soliti associare alla pecora l’idea di docilità, di arrendevolezza, quasi di debolezza; di obbedienza e di sottomissione fino a definire quasi una persona di debole personalità e di scarsa intelligenza.
Il vangelo oggi ci obbliga a verificare questa idea e questo giudizio.
È davvero sciocco e debole chi nella vita ha trovato qualcuno di cui fidarsi? È davvero segno di debole personalità e poca saggezza andar dietro a uno che ha dimostrato nelle parole e nei fatti di essere degno di fiducia e di essere abbastanza forte da saperti difendere anche a costo di rimetterci o di mettere in gioco la propria vita?
A me pare piuttosto un grande segno quanto meno di furbizia e di scaltrezza saper capire di chi fidarsi e a chi andar dietro. Per dirla con un linguaggio più evangelico: saper decidere di chi diventare discepoli e saper scegliere un buon maestro. Essere pecore del gregge di un buon pastore dovrebbe essere motivo di vanto, non di vergogna come invece a volte capita proprio a noi cristiani.
Queste parole di Gesù suonano ancora attuali in questo e in ogni tempo perché in ogni epoca e in ogni società si è fatto largo il tentativo di qualcuno di essere guida per gli altri: politici, filosofi, maestri e professori, giornalisti, leader di opinione, cantanti, sportivi, attori; persone che ritengono di sapere come gira il mondo e di sapere meglio di tutti come si deve fare, cosa pensare, cosa leggere, cosa guardare, cosa comprare…
A volte siamo noi coloro che ritengono di essere maestri di noi stessi e degli altri e non fatichiamo ad ascoltare ed imparare da altri.
Queste parole di Gesù suonano ancora tremendamente attuali in questo mondo in cui vali se hai follower – questa parola tradotta in italiano con “seguace” forse mette troppo in imbarazzo e svela l’inganno –
In questo mondo, essere discepoli del Signore ti fa sentire ridicolo, mentre essere follower del personaggio di turno, ti fa invece sentire molto forte.
Certo, è difficile stare al mondo, ci si sente a volte come pecore senza gregge e senza pastore che vagano in balia di eventi, in mezzo a rischi di ogni genere. Ci si sente soli e smarriti, insicuri e mai abbastanza pronti.
A volte anche il Signore sembra assente e disinteressato, di noi e della storia, di quello che ci capita e di quello che succede. Si fa strada in quei momenti la tentazione di attaccarsi a qualsiasi cosa prometta anche solo un poco di considerazione e di sicurezza, a chiunque condivida la mia stessa rabbia o il mio stesso avversario, il mio stesso disagio, la mia stessa paura, il mio stesso bisogno e soprattutto faccia immaginare una soluzione. Così si cerca il gregge, si cerca un pastore, ci si attacca a promesse.
Di fronte a tutto questo il Signore fa una promessa ben precisa: Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Di fronte a questa promessa ci lascia anche liberi di scegliere se fidarci o non fidarci e quindi di ascoltare o non ascoltare, di seguire o non seguire.
Ma che la nostra scelta sia consapevole è qualcosa che dobbiamo innanzitutto a noi prima ancora che a Dio.
Che non ci capiti di cadere nelle mani del pastore sbagliato che non merita la nostra fiducia.
Sbagliato non perché sia nel torto nelle sue scelte, ma perché difficilmente ci potrà aiutare nella scoperta della nostra vocazione personale e del nostro progetto personale di vita.
Sbagliato perché come dice il salmo 145: Non confidate nei potenti, in un uomo che non può salvare. Esala lo spirito e ritorna alla terra; in quel giorno svaniscono tutti i suoi disegni. Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe, chi spera nel Signore suo Dio, creatore del cielo e della terra, del mare e di quanto contiene. Egli è fedele per sempre. Nella vita conta trovare e avere un buon maestro; contrariamente a quello che si pensa non è segno di debolezza o di stupidità. Il buon maestro è colui che ci aiuta a rimanere originali e unici, non ci fa diventare la sua fotocopia. Maestro e discepoli, pastore e pecore: non c’è mai l’uno senza l’altro. Quando è vero non è mai un rapporto di semplice dipendenza di uno nei confronti dell’altro, di sottomissione o annullamento. È significativo che Dio per farsi maestro si sia fatto prima uomo. Sia diventato come noi, ma per farci come Lui.
Prima di farsi chiamare maestro o pastore, è stato per 30 anni alla scuola della vita, a sua volta imparando da Maria, da Giuseppe e chissà da quante altre persone, rimanendo sempre a sua volta alla scuola del Padre.
Il Signore conceda a noi la stessa umiltà e la stessa sapienza, di riconoscere in Lui la voce amorevole e nel suo vangelo il giusto insegnamento che ci permette di camminare nella vita senza smarrirci.



