II domenica di Pasqua

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Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Che cosa ci raccontano le ferite di Gesù? Di cosa ci parlano?
Venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco.
Le mani e il fianco: su quelle mani e su quei fianchi del Signore risorto, che abbiamo celebrato con gioia a Pasqua e che celebriamo in ogni Pasqua domenicale, ci sono ancora i segni della croce.
Ci sono i segni dei chiodi, ci sono i segni della lancia che ha trafitto la carne crocifissa.
Ci sono i segni delle ferite. Ci sono i segni del dolore. Ci sono i segni della passione sofferta prima di morire.
Il Vangelo ci riferisce che “i discepoli gioirono al vedere il Signore!”.
Poi ancora otto giorni dopo, gli stessi segni vengono offerti a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!».
A quel punto Tommaso si acquieta, lascia cadere ogni dubbio e si lascia andare a quella sua splendida professione di fede: «Mio Signore e mio Dio!»
Che cosa ci raccontano le ferite di Gesù? Di cosa ci parlano? Perché, se ci pensiamo bene, è strana questa scelta di Dio apparendo da risorto, da vincitore sulla morte, di mostrare i segni del dolore e della croce!
Non appartiene alla nostra logica! Quella comunità, quei discepoli, lo dice il Vangelo stesso, erano smarriti e pieni di paura: erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei
In quella casa c’era aria di paura! Paura dei Giudei, ma credo anche di sé stessi: adesso cosa facciamo? Noi che abbiamo creduto ma abbiamo anche abbiamo abbandonato, noi che abbiamo sperato ma abbiamo anche tradito? Signore, come ti è venuto in mente di apparire a gente così impaurita mostrando i segni delle ferite?
Non ci viene proprio da pensare che le ferite possano essere un segno di vittoria e di rassicurazione.
Ci raccontano che la Pasqua è vittoria sulla morte e, insieme, rispetto per il dolore.
Dio sa che, per liberare il cuore dei discepoli dalla paura e aprirlo alla fede, è molto più efficace questa condivisione delle ferite che l’esibizione della forza, molto più efficace la testimonianza di come, nonostante le ferite, si possa rimanere vivi, che l’ostentazione di una trionfale vittoria.
Le ferite di Gesù ci parlano di amore e non di potere e per questo sono mostrate come riconoscimento, come lasciapassare per entrare nel cuore dei discepoli. Parlano un linguaggio che chiunque può capire, anche le persone semplici e senza istruzione come vengono definiti Pietro e Giovanni.
Lo capisce Tommaso che, a costo di essere giudicato incredulo, chiede di poter vedere anche lui e di poter ascoltare quello che quelle mani e quel fianco trafitto hanno da dire.
Crederò – dice Tommaso – non quando vedrò un miracolo, un segno forte ma quando vedrò le ferite, quando vedrò le piaghe: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
“Voi avete visto il Signore risorto?” sembra voler dire agli altri discepoli. Io voglio vedere se il risorto, quello che voi avete visto, è il crocefisso. Io voglio vedere quelle piaghe perché quelle sono il segno dell’amore.
Non ho bisogno di effetti speciali, di miracoli, di apparizioni, di segni prodigiosi. Io ho bisogno di amore e per questo ho bisogno che il Risorto mi mostri quelle ferite che dell’amore sono state il prezzo.
Per decidere di chi fidarmi io non ho bisogno di vedere quanto sia forte, quanto sia potente, quando sia ricco o intelligente. Ho bisogno di sapere quanto sa soffrire per amore, per me; non voglio e non ho bisogno di vedere altro. Ho bisogno di sapere se anche dopo che l’ho ferito, torna e rimane; non mette distanze, ma mi cerca per dirmi: pace. Di uno così mi fido. In un Dio così, credo.
Tommaso Intuisce che il miracolo della risurrezione non può aver cancellato le ferite e che il motivo per cui può fidarsi e può credere a quel Signore Gesù che i discepoli dicono di aver visto, è esattamente il fatto che lui sia  il crocifisso risorto, quello che ha dato la sua vita per i suoi e non solo per i suoi discepoli.
Vuole e può fidarsi di uno che dona la sua vita per amore, non di uno che fa gesti e segni prodigiosi.
Uno che dà la sua vita per amore non può morire mai ed è lui che voglio rivedere, così sembra volerci dire Tommaso.
Tommaso vuole toccare le ferite del Signore, segni eterni dell’amore, perché la morte di croce non è un semplice incidente da superare con una resurrezione che si dimentica della croce, non è un evento che rimane un miracolo tra i tanti: quelle ferite sono il vertice dell’amore di Dio, e resteranno aperte per sempre.
Voglio toccare l’amore, non voglio semplicemente sapere che lo avete visto. Voglio mettere le mie mani in quelle ferite perché imparino l’amore. Questa è la mia fede: nell’amore crocifisso e risorto. Come scrive Pietro nella sua Prima lettera e come già scriveva il profeta Isaia: «Dalle sue piaghe siete stati guariti»
Solo l’amore salva. Solo l’amore guarisce. Solo l’amore convince. Solo l’amore merita fiducia. Solo all’amore possiamo credere. Se a Pasqua abbiamo annunciato: il Crocifisso è Risorto.
Oggi l’annuncio sembra capovolgersi: il Risorto è il Crocifisso! Mio Signore e mio Dio.

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