Cristo Re dell’Universo

Ha salvato se stesso e noi

Ha salvato se stesso e noi

Salva te stesso? Cosa c’è di evangelico in questa richiesta? Nulla. Nulla può essere più lontano dalla logica della croce di questa richiesta: “salva te stesso”. Una differenza abissale che separa gli uomini che stanno sotto la croce, dal Dio che sta sulla croce. Infatti per ben tre volte queste parole vengono gridate a Gesù. I capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, lo deridevano: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Così anche i soldati: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Infine, uno dei due ladroni: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!».  La sintonia tra i capi dei sacerdoti, i soldati e un ladrone colpisce e fa pensare. Sembrano conoscere tutti molto bene, uomini religiosi, uomini del potere e uomini comuni, come agiscono gli uomini specialmente se potenti. I potenti hanno questa possibilità: di salvare se stessi, a scapito degli altri. Non per nulla li vediamo girare con la scorta. Sono circondati da misure di sicurezza. Sono invidiati. Conoscono bene i privilegi del potere e della forza e non sembra vero che uno che fino al giorno prima aveva compiuto miracoli mai visti, ora si arrenda ad una fine così atroce senza far nulla. È la tentazione di sempre, oserei dire primitiva, del difendersi e del salvarsi che nasce dalla paura. E mi piace pensare che Dio abbia esaudito quella richiesta: ha salvato se stesso. Non si è tradito e non ha tradito. Ha dimostrato fino alla fine chi è il Dio del Vangelo, il volto e il cuore del Dio che Gesù ci ha insegnato a chiamare con il nome di Padre e di cui ha fatto la volontà fino all’ultimo. Non si è lasciato trarre in inganno dalla voce e dal desiderio degli uomini, ha percorso fino in fondo la strada dell’amore: avendo amato i suoi, li amò sino alla fine. Ha testimoniato che c’è qualcosa che vale più della vita e quella cosa è l’amore. Ha raccontato con le parole e con i fatti che la nostra vocazione non è semplicemente quella di vivere e di stare al mondo il più possibile, a tutti i costi, a qualsiasi prezzo, magari a spese degli altri. Ha raccontato con le parole e con i fatti che la nostra vocazione è amare e che amare è esattamente il modo di salvare se stessi. Amare è il modo di rendere straordinaria e memorabile la propria vita, ovvero degna di essere ricordata da qualcuno. C’è chi ci prova a passare alla storia, programmando spedizioni su Marte, chi accumulando ricchezze che non si possono neppure contare; chi insegue la bellezza, chi il successo e la fama; chi rincorre il potere. Amare è il modo di rendere piena la propria vita, ovvero di colmare il vuoto della solitudine e la paura di perdersi, di sconfiggere la paura della morte perché come dice la sposa del Cantico dei cantici: forte come la morte è l’amore. Amare è salvarsi. Salvarsi è amare. Ecco perché voglio e oso pensare che Gesù sulla croce abbia preso seriamente la richiesta così insistentemente espressa: salva te stesso. L’ha accolta nell’unico modo che sa fare Dio, salvando se stesso nell’unica maniera in cui è possibile farlo: donando la vita, amando fino alla fine, consegnando se stesso alla volontà del Padre. Colui che la storia ricorda come il buon ladrone è il primo che si converte e si affida a questa logica. Riconosce che la strada percorsa fino a quel momento, quella di salvare se stesso a scapito degli altri e rubando, non è stata quella giusta, non ha dato i risultati sperati. Non gli rimane che affidare la propria salvezza all’amore di un altro: ricordati di me. Non ho saputo amare, non mi sono salvato, ma se ora mi affido all’amore, una speranza mi rimane! San Paolo oggi, nella festa di Cristo re, ci ricorda che anche ciascuno di noi, nel suo piccolo, può essere un re, rinunciando a quella logica primitiva del salvare se stessi, del dominio, della forza, per abbracciare la logica del Vangelo dell’amore, del dono e del servizio. Fratelli, abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. L’amore si sacrifica e non sacrifica nessuno a favore di se stesso. Non mette prima se stesso. Perché quando è rivolto solo verso se stessi, diventa amor proprio e ci spinge solo a salvarci, anche solo la faccia. Questa festa ci ricorda, a conclusione di un anno liturgico, in cui dovremmo aver camminato come discepoli dietro il Signore, che solo l’amore per il prossimo ci salva e salva, sconfigge la morte e fa risorgere.

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Solennità di tutti i santi

uomoLa solennità di tutti i santi ha certamente un fascino particolare che ci ricorda innanzitutto che il Vangelo non è utopia; non è solo un bel progetto di vita irrealizzabile, ma il miglior progetto a cui ogni uomo possa ispirarsi per fare della propria vita qualcosa di meraviglioso. Ci ricorda che tutti lo possiamo diventare non per la presunzione di sapersi conquistare e poter raggiungere per meriti propri questo traguardo, ma per la grazia di Dio che da sempre agisce nella storia di ogni uomo. Straordinaria occasione per dare onore a tutti coloro che non vedranno mai il loro nome uniti all’aggettivo santo, che hanno avuto una vita santa senza che nessuno lo abbia mai riconosciuto ufficialmente. Non hanno altari questi uomini e queste donne. Non hanno santuari loro dedicati, ma hanno avuto una vita buona, fedele al Vangelo. I loro gesti e le loro storie nessun libro le ha mai forse raccolte, ma hanno fatto la storia. Oggi li onoriamo perché ricordino a noi che quello che hanno fatto loro non è nulla di lontano e impossibile. Perché ci incoraggino a percorrere questa strada che non è fatta immediatamente di gesti straordinari, di gesti visibili e riconoscibili, ma è fatta di piccoli gesti, di docilità alla sua parola e alla sua volontà. Una santità a cui è chiamato ciascuno di noi. Quanti desideri di bene che pure stanno nel nostro cuore teniamo spesso nascosti. Spesso si infrangono conto la nostra e l’altrui mediocrità. Si infrangono contro la paura di non farcela. Contro la paura di restare soli, ma soli non si rimane se si abita il Vangelo: Dio è con te; sono con te una folla innumerevole di uomini e donne, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Non rimani solo perché vivere il Vangelo apre il cuore, tuo e quello degli altri; non lascia indifferenti; crea comunione più vera e più profonda di quella che gli uomini possono creare da soli. Oggi questa festa sembra fatta apposta per risvegliare questi desideri buoni. Per risvegliarli di fronte a questa moltitudine di persone che ce l’hanno fatta. Che hanno preso il Vangelo e lo hanno vissuto. Sembra fatta apposta per ridare speranza a chi l’ha persa. Sembra fatta apposta per ricordarci che la santità, ma ancora più semplicemente una vita buona, non è fatta di gesti straordinari, ma è il vivere straordinariamente bene le cose ordinarie! La vita di ogni giorno. Attenti a non sciupare la grazia di Dio. Pronti a rispondere ad ogni chiamata che la vita ci rivolge. Amando la vita. Pronti a vivere la fede in ogni attimo del giorno e in ogni cosa che facciamo. Perché mi vien da dire che si comincia ad essere santi quando si è al lavoro e non si trascura in nessun modo il proprio dovere, quando non si ruba con la pigrizia lo stipendio. Quando non si vive l’esperienza del lavoro con il solo scopo di arricchirsi. Quando nella propria vita si coltiva il senso di giustizia, il senso del bene comune, il senso civico. Quando si pratica l’onestà a tutti i livelli. Quando si mantiene la parola data. Quando non si agisce con furbizia verso il prossimo e neppure verso lo Stato, quando si pagano le tasse. Quando si rispetta l’ambiente in cui si vive e non si getta nulla per terra aspettando che altri raccolgano. Quando ci si impegna a scuola con uno studio costante. Quando in casa con i propri cari si agisce con rispetto e amore.  Quando ci si rende accoglienti verso i poveri. Quando non si alimentano i pregiudizi e la chiacchiera. Quando, per essere all’altezza di tutto ciò, non si trascura la preghiera come sorgente e motivo del suo agire. Si potrebbe evidentemente andare avanti a lungo. Credo che per essere delle brave persone, non sia necessario essere credenti; ma per essere veri cristiani – incamminati sulla strada della santità – oltre che credenti bisogna essere brave persone, degne di stima e di rispetto, capaci di quelle piccole virtù che sono preziosissime per i nostri rapporti quotidiani: la sincerità d’animo, il rispetto della giustizia, la fedeltà alla parola data, la gentilezza del tratto, la discrezione, la carità nel conversare, l’amore per la verità, la lealtà, il rispetto per ogni persona, compassione, la coerenza, l’equilibrio, l’umiltà… Non si diventa santi senza diventare anche uomini. Ed è l’umanità che manca nella nostra società, quell’umanità che quando la si incontra, ci si ferma, attratti dal richiamo di qualcosa che appartiene al fondo della nostra natura. Tra i primi cristiani, per difendersi dalle persecuzioni, si sosteneva con orgoglio che i cristiani erano i migliori cittadini. Nella lettera a Diogneto si legge che “i cristiani obbediscono alle leggi che sono sancite, e col loro genere di vita superano le stesse leggi”. I cristiani non solo erano soliti obbedire alle leggi, ma in ogni specie di dovere facevano più e con più perfezione di quanto dalle leggi stesse erano obbligati. Il Signore ci renda capaci di incamminarci su questa strada. Ci renda capaci di una vita spirituale. Rendiamo grazie a Dio in questa eucaristia per tutti i santi, per tutti coloro che con il loro vivere, il loro soffrire, il loro morire, il loro rimanere fedeli all’amore di Dio, ci insegnano la verità del Regno; ci insegnano che possiamo anche noi rallegraci ed esultare, perché grande è la nostra ricompensa nei cieli ma anche perché già qui ci è data la possibilità della beatitudine del regno.

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II dopo la dedicazione

il pane dell'eucarestiaChe ne pensate di quest’uomo che diede una festa, fece molti inviti e poi mandò un servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”.  Che ne pensate di questi invitati che, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi e gli mandano a dire: “non posso venire”? Uno ha comprato un campo, uno ha comprato cinque paia di buoi e vorrebbe provarli, uno si è appena sposato. Ciascuno di loro ha i suoi buoni motivi per declinare l’invito. Non si riesce facilmente ad intuire se siano realmente scuse, ovvero se dicano il reale dispiacere per il loro essere impossibilitati a partecipare a quella festa. Sembrano scuse di circostanza più che la reale espressione di un dispiacere. Pare piuttosto possibile intendere dalle parole del Vangelo che siano convinti che quello che stanno per andare a fare sia la cosa giusta da fare, la cosa importante a cui dedicare il tempo. Quel loro ti prego di scusarmi, pare più una formula di cortesia di chi avverte il possibile dispiacere di quell’uomo di fronte al rifiuto a partecipare alla festa, piuttosto che l’espressione del loro dispiacere; qualcosa del tipo: caspita che peccato, vorrei davvero poter venire, ma purtroppo non posso. In buona sostanza: non gli importa molto della festa. Mi pare non accada niente di diverso a molti uomini e donne che si dicono cristiane e che disattendono senza troppo dispiacere a quella cena che il Signore “organizza” ogni domenica e, volendo, ogni giorno. Hanno forse un briciolo di senso di colpa nel sapere che stanno disattendendo ad un precetto– perché si ricordano che così è stato loro insegnato – ma certo non con un vero e proprio dispiacere intimo e personale per il loro non poter partecipare. Molti di loro sono seriamente convinti che la domenica a volte convenga fare altro magari di più opportuno e di più utile: “guarda è l’unico giorno in cui posso riposare e non svegliarmi presto; è il giorno in cui recupero i mestieri che non faccio in settimana; mi dedico alla famiglia; siamo soliti organizzare una gita insieme; mi dedico alla casa o ai miei hobby; arrivo alla domenica che sono stanco”. Altri sono semplicemente convinti che non abbia senso quella festa; una festa che tanto non capiscono e che non ha proprio nulla della festa così come sono abituati a immaginarla; a cui non riescono a partecipare perché fa praticamente tutto il prete e quindi ci si annoia. Senza entrare oltre in questo discorso che pure merita, vorrei tornare sull’atteggiamento dei primi invitati: alcuni hanno comprato – un campo, dei buoi -, gli altri han preso moglie e sono completamente assorbiti da queste cose e dal loro agire. Sono tutti incapaci di lasciare la presa sulla vita convinti che questo sia l’atteggiamento da avere nei confronti della vita stessa: comprare, lavorare, prendere. Il tempo di un banchetto, il tempo di una festa sono il tempo in cui riconoscere che la vita in fondo è innanzitutto un dono che noi riceviamo e accogliamo. Accogliere un dono ci lascia sempre felici, ma nello stesso spesso ci spiazza perché ci mette nelle condizioni di dover ricambiare o restituire, di dover quasi sdebitarci. Ci sono momenti della vita in cui invece occorre arrendersi e fermarsi. Ci sono eventi attraverso cui Dio ci prende per mano e ci dice: la festa è per te, vieni, è già tutto pronto. Non pensare di poter da solo provvedere alla tua vita. Fermati. Dice addirittura il Vangelo: per quanto tu ti dia da fare, non puoi aggiungere un’ora sola alla sua vita? L’uomo lavora, compra, vende, prende, fatica; Dio dà e ci invita a prendere. L’uomo gode giustamente di ciò che Dio ha creato e ha messo a sua disposizione: campi, la natura tutta, ogni animale ed ogni essere vivente e certo ogni persona. Non è saggio godere del creato senza riconoscere chi è il Creatore. Anche se comprato, un campo rimane dono di Dio; rimangono doni di Dio i buoi e ogni animale; rimane un dono di Dio tutta la creazione di cui noi siamo custodi e non padroni; rimane dono di Dio perfino quella donna o quell’uomo che ti ha affascinato e ti ha conquistato il cuore. Questo lo capiscono più facilmente i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi che infatti appena vengono chiamati, accorrono alla festa. Anche noi ci muoviamo nella vita come compratori e mercanti, capaci di dedicarsi e godere del creato, ma meno abili a riconoscere, godendo del dono e ignorando Colui che dona. Che pensate di quell’uomo che organizza la festa? Che pensate ora di quegli invitati: non possono o non vogliono andare? Ricordarsi di santificare le feste non significa semplicemente: vai a messa! Significa saper lasciare andare la presa. Significa ricordare che la vita è un dono non una conquista! Significa ricordarlo e rallegrarsi, far festa di un Dio che ci dice: venite; è pronto!

 

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Prenotazione libretto Preghiera Avvento 2021

E’ possibile prenotare per la preghiera di Avvento personale e in famiglia un sussidio al costo di 2,5 euro.

E’ prenotabile attraverso questo link https://form.jotform.com/212686850732057
o attraverso il foglio che trovate in fondo alla chiesa

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Veglia di preghiera

In preparazione alla Giornata diocesana Caritas Giornata mondiale dei poveri

foto caritasRipartire dagli ultimi nello stile del Vangelo

Aggiustare il mondo praticando l’amore

Venerdì 25 novembre ore 21.00 nella chiesa di Monticello Brianza

VEGLIA DI PREGHIERA

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Festa degli anniversari

Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Festa degli anniversari di matrimonio

Nel rispetto delle disposizioni antiCovid  vorremmo dare la possibilità alle coppie che ricordano il loro anniversario di matrimonio di fare festa e ringraziare nella celebrazione dell’Eucarestia

Domenica 7 NOVEM BRE
santa messa alle ore 16.00 Nella Chiesa di Torrevilla

Domenica 28 NOVE MBRE
santa messa alle ore 16.00 Nella Chiesa di Monticello Brianza

Chiediamo gentilmente di voler segnalare la vostra adesione per Torrevilla entro e non oltre mercoledì 3 novembre a Sala Pinuccia (334 8381521) per Monticello entro e non oltre mercoledì 24 novembre ad Agnese Spreafico (348 6979807)

per l’adesione scarica la locandina

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I dopo la dedicazione

mareTra il dire e il fare

I tre anni in compagnia di Gesù, di parole e gesti, di miracoli e parabole, di incomprensioni e amicizia sembrano chiudersi con un bilancio fallimentare: undici uomini impauriti che stanno a fissare il cielo – così ci racconta il libro degli atti degli apostoli – e che chiusi dentro una casa si meritano il rimprovero di Gesù per la loro incredulità e durezza di cuore, e per non aver creduto a quelli che lo avevano visto risorto. Undici uomini che non hanno capito molto del Vangelo e dei fatti della passione, morte e resurrezione. Per due volte nei versetti precedenti Marco ricorda la loro incredulità. Maria di Magdala andò ad annunciare di aver visto il Signore a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero. Dopo questo, apparve sotto altro aspetto a due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunciarlo agli altri, ma non credettero neppure a loro. Testoni noi, ma testoni anche loro. Increduli e duri di cuore, se vogliamo usare le parole del Vangelo. Ma a questi discepoli, proprio a loro, a questi increduli e duri di cuore, Gesù dopo le parole di rimprovero affida un compito grande. «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura.» Dice: non scoraggiatevi, ho fiducia in voi. Ce la potete fare. Ce la potete fare fra veleni e fatiche, tra parole inascoltate e parole potenti, tra serpenti e malati guariti. Nei secoli la Chiesa ha fatto sue queste parole, si è fatta carico di questo compito. Sono nate così in tanti luoghi del mondo le missioni. Uomini e donne che partivano e si prendevano a cuore la fede di popoli che non avevano conosciuto il Signore Gesù. Nella sua lettera di ottobre padre Arvedo ce lo ha ricordato: Più che mai il mondo ha bisogno della missione e di missionari poiché il grido di Gesù su un monte della Galilea continua a vibrare nel cuore dell’umanità, nei nostri cuori: “Andate, ammaestrate tutte le genti…” Ma ci ha anche ricordato che La missione è amicizia con tutti. È camminare insieme. È vivere la fraternità. Allora mi domando se siamo pronti ad essere missionari. A casa nostra. Non a casa loro. Mi domando se non sia arrivato il momento di comprendere che ora non abbiamo bisogno di partire per dire cosa è per noi il Vangelo, per dire che per noi il Vangelo non è solo un modo di dire, ma un modo di vivere; che non abbiamo bisogno di raggiungerli perché sono venuti loro; forse a vedere se quel Vangelo che abbiamo provato a fargli conoscere, noi lo sappiamo vivere davvero. Non c’è bisogno di un lungo viaggio per dire a noi stessi e a chiunque che crediamo a parole come: “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” e che i protagonisti di queste parole siamo noi, prima ancora che i nostri missionari lontani; che non abbiamo bisogno di partire per viverle perché il povero che fino a qualche decennio fa aiutavamo con le nostre offerte, con le nostre preghiere, con i nostri missionari, ora è venuto a casa nostra, cammina per le nostre strade, ci chiede di spezzare un pezzo del nostro pane e di condividerlo alla nostra tavola, chiede un possibilità di lavoro. Il cristiano si fa missionario a casa sua, senza l’ingenuità di chi pensa di poter salvare il mondo, non nella presunzione di poter accogliere e sfamare tutti, ma anche solo nella consapevolezza che non abbiamo soldi da investire in muri e filo spinato. Nella sincerità di riconoscere che molti di quei migranti che ora bussano alla nostra porta sono stati creati dalla nostra economia, costretti a scappare dalla loro terra a causa di guerre combattute con armi costruite e vendute da noi; che la nostra preoccupazione climatica per l’innalzamento dei livelli del mare è giustificata anche dal fatto che il deserto avanza e rende inabitabili intere regioni del mondo; perché milioni di esseri umani sono in fuga da catastrofi naturali, da siccità e desertificazione, da conflitti per l’accaparramento delle risorse idriche o energetiche. Qualcuno dirà: “che barba! che cosa c’entra questo con la missione?”. Forse poco, ma rimango convinto che c’entri molto con il Vangelo. Il viaggio allora può essere molto lungo e non serve un aereo; c’è un mare da attraversare che separa il nostro dire e il nostro fare il Vangelo. C’è in mezzo la nostra resistenza, il nostro fastidio, la nostra paura, la nostra diffidenza che sono i primi muri che si alzano e rischiano di farci ritrovare tra coloro a cui verrà detto: ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Il primo grande missionario è stato Gesù che concretamente si è preso cura, si è commosso, si è interessato di chi chiedeva aiuto. La missione inizia dalla contemplazione e dalla gratitudine di questa azione e provvidenza; nasce anche solo dalla riconoscenza della grazia – se preferite chiamatela fortuna – di nascere qui e non in altre parti del mondo. Che questa stessa grazia ci accompagni ad attraversare quel mare che divide il nostro dirci cristiani e il nostro esserlo davvero!

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Dedicazione della Chiesa cattedrale

duomo di Milano«Fino a quando ci terrai nell’incertezza?» È molto umana questa domanda. Nell’incertezza non si vive bene. Anche per questo abbiamo inventato le previsioni meteo; per questo abbiamo inventato l’oroscopo; su questo fanno affari le assicurazioni; per questo motivo prendere una decisione e fare una scelta sono azioni sempre difficili: quasi mai hai la certezza di fare la cosa giusta. In qualsiasi ambito della nostra vita, preferiamo stare dentro a situazioni sicure, chiare e certe. Quando ci troviamo di fronte a situazioni che non conosciamo o semplicemente non capiamo, cominciamo a fare ipotesi e supposizioni, e spesso a tirare subito conclusioni pur di sciogliere l’incertezza e la conseguente insicurezza. L’incertezza facilmente genera in noi stress, affanno, perfino ansia. Ognuno poi adotta le sue strategie per contrastarla. Lo abbiamo visto in questo tempo di pandemia che ha moltiplicato l’incertezza: qualcuno ancora sostiene che i morti siano un’invenzione, che il virus non esista, che il vaccino sia un complotto, che questo o quell’altro farmaco di cui hanno sentito parlare funziona per la guarigione. Senza rendercene sempre conto, siamo portati a preferire una falsa notizia piuttosto che stare a lungo nell’incertezza di complessi scenari in cui non eravamo forse più abituati a vivere, convinti di avere in buona misura il mondo nelle nostre mani e sotto il nostro controllo. Ecco perché la domanda dei giudei è molto umana. Ma ci sono diversi indizi nel Vangelo che ci autorizzano a pensare che la domanda per quanto umana e molto seria non fosse sincera dal momento che quell’incertezza dichiarata a parole era già stata risolta a loro modo: tu non sei il Cristo!  Tu continua pure a sostenerlo e dillo apertamente, avremo così il motivo per ucciderti. Questo è l’atteggiamento che i Giudei terranno fino al momento del processo quando nel sinedrio il sommo sacerdote di nuovo dirà: “Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio” e di fronte alla risposta di Gesù “Tu l’hai detto”, stracciandosi le vesti affermerà: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?» con l’approvazione di tutti: «È reo di morte!». Per uscire dall’incertezza, uccidono la Verità! Questo ci suggerisce di far pace con le incertezze della nostra fede. Meglio un fastidioso dubbio che una falsa certezza, meglio la fatica e l’inquietudine del credere che dire: “Dio non esiste” per essere lasciati in pace da Dio. Ci suggerisce di non fare lo stesso errore dei Giudei che, per eliminare quell’incertezza nei confronti di Gesù, scelgono di eliminare Gesù; piuttosto che fare i conti con quel Messia così diverso da quello che si aspettavano e da quello che credevano, preferiscono accusarlo di bestemmia.Il cardinal Martini ci ha sapientemente insegnato, anche portando la sua personale testimonianza, che la fede vive anche dentro i dubbi, anzi, che ne ha bisogno per rimanere umile, semplice, per non essere ostentata e usata come un privilegio. C’è in noi un ateo potenziale che grida e sussurra ogni giorno le sue difficoltà a credere: «Io ritengo che ciascuno di noi abbia in sé un non credente e un credente, che si parlano dentro, che si interrogano a vicenda, che rimandano continuamente domande pungenti e inquietanti l’un l’altro. Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa». Accettare l’incertezza aiuta ad essere più cauti e meno estremisti e fanatici; a non credere di possedere la verità o peggio delle formule magiche. Evita la pretesa di pensare di avere trovato la strada giusta, e nello stesso tempo di non lasciarsi prendere dal panico dopo aver preso una strada sbagliata. Il Gesù del Vangelo non ha paura dei dubbi dei discepoli, non ha paura della loro fede traballante che conosce, ama, accompagna e non giudica. I discepoli sotto la croce non c’erano; nell’orto degli ulivi si erano addormentati; c’è chi aveva lasciato Gerusalemme per scappare ad Emmaus; c’è chi aveva rinnegato, chi aveva tradito, chi si era chiuso nel dolore e nello sconforto. In questa festa della dedicazione del Duomo di Milano, festa di una Chiesa di pietra e di una Chiesa di uomini, è bello ricordare che Gesù sceglie uomini così per iniziare la missione di annunciare il Vangelo ad ogni creatura; perché la gioia del Vangelo riempia il loro cuore e la vita di coloro che incontreranno, senza gridare allo scandalo per la fragile fede degli altri, senza dimenticare e piuttosto riconoscere le proprie ipocrisie, le proprie mancanze e la misericordia di Dio. È bello ricordare la promessa di Gesù: Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.  Questa è la certezza da custodire nel cuore; non una semplice previsione degli uomini, ma la promessa di Dio, di cui ci è chiesto di fidarci e a cui ci è chiesto di affidarci, e che quasi ci supplica: Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Il cristiano cammina consapevole dentro questa promessa, attraversa le prove, riconosce la grazia, sapendo di essere guidato da una voce: le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono.

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Lectio Divina 2021/2022

Venerdì 22 ottobre 2021 ore 20,45 nella Chiesa di Viganò il primo incontro “Tutto accade in parabole” predicatore Don Marco Crippa

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VI dopo il martirio del precursore

vigna BaroloÈ interessante fare il solito passo indietro per andare a scoprire cosa abbia spinto Gesù a raccontare questa parabola. Scopriamo così che nei versetti precedenti Pietro, a nome di tutti i discepoli, afferma con sicurezza: Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito e subito dopo domandare: che cosa dunque ne avremo? Che cosa ci guadagniamo? La domanda non è banale. Immagino possa essere stata la domanda che gli uomini chiamati al mattino presto abbiano fatto al padrone di casa, quando esce all’alba per prendere a giornata dei lavoratori per la sua vigna e che dà origine al loro accordo: un denaro al giorno. Giusto sapere cosa si guadagna. Curiosamente con gli uomini chiamati alle 9.00 del mattino l’accordo si fa già più vago: vi darò quel che è giusto. Agli altri, chiamati lungo la giornata, invece, viene detto semplicemente: andate anche voi nella vigna. Che cosa ne avremo? Questa domanda mi ha fatto tornare in mente anche il figlio maggiore della parabola che risentito dice al padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Sono tante le riflessioni e ancora prima le reazioni che questa parabola può far nascere in noi. Io scelgo di fermarmi sulla reazione dei servi della prima ora quando scoprono che a loro è data come ricompensa la stessa somma data anche a chi aveva lavorato molto meno: pensarono che avrebbero ricevuto di più. Di conseguenza nel ritirare quel denaro loro promesso mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Scelgo di fermarmi sulla risposta che il padrone da loro: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.  Che cosa dunque ne otterremo è evidentemente domanda che ha la sua logica, ma dobbiamo riconoscere che è la logica del mercato, la logica del tutto ha un prezzo, la logica anche semplicemente della proporzionalità. Una logica che facilmente porta, oggi come sempre, a sentirsi apprezzati e giudicati per quello che si riceve: se ricevo tanto, valgo tanto, se ricevo poco valgo poco; il mio lavoro vale per quanto viene pagato. È una logica coerente con le regole dell’economia e che sostiene anche le regole del mondo del lavoro dentro le quali anche noi siamo immersi e secondo le quali anche noi ragioniamo. Chi di noi si metterebbe a socio e in affari con un padrone così sprovveduto e ingenuo che al termine della giornata dà a tutti indistintamente un denaro? Se la sua azienda fosse quotata in borsa il giorno dopo vedrebbe crollare il proprio valore azionario, giudicandola destinata al fallimento e difficilmente gli operai della prima ora il giorno dopo si darebbero da fare fin dal primo mattino. Ma questi operai, che esprimono il loro malumore per il trattamento ingiusto che ritengono di aver subito, vengono giudicati dal padrone invidiosi e questa invidia io credo nasca proprio da questo voler giudicare e sentirsi giudicati per quello che si riceve. Diverso evidentemente l’atteggiamento e la logica del padrone che si definisce buono proprio perché egli è abituato a misurare se stesso non su quello che riceve ma su quello che dà. Quel pessimo padrone non ragiona con la logica del padrone, ma del padre che non misura la sua bontà, il suo valore e il suo merito, da quel che riceve da un figlio, ma misura se stesso da quel che dà ad un figlio. Quel pessimo padrone non si accontenta della logica della proporzionalità con cui pure aveva fatto accordi quando era uscito al mattino presto a cercare operai, ma preferisce la logica della gratuità. Per questo può dire di se stesso, senza presunzione, io sono buono perché i buoni li misuri su quanto danno e non su quanto ricevono, a differenza degli invidiosi che si misurano e misurano tutti su quanto ricevono o vorrebbero ricevere e non sulla misura di quanto sanno dare. È quello che stanno facendo gli operai che mormorano, che vivono quella gratuità come un torto. Sono da ammirare gli operai della prima ora che non perdono tempo e fin dal mattino si danno da fare, sono da comprendere nel loro smarrimento e nel loro fastidio, ma non da meno sono da ammirare gli operai dell’ultima ora che senza promessa di un compenso vanno a lavorare nella vigna. Sta a noi decidere se essere tra gli invidiosi o tra i buoni. Se essere uomini e donne che misurano se stessi e il loro valore su quanto si aspettano di ricevere o se misurano se stessi su quanto sono invece capaci di dare.

 

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